Tasche piene di sabbia

Che cos’è Tasche piene di sabbia?

Si potrebbe facilmente rispondere un libro, ma in realtà, come tutti i libri, è molto di più. Soprattutto per chi l’ha scritto, appassionata di viaggi, di avventure, di rally e amante di polvere, sabbia, disagi, a volte sofferenza. Perchè partecipare negli anni Novanta a rally raid lunghi come la Dakar, o la Parigi Mosca Pechino, o la Parigi Città del Capo, o anche il Faraoni, non era una passeggiata di salute. Da oggi è anche un Format televisivo.

 

 

Prima Puntata: Alessandro Botturi

 

La leggenda dei rally raid è nata grazie a uomini e donne che negli anni hanno dimostrato al mondo, pur senza volerlo, il significato della sfida contro se stessi, contro le avversità. Hanno dimostrato quanto importante sia combattere, sacrificarsi, faticare fino a star male e hanno imparato che nella vita, e nello sport, non conta solo il risultato. Alessandro Botturi è una di queste persone: forte e possente, gentile e rispettoso, sincero e onesto capace di andare forte e di concentrare la sua anima con la buona volontà e caparbietà. Questa prima puntata è dedicata a lui.

Seconda Puntata: Ciro De Petri

Fuori dagli schemi. La figura di Ciro De Petri è sempre stata nel mondo dei rally raid quella di un uomo fuori dagli schemi. Un pilota capace di andare forte, di imporsi, di sfidare le leggi dell’impossibile e di farlo come se fosse la cosa più semplice del mondo. Nato negli anni che hanno consacrato i più grandi miti della specialità ha saputo lasciare un’impronta, in tutti i sensi, anche per terra. Ha saputo forgiare il suo carattere regalando a noi appassionati quella determinazione che ancora oggi fa scuola; un altruista, generoso, capace di stupire e di commuovere con quella sua aria distratta che cela un animo gentile, ma impetuoso, fatto di incoscienza e voglia di vivere. La seconda puntata è dedicata alla forza di un uomo chiamato Alessandro De Petri.

 

Tasche di Sabbia – Dakar e altri rally, racconti straordinari e semiseri.

Perchè si sente il bisogno di scrivere un libro?

Una vera e propria domandona…In realtà io non ci avevo mai pensato seriamente prima di farlo ma è stato un caro amico e collega, un mentore per me, di nome Beppe Donazzan, che oggi purtroppo non c’è più. Lui fra i tanti suoi libri aveva scritto anche Dakar. L’inferno nel Sahara e decise, all’epoca, di darlo a me da correggere. Mi elesse suo correttore di bozze e anche revisore, chiedendomi anche la prefazione. Inutile dire che fu per me un piacere e un onore e alla fine Beppe mi disse…”Ma scusa, ho scritto io un libro sulla Dakar che ne ho fatte solo tre e non lo scrivi tu che ne hai fatte ventotto?”.

Cominciò tutto da lì…

Beppe aveva ragione, ma soprattutto a spingermi fu anche quella mole immensa di materiale cartaceo, che ancora oggi giace nei miei archivi. Classifiche, cartelle stampa, fogli, foglietti e articoli, contenitori di diapositive, stampe in bianco e nero: un mare vero e proprio nel quale qualsiasi appassionato amerebbe naufragare…avrebbe da leggere per intere settimane. Tutto messo via, collezionato e catalogato (per modo di dire) dal 1986 a oggi. Iniziò così, e mi resi conto subito che scrivere un libro richiede tempo, e anche isolamento e pace: tre cose che io non avevo. Però l’ho fatto e il risultato è piaciuto, agli altri, e anche a me stessa. Beppe aveva bocciato l’idea dei capitoli legati alle lettere dell’alfabeto, l’editore invece si è innamorato subito del progetto. E così è nato Tasche piene di sabbia. In sette mesi ho scritto, cancellato, corretto, riletto, riscritto e poi riletto ancora. Alcuni capitoli sono nati di getto, da soli, e non ci ho più rimesso le mani; altri invece li ho limati, sistemati, riscritti. Impaginato insieme al grafico, selezionato le diapositive, fatto scansioni, frugato ovunque in casa per ritrovare cose che, puntualmente, ho ritrovato solo dopo essere andata in stampa.

Ho riletto la bozza finale 13 volte prima di dare l’ok, con gli occhi che si incrociavano, ma ho capito che a un certo punto, come si fa con i figli, bisogna lasciarlo andare. Un libro è un pezzo di te, ti appartiene e staresti costantemente a correggerlo, a riscriverlo, a raccontare quel dettaglio in modo diverso. Ma a un certo punto devi smetterla: devi fermarti e devi lasciarlo andare, altrimenti non lo finirai mai. Per questo nell’ultima pagina del mio libro ho scritto di mio pugno una frase, che promette a breve il secondo. Che è in gestazione, in effetti, e che addirittura mi ha dato l’idea per un terzo. Spero entro l’anno, di finirne almeno uno dei due, ma le cose da mettere a posto sono tante, a cominciare da un editore diverso, nuovo. Sto scrivendo e continuo a scrivere. Perchè per me, me ne rendo conto ogni giorno, scrivere è un bisogno fisico, una necessità concreta. Ho bisogno di raccontare, di scrivere, di mettere sulla carta – per modo di dire – le parole che mi nascono dal cuore prima di tutto, poi dall’anima e dalla mente. Amo scrivere – ancor più di leggere – e amo poter raccontare, condividere, trasmettere.

A pensarci bene non scrivere un libro, per me, era impensabile… Avrebbe snaturato il mio essere, la mia natura. 

 

Admiral Hotel in Milan

L’albero spezzato – C’era una volta la Parigi Dakar Room 407