Tracy Chapman

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Tracy Chapman

La rivoluzione silenziosa

 

 

A volte, ci sono giornate incredibili a Milano, anche se piove e l’ombrello come sempre è a casa e in questa città quando scendono due gocce la gente non sa più guidare.
Mi sto dirigendo dietro via Torino per incontrarmi con Davide, vecchio compagno delle medie e ora direttore artistico di una nota casa discografica. Durante quei tre anni, non solo lo pigliavo affettuosamente per il culo, ma era il compagno di banco che tutti avrebbero voluto. Ora lui gira in elicottero, io a piedi, sotto la pioggia.
Mai pigliare per il culo, neanche affettuosamente.
Mi ha promesso un incontro con una protagonista delle belle storie musicali che mi hanno accompagnato in gioventù.
Lei è di tre anni più giovane di me, ma la sua voce è stata protagonista della fine dei miei studi e l’inizio dei miei viaggi.
Insomma, sono qui, lei è nell’altra stanza e Davide gli ha già riferito che non sono ne un giornalista, ne un discografico o un cazzone di critico, sono un nessuno ma che valeva la pena incontrarmi. Che figata essere presentato così. 
Nata nel 1964 in un quartiere operaio di Cleveland, Tracy Chapman sin da giovanissima si esibisce prima per strada e poi nei locali.
Nel 1988 pubblica il suo primo album, uno dei dischi di debutto maggiore successo della storia della musica.
Con l’album eponimo, vende oltre dieci milioni di copie solo in USA e vince ben quattro Grammy Award, incluso quello prestigioso di “miglior artista”.
Dotata di una voce pacata e profonda che rimanda a Joan Armatrading, Tracy scrive e canta canzoni sofferte dalle melodie semplici e con testi caratterizzati da commenti sociali.
Grazie all’inatteso successo di quel disco Tracy riporta i riflettori puntati sulla categoria cantautori.
I tratti caratteristici della Chapman non sono lontani dallo stile confessionale e intimista della maggior parte dei cantautori degli anni settanta, ma la ragazza ricciuta di colore si mette in luce grazie a liriche sostanziose, melodie semplici ed efficaci, che si traducono in canzoni fresche e nuove.
La voce di Tracy si staglia sull’orrizzonte musicale attuale.
 
 
Racconta le sue storie ora universali ora personali, in maniera eloquente e sincera, un autentico modello di onestà senza compromessi.
Cresciuta in una famiglia della working class di Cleveland, nell’Ohio, Tracy ha imparato a suonare la chitarra da bambina, cominciando quasi contemporaneamente a scrivere le prime canzoni.
Dopo la High School, grazie a una borsa di studio, si ritrova a studiare antropologia e studi africani all’Università Tufts.
Durante il periodo universitario si appassiona sempre più al folk-rock e inizia ad esibirsi in coffe-shop dell’area del campus.
Nel 1986 entra in contatto con Elliot Roberts, che aveva lavorato in passato con Joni Mitchell e Neil Young, e che vede in lei la possibile continuatrice dell’opera di tali maestri.
L’importanza di Tracy è anche quella di aver permesso ad altri artisti politically correct, come ad esempio i R.E.M., di approfittare della sua popolarità per proporsi in maniera credibile e di essere ascoltati da un pubblico più vasto.
L’attività politica e musicale di Tracy è caratteristica fondamentale nell’esperienza creativa e interpretativa della cantante americana.
Già nell’anno del suo debutto si trovò sul palco di Londra dove si festeggiava il settantesimo compleanno di Nelson Mandela. Da quella prima apparizione, altre, molte altre ne vennero e Tracy si è trovata spesso coinvolta in attività di supporto a cause umanitarie, come il celebre tour Human Rights Now! realizzato da Amnesty International, poi Nelson Mandela Free South Africa, Farm Aid, concerti a sostegno dei contdini poveri degli USA, il Festival della Libertà del Tibet, Vote For Change, il San Francisco Aids Foundation e molti altri, dimostrando al tempo stesso impegno e sensibiltà.
Ma non ha partecipato al Live8, organizzato da Bob Geldof a sostegno della campagna per l’azzerramento del debito dei Paesi del Terzo Mondo.
Pur chiamata a esibirsi sul palco di Berlino, Chapman ha declinato l’offerta, e l’ha fatto con semplicità, senza proclami eppure in maniera decisa.
“Non capivo esattamente cosa ne pensassero del problema del debito dei Paesi poveri, mi sembrava più che altro che volessero farsi molta pubblicità, quasi una mossa politica furba, quella di mettere in scena tanti artisti conosciuti, ma senza un progetto solido. Francamente non mi sembrava la risposta giusta al debito dei Paesi poveri. E pensare che allo stesso momento a Edimburgo c’era il G8… mi sembra un controsenso rispetto a quello la serie di concerti evrebbe dovuto portare avanti.
Ecco perchè ho declinato l’invito di apparire a Berlino.
Secondo me è più importante educare le persone a capire il perchè alcuni Paesi si devono indebitare per poter sopravvivere, perchè in molti casi le nazioni sono povere ma i politici nello stesso stato si arricchiscono con i soldi che provengono da Paesi più ricchi”.
 
Una rivoluzione silenziosa la tua? 
 
 
“Graziosa questa tua definizione. Sono comunque convinta che la maggior parte dei musicisti sul palco lo abbia fatto per la convinzione di fare del bene. E lo stesso per le persone che assistevano al concerto sotto il palco.
Penso che sia conveniente per tutti se l’Africa riesce a produrre e ad avere un reddito decente.
Non sono un esperta di economia, ho solo studiato i problemi dell’Africa nel corso degli anni ed è difficile dare la formula giusta per la loro soluzione anche perchè trasformare l’Africa in un “campo di battaglia economico” attraverso la globalizzazione, e applicare quella che può essere la risposta in America o in Europa potrebbe rivelarsi un errore dalle conseguenze ancora più tragiche dell’attuale situazione.
In questo momento l’Africa è infestata di problemi, la politica corrotta, disoccupazione, malattie come l’Aids che stanno ancora oggi falciando intere popolazioni, facendo scomparire le nuove generazioni.
Secondo me il problema maggiore è proprio quello di sconfiggere l’Aids.”
Gli altri concerti dove hai aderito?
“La serie di concerti Human Rights Now!, organizzata da Amnesty International, mi sembrò molto seria e per questo ho partecipato subito attivamente.
So che molte persone si sono iscritte al movimento pacifista dopo aver assistito ai nostri concerti e magari sono diventati degli attivisti.
Sono convinta che abbia portato anche una certa pressione sui politici. In una parola penso che quegli spettacoli avessero un fine ben preciso e un bersaglio ben definito. Diverso da Live8″.
Parliamo ora del tuo album (per il sottoscritto un capolavoro): Where you Live, prodotto da te stessa in compagnia di un personaggio innovativo e solido come Tchad Blake, un vero maestro nell’arte del produrre, un uomo che è stato, tra gli altri, a fianco di Peter Gabriel, Tom Waits, Pearl Jam, Bonnie Raitt, Los Lobos, Randy Newman e Elvis Costello.
“Certo Jambo, è stato un grande onore, anche perchè se guardo ai dischi nella mia collezione, quelli che preferisco hanno lo zampino di Blake. Abbiamo utilizzato il suo speciale sistema microfonico, una “testa biaurale” Neumann, praticamente la replica di un capo umano, con microfoni applicati al posto delle orecchie per ottenere un effetto stereo molto realistico”.
 
 
 
Una carriera ricca di soddisfazioni per Tracy che, dopo il famoso eponimo debutto del 1988, ha confezionato una serie di ottimi lavori come Crossroads (1989), Matters Of The Heart (1992) conquistando quattro Premi Grammy, raggiungendo lo status di platino per l’album New Beginning.
Poi nel 2000 esce Telling Stories e nel 2002 Let It Rain.
Oltre ai Grammy, Tracy ha vinto un American Music Award, un Brit Award,tre SKC Boston Music Award e quattro Bammy Award.
Ma nonostante questi riconoscimenti, la sua fama non è più quella universale del 1988, è piuttosto un cult per i pur moltissimi attenti alla musica di qualità.
“Beh… in realtà è stata anche una mia scelta perchè non ho mai messo come priorità assoluta quella di diventare a tutti i costi una cantante conosciuta e le mie scelte artistiche e di vita sono lì a dimostrarlo.
Ci sono artisti che hanno impegnato energie per rimanere a livelli di conoscenza pubblica assoluta: non li biasimo, ma io non sono così…e nemmeno avevo una casa discografica che mi spingeva ad avere continui successi, anzi quando uscì il primo disco, fu una grossa sorpresa per tutti, anche perchè il rock acustico non era davvero popolare all’epoca.
Al giorno d’oggi poi i media creano le celebrità con i reality show e robaccia del genere tutti i momenti. Quindi… davvero non mi dispiace che la grande fama di quell’anno non sia continuata, magari fino a gonfiarsi all’inverosimile.
Preferisco il rispetto di chi ama la mia musica”.
E’ stato un piacere fare due chiacchere con te.
“Grazie a te”
Piove ancora, cazzo… non importa perchè a volte a Milano ci sono giornate incredibili.
Destinate per ascoltare e capire una rivoluzione silenziosa…