Admiral Hotel Milano – Steve Room

 

Admiral Hotel in Milan

Steve Room

Lassù qualcuno mi ama anche se voglio una vita esagerata.
Voglio una vita come Steve Mc Queen.
Esagerata come una camera dedicata ad un mito scomparso 40 anni fà.
Era il 7 novembre del 1980, il mondo dei motori, in una giostra di colori, si consolava ai piedi di Gilles e si apprestava ad incoronare Marco Lucchinelli da Ceparana, re della classe regina, ma, il mondo non basta e questa è un’altra storia come direbbe il mio amico Lucarelli.
Un luogo con magnifici sette oggetti pronti a scatenare un inferno di cristallo per mostrare al mondo questo Jambo di capolavoro. L’inferno è per gli eroi, come un anti-divo col gas a martello, noi però col cuore e con la mente abbiamo fatto una grande fuga per il paradiso.
Ogni cimelio è stato curato nei minimi dettagli pensando a cosa avrebbe detto il mio amico Franco che da vero appassionato di Steve, tre anni fa, è corso a raggiungerlo. Sapeva di essere giunto al capolinea e, mentre lo spronavo come sempre alla vittoria ormai impossibile, mi disse: “Se non ce l’ha fatta lui…”. Roba da mettere il papillon insieme al casco.
Ciao amico mio, buon viaggio e ricorda quello che diceva Ian Fleming: “Il modo migliore per godersi un viaggio è quello di avere un albergo dove dormire”. Come sempre l’ho seguito alla lettera, a proposito: salutamelo.
Orbis non sufficit dicevamo. Anche se ricco di vetrine, modellini, caschi, pneumatici da corsa e tanta eleganza, sono sicuro che dal paradiso quei due, dopo essersi sfidati fino all’ultimo centimetro d’asfalto (di Le Mans ovviamente) dormiranno tra i due guanciali e quattro ruote nella loro 203.
Edward Coffrini Dell’Orto
Hotel Admiral in Milan
Steve Room – Chapter 04 

 

Room 203 – “Steve Room”

Terence Steven McQueen (Beech Grove, 24 marzo 1930 – Ciudad Juárez, 7 novembre 1980) è stato un attore statunitense.

Allievo dell’Actor’s Studio di New York, è stato uno dei più celebri attori tra gli anni sessanta e gli anni settanta. Famoso per il suo atteggiamento spericolato e da anti-eroe, nonostante sia sempre stato un attore piuttosto problematico per registi e produttori, riuscì sempre a ottenere ruoli di grande rilievo e ingenti compensi. Era di origini inglesi, scozzesi, gallesi, irlandesi, olandesi e tedesche. Figlio di uno stuntman, che abbandonò la moglie, il piccolo Steve fu mandato a vivere a Slater, nel Missouri, presso uno zio. All’età di 12 anni tornò a vivere con la madre, che nel frattempo si era trasferita a Los Angeles, in California. A 14 anni era già membro di una gang di strada e la madre si vide costretta a mandare il ragazzo presso una scuola di correzione californiana, la California Junior Boys Republic presso Chino Hills.

Abbandonato l’istituto, McQueen entrò nel corpo dei Marines dove prestò servizio dal 1947 al 1950. Nel 1952, grazie a un prestito fornito agli ex soldati, incominciò a frequentare i corsi di recitazione presso l’Actor’s Studio di Lee Strasberg a New York. Dei 2000 candidati presentatisi alle selezioni, solo lui e Martin Landau riuscirono a entrare nella scuola. Nel 1955 Steve McQueen debuttava a Broadway. McQueen esordì nel mondo del cinema con un piccolo ruolo nel film Lassù qualcuno mi ama (1956) di Robert Wise, ma la sua prima grande interpretazione può essere considerata quella del cowboy Vin nel western I magnifici sette (1960) di John Sturges, regista che lo aveva precedentemente diretto in un altro suo film, sebbene in un ruolo minore, Sacro e profano (1959). L’anno successivo fu la volta del film bellico L’inferno è per gli eroi (1961) di Don Siegel, in cui ritrovò l’amico James Coburn, con il quale aveva già lavorato ne I magnifici sette, e in cui interpretò il difficile ruolo di John Reese, un ex sergente che viene degradato per insubordinazione e per ubriachezza. La definitiva consacrazione per McQueen giunse grazie al kolossal La grande fuga (1963), sempre diretto da John Sturges, in cui interpretò il ruolo dell’audace e spericolato capitano Virgil Hilts, uno dei personaggi che lo resero maggiormente celebre nel mondo del cinema.

Nel 1965 il regista Norman Jewison lo scritturò per Cincinnati Kid (1965), dove McQueen recitò il ruolo del giocatore di poker Eric Stoner, in un’intensa e carismatica interpretazione. Nel 1966, diretto da Robert Wise nel film Quelli della San Pablo, McQueen ottenne la sua prima ed unica nomination all’Oscar come miglior attore protagonista senza riuscire a vincerlo. Norman Jewison tornerà a dirigere McQueen nell’elegante Il caso Thomas Crown (1968), affiancandolo a Faye Dunaway. Nello stesso anno l’attore venne diretto da Peter Yates nel poliziesco Bullitt (1968).

Nella prima metà degli anni settanta McQueen consolidò la propria fama quando Sam Peckinpah gli propose un ruolo da protagonista nel western moderno L’ultimo buscadero (1972), offerta prontamente accettata dall’attore, che riuscì in modo sorprendente a farsi apprezzare dal regista, tanto da proseguire la collaborazione con lui in un altro ruolo da protagonista, questa volta nel poliziesco Getaway! (1972). L’anno successivo fu la volta di Papillon (1973), pellicola avventurosa di ambiente carcerario, diretta dal regista Franklin J. Schaffner. Il personaggio di Henri Charrière, un galeotto realmente esistito, nonché autore dell’omonimo romanzo da cui è tratto il film, viene considerata da molti l’interpretazione fisicamente ed esteticamente migliore e più impegnativa di McQueen. L’anno dopo John Guillermin lo diresse in un ambizioso progetto di genere catastrofico, il kolossal L’inferno di cristallo (1974), accanto a Paul Newman e a William Holden. Nella seconda metà degli anni settanta la carriera dell’attore entrò in una fase di declino. Nel 1980 interpretò Tom Horn nell’omonimo film diretto da William Wiard. La sua ultima apparizione sul grande schermo, prima della sua prematura scomparsa, risale al 1980 ne Il cacciatore di taglie (1980), un poliziesco con sfumature comiche, diretto da Buzz Kulik. Benvenuti nella “sua” camera.

Benvenuti alla 203.