I Grandi della Fotografia

 

 

Un Format pervaso di classicità e profondità. Una collana di applicazioni, novità assoluta nel campo dell’editoria fotografica internazionale. Venti autori che hanno segnato la storia della fotografia: da Henri Cartier-Bresson a Sebastião Salgado, da Gabriele Basilico a William Klein, da Man Ray a Walker Evans, da Robert Doisneau a Martin Parr, da August Sander a Peter Lindbergh, da Robert Mapplethorpe a Herb Ritts, da Margaret Bourke-White a Steve McCurry, da Robert Capa a James Nachtwey, da Elliott Erwitt a Helmut Newton, da Mario Giacomelli a Nobuyoshi Araki. Ricchezza di materiali presentati, interattività, percorsi, funzioni intertestuali e qualità della visualizzazione, consente un’esperienza senza precedenti nell’esplorazione dell’opera e della vita di alcuni grandi maestri.

 

Helmut Newton

Helmut Newton e’ una delle figure piu’ controverse della fotografia mondiale. Viene introdotto alla fotografia da Elsie Neulander Simon, fotografa berlinese specializzata in moda, ritratti e nudi. Costretto ad emigrare in Australia dal regime nazista, vivra’ poi anche a Parigi, Montecarlo e Losa Angeles. Riscosse i primi successi scattando per la versione inglese di Vogue negli anni ‘50, per poi divenire uno dei piu’ importanti fotografi di moda di tutti i tempi.  Raggiunse l’apice della sua carriera a cavallo fra gli anni ‘60 e ‘70, quando divenne una vera e propria celebrita’.

A parte le fotografie di moda, sono famosi i suoi ritratti ai grandi personaggi del ‘900. Ha pubblicato decine di libri ed i suoi lavori sono stati pubblicati in tutto il mondo. Su Helmut Newton  girano le opinioni piu’ disparate. Per qualcuno e’ un genio che elevato la fotografia di moda ad arte; per altri e’ un misogino le cui fotografie hanno oltrepassato i limiti dell’accettabilita’. Lui stesso era consapevole dei giudizi controversi che attirava, e su quell’immagine da cattivo ragazzo ci costrui’ buona parte del suo personaggio.  Una sua frase, forse la  piu’ famosa, spiega ben l’inclinazione di Newton:  «Bisogna essere sempre all’altezza della propria cattiva reputazione»La fama di Newton esplose nel mondo della fotografia alla fine degli anni ‘60, quando inizo’ ad introdurre nella fotografia di moda elementi di sado-masochismo, voyeurismo e omessessualita’. Le donne sono riprese in pose provocanti: si aggirano cariche di tensione erotica attraverso la camera di un albergo; si adagiano su un divano colme di soddisfazione post coitale. La sua carriera e’ stata accompagnata dal gusto per la provocazione.  Nel 1974, usci’ il suo primo libro White Women. che ottenne ottenne l’effetto desiderato: una bomba . A partire dal titolo, accusato di razzismo. «Ma quale razzismo» replicò, «è un bellissimo titolo, tantopiù che non c’è neanche una donna nera in tutto il volume…

Giovanni Gastel

Chi l’ha conosciuto, lo porta nel cuore. Era impossibile non amare Giovanni Gastel, per la sua bravura come fotografo senz’altro, ma anche per le sue gentilezze, il suo calore, la sua galanteria d’altri tempi. Mancato il 13 marzo 2021 in seguito a complicazioni dovute al Covid ha lasciato nella sua Milano un grande vuoto e ora Triennale Milano gli rende omaggio, con non una, bensì due mostre, allestite, non a caso, fino al 13 marzo 2022, giorno del primo anniversario senza di lui: The people I like, in collaborazione con il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, e I gioielli della fantasia, in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea.

«Giovanni Gastel è stato un sofisticato ritrattista del mondo», racconta Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano: «Non solo visi, ma corpi, mode, gioielli, tessuti, ambienti. Con un sorriso, faceva sembrare facile il gesto infallibile e preciso di un grande fotografo. Il suo lavoro si è intrecciato più e più volte con i percorsi di Triennale, cui aveva regalato idee, progetti e ispirazioni. Con queste due mostre la nostra istituzione rende il primo doveroso omaggio a questo genio generoso e scanzonato che Milano e l’arte hanno perso, troppo presto».

Annie Leibovitz

 
 
 
Nel museo delle opere immortali c’è un famoso ritratto fotografico degli anni ’80, la figura esile e nuda di John abbraccia con trasporto quella vestita e distaccata di Yoko Ono. Ci abbassiamo a leggere l’autore della foto e scorgiamo un nome. Andiamo in un’altra stanza e una donna nuda, gravida, di profilo ci saluta, Demi Moore fu la prima a sdoganare quel genere di foto. Prima di allora le donne incinte nascondevano il loro corpo, intimorite dalla morale comune contraria a mostrarsi in quella fase. Leggiamo l’autore ed è di nuovo il nome di prima: Annie Leibovitz.
E ancora Whoopi Goldberg che ci sorride dalla sua vasca riempita di latte. Ancora lei.
Nel museo delle opere immortali ci sono tante fotografie passate alla storia ma è incredibile quante di esse portino il nome di Annie Leibovitz.
La fotografa è nata nel 1949 negli Stati Uniti, abituata fin da piccola a trasferirsi da un luogo all’altro del Paese per seguire gli spostamenti di suo padre, un ufficiale dell’Aeronautica Militare.
È proprio qui che affina il suo occhio, mentre l’auto macinava chilometri e lei aveva come unico rimedio alla noia quello di guardare il mondo dal finestrino, esso diventava il suo schermo, il display da cui guardare le anteprime, fu così che i primi paesaggi e i primi personaggi comparirono al suo sguardo indagatore per pochi secondi. La piccola Annie Leibovitz non conosce alcuna regola della composizione ma sa che quella veduta era piatta prima che comparisse quell’anziano alla sua sinistra. Non conosce nemmeno le regole dei colori ma guarda ammirata le foglie rosse autunnali stagliarsi contro lo steccato verde di quella casa, creando un accostamente perfetto. La piccola Annie non sa tutto questo, non ancora.