Natura

I Programmi di Natura

Altheo Nature Doc

Guarda gli alberi, guarda gli uccelli, guarda le nuvole, le stelle… e se hai occhi potrai vedere che l’esistenza intera è ricolma di gioia. Ogni cosa è felicità pura.  Gli alberi sono felici senza alcun motivo; non diventeranno primi ministri o presidenti e non diventeranno ricchi, non hanno nemmeno un conto in banca! Guarda i fiori. È incredibile come siano felici i fiori, e senza alcuna ragione.
(Osho)

 

Nature Doc

In Onda

Le Isole della Bassa California

La penisola della Bassa California è una lingua di terra che si allunga per oltre 1.200 chilometri tra l’Oceano Pacifico e il Mare di Cortez.

Le acque che la circondano sono costellate di isole, grandi e piccole, immerse in un oceano brulicante di vita che Cousteau aveva definito “l’acquario del mondo”. Il documentario “Isole della Bassa California”, in onda domenica 7 giugno alle 21.15 su Rai5, rivela la straordinaria varietà di fauna selvatica che vive su queste isole remote intorno ai mari della Bassa California. Le isole possono essere sterili ma le acque oceaniche attorno a loro attirano enormi banchi di pesci, insieme a una serie impressionante di predatori. Mentre sulla terraferma un paesaggio desolato di roccia e di dune scolpite dal vento e foreste di cactus giganti, ospita creature del deserto che sopravvivono negli stessi luoghi dove anticamente vagavano le tigri sciabola, in acqua i fondali profondi accolgono una grande quantità di popolazione marina. Ogni anno, queste coste remote accolgono una enorme migrazione di balene grigie, che fanno un lungo viaggio dall’Alaska per addormentarsi nelle calde lagune protette. Dopo la nascita dei piccoli, rimangono nelle lagune per allattarli e nutrirli prima di partire per il lungo viaggio verso nord.

Fuori Onda

Il Film Perduto di Dian Fossey di Bob Campbell

Dian Fossey è diventata una figura mitologica. Senza paure, appassionata, ha dedicato diciotto anni della sua vita allo studio dei gorilla sui monti Virunga. Meno conosciuto è il lavoro di Bob Campbell, fotografo e documentarista, che tra il 1968 ed il 1972, su incarico di National Geographic seguì le ricerche della Fossey. Gran parte del lavoro di Campbell era rimasto inedito. National Geographic presenta ora parte di questo materiale. Un lavoro che come nessun altro mostra lo straordinario rapporto tra Dian Fossey e i suoi gorilla. Un documentario da non perdere.

È passata alla storia come la “signora dei gorilla”, ma il suo operato nel corso degli anni è andato ben oltre le gabbie di uno zoo. Zoologa statunitense, Dian Fossey veniva chiamata dal popolo del Ruanda che l’aveva accolta Nyiramacibili, “colei che vive da sola nella foresta”, a sugellare la missione di una vita: quella di difendere strenuamente i diritti degli animali. Oggi la ricordiamo tra le donne che hanno combattuto a lungo in nome di forti ideali. Combattuto, proprio così, perché, seppure il suo fosse un nobile obiettivo, spesso non piaceva alla politica e alle istituzioni. E nemmeno ai bracconieri. Dian fu assassinata a colpi di machete nel dicembre del 1985 nella sua capanna e l’arma del delitto fu un arnese locale, il panga, utilizzato proprio dai bracconieri per uccidere i gorilla. 

L’assassino è tuttora ignoto. Farley Mowat, il biografo di Fossey, nel libro Woman in the Mists, afferma che con molta probabilità la morte della Fossey è da attribuire a chi in Ruanda non aveva interesse alla salvaguardia dei gorilla o chi vedeva in lei una minaccia alle attività turistiche.

Dian Fossey sarebbe quindi stata uccisa dai bracconieri, poiché in buona sostanza rappresentava una minaccia per il bracconaggio e per la caccia illegale ai gorilla, dati i suoi numerosi interventi, talvolta anche decisivi. Mowat afferma anche che la causa scatenante l’omicidio fu il visto di due anni concesso a Fossey qualche settimana prima dell’assassinio, visto che le garantiva una permanenza lunghissima nel paese.

African Cats – Il regno del coraggio

Nella riserva naturale di Masai Mara, in Kenya, vivono in prossimità di un lungo fiume un gruppo di leoni e una famiglia di ghepardi. A nord del fiume vive Sita, una femmina di ghepardo adulta che ogni giorno deve provvedere a procacciare il cibo per i suoi cuccioli appena nati e a difenderli dalle altre creature della savana. A sud vive invece il branco di Fang, un coraggioso leone con un dente rotto impegnato a difendere la vecchia leonessa Layla e i suoi piccoli cuccioli dagli attacchi di un gruppo di grossi felini che minaccia l’integrità del branco. Un giorno, Layla rimane ferita dopo aver attaccato un’antilope e rischia di perdere la migrazione degli altri leoni, ma impegna tutta se stessa per difendere la piccola Mara e tenerla al passo col resto del branco. Con uno sguardo puro e una mente fiduciosa, è arduo pensare a qualcosa di più autentico e veritiero di un documentario sugli animali. Gli animali non recitano, non hanno capacità simulatorie ed è proprio su questo rapporto fra espressività e naturalezza dei gesti che si basa molto del loro fascino. Se a questo si somma il fatto che, nel caso di documentari girati in luoghi selvaggi e in presenza di animali feroci, gli operatori vedono bene di tenersi a debita distanza e di riprendere le scene coi più sofisticati teleobiettivi, si dovrebbe pensare che non c’è niente di più vicino allo “splendore del vero” di un lavoro come African Cats, frutto di un meticoloso lavoro di pedinamento di alcuni felini della più grande riserva naturale africana. Tale posizione non tiene tuttavia conto del peso della narrazione e del fatto che anche in un documentario dove non ci sono effetti tridimensionali o grafica computazionale ad intaccare la forza naturale delle immagini, l’epica manipola a suo piacimento la realtà. Le immagini sono vere, certo, ma la storia impone comunque il suo filtro e il suo final cut.
Trattandosi di una produzione Disney, è abbastanza normale che African Cats cerchi di unire la ricerca documentaristica con la parabola del grande successo de Il Re Leone e che la storia narrata da Claudia Cardinale (Samuel L. Jackson nella versione originale) diventi una fiaba, un racconto di formazione sul “cerchio della vita” della savana. In questo meccanismo, ogni felino prende un nome esotico e diventa un carattere da film Disney: la piccola leonessa Mara è la versione “live” del Simba destinato a imparare come si diventa giovani leoni, il ghepardo Sita e la leonessa Layla sono due emblemi di Madre Coraggio, mentre il vecchio leone Fang, con la sua zanna pendente a testimoniare uno scontro violento, è quasi un caratterista da film poliziesco. L’espressività naturale degli animali trova così una sua finalità narrativa e le immagini dello spettacolo della natura diventano anche la natura dello spettacolo, grazie agli effetti di ralenti che mettono in enfasi i movimenti straordinariamente flessuosi dei felini in agguato o in difesa della progenie. Il montaggio cerca di lisciare e ammorbidire l’eccessivo darwinismo e la violenza brutale dello stato in natura, trasformando le sequenze di caccia o di lotta in momenti pieni di enfasi e pathos visti da una prospettiva felino-centrica, in cui tutti gli altri animali giocano il ruolo di simpatiche o malvagie comparse. Il documentario della Disney guarda insomma a una natura addomesticata, a una straordinaria coreografia naturale in cui i benefici del racconto morale vincono la lotta per la sopravvivenza anche in un ambiente ostile e selvaggio. Anche il finale, con le didascalie che raccontano dove sono e cosa fanno i vari animali protagonisti, riflettono la filosofia disneyana più classica: Hakuna Matata, nessuna preoccupazione.

Gli Articoli di Natura

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