Les Routes – Meraviglie Turche 2022

Meraviglie Turche

di Cristina Sartori e Bruno Riccardi

Dopo esserci innamorati della Turchia a seguito di precedenti viaggi nella stupenda Cappadocia e nella magnifica Istanbul, meditavamo da tempo di visitare le regioni orientali di quel paese, crogiolo di varie culture, civiltà, etnie e religioni. Quell’area, da millenni a questa parte, è stata uno dei centri della storia della civiltà e dell’umanità. Così nell’ottobre 2022, a bordo della nostra Toyota Land Cruiser partiamo alla volta della Turchia dell’est, prevedendo di percorrere circa 9-10.000 km fermandoci dove capita, seguendo un’ipotesi di percorso di massima tracciato in precedenza, insomma il tipo di viaggio che preferiamo anche per essere a contatto al massimo con le genti che incontriamo. Attraversate Slovenia, Croazia, Serbia e Bulgaria, arriviamo alla prima città turca, Edirne nella Tracia, l’antica Adrianopoli, rifondata  dall’imperatore Adriano sul luogo di una precedente città e teatro di ben 16 battaglie, a causa della sua posizione geografica strategica di cerniera tra il l’Impero Romano e l’Oriente. Le più famose battaglie furono quelle del 324 d.c. nella quale Costantino sconfisse Licinio, e quella del 378 d.c. dove l’esercito romano dell’imperatore Valente fu annientato dai Visigoti di Fritigerno. Edirne ha un bel centro storico, dove spicca la famosa moschea con i quattro minareti più alti di tutta la Turchia.


Il giorno dopo, attraversato il Bosforo sull’ultimo modernissimo ponte costruito a nord di Istanbul, viaggiando su ottime strade, ci fermiamo nella cittadina di Safranbolu, nell’Anatolia settentrionale, famosa per essere ancora costruita con case in stile ottomano in pietra e legno, perfettamente conservate e per essere la capitale mondiale dello zafferano, largamente coltivato e lavorato nella zona…(senza Safranbolu… niet al risotto alla milanese!).

 

La cittadina ci stupisce per la sua grande bellezza, per i caratteristici vicoli del centro storico in stile ottomano, zeppi di negozi e bancarelle per turisti e per il monumento al fiore dello zafferano. Vi si beve un tè allo zafferano molto buono e raffinato, forse il migliore che abbiamo bevuto nei nostri viaggi.

La chicca del luogo, è stato l’albergo in cui dormiamo in stile ed arredamento ottomano, gestito da una simpatica signora non più giovanissima con la quale ci esprimiamo a gesti, e dai suoi figli.

 

 

 


 


 

 

 

 

 

 

 

I due giorni successivi, li utilizziamo in un lungo attraversamento verso est per raggiungere la città di Kars, non lontana dai confini con l’Armenia. Il viaggio non è faticoso poiché molto interessante e suggestivo con bellissime montagne, bei boschi, tratti stepposi e tratti agricoli dove scopriamo la coltivazione di cavoli e zucche di enormi dimensioni, davvero impressionanti.

 

Suggestivo è  l’attraversamento del fiume Eufrate e l’ingresso nella Mesopotamia turca. L’Eufrate (Firat in turco) essendo qui vicino alle sorgenti non è ancora molto ricco di acque, ma lascia una certa emozione attraversandolo, pensando che sulle sue rive proprio in questa zona, parte importante della “Mezzaluna fertile”, l’uomo ha sviluppato la coltivazione dei cereali e quindi l’inizio dell’agricoltura.

 


Arrivati a Kars, scopriamo una bella città multietnica, abitata da Turchi, Curdi e anche Armeni. Caratteristica che salta subito agli occhi, sono le sue case del centro costruite in vari stili ma dove prevale lo stile russo zarista, tanto da sembrare di essere in Siberia. Questa zona infatti, fu a lungo compresa nell’Armenia facente parte dell’Impero russo e divenne turca solo dopo la prima guerra mondiale. Da vedere primeggiano una fortezza-castello su un’altura e una magnifica chiesa armena.


 

Kars è il punto strategico per alloggiare in un bell’albergo dal quale recarci a visitare a circa 40 km di distanza uno dei siti che da solo vale il viaggio, cioè Ani, l’antica capitale della Grande Armenia, oggi in territorio turco. Ani sorge su un altopiano semidesertico nei pressi di uno spettacolare canyon che fa da confine tra Turchia ed Armenia, stati che a tutt’oggi hanno le frontiere chiuse. La città fondata nell’alto medioevo fu una metropoli per l’epoca e importante luogo di passaggio della Via della Seta, tant’è che molti suoi abitanti erano soprattutto dediti al commercio.

 

 

Oggi si presenta in rovina con gran parte delle sue mura e delle sue abitazioni distrutte dai terremoti soventi in questa zona, particolarmente disastroso fu quello del XIV secolo che fece abbandonare la città dai suoi abitanti. Sia l’UNESCO che l’UE, hanno stanziato fondi e alcuni lavori sono in corso per il recupero. In ogni caso, ciò che è rimasto in piedi è di una bellezza straordinaria e in tutta l’area quello che colpisce di più è l’aura molto particolare che pare colpisca quasi tutti quelli che la visitano: ti sembra di essere in un altro mondo, un mondo di mille anni fa e noi, lo possiamo confermare.


 

Da Kars partiamo quindi verso sud per la città dal nome impossibile di Dogubeyazit, al confine con l’Iran. Il percorso è molto bello, la strada si snoda a oltre 2000 metri di altitudine in un territorio selvaggio e desertico, circondato da belle montagne, un vero piacere per gli occhi. Siamo ormai in pieno Kurdistan turco e ogni tanto scorgiamo dei villaggi curdi dediti soprattutto alla pastorizia, mai ubicati sulla strada principale ma sempre ad una certa distanza dalla stessa.

Poco prima di arrivare a Dogubeyazit ci appare la piramide dell’imponente monte Ararat, in turco Agri Dagi, che con i suoi 5137 metri di altitudine è la montagna più alta della Turchia. Come è noto, il monte Ararat è famoso soprattutto perché, secondo la Bibbia, l’arca di Noè si fermò sulla sua cima alla fine del diluvio universale. Dogubeyazit è una piacevole cittadina sotto l’Ararat, abitata quasi completamente da curdi nella quale però si respira una certa tensione. E’ zeppa di esercito e polizia e dei ragazzi ci volantinano, dicendo che è in preparazione una manifestazione qualche giorno dopo.


La cosa ci preoccupa un po’ specie per il fatto che un uomo di una certa età ci consiglia in inglese di non avvicinarci anche ad un minimo assembramento di persone che dovessimo vedere.


 

Non lontano da Dogubeyazit, su uno spalto montano nei pressi del confine iraniano e con una splendida veduta sull’Ararat, sorge il palazzo di Ishak Pasha che, se uno immagina di vivere nelle “Mille e una notte”, non può che immaginare di trovarsi qui. Questo splendido palazzo fatto costruire da un gaudente pasha curdo alla fine del ‘600, è un crogiolo di stili architettonici: armeno, persiano,georgiano, selgiuchide e ottomano.

 

 

Fungeva in parte da caravanserraglio sulla Via della Seta, ed aveva in origine 366 stanze, delle quali 24 riservate all’harem!! L’atmosfera al suo interno è davvero magica. Posto imperdibile per il palazzo in se ma anche per il panorama che si può ammirare dallo stesso.

 


 

Abbandonata Dogubeyazit al mattino presto del giorno della manifestazione, prima che la città stessa sia bloccata, ci dirigiamo verso sud sul lago di Van, luogo turistico, considerato il “mare curdo”. Lungo il percorso, soprattutto stepposo, incontriamo molte greggi di pecore o capre estremamente numerosi, diciamo che ci appare il Kurdistan come lo si può immaginare. Le sponde est e sud del lago che percorriamo sono carine e decidiamo di visitare l’isola di Akdamar sulla quale sorge una famosa chiesa armena, a ricordare che questo territorio era parte della Grande Armenia.

Avremmo pensato di andare nella bella città curda di Mardin, ma preferiamo soprassedere perché dopo l’arresto di nove militanti curdi in quella città, pare ci siano dei disordini. In questa zona veniamo fermati spesso da posti di blocco fatti dall’esercito anche con blindati, ma tranne una volta che hanno controllato i nostri passaporti, ci hanno sempre lasciati passere rapidamente.

 

 

Decidiamo di puntare quindi verso ovest e facciamo tappa nella città di Silvan, in un modesto motel per camionisti. Silvan, in curdo Farqin, è l’antica Martyropolis. Il nome sintetizza la storia cruenta che la città a vissuto fin dall’epoca bizantina, balzata alle cronache anche nel 2015 per feroci scontri tra l’esercito turco e i curdi. In questa località è stato piacevole cenare in un ristorante gestito da giovani curdi coi quali abbiamo fatto amicizia. 


 


Il giorno successivo raggiungiamo il sito di Nemrut Dagi, situato su un monte a 2150 metri di altitudine, nell’area anticamente abitata dagli Ittiti.. Questo luogo prevede una camminata su una montagna molto panoramica fino a quasi in vetta, dove sorge la tomba del re Antioco I di Commagene, il quale su tre terrazze molto panoramiche, fece realizzare nel primo secolo a.c. numerose grandi teste di vari Dei in pietra e di animali. Il luogo, molto suggestivo e patrimonio dell’umanità, è quello dove abbiamo incontrato più turisti.


 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Dopo una lunga cavalcata verso ovest, raggiungiamo la zona del mar di Marmara per visitare la cittadina di Iznik, l’antica Nicea, che sorge su un bel lago. Nicea città che ha avuto grande importanza in passato, è famosa perché fu sede di ben due concili ecumenici del Cristianesimo, il primo nell’anno 325, convocato da Costantino I e il secondo nel 787, convocato dall’imperatrice bizantina Irene l’Ateniana.

Notevoli sono i resti delle antiche mura, il teatro romano e la moschea Aya Sophia, meno sfarzosa di quella di Istanbul, ma comunque bellissima. Anche questa moschea è stata ricavata da una precedente chiesa cristiano-bizzantina. Nicea è considerata la più importante città dell’Islam turco e conta diverse madrasse, oltre ad un museo che abbiamo visitato.

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo Nicea, attraversiamo lo stretto dei Dardanelli sul nuovissimo ponte e attraverso Grecia, Albania, Montenegro e la Costa Dalmata, facciamo ritorno a casa. Abbiamo sempre l’Africa nel cuore e speriamo di tornarci al più presto, al cuor non si comanda, ma sottolineiamo tuttavia che questo in Turchia, anche se fatto su ottime strade e non sulle nostre amate piste africane, è stato un gran bel viaggio.

                                                                                            


    

 

  

                                                                         

                                                                


 

La Freccia Nera di Robert Louis Stevenson

 

La freccia nera (The Black Arrow) è un romanzo storico avventuroso scritto da Robert Louis Stevenson nel 1883. La prima pubblicazione fu in diciassette puntate settimanali sulla rivista Young Folks, un periodico rivolto ai giovani. Il romanzo uscirà in volume soltanto nel 1888. Il romanzo è ambientato nell’Inghilterra del XV secolo, durante la Guerra delle Due Rose e sotto il regno di Enrico VI.

Sceneggiato del 1968

 

La freccia nera è uno sceneggiato televisivo prodotto dalla Rai nel 1968: liberamente tratto dall’omonimo romanzo storico di Robert Louis Stevenson e diretto da Anton Giulio Majano, fu trasmesso in sette puntate la domenica sera sul Programma Nazionale, dal 22 dicembre 1968 al 2 febbraio 1969.

È stato uno degli sceneggiati di maggior successo della televisione italiana (con punte di 20 milioni): l’amore tra i due protagonisti, e la lotta fra bene e male nell’Inghilterra del Quattrocento, hanno infatti appassionato generazioni di spettatori. Lo sceneggiato fu girato tra luglio e settembre 1968, nello studio 3 della Rai di Milano, e per gli esterni in Emilia e Piemonte, precisamente il parco di Monte Moria nel piacentino, il parco del Castello ducale di Agliè in provincia di Torino, e il ricetto di Candelo, allora in provincia di Vercelli. Qualche castello che si vede nelle sigle iniziale e finale, e in scene di raccordo, fu filmato in Scozia.

Notevole lo sforzo produttivo: un nutrito cast, con attori di fama anche in piccoli ruoli, centinaia di comparse e costumi, decine di ambienti – non solo interni – ricostruiti negli storici studi milanesi di corso Sempione. Molto accurati i costumi di Titus Vossberg, anche se gli spettatori non poterono apprezzarne gli sgargianti colori, dato che lo sceneggiato fu girato in bianco e nero, com’era praticamente tutta la televisione del tempo. Particolare cura venne messa nelle scene di combattimento, con decine di cascatori istruiti da Enzo Musumeci Greco, maestro d’armi che supervisionò ai numerosi duelli di spada, ai corpo a corpo sugli spalti e alle tante cadute da cavallo.

Un’altra caratteristica della Freccia nera è che ha molti esterni rispetto alla media degli sceneggiati realizzati fino a quel momento. E nell’annunciare il teleromanzo, la stampa sottolineava che le riprese erano state realizzate con l’allora innovativa thecnic-cam, telecamere con pellicola per ottenere una definizione di tipo cinematografico. Tra gli operatori di ripresa in esterna c’era un giovane Dante Spinotti, poi divenuto direttore della fotografia di fama internazionale.

La freccia nera ebbe un successo di pubblico epocale: indice di gradimento 80 (quasi come Canzonissima, ossia la trasmissione allora più seguita dell’anno), battendo per esempio La cittadella. Loretta Goggi, non ancora diciottenne durante la lavorazione, e Aldo Reggiani, di appena 22 anni, conquistarono subito la simpatia dei telespettatori, diventando famosissimi e amatissimi; anche i ribelli piacquero molto, e “giocare alla Freccia nera” entrò nella quotidianità di tanti ragazzini, da Nord a Sud, come giocare alla guerra o a “indiani e cow-boy”.

 

 

 

 

 

Il romanzo

A Tunstall, immaginaria località del Suffolk inglese, la campana della Moat House chiama a raccolta gli uomini di Sir Daniel Brackley, in vista dell’imminente battaglia di Risingham. Subito dopo il vecchio Nicholas Appleyard viene trafitto da una freccia nera e il delitto rivendicato da John “Aggiustatutto”, che promette di riservare lo stesso trattamento a Bennet Hatch, a sir Daniel e al sacerdote Oliver Oates. Il giovane Richard Shelton (detto Dick) viene così inviato a Kettley, dove il suo padrone è acquartierato, per informarlo. Durante il tragitto di ritorno si imbatte in un ragazzo, John Matcham, che lo prega di aiutarlo a scappare da lord Daniel, il quale ha mandato alcuni uomini al suo inseguimento. Ancora ignaro della reale identità di John e dei motivi che lo inducono alla fuga, Dick accetta. Dopo una serie di peripezie, i due riescono a scongiurare il rischio di finire sia nelle mani di sir Daniel che in quelle di Ellis Duckworth, il quale non è altri che John Aggiustatutto, il capo della compagnia di fuorilegge della Freccia Nera, abitanti nella foresta di Tunstall. Poco dopo i ragazzi si imbattono però in un finto lebbroso, da cui John viene catturato. Sotto il travestimento si cela sir Daniel, così camuffatosi per non essere riconosciuto dai nemici, dal momento che la battaglia di Risingham si è rivelata una disfatta. Sir Brackley ordina a Dick e John di raggiungerlo alla Moat House.

Qui, dove Dick è stato allevato da sir Daniel, il giovane scopre che proprio quest’ultimo è responsabile della morte di suo padre Harry. Il lord decide allora di farlo uccidere, ma Dick fugge, aiutato da John Matcham, che si rivela in realtà essere una ragazza, Joanna Sedley, ricca ereditiera contesa tra Brackley e lord Foxham, ormai innamorata di Dick, l’uomo a cui sir Daniel voleva darla in sposa. Shelton, a sua volta innamorato della donzella, si unisce allora ai fuorilegge di Ellis Duckworth, un tempo amico del padre di Dick e ingiustamente accusato del suo omicidio. La Freccia nera ha l’obiettivo di liberare il territorio dall’oppressione dei tiranni che per troppo tempo hanno angariato con le loro malefatte gli abitanti di Tunstall, e in particolare di vendicarsi di Brackley. Dick cerca di vendicare suo padre e, al contempo, di salvare Joanna, rimasta in mano a sir Daniel e promessa a lord Shoreby.

Quando Shelton scopre in quale casa, nella località di Shoreby, la fanciulla venga tenuta prigioniera, lancia nella notte un assalto contro di essa, combattendo contro uomini creduti ostili ma in realtà al soldo di lord Foxham, cui il giovane risparmia la vita dopo averlo vinto in battaglia. Assieme a Foxham e agli uomini della Freccia Nera pianifica allora un nuovo attacco: aiutato dal pirata Will “Senzalegge” ruba la nave “Buona Speranza” al capitano Arblaster, utilizzandola per la spedizione. L’impresa non riesce, l’esercito di Dick viene respinto, molti suoi uomini muoiono e la stessa “Buona Speranza”, tornata al largo, si salva a stento dal naufragio.

Dick e “Senzalegge” si travestono allora da frati per entrare nella dimora di sir Brackley. Così, Shelton rivede Joanna, ma apprende da lei che l’indomani dovrà convolare a nozze con lord Shoreby. Con il pretesto di pregare sulla tomba di un nano, una spia che lo stesso Dick ha ucciso poco prima, il giovane si introduce nell’abbazia adiacente, dove alcune ore dopo dovrà aver luogo il matrimonio. In chiesa si imbatte nel reverendo Oliver, che accetta di salvarlo purché non trami in alcun modo per impedire la celebrazione. Quando gli sposi fanno il loro ingresso, alcuni uomini al servizio di Ellis Duckworth, ben nascosti, scoccano delle frecce nere, uccidendo Shoreby. Dick viene smascherato dal prete e arrestato insieme a “Senzalegge”.

Portato innanzi al duca di Risingham, partigiano dei Lancaster, Shelton gli mostra una lettera segreta di Brackley che ne testimonia il tradimento. Indignato, il duca lascia andare i due prigionieri; Dick finisce nelle mani di Arblaster e dei suoi uomini, ma riesce a fuggire nella notte, imbattendosi di mattina nel duca di Gloucester Richard Crookback, futuro re d’Inghilterra come Riccardo III. Dopo averlo aiutato a sgominare una banda di aggressori lancasteriani, Shelton contribuisce al suo trionfo nella battaglia di Shoreby, venendo nominato cavaliere da Richard Crookback sul campo.

Il neo cavaliere si mette quindi all’inseguimento dei fuggitivi superstiti dell’esercito di Brackley, perché Joanna è con loro, e riesce a farla fuggire. Prima di sposarla, vede sir Daniel cadere in disgrazia con la disfatta del suo esercito. Malgrado l’occasione di vendicarsi sia finalmente arrivata, Dick decide di risparmiarlo e lasciarlo fuggire, ma una freccia nera scoccata da Ellis Duckworth segna la resa dei conti e la morte del tiranno. È poi lo stesso Duckworth a sciogliere per sempre la Freccia Nera, ritenendo ormai ristabilita la pace a Tunstall. Dick si unisce in matrimonio con Joanna Sedley, rinunciando alla carriera militare, preferendo le gioie del focolare domestico a una vita in cui sente di non potersi più riconoscere perché lo ha portato, inevitabilmente, a causare morte e lutti. Arblaster – che Richard Crookback stava per giustiziare se Dick non ne avesse impetrato la grazia -, e “Senzalegge”, ritiratisi a vita privata, trascorrono serenamente il resto dei loro giorni a Tunstall.

Les Routes “altri mondi” – Mongolrally 2019

 


Les Routes
Altri Mondi – Mongol Rally 2019
di Bruno Riccardi




Da tempo meditavamo separatamente di partecipare al Mongol Rally, un raid non competitivo dall’Europa alla Mongolia, organizzato da circa 15 anni da una non impeccabile regia britannica. Le regole del Rally sono semplicissime: occorre usare un’auto di cilindrata non superiore a 1200 cc e con età non inferiore a 15 anni. Il percorso dall’Europa alla Mongolia è a libera scelta degli equipaggi e, unico obbligo è di presentarsi al traguardo, quest’anno fissato ad Ulan Ude nella Siberia orientale. Dopo l’arrivo, le auto devono essere riutilizzate per il ritorno oppure spedite a casa tramite, di solito, le ferrovie russe.


L’occasione sorge quando Walter acquista una FIAT Panda 4×4 immatricolata nel 2000, ancora in ottimo stato complessivo, alla quale fa eseguire diversi lavori di meccanica e carrozzeria, al fine partire al meglio delle condizioni possibili. La Panda tra l’altro, già aveva partecipato al Panda Rally in Marocco, dove si è classificata tra le prime. La decisione pertanto viene presa e si stabilisce di raggiungere la Mongolia attraversando: Austria, Repubblica Ceca, Polonia, Lituania, Lettonia, Russia fino alla Siberia centrale, entrare poi in Mongolia dagli Altaj a ovest, attraversare la Mongolia visitando alcuni siti, raggiungere la capitale Ulaan Bataar, uscire poi da nord verso la Siberia orientale e il traguardo di Ulan Ude, quindi visitare il lago Bajkal, per dirigersi successivamente rapidamente verso ovest, raggiungere il Volga e scendere verso sud in Cecenia, attraversare quindi il Caucaso, visitare la Georgia, rientrare in Italia attraverso la Turchia e la Penisola Balcanica. Certo un viaggio molto lungo (circa 25.000 km) e impegnativo, con un tempo previsto tra i 40 e 50 giorni ma, indubbiamente, interessantissimo.

Con molta meticolosità, Walter allestisce la macchina per un simile Rally: 2 ruote di scorta, 3 taniche per la benzina, piastre da sabbia, pala, compressore, tanica acqua potabile, frigorifero, tenda, ricambi. L’auto viene battezzata “Cammellina” e l’equipaggio “I Garamanti” in onore a una antica tribù abitante il sud del Sahara libico.

Partiamo da Torino al mattino presto del 16 luglio 2019 e rapidamente in autostrada entriamo in Austria, superiamo Vienna e dormiamo vicino alla frontiera con la Repubblica Ceca. Il giorno dopo, entriamo in Polonia dove perdiamo molto tempo per dei lavori autostradali ma riusciamo tuttavia a superare Varsavia, dormendo in un B&B in una cittadina non lontana dal campo di sterminio di Treblinka.


Il 19 luglio raggiungiamo Daugavpils in Lettonia, città molto cambiata in meglio, specie per il miglioramento dell’aria respirabile, rispetto a precedente visita di Bruno nel 2004. Il 20 luglio ci spostiamo a Rezekne, vicino alla frontiera russa, dove cambiamo gli euro in rubli e dove dobbiamo rimanere sino al 21, giorno di decorrenza del visto russo.

Il 21 luglio entriamo in Russia, dove le pratiche di frontiera sono più lunghe che in Lettonia ma, constatiamo, precise, anche se ci perquisiscono la macchina come a tutti gli altri. Partiamo in direzione di Mosca su strada in buonissime condizioni e con un traffico abbastanza consistente. La sera ci fermiamo a Rzev,

città dall’apparenza  un po’ decadente, dormiamo in un hotel di tipo “sovietico” constatando, nostro malgrado, che pochissimi conoscono l’inglese e pertanto, spesso ci si esprime a gesti. Il 22 luglio inizia un percorso a dir poco, di sterminata lunghezza, fino a Novosibirsk nella Siberia centrale. Passata Mosca molto grande, sulla tangenziale, proseguiamo per Nizni Novgorod, Kazan, Ufa, attraversiamo i monti Urali (che hanno una loro particolare bellezza) ed entriamo in Asia, proseguendo poi per Celjabinsk, Omsk e Novosibirsk, sempre con un traffico di auto e camion rilevante e con notti passate nei numerosi motel per camionisti, abbastanza economici e più che decenti. Il percorso attraversa sterminati campi di grano e segale, foreste di conifere e betulle, aree paludose incolte, orizzonti a noi inusuali.  Attraverso la brutta periferia di Novosibisk, imbocchiamo la strada che costeggiando il fiume Ob, porta nella Repubblica autonoma degli Altaj russi e quindi in Mongolia. Qui la vista si fa meno monotona della Siberia pianeggiante e salendo in montagna, il panorama diventa bello e variabile. Montagne arrotondate con prati e pascoli, mucche cavalli e yak al pascolo, paesi di case di legno nel tipico stile, e popolazione che diventa sempre più di etnia mongola, mischiata all’etnia russa.

Il 27 luglio arriviamo a Tashanta, ultima località russa sul confine e, dopo avere sbrigato in mattinata le formalità di frontiera russe, scopriamo che la frontiera mongola è chiusa, forse per la pausa pranzo, e aprirà alle ore 14! Ultimiamo le pratiche sul tardo pomeriggio e imbocchiamo, con grande contrasto con la bella strada russa, una pista pessima, che entra in Mongolia.


                                      Il clima è freddo e non dei migliori, siamo a più di 2000 metri di altezza; proseguiamo lentamente per raggiungere la località di Tsaaganuur e cercare dove dormire. Nella località, molto piccola, non troviamo alcuna soluzione per trascorrere la notte, quando ci raggiunge un ragazzo su una moto cinese e ci spiega che può ospitarci in una gher assolutamente autentica di pastori. Lo seguiamo e constatiamo che i suoi genitori sono pastori veri di capre e yak e, per 10 dollari ci ospitano a dormire nella gher, cena compresa. La cena è a base di carne di capra, formaggio sbriciolato, una specie di pane e tè con latte di yak. La notte viene trascorsa nella gher su vecchie brande e pesantissime coperte di pelo. L’odore di formaggio e di capra aleggia su tutto.

Il 28 luglio raggiungiamo la cittadina di Khovd su strada a tratti asfaltata e a tratti pista. Il giorno successivo, facciamo una gita al lago Khar-Us a nord-est della città, che si presenta come un vasto lago di altopiano ma di bellezza modesta, circondato da terreno paludoso ed erbacce, infestato da zanzare.raggiungiamo la cittadina di Khovd su strada a tratti asfaltata e a tratti pista. Il giorno successivo, facciamo una gita al lago Khar-Us a nord-est della città, che si presenta come un vasto lago di altopiano ma di bellezza modesta, circondato da terreno paludoso ed erbacce, infestato da zanzare.


Il 30 luglio percorriamo i ben 834 km che separano Khovd da Bayankhongor, località di arrivo. E’ una tappa decisamente dura con un clima molto freddo, che ci vede avanzare sull’altopiano circondato dall’Altaj Mongolo con altitudini che variano dai 2200 ai 2500 mt. abbastanza monotono, ma con colori che variano l’orizzonte a seconda delle ore della giornata.  Il percorso inizia con una strada asfaltata in buone condizioni, continua con una bruttissima pista formata a caso dai rari camion di passaggio per evitare di incrociare lavori di costruzione di una lunga arteria che asfalteranno. La pista, scarsamente visibile, ad un certo punto entra in un territorio tempestato di grosse rocce arrotondate che sono praticamente impossibili da evitare. La Panda, non particolarmente alta da terra, viene messa alla dura prova ma se la cava egregiamente. Nel pomeriggio la marmitta a forza di prendere colpi si buca e foriamo pure una gomma. Prendiamo atto che senza navigatore satellitare sarebbe difficilissimo, se non impossibile, procedere.

Il 31 luglio a Bayankhongor facciamo riparare la marmitta della Panda, raddrizzare la piastra di protezione sotto la coppa dell’olio che anch’essa ha preso numerosi colpi, e la gomma forata, poi ci dirigiamo nella vicina valle di Shargaljuut con un percorso in pista molto bello, in una conca montuosa piena di pascoli, yak, mucche cavalli. La Panda, munita di snorkel, affronta due guadi senza problemi e, nel maggiore dei due, aiutiamo delle persone locali ad uscire dall’acqua, dove la loro auto si era fermata. Il luogo delle terme a fondovalle, si presenta deludente con due alberghi all’occidentale per i frequentatori delle terme e case lussuosette di mongoli ricchi.

Il 1 agosto ci dirigiamo verso Ulaan Bataar dove arriviamo la sera alloggiando in un albergo periferico. Lungo la strada per ¾ pista e ¼ di asfalto rovinato, incrociamo e visitiamo un bel tempio buddista dedicato ai cavalli. Il cavallo infatti è stato l’animale che ha permesso ai mongoli di Gengis Khan di conquistare uno degli imperi più vasti mai esistiti.


Il 2 agosto trasferimento di 558 km su brutto asfalto fino alla città di Dalanzadgad, dove passiamo la notte e il giorno successivo, con altri 138 km entriamo nel deserto dei Gobi, fino alla località abbastanza sperduta, di Bayanzag, famoso sito di ritrovamento di vari scheletri di dinosauri. Il deserto dei Gobi si presenta come uno steppone con rari ciuffi di una erba particolare e dura che tuttavia, fornisce pascolo a molti cammelli batriani che incontriamo sul percorso e perfino a cavalli. Alloggiamo un un villaggio di gher, gestito come fosse un campeggio, dove si può anche mangiare. C’è un nutrito gruppo di turisti, soprattutto coreani, e innumerevoli autisti che con furgoni rialzati accompagnano i visitatori dalle varie parti. La camminata al luogo di ritrovamento dei dinosauri è interessante.

Il 4 il 5 agosto ci trasferiamo con una pista a tratti molto impegnativa nella zona dei Gobi denominata Khongorin Els, che in mongolo significa “Dune Cantanti”. Siamo entrati in pieno deserto dei Gobi e il percorso per raggiungere il sito è interessante per la veduta di gher di pastori sparse che incontriamo, cammelli e cavalli in gran numero. Arrivati, noleggiamo una gher in una sorta di campeggio frequentato dai soliti coreani e visitiamo tutta l’area. Le “Dune Cantanti” sono un bel cordone di dune alte, lungo circa 120 km. Contrariamente a quelle sahariane, ci si può salire a piedi ma è vietato il loro accesso con i 4×4, infatti costituiscono area protetta. Sono belle da vedere e il loro colore varia a seconda della luce solare, dal rosa, al verdognolo all’arancione. Caratteristica peculiare, è che ai loro piedi c’è un’area paludosa che si deve attraversare per raggiungerle. Questa strana cosa, è dovuta alla raccolta di acqua durante le scarse piogge, da parte di un terreno cretoso che non la filtra in profondità mantenendola in superficie, oltre ad una sorgente che alimenta la palude. Per raggiungere le dune in macchina occorre addirittura passare su un ponte di legno.

Il 6 agosto, raggiungiamo il canyon di Yoliin Am, detto anche luogo delle streghe (o delle fate, non ci è ben chiaro), dove rimaniamo abbastanza delusi da uno spettacolo naturale inferiore a quello di molti posti delle nostre Alpi. Malgrado ciò, è molto frequentato da turisti e li, incontriamo 2 coppie di italiani, una delle quali accompagnata da guida locale che parla la nostra lingua avendo frequentato l’università di Urbino. Nel contempo ci giunge la notizia di terribili incendi che stanno devastando la Siberia, proprio nella zona che dovremmo attraversare al ritorno e che le autorità russe hanno chiuso al traffico. Ovviamente la cosa ci preoccupa. La guida mongola che parla italiano, ci dice che nei prossimi giorni chiamerà l’ambasciata russa e ci dirà telefonicamente come stanno veramente le cose. La ringraziamo e la sera raggiungiamo nuovamente Dalanzadgad, città ai margini del deserto.


Il 7 agosto, viaggiando verso Ulaan Bataar, ad un certo punto perdiamo la marmitta della macchina su una pessima strada. Fortunatamente un benzinaio nelle vicinanze, ci indica un meccanico che ce la ripara e rimonta alla belle meglio. Proseguendo, deviamo la strada per visitare il sito di Baga Gazarin Chulu, dove scopriamo delle strane rocce arrotondate di grandi dimensioni. Posto particolare ed interessante. Vogliamo passare la notte in un bel campo di gher in zona ma, un antipaticissimo gestore, benchè non ci sia nei dintorni anima viva, e nemmeno auto che segnalino la presenza di turisti, ci dice che è tutto pieno e non ha posti per noi! Ci dirigiamo quindi alla capitale, dove arriviamo molto tardi.

L’8 e il 9 agosto li dedichiamo a visitare Ulaan Bataar, città non particolarmente bella, con tempo variabile e piogge ad intermittenza. A parte la piazza del parlamento al centro della città, con la statua di Gengis Khan, degni di nota sono il Museo Nazionale dei Dinosauri ben organizzato e con molti reperti; il vecchio quartiere buddista Gandan situato su un’altura, dove un grosso complesso buddista risulta assai interessante; lo splendido tempio buddista di Choijin Lama, situato in centro città e circondato da alti palazzi. Il mercato Narantuul segnalato dalle guide e da noi visitato, non è niente di che, vi si trovano soprattutto abiti e scarpe cinesi o simili, la plastica imperversa, e di merce tradizionale ha ben poco; inferiore a molti mercati asiatici o africani visitati in passato. Una delusione.

Il 10 agosto partiamo verso nord e la Russia. Il lungo tratto di strada che da Ulaan Bataar va a Dhran è un incubo. Strada con ex asfalto trasformato in gradini alti, tormenta pesantemente noi è la Panda. In ogni caso procediamo, riuscendo ad attraversare i due posti di frontiera, dove incontriamo tre ragazzi belgi che con una vecchia Lada stanno facendo il Mongol Rally anche loro. La sera, dopo l’attraversamento di una piacevole zona montuosa con boschi di conifere, arriviamo alla cittadina siberiana di Gusinoozyorsk sul lago Gusinoye. La località è abbastanza decadente, in puro stile sovietico. Alloggiamo nell’unico albergo, molto sovietico, decente ed economico, ma con i corridoi dall’aria inquietante per i tristi colori di pareti e pavimento e la fioca luce di rare e bianche lampadine al neon, che sembrano risalire ai tempi di Stalin.

l’11 agosto, decidiamo di andare sul lago Bajkal ed entrare in un secondo tempo ad Ulan Ude. Raggiunta la sponda est del Lago, la percorriamo con la strada che la costeggia verso nord, fino al caratteristico villaggio di case li legno di Maksimiha. Purtroppo il tempo non è dei migliori e a tratti pioviggina. Quel tratto della riviera del Lago Bajkal è molto frequentata da turisti locali, che vi fanno pure il bagno, malgrado l’acqua non sia affatto calda. Numerosi sono gli alberghi che incontriamo sulla strada. Il percorso è tuttavia piacevole e molto siberiano. Vasti boschi di conifere e betulle scendono fino al lago dalle alture ad est dello stesso. Il lago Bajkal che è il più profondo del mondo e rappresenta la più grande massa di acqua dolce del pianeta, a tratti sembra un mare. La risacca sulle sue sponde non ha nulla da invidiare a quelle di alcune parti del Mediterraneo. Il villaggio di Maksimiha dove pernottiamo in un bungalow carino in mezzo alle betulle, è ruspante e autentico e ha un porticciolo sul lago. Ci concediamo una sauna.

Il 12 agosto, scendiamo verso sud fino a incontrare il maestoso fiume Selenga che nasce in Mongolia, entra in Siberia e diventa il principale immissario del Lago Bajkal. Arrivati alla località di Selenginsk, percorriamo la selvaggia pista sulla sponda settentrionale del fiume per cercare un imbarco che la carta segnala, per essere trasportati dall’altra sponda. Triboliamo a trovarlo poiché recentemente c’è stata una rovinosa piena che ha cambiato la morfologia del paesaggio e probabilmente, l’attracco. Ad un tratto incontriamo degli uomini su una vecchia Lada 124 che provenendo dall’imbarco e ci indicano la strada che attraversa una pietraia difficoltosa. Attraversiamo il grande fiume su un grosso zatterone a motore per pochi spiccioli. L’altra sponda del fiume è più bucolica, villaggetti, molti cavalli e bovini al pascolo, allevamenti ittici nei bracci del fiume, prati verdi in una pianura ondulata. Passando da Istok e Posol’skoye, ci fermiamo lungo la strada per fare il cambio dell’olio motore alla Panda, giungendo a Ulan Ude alla sera, dove ci sistemiamo in un bell’albergo centrale.


Il 13 ed il 14 agosto li trascorriamo ad Ulan Ude, città di circa 500.00 abitanti, fondata dai Cosacchi nel ‘700, ai tempi della prima colonizzazione della Siberia. La periferia è bruttina ma il centro è discreto. Primeggia una grande piazza dove è sistemata una enorme testa di Lenin, di fronte ad edifici poderosi, tutt’ora ornati di falce e martello. Nell’albergo incontriamo nuovamente i tre ragazzi belgi, due equipaggi inglesi di sole donne e una coppia di canadesi, tutti partecipanti al Rally. Siamo arrivati tutti come primi. Conosciamo altresì un ragazzo di Barcellona che con una moto BMW stracarica, è partito dalla Spagna e facendo un lungo giro, è diretto in Nuova Zelanda! Il 14 agosto, nella piazza davanti alla testa di Lenin, l’organizzazione britannica del Mongol Rally ci fa salire sul podio noi e la Panda, ci fotografano, filmano, pacche sulle spalle e via. Per noi deve iniziare il ritorno. Nel frattempo ci telefona la guida mongola conosciuta nei giorni precedenti, dicendo che le autorità russe hanno assicurato che le strade sono tutte aperte e si può viaggiare tranquillamente, gli incendi sono stati spenti dall’esercito. Putin deve avere fatto le cose in grande, pensiamo. Meno male.

Dal 15 al 19 agosto percorriamo tappe giornaliere da 800/850 km al giorno verso ovest, con l’intenzione di giungere e attraversare gli Urali il più presto possibile, per poi costeggiare il Volga verso sud, arrivare in Cecenia, attraversare il Caucaso e visitare la Georgia. La lunghissima strada siberiana in buonissimo stato sembra interminabile, intorno paesaggio di immense foreste ed enormi campi. Nessun segno degli incendi tanto propagandati eppure attraversiamo una delle zone che doveva essere tra le più colpite, chissà…Traffico sempre sostenuto, specie di grossi TIR, molti con targhe occidentali. Le vecchie auto russe sono sparite, sostituite da moderne Lada, Audi, Volkswagen, Toyota, Ford, quasi tutte di grossa cilindrata. L’impressione è di un paese in enorme sviluppo.

Dal 20 al 26 agosto, purtroppo la Panda ha dei problemi inaspettati di meccanica e dobbiamo conclude il viaggio anticipando il ritorno in Italia. Nel tratto di strada da Novosibirsk a Omsk, la macchina sembra non rendere, la sua velocità si riduce anche schiacciando l’acceleratore a tavoletta. Sospettiamo carburante sporco e per due volte aggiungiamo additivo nel serbatoio.


La Panda sembra riprendersi ma poi nuovamente tribola. Attraversiamo gli Urali e le relative salite con molta fatica, pur se l’auto viaggia e non dà segni di cedimento. Arrivati al Volga, prendiamo in direzione sud verso la Cecenia, ma nella città di Kamysin, decidiamo di far controllare l’auto in una buona officina. Il meccanico che dà l’impressione di intedersene, dopo alcune prove ci comunica che il motore va a tre cilindri, causa il blocco di una valvola nel quarto. Dice che è un lavoro importante e lungo e, dato che dovrebbe richiedere dei ricambi in Italia, il tempo previsto per la conclusione è di 10-12 giorni, tempo che non possiamo aspettare. Ci dice pure che guidando piano, potremmo anche tentare di viaggiare fino a Torino. Tristemente, decidiamo di rientrare saltando Cecenia, Caucaso con le relative salite e Georgia, tornando a casa per la strada più pianeggiante possibile che passa da Ucraina, Polonia, Repubblica Ceca e Austria. Arriviamo così a Torino la sera tardi del 26 agosto con la Panda stremata ma eroica.

E’ stato comunque un bel viaggio che ha visto quel piccolo mezzo, stracarico, percorrere ben 22.500 km circa.

Harry Nilsson – Everybody’s Talking

 

Harry Nilsson scopre il brano Everybody’s Talkin’ di Fred Neil (che il cantante aveva pubblicato nel proprio album omonimo nel 1966) in un demo, venendo attratto dall’idea di “libertà” espresso nel testo e ne realizza così la propria cover.

Il singolo, arrangiato da George Tipton e prodotto da Rick Jarrard, è stato pubblicato in numerosi paesi dall’etichetta discografica RCA Victor nel solo formato 7″ a partire dal 1968. La prima edizione del singolo risalente a quell’anno riporta sul lato B il brano Don’t Leave Me, composto dallo stesso Nilsson. L’edizione internazionale del 1969 riporta sul lato B il brano Rainmaker, scritto da Bill Martin e Harry Nilsson. Una differente versione del 1969 riporta una differente b-side, il brano One, composto sempre da Nilsson. Un altro 45 giri sempre del 1969 riporta come lato A il brano I Guess The Lord Must Be In New York City di Nilsson e Everybody’s Talkin’ come lato B.

Una ristampa pubblicata a partire dal 1973 in 7″ in Giappone, e in seguito nel resto del mondo fino al 2000, quand’è stata distribuita in CD, riporta come lato A il brano Without You di Pete Ham e Tom Evans. Una ristampa tedesca del 1977 anno riporta come lato B il brano Jump Into The Fire, composto sempre da Nilsson. Una ristampa francese in CD del 2002, riporta sul lato B il brano Mucho Mungo di John Lennon, il disco è stato pubblicato in occasione dell’uso del brano Everybody’s Talkin’ quale commento sonoro della réclame dell’automobile Renault Vel Satis. Il brano è stato pubblicato inoltre nel corso degli anni in numerosi EP 7″, in vari paesi e con differenti tracce.

Everybody’s Talkin’ ha vinto un Grammy ed è apparso nelle colonne sonore dei film Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy, 1969, regia di John Schlesinger), Forrest Gump (1994, regia di Robert Zemeckis), Borat (2006, regia di Larry Charles) e Una notte da leoni 3 (The Hangover Part III, 2013, regia di Todd Phillips).



Un Uomo da Marciapiede -1969

Uno dei migliori film americani degli anni Sessanta, diretto dall’inglese in trasferta John Schlesinger. Il film ha ottenuto 6 candidature e vinto 3 Premi Oscar, ha vinto un premio ai Nastri d’Argento, ha vinto 2 David di Donatello.

 

 

Cowboy texano arriva a New York deciso a fare soldi con le donne ma passa brutte esperienze e un duro inverno con Ratso Rizzo, italoamericano zoppo e tubercolotico. Cinedramma patetico su una strana amicizia che sboccia come un fiore nel fango di Manhattan. Ebbe 3 Oscar: film, regia, sceneggiatura (Waldo Salt, da un romanzo di James Leo Herlihy). Per Hoffman, piccolo grande uomo, soltanto una nomination; la ebbe anche Voight. Fu per entrambi il 3° film e il definitivo lancio come star. Grande successo anche per la canzone “Everybody’s Talkin'” di Fred Neil, cantata da Henry Nilsson.


 
Harry Nilsson, nato a New York il 15 giugno 1941, oggi avrebbe compiuto 80 anni come Bob Dylan, se solo non fosse morto nell’ormai lontano 1994 a causa di un problema cardiaco che lo perseguitava da tempo. Purtroppo, spesso ci si ricorda di Harry Nilsson anche per altri motivi tragici, dato che, per una sfortunata coincidenza, nel suo appartamento londinese, situato al numero 9 di Curzon Place, morirono (a quattro anni di distanza) Mama Cass (The Mamas & The Papas) e Keith Moon (The Who).
Ma chi è Harry Nilsson?

Ecco, questa è una domanda che mi sono sentito fare spesso, o almeno ogni volta che mi è capitato di nominarlo in contesti extra nerd-musicofili. E in effetti ho imparato col tempo che si tratta di una domanda legittima, visto che se lo chiede persino il documentario del 2010 a lui dedicato e intitolato per l’appunto Who Is Harry Nilsson (And Why Is Everybody Talkin’ About Him). Ecco (e due), effettivamente è difficile credere che un talento del genere sia oggi così poco conosciuto, ma tant’è, prima o poi bisognerà pur arrendersi alla cosa – e invece no(!), infatti sono qui a scriverne nella speranza di portare ancora acqua al suo mulino. In realtà, come diceva un vecchio articolo uscito su Vice-Noisey qualche anno fa, ogni generazione ha avuto il suo portale d’accesso mainstream verso il fantastico mondo di Harry Nilsson – che fu tanto pop negli intenti artistici quanto poco pop nei risultati, essendo stato sostanzialmente dimenticato dal grande pubblico. E ciò è accaduto nonostante alcuni singoli di enorme successo (Without You ed Everybody’s Talkin su tutti), un catalogo pieno zeppo di gemme preziose e un endorsement iniziale piuttosto importante da parte dei Beatles, che durante una conferenza stampa del ’68 gli fecero una vera e propria dichiarazione d’amore dicendo: “Harry Nilsson è il nostro artista americano preferito.”  Anzi, pare che le parole esatte pronunciate da Lennon siano state: “Harry Nilsson è il nostro GRUPPO preferito”, seguite da “Harry Nilsson for President!”. 

Può sembrare una cosa di poco conto, o persino ridicola, ma in realtà per un artista poco conosciuto come Harry Nilsson queste cose possono fare una differenza enorme: un po’ come quando Kurt Cobain disse che i Teenage Fanclub erano la migliore band del mondo o quando indossò la maglietta di Daniel Johnston agli Mtv Music Awards del ’92. Potenzialmente si tratta dell’equivalente odierno di un tag in una storia Instagram di Chiara Ferragni – e abbiamo visto tutti cosa è successo ai Maneskin da Sanremo in poi.


Midnight Cowboy

 

Ma al di là dell’endorsement dei Beatles, che in questo caso servì principalmente a dare fiducia al ragazzo e a fargli lasciare il suo lavoro in banca, la vera spinta verso i boomers di tutto il mondo gli fu data da Midnight Cowboy, il film del ’69 che rese celebre la sua versione di Everybody’s Talkin, scritta da Fred Neil e consegnata dalla voce di Harry alle famose “camminate da marciapiede” di Dustin Hoffman e Jon Voight.


Nel nostro Paese

In Italia, alcuni la ricorderanno anche per il suo utilizzo in un famoso spot pubblicitario, di cui non ci è rimasto quasi nulla se non l’attacco della canzone, con quel suo indimenticabile ”tunturuntuntun” incastrato per sempre nelle nostre sinapsi.

Fortunatamente la cosiddetta generazione X di couplandiana memoria ha avuto anche altri portali di accesso ben più nobili al repertorio nilsoniano, soprattuttograzie a due registi di caratura mondiale come Martin Scorsese e Quentin Tarantino, che si sono sempre distinti per l’uso innovativo della musica nei loro film.

Nel caso specifico, il primo ha optato per il brano più feroce dell’intero catalogo nilsoniano, una Jump Into the Fire – che non avrebbe sfigurato nella discografia degli Stones – assolutamente perfetta per accompagnare Ray Liotta in Quei Bravi Ragazzi del 1990.