Soundtracks – Aerosmith – Dream On


Aerosmith – Dream On

Dream On, il capolavoro degli Aerosmith nonchè una delle canzoni più famose della band, compie oggi 45 anni. Il singolo, facente parte del primo album in studio della band hard & heavy statunitense, venne infatti rilasciato il 27 giugno del 1973. Il brano, scritto da Steven Tyler in quello stesso anno, è tra i più belli di sempre nella storia del rock, tra i più struggenti ed emozionanti. Tutto ciò è valso al pezzo (così come all’album in generale) la giusta fama, oltre che numerosi riconoscimenti di cui vi parleremo. Ecco cinque curiosità su Dream On, il capolavoro degli Aerosmith.

Miracle è un film del 2004, diretto da David O’ Connor. Il film tratta di quella che può considerarsi una vera e propria impresa sportiva: la vittoria delle Olimpiadi invernali del 1980 da parte della squadra statunitense di hockey, che battè in finale l’Unione Sovietica. La squadra era allenata da Herb Broocks, che era stato prima campione poi allenatore della sua nazionale. Il film, che si compone di un crescendo di sfide sempre più tese e combattute per la squadra americana, si arricchisce di Dream On, che fa parte della colonna sonora del film della Walt Disney Productions. Quasi tutti conosceranno la serie di Guitar Hero, il famoso videogioco che si propone di far suonare (con uno speciale controller a forma di chitarra) le canzoni più famose della storia del rock, a patto che venga chiaramente ceduta la licenza delle stesse. Nei vari titoli sono presenti canzoni famose di Guns N’ Roses, Van Halen e molto altro. Per quanto riguarda gli Aerosmith, alla band è stato dedicato addirittura un titolo specifico, intitolato Guitar Hero: Aerosmith. Nel gioco non sono presenti soltanto canzoni della band statunitense, anche se la maggior parte dei brani sono proprio degli Aerosmith. Tra i tanti, si possono suonare Mama Kin, Walk This Way, Rag Doll e proprio Dream On.

Fin dal momento in cui è stata pubblicata (nel 1973) la canzone è stata oggetto di numerosi apprezzamenti. Non soltanto da parte dei fan della band, ma anche da parte della critica. Numerosi riconoscimenti, infatti, sono arrivati sia in sondaggi che sono stati effettuati negli anni, sia in giudizi da parte di personalità competenti.

La rivista Rolling Stone, ad esempio, ha posto il brano all’interno della sua speciale classifica dei 500 brani migliori di tutti i tempi, al posto numero 172. Di recente, invece (nel 2014), Yahoo! Music ha indicato il brano come la migliore power ballad di tutti i tempi. Quanto, invece, alle vendite: il brano raggiunse – nel 1973 – il 59esimo posto massimo mentre, tre anni dopo, salì fino al sesto posto. Nel 1976 la canzone fu infatti ripubblicata. Si può certamente affermare che Dream On non abbia avuto soltanto una grande importanza nell’ambito della musica. Il brano ha infatti avuto anche un prezioso ruolo cinematografico; tanta presenza nelle colonne sonore e un grand legame con la cinematografia, che ne hanno fatto un brano versatile e attuale in più generazioni.

Aerosmith – Dream On

Versione con la Southern California Children’s Chorus – Tributo alle vittime della maratona di Boston.

Nel 1973 gli Aerosmith debuttarono con l’omonimo album che li fece conoscere al grande pubblico. In questo disco è presente un brano molto intenso: si tratta di Dream On, un pezzo bellissimo composto da Steven Tyler che, oltre a essere un cantante molto bravo, è anche un paroliere e un compositore di talento. Insieme a Joe Perry ha infatti composto alcune delle canzoni più belle della band, tra le quali, appunto, questa hit che di certo contribuì alla loro scalata verso il successo internazionale.

Ma qual è il vero significato di questo brano? Come è accaduto per molte altre perle degli Aerosmith, anche questo pezzo racchiude una storia molto personale che riguarda proprio Steven Tyler. Nell’autobiografia del gruppo, il frontman ha raccontato di aver scritto Dream On quando era un adolescente per parlare dei suoi sogni e del suo desiderio di trasformarli in realtà.

La musica di questa canzone è stata composta con un pianoforte verticale Steinway nel salotto del Trow Rico Lodge di Sunapee, circa quattro anni prima della nascita degli Aerosmith – ha detto – avevo 17-18 anni… era un motivetto che suonavo, non avrei mai immaginato che sarebbe diventata una canzone vera e propria o una cosa simile. Parla della necessità di continuare a sognare, fino a che i sogni diventano realtà”.

In un’altra intervista Tyler ha aggiunto: “È un brano che ho composto al piano quando ero un ragazzo e non sapevo nulla di come si componesse una canzone. Parla della fame di diventare qualcuno, del bisogno di sognare affinché i sogni si avverino – ha spiegato – questa canzone riassume la m***a che ti ritrovi ad affrontare quando entri a far parte di una nuova band. La maggior parte dei critici stroncò il nostro primo album accusandoci di copiare i Rolling Stones. Questo è uno dei motivi che hanno scatenato la mia rabbia contro i media, un sentimento che provo ancora oggi”.

Nella sua autobiografia intitolata Does The Noise In My Head Bother You?, Steven Tyler ha approfondito l’argomento, rivelando che è anche grazie a suo padre se ha iniziato a interessarsi alla musica. il suo papà, infatti, suonava il pianoforte e quando Steven era bambino era solito mettersi ad ascoltarlo seduto sotto lo strumento: “È così che è nata l’idea per Dream On”, ha raccontato.

Questa, inoltre, pare sia l’unica canzone in cui Tyler si sia sentito davvero sé stesso: lui era preoccupato della tonalità alta della sua voce, così cercò di abbassare il tono nelle canzoni del primo album, tranne in questa, dove utilizzò la sua “vera” voce.

Sebbene oggi sia una delle preferite dei fan degli Aerosmith, Dream On all’epoca non ottenne un grande successo e raggiunge solo la 59esima posizione nella classifica Billboard Hot 100 del 1973; solo nel 1976 riuscì a salire fino alla sesta posizione. La band è però molto affezionata a questo brano e lo inserisce in quasi tutte le scalette dei live, perché è una canzone che ancora oggi riesce a far emozionare il pubblico a ogni ascolto.

Cristina Sartori – Bruno Riccardi – Transafrica terza tappa


 

UNA COPPIA IN TRANSAFRICA. TERZA TAPPA.

DA COTONOU A LIBREVILLE

Di Cristina Sartori e Bruno Riccardi


4/1/2019. Siamo su un aereo della Turkish Airlines che da Milano Malpensa ci porterà a Istanbul e poi a Cotonou in Benin dove riprenderemo Tatiana, la nostra 4×4, per proseguire la Transafrica in solitaria, che per questa terza tappa, su un percorso attraverso Nigeria e Camerun ci porterà in Gabon, dove depositeremo la macchina da Federico all’Akouango Village nei pressi di Libreville. Sappiamo che sarà un percorso impegnativo per l’attraversamento della Nigeria che ha fama di pericolosità e per il passaggio della zona anglofona del Camerun dove negli ultimi mesi è in rivolta aperta verso il governo centrale del Paese e dove ci sono stati scontri a fuoco con diversi morti e rapimenti e uccisioni di bianchi. Tuttavia abbiamo iniziato questa avventura e cercando di evitare ogni pericolo, utilizzando la massima prudenza, vedremo di proseguirla. Al minimo rischio veramente serio naturalmente, potremmo decidere anche di sospendere il nostro progetto di attraversare l’Africa da nord a sud.


5/1/2019. All’aeroporto di Cotonou ci attende Achille, il beninese col quale siamo ormai amici e che abbiamo invitato con la moglie a cena a casa nostra a Torino in occasione di un suo viaggio in Italia per conto del Ministero dell’Economia del suo Paese del quale è funzionario. Achille ci porta nell’alberghetto di sua proprietà sulla splendida e selvaggia “strada dei pescatori” a pochi chilometri a ovest di Cotonou, dove soggiorneremo un paio di giorni anche per rilassarci in un ambiente meraviglioso e incontrare alcune persone conosciute nella tappa precedente.


6/1/2019. Ritiriamo Tatiana dal garage dove era depositata e dal meccanico di fiducia di Achille facciamo fare manutenzione cambiando olio motore e filtri. La macchina funziona bene. Constatiamo che il compressore portatile della Viair che è sulla macchina, ha il tubo a spirale per il gonfiamento completamente “cotto” e con lieve pressione delle dita, si spezza come se fosse di liquirizia. Sembrerebbe non aver resistito alla terribile temperatura e umidità della zona. E’ un problema poiché non possiamo viaggiare senza compressore nelle pessime strade africane, dove le forature di gomme possono essere frequenti anche se le nostre, robustissime, non ci hanno dato fino ad ora alcun problema. Dovremo cercare un tubo idoneo, anche di fortuna, da usare col compressore dato che è impossibile trovare il ricambio in Benin. La sera, siamo ospiti a casa di Achille dove la moglie Gloria, una bella signora beninese, ci prepara una ottima cena africana. Gloria è preside in una scuola pubblica e col marito funzionario ministeriale, appartengono alla classe benestante del Benin. Hanno una casa molto bella e tre figli che frequentano le scuole migliori. Sono persone istruite, squisite, educate e gentili. Con loro manterremo i contatti.


7/1/2019. Lasciamo la splendida “strada dei pescatori” e ci dirigiamo verso la Nigeria. Come programmato, al fine di evitare Lagos con prevedibile caos anche al posto di frontiera e come suggeritoci da amici italiani, ci dirigiamo per circa 120 km verso nord alla città di Bohicon per poi raggiungere Kètou più ad est e da li entrare in Nigeria a Imeko, aggirando Lagos. Poco prima di Bohicon, Tatiana ha dei mancamenti, tipico segnale di filtro del gasolio sporco. Ci fermiamo in un meccanico in città e costui constata che il filtro del gasolio, cambiato due giorni prima, è effettivamente molto sporco, dallo stesso escono pezzetti tipo catrame!!! Lo sostituisce con uno nuovo che avevamo di scorta ma decreta che occorre pulire il serbatoio. Con la lentezza tipica dei meccanici africani, prima svuota il serbatoio tirando il gasolio con un tubo in bocca come fosse vino, poi apre una botola di ispezione del serbatoio posta sotto il pianale di carico e con una spugna e uno straccio, vi entra e lo pulisce a suo modo. Sostituito il gasolio con altro nuovo, la macchina riprende a funzionare regolarmente. Lo stesso meccanico con un tubo di fortuna lungo qualche metro, ci mette il compressore in grado di funzionare nuovamente.


Intanto che assistiamo rassegnati per le ore perse dal lavoro del meccanico, una doccia fredda: l’amico Luca ci telefona dall’Italia per comunicarci che in Gabon è in corso un colpo di stato e quindi, di informarci bene prima di proseguire il viaggio. Bruttissima, pessima notizia. Il meccanico sentendoci parlare e capendo che vogliamo entrare in Nigeria, interviene e ci sconsiglia caldamente di entrarvi da Kétou poiché molto pericoloso per diverse rapine negli ultimi tempi a danno di bianchi e anche neri. Lui dice che ci deve andare ogni tanto ma sempre con molta paura.


Ci informa che negli ultimi mesi, in un lungo tratto di strada in mezzo alla savana, vengono posti per tutta la larghezza della carreggiata degli assi pieni di chiodi che o ci si ferma, o si forano e rovinano le gomme, e li avviene che ti derubano. Nel frattempo arriva un cliente nigeriano del meccanico e conferma il tutto. Entrambi ci consigliano di tornare sulla costa e entrare in Nigeria da Lagos, zona molto sicura a loro dire, perché molto più frequentata. A titolo informativo, per tutti i lavori del meccanico spendiamo circa 30 euro in franchi CFA.


Le ore perse ci costringono a dormire in un hotel molto “africano” ma decente di Bohicon, dove passiamo la serata a discutere sul da farsi, senza riuscire a contattare Federico in Gabon per capire come stanno realmente le cose. Alla fine decidiamo si tornate sulla costa, entrare da li in Nigeria e attraversare la gigantesca città di Lagos, cosa che attrae molto Cristina la quale è dell’idea che non si può andare in Nigeria senza vedere Lagos. Infine, nell’ipotesi non si potesse entrare in Gabon, lasceremo la macchina a Douala in Camerun, dove abbiamo contatti con dei frati francesi disposti a tenerci l’auto. La strada che percorreremo in Nigeria è comunque la più sicura possibile, lontano dalle incursioni dei Boko Haram del nord, dai banditi del delta del Niger e dalle zone centrali del Paese, terreno di scontri tra i pastori Fulani nomadi e i contadini sedentari, scontri che causano migliaia di vittime ogni anno e sono quasi del tutto ignorati in Europa.


8/1/2019. Partiamo con comodo al mattino, decisi di dormire a Lagos quella sera. Dopo un paio di ore siamo nuovamente a Cotonou dal traffico caotico e da li raggiungiamo il posto di frontiera. Qui abbiamo una graditissima sorpresa: il caos che ci aspettavamo non esiste. I due Paesi hanno unificato il posto frontaliero e in un’ora scarsa, facciamo tutte le pratiche, compresa la timbratura in uscita ed entrata del “Carnet de Passage en Douane”, per giunta con estrema gentilezza da entrambe le parti. A saperlo prima. Nel primo pomeriggio prendiamo la larga strada diretta a Lagos in pessime condizioni e con buche che sembrano tombe, trafficatissima da auto scassate e vecchi camion spaventosi. Nei pressi della località di Badagry ormai periferia di Lagos, non possiamo evitare una buca terribile presa con una certa velocità e Tatiana….si spegne e non riparte più! Accostata la macchina, chiediamo informazioni di dove ci sia un meccanico, quando si ferma un’auto dalla quale scende un doganiere nigeriano, persona che aveva controllato i nostri documenti un’ora prima alla frontiera. Vedendoci fermi, telefona al suo meccanico di fiducia, dice che è molto bravo, ha l’officina nei dintorni e arriverà a breve. Lo ringraziamo e lui riparte. Dopo cinque minuti, arriva effettivamente un ragazzo dall’aria molto competente che dopo controlli vari, dice che la macchina ha il “tank” serbatoio in inglese, molto sporco e bisogna smontarlo e “cleaning” pulirlo molto bene. Gli diciamo che l’operazione è stata fatta il giorno prima in Benin e lui però insiste: il serbatoio va tolto e pulito. Così, chiamati altri due ragazzi e lavorando fino a buio inoltrato, svuotano e tolgono il serbatoio, lo puliscono molto bene, esce parecchio di una sorta di melassa nera, lo lavano e lo rimontano. Filtrano il gasolio recuperato, puliscono il filtro e Tatiana riparte alla grande. Costo dell’operazione in “naira” nigeriani, circa 18 euro. La maledizione del serbatoio sporco è stata così risolta. A ben rifletterci,  nella tappa precedente avevamo constatato che l’auto con il motore nuovo di soli circa 20.000 km, con il gasolio del Benin emetteva un po’ di fumo nero ma quando l’abbiamo nel garage do Cotonou, funzionava perfettamente.


Probabilmente nel serbatoio quasi pieno di gasolio di qualità scadente, i dieci mesi di fermo hanno causato il deposito di porcheria sul fondo, ragione dei problemi. Evidentemente la pulizia sommaria fatta dal meccanico in Benin non e stata sufficiente anzi, forse grattando con spugna e straccio, ha rimosso vecchie incrostazioni non completamente eliminate  che sono state il 

probabile motivo dello spegnimento del motore in Nigeria.


Quella sera ceniamo e dormiamo in un hotel lussuosetto, l’unico in quella località. L’albergo è circondato da muro alto con filo spinato sopra e vi si accede solo dopo aver passato il posto di guardia dove controllano col metal detector. Sorpresa: non accettano pagamenti con carte di credito (abbiamo una VISA) ma solo contanti. Riusciamo finalmente a contattare Federico in Gabon il quale ci dice che il colpo di stato in realtà e una mezza bufala e si è già risolto, tutto è tranquillo e di procedere senza patemi d’animo. Meno male.


Nell’hotel conosciamo un simpatico professore universitario nigeriano, Ashamu Sewanu Fadipe, parlante perfettamente francese ed inglese, laureatosi alla Sorbona in sociologia, specialista di storia dello schiavismo. Gli siamo simpatici e ci regala un suo libro con dedica, interessantissimo, sulla schiavitù, scritto bilingue in inglese e francese. Ci racconta che proprio nella località dove ci troviamo, esisteva un importante punto di imbarco di schiavi catturati nell’entroterra diretti in America ed egli è li, come responsabile storico di un museo sulla schiavitù che si sta allestendo e di prossima apertura.


9/1/2019. Partiamo per l’attraversamento di Lagos, città della quale siamo già in periferia. Lagos è una città dalle dimensioni enormi, la più grande d’Africa e una delle maggiori del pianeta. Sono stati censiti oltre 20 milioni di abitanti ma è noto, altri 2 o 3 milioni o forse più, ci vivono senza essere iscritti all’anagrafe o censiti in qualche modo, inoltre la sua crescita annua è esponenziale. La strada che percorriamo è molto larga, con doppia corsia ma e in pessime condizioni. Il manto stradale a tratti non esiste e diventa pista con buchi e tôle ondulée, oppure, ancora peggio, ha dei resti di asfalto con numerosissime buche profonde e scalini che distruggono i mezzi che ci passano, obbligandoli a fare gimcane continue. I primi 30 km circa, li facciamo a passo d’uomo in tre ore. Attorno a noi giganteschi mercati africani  ai bordi della strada dove si vende di tutto, dal bestiame alle magliette, dalle teiere agli pneumatici usati, dalle banane alle stoffe, dalla ferraglia ai biscotti, ecc. ecc. Il caos regna sovrano cosi come il rumore fortissimo di quella miriade di esseri e mezzi, molti abbandonati guasti in mezzo alla strada. La pessima strada è letteralmente invasa oltre che da camion con fumo nero, auto scassate, furgoni fatiscenti, migliaia di motorini e motorette, da pedoni che attraversano numerosissimi alla rinfusa, molti trascinando carretti e carriole stracariche, tutti incuranti del traffico. Buona parte dei mezzi tiene la destra come è d’obbligo ma il 30% circa, viaggia serenamente in contromano tenendo la sinistra e pertanto, è un continuo controllare di non fare scontri frontali. Un vero inferno. Oltre i mercati si intravedono sterminate baraccopoli brulicanti di esseri umani. Molti sono gli storpi, i ciechi, i mendicanti di vario genere che chiedono l’elemosina. Continuando verso il centro e superando la zona dei mercati, il fondo stradale migliora ma sono numerosi i lavori in corso molto mal segnalati, che deviando il percorso fanno impazzire il navigatore tanto da perderci. Un paio di volte abbiamo dovuto chiedere informazioni per uscirne.


Verso la zona centrale si alternano grattacieli moderni, palazzi fatiscenti e sempre, l’immancabile baraccopoli che unisce tutti i quartieri. Dalla zona centrale prendiamo con non poche difficoltà una strada grande e decente che conduce a nord per una sessantina di chilometri sempre dentro la città e, piano piano, a metà pomeriggio usciamo dalla megalopoli imboccando l’autostrada, si fa per dire, che ci conduce sino a Benin City, dove trascorriamo la notte al “Giacomo Hotel” di proprietà di un nigeriano che parla italiano avendo vissuto a Roma. L’albergo è “africano” ma passabile anche come cibo.


10/1/2019. Al mattino partiamo decisi con l’intenzione di raggiungere la frontiera col Camerun nel pomeriggio. La strada è buona fino alla città di Onitsha ma poi da questa località e fino a Enugu, per circa 110 km, è un unico enorme e disordinato cantiere. Proseguiamo con molta fatica incodati a un numero elevato di camion, spessissimo fermi anche per 15-20 minuti, polvere da pista in ogni dove, numerose pattuglie della polizia che fermano spesso. Trascorriamo in questo modo snervante quasi l’intero pomeriggio e solo verso il tramonto arriviamo a Enugu dove essendo ovviamente obbligati a fermare, troviamo un

albergo decente, anch’esso blindato. Avendo poca valuta nigeriana, ci fermiamo per prelevare dei “naira” in due bancomat ma li troviamo vuoti. Entriamo due volte in banca per cambiare gli euro e scopriamo che nessuno lo vuol fare; in entrambi i casi ci invitano ad andare al mercato nero nella zona del mercato della città, città che è molto grande.  Enugu a suo tempo, fu la capitale del Biafra che negli anni ’60 del XX secolo, con una secessione si dichiarò indipendente dalla Nigeria, cosa che provocò una guerra terribile con la morte di almeno due milioni di biafrani, soprattutto per fame, poiché l’esercito nigeriano circondò completamente la zona secessionista, impedendo l’arrivo di qualsivoglia rifornimento dall’esterno. Dopo avere assunto informazioni, ci rechiamo nel vasto mercato della città, dove in una zona ben precisa dello stesso, albergano decine di cambiavalute in nero. Costoro che immediatamente ci corrono appresso, sono tutti vestiti uguale con un costume bianco e con copricapo a tronco di cono pure bianco. Così  tutti uguali, sembrano appartenere alla stessa etnia o casta e forse sono musulmani. L’atmosfera è molto strana e surreale, comunque cambiamo da uno di loro che ci fa un buon prezzo per gli euro, entrando nel suo antro oscuro pieno di tappeti. Posto assolutamente incredibile.

11/1/2019. Stavolta siamo decisi a non fermarci fino alla frontiera col Camerun e infatti dopo avere attraversato la località di Ikom e un lungo tratto molto bello di foresta equatoriale, dopo molti posti di controllo della polizia, arriviamo al piccolo posto di frontiera, dove c’è abbastanza gente e regna una certa confusione. Facendoci largo tra la folla che non capiamo il motivo per il quale staziona li, arriviamo al comandante che in un inglese poco comprensibile, dice che non può timbrarci i passaporti per l’uscita in quanto dalla parte camerunese hanno bloccato gli accessi. Ci consiglia di attraversare a piedi il ponte sul fiume che fa da confine tra i due Paesi, per chiedere ai camerunesi se ci fanno entrare. Così, attraversiamo a piedi il malandato ponte in mezzo alla foresta ammirando lo spettacolo dallo stesso davvero suggestivo. In entrambe le rive una foresta fittissima e le piroghe che si muovono nel fiume con acqua verdastra, danno un’impressione di “africanità” unica. Arrivati a parlare coi camerunesi, gli stessi ci dicono che la frontiera è chiusa e lo sarà a tempo indeterminato poiché è in corso una rivolta nelle provincie anglofone del Paese confinanti con la Nigeria ed è troppo pericoloso transitarvi. Ci cade il mondo addosso!! Chiediamo consigli come fare per entrare in Camerun e loro, sottolineando che anche più a nord è tutto chiuso,  dicono che l’unica possibilità è prendere una nave dalla città nigeriana di Calabar che conduce a Douala in zona francofona, cioè in zona fuori pericolo. Ritorniamo dai nigeriani e anche loro ci indicano come unica soluzione per continuare il viaggio andare a pigliare la nave a Calabar. Guardata la carta, constatiamo che Calabar dista da li circa 220 km e si trova nell’estrema parte orientale del delta del Niger, area nota per la sua pericolosità e i rapimenti di bianchi. Una doganiera molto gentile e in inglese perfetto, ci spiega che Calabar confina col delta ma non è delta, bensì un altro stato, il Cross River, che è  posto tranquillo e non ci indicherebbe mai di andarci ci fossero pericoli.

Abbastanza demoralizzati partiamo per Calabar su una strada nel primo tratto ben asfaltata e poi pessima e piena di micidiali buche. Ragioniamo sul da farsi e confidiamo che la nave parta con regolarità. Abbiamo speso molti soldi per questo viaggio e l’ipotesi di doverlo interrompere senza sapere dove lasciare l’auto in Nigeria, perdere i soldi spesi per visti e voli, pensare di rifare la difficilissima e costosa trafila per ottenere i visti nigeriani in Italia, ci induce a cercare di imbarcarci sulla nave ad ogni costo. Una cinquantina di chilometri prima di Calabar, notiamo in lontananza una enorme colonna di fumo nerissimo che sale alta nel cielo. Raggiuntala constatiamo che un vecchio camion cisterna si è ribaltato in un dirupo ai bordi della strada prendendo fuoco. Le fiamme sono molto alte e una cinquantina di persone sono li senza capire bene cosa stiano a fare, se tentano di spegnere l’incendio o meno. Arriviamo a Calabar sul far della sera e non senza difficoltà per la mancanza totale di indicazioni, andiamo subito al porto fluviale che troviamo chiuso da un grosso cancello. Da un gabbiotto esce il guardiano che ci informa che essendo venerdì sera il porto è stato chiuso e riaprirà solo lunedì mattina alle ore 9. Chiediamo informazioni sulla nave per il Camerun e lui ci dice che è partita nel pomeriggio ma non sa quando ritorna. Solita scalogna! Mesti e tristi cerchiamo un albergo e troviamo il bello e blindato Channel View Hotels non lontano dal porto. Quella notte dormiamo male con molti pensieri che ci tormentano.

12-13/1/2019. Trascorriamo il week end facendo qualche giretto per la città che è decisamente bella rispetto alle altre che abbiamo attraversato e conta ormai un milione di abitanti. Fu fondata dai portoghesi nel XV secolo, prima come luogo dove approvvigionare d’acqua dolce le navi dirette alle Indie Orientali, poi come porto per l’imbarco di schiavi. La città sorge su un grande fiume che a sua volta confluisce in altro ancora più grande, il Cross River, e questo sfocia nell’Atlantico. La città e raggiungibile anche da navi di grosso tonnellaggio. Constatiamo che anche li tutti i bancomat sono vuoti, quando finalmente in un ipermercato quasi europeo e super controllato da guardie armate, frequentato solo da persone benestanti, troviamo una serie di bancomat provvisti di valuta che diventeranno la nostra banca nei prossimi giorni. Nel ricordare l’attraversamento fatto della Nigeria da ovest a est, riflettiamo sul fatto che abbiamo sempre trovato persone simpatiche e disponibili e la polizia nelle numerosissime volte che ci ha fermato, è sempre stata molto gentile, corretta e mai ci ha chiesto regali o pizzi. Unico neo è l’inglese quasi incomprensibile che parla il 95% dei nigeriani il cosiddetto “pidgin english” un inglese africanizzato parlato in modo sguaiato e a voce altissima. Chiediamo agli addetti dell’hotel notizie sulla nave per il Camerun, tutti sanno che esiste ma nessuno sa indicarci giorni ed orari. Nell’ipotesi di dovere lasciare l’auto a Calabar fino ad ottobre quando prevediamo di tornare in Africa, parliamo con una raffinata, elegante e colta signora “general manager” dell’albergo, la quale dice di essere disponibile a tenerci l’auto dentro il cortile sorvegliato, dietro una somma di 900 euro.

Alla disperata, non potessimo imbarcarci sulla nave, è già qualcosa.

14/1/2019. E’ lunedì e alle 8 del mattino siamo già al porto dove ci fanno entrare in macchina. E’ un piccolo porto fluviale abbastanza decadente con un’unica nave all’ancora che non è quella per il Camerun. Chiediamo informazioni ad una poliziotta ma non sa dirci nulla e ci invia alla dogana. Qui un doganiere ci ascolta ma dice che bisogna aspettare il suo capo che arriverà in mattinata. Infine ci indica un uomo molto grasso invitandoci a parlare con lui che “sa tutto della nave”. Costui in una lingua misto inglese e francese e parlando con la patata in bocca, ci dice che lui è quello che comanda tutto ed è sempre lui che decide i prezzi, delle merci delle persone e delle auto da caricare. Informa che la nave arriverà in mattinata e partirà al più tardi mercoledì pomeriggio. Per quanto riguarda il prezzo di imbarco della macchina ci richiede una somma in franchi CFA di poco superiore a 2000 euro! Gli rispondiamo che non se ne parla nemmeno, essendo troppo onerosa la richiesta. Nel frattempo arriva il capo dogana, persona gelida e antipatica che con tutta evidenza, avrebbe preferito non riceverci. Vista la richiesta esorbitante, decidiamo di chiedere al capo dogana modalità e costi per tenere eventualmente la macchina presso la dogana stessa fino ad ottobre prossimo, nel caso avessimo optato per abbandonare il viaggio e rientrare in Italia da li. Costui non risponde a questi quesiti ma insite sul fatto che dovremmo prendere la nave che partirà mercoledì e ci congeda invitandoci a parlare col responsabile del carico della nave. Nel frattempo arriva la nave. Una vecchia piccola bagnarola da carico, ormai abbondantemente in preda alla ruggine, dal nome di “Brenda Corlett”, varata a Glasgow. La fotografiamo ma veniamo subito bloccati da due figuri che ci obbligano brutalmente a cancellare le foto dal cellulare, dicendo che nel porto è tassativamente vietato fare foto. Con lentezza esasperante fanno scendere dalla nave circa 200 passeggeri e al termine, un’orda di 50-60 uomini neri sale di corsa sulla nave e inizia a scaricare a mano tutto il carico che essa contiene. Scopriamo che sono dei disperati che fanno un lavoro durissimo sotto un sole micidiale, per pochissimi soldi alla mercé di spietati caporali.

Passano alcune ore in una calura insopportabile dove, senza successo, cerchiamo di individuare chi sia il responsabile del carico. Sulla banchina arrivano vecchi camion e figuri dal fare losco su SUV ultimo modello, che acquisiscono il carico. Finalmente, chiedendo a un marinaio, ci conduce in un antro oscuro degli uffici (si fa per dire) del porto dove staziona il responsabile del carico della nave. Costui chiuso in un bugigattolo buio e contando spesse mazzette di banconote, in un inglese quasi incomprensibile, ribadisce la richiesta fattaci dal grassone: poco più di 2000 euro. Ne offriamo prima 500 e poi 800 ma, niente da fare, non molla. E’ con tutta evidenza consapevole di averci in pugno, ben sapendo che la frontiera terrestre col Camerun è chiusa pertanto, o prendiamo la nave alle sue condizioni o abbandoniamo il viaggio con enormi problemi. Uscendo per tornare in albergo incontriamo nuovamente il grassone il quale ci comunica che il responsabile del carico col quale abbiamo appena parlato è suo fratello. Siamo a posto pensiamo, sono tutti d’accordo.

Quella sera in hotel valutiamo la situazione. Scopriamo sul forum di un sito della Lonely Planet che, alcuni anni prima, ad un inglese nelle nostre stesse condizioni,  chiesero e pagò 1800 euro per l’imbarco dell’auto sulla nave. Facciamo quindi tutti i conti dei pro e dei contro e, pur se pagassimo i 2000 euro richiesti ci converrebbe lo stesso. Siamo assolutamente consapevoli e preparati alla corruzione africana e, per un viaggio come il nostro, abbiamo messo ampiamente in conto di affrontare situazioni simili. Decidiamo quindi di trattare al massimo il prezzo ma prima, vogliamo parlare col capo doganiere per capire le sue condizioni nel caso dovessimo consegnare l’auto custodita in dogana.

15/1/2019. Andiamo al porto per parlare col capo doganiere. Quattro doganieri musulmani non in divisa ma in lunghi caffettani, sono sdraiati all’ombra davanti all’ufficio. Seccati dalla nostra presenza, ci dicono di non disturbarli che devono pregare, il capo non c’è e arriverà più tardi. Per inciso,  nei molti giorni trascorsi al porto, abbiamo constato che i doganieri maschi non hanno mai lavorato, nullafacenti totali. Le uniche lavoratrici erano tre donne doganiere, loro in divisa. Il capo arriva alle 11 circa su una Peugeot. Gli altri gli aprono la porta, gli prendono la borsa, lo accompagnano in ufficio dove avevano già messo sulla scrivania un quotidiano locale. Chiediamo di essere ricevuti e con molta calma, dopo circa 30-40 minuti, ci fanno entrare. Il capo, seccatissimo di rivederci, ci dice che per tenere  la macchina in dogana fino ad ottobre dobbiamo pagare 2500 euro! Inoltre che lui non può essere responsabile della tenuta della macchina e, ancora una volta, ci invita a prendere la nave. L’impressione è che sia in corso un “gioco di sponda”con gli altri. Compresa la situazione, ci rechiamo nuovamente dal responsabile del carico e qui, inizia una trattativa che durerà con alti e bassi circa sette ore. Ad un certo punto c’è uno stallo: noi offriamo 1500 euro, lui ne vuole 1800. Fuori, veniamo nuovamente avvicinati dal grassone che ci chiede come stanno andando le trattative col fratello e sapute le cifre, ci dice di seguirlo e ci riaccompagna lui dal fratello. Entrati nel bugigattolo buio, i due si parlano nel loro incomprensibile dialetto e alla fine, viene accettata la nostra proposta di 1500 euro. Chiediamo che al pagamento che avverrà il giorno dopo, ci sia una ricevuta. Loro ci dicono che faranno addirittura la fattura! Ci informano che la nave partirà giovedì e non mercoledì. E’ pacifico che siamo in mano a pirati speculatori che faranno partire la nave solo al momento che la stessa sarà stracolma di merci.

16/1/2019. Portiamo i soldi al responsabile del carico che ci rilascia effettivamente una fattura con timbro e firme. Chissà che valore avrà. Intanto la nave è stata scaricata e arrivano vecchi camion carichi di ogni mercanzia che, sempre il gruppo di disperati procede a caricare sulla nave lavorando sotto un sole spietato e un caldo infernale. Contestualmente un gruppo di persone formato soprattutto da donne e bambini. Si fa sempre più numeroso. Sono i passeggeri della nave che verranno imbarcati per il Camerun, molto numerosi poiché la frontiera terrestre è chiusa. Costoro posteggiano in un capannone pieno di merci, dormendo per terra sul cemento, aspettando giorni e giorni che la nave parta. Esiste un solo rubinetto dal quale tutti prendono acqua per bere e lavarsi e non esistono servizi igienici. Lasciamo immaginare la sporcizia nei dintorni. Di loro e di tutto il resto non si cura assolutamente nessuno, nemmeno agenti di polizia  che girano per il porto, come se fosse uno spettacolo normalissimo. In quel frangente e in mezzo a quei poveracci, conosciamo suor Perpetua, una nigeriana che parla italiano essendo stata alcuni anni a Roma. È da tre giorni che accampa anche lei tra quei disgraziati e spera che la nave parta al più presto poiché deve raggiungere il suo convento in Camerun. Ci dice che li è un covo di malaffare (come non lo avessimo capito) e al capitano della nave interessano soprattutto le merci. Solo quando la nave sarà carica a dismisura, consentirà a quei poveracci di salire e appollaiarsi da qualche parte. Agli stessi viene fatto pagare un carissimo biglietto per loro, pari a circa 50 euro a persona. Sostiene che li non c’è la minima umanità. Come darle torto. Individuiamo un bianco che si aggira nel porto e facciamo la sua conoscenza. Si chiama Thomas ed è tedesco, di circa 60 anni, di Kaiserlautern , che sta girando l’Africa coi mezzi locali. Proviene dal Chad da dove ha preso l’aereo fino in Nigeria e ora vuole raggiungere il Camerun. E’ persona simpatica e parla inglese. Parla molto, sembra una macchinetta. La sera consegniamo Tatiana al responsabile del carico, il quale ci dice che verrà caricata la notte stessa, usando assi di legno per farla passare dalla banchina alla nave. La partenza è prevista all’indomani in mattinata. Speriamo bene.

17/1/2019. Recatici al porto, non solo scopriamo che Tatiana non è stata ancora caricata sulla nave, ma altresì che la partenza non si sa se avverrà venerdì 18 o sabato 19 gennaio!! Piuttosto arrabbiati poiché perdiamo in quel postaccio ben otto giorni di tempo, ci rechiamo a protestare dal grassone che è il vero padrone del porto. Decide lui e non il fratello che fa solo il contabile, quando la nave può partire perché carica a sufficienza. Delle nostre proteste ovviamente se ne fa un baffo e vuole parlare solo con Cristina poiché considera Bruno troppo duro! C’est l’Afrique. Quel giorno conosciamo Filippo, un ingegnere trentunenne  di Torino che con la sua bicicletta stracarica sta facendo come noi la traversata dell’Africa da nord a sud ed è partito da un anno e mezzo. La piccola differenza è che noi siamo a bordo di una 4×4, egli invece pedala!

Ovviamente diventiamo amici e lui ci racconta la storia del suo viaggio fino a li che ha dei momenti incredibili. E’ un ragazzo simpatico dalla grande serenità e adattabilità. Ci terremo in contatto anche quando saremo in Italia.

18/1/2019. Scopriamo che la data di partenza definitiva è il giorno dopo nel pomeriggio. Abbiamo perso ben otto giorni. Scopriamo altresì chela nave non andrà a Douala, bensì a Tiko, un porto fluviale a circa 50 km a ovest di Douala, ultimo lembo di terra anglofona del Camerun, dalla quale dovremo sgombrare con la massima celerità verso est. Trascorriamo la giornata chiacchierando con Filippo e Thomas.

19/1/2019. Ci rechiamo dal capo dogana il quale con velocità supersonica ci timbra il Carnet in uscita di Tatiana; traspariva il suo grande desiderio di vederci scomparire. La nostra 4×4 è stata caricata sul ponte e coperta con un telo. Il resto ella nave è carico all’inverosimile, soprattutto di sacconi da 750 kg cadauno, pieni di parrucche per signora. Saliamo a bordo in un casino infernale, assieme a tutte le persone che da giorni stazionavano nel porto. Ognuno si arrangia come può nella confusione assoluta. Noi, Filippo e Thomas, ci accucciamo su un piccolo ponte nei pressi della cabina di comando per stare all’aria aperta ed evitare il fetore nauseabondo dell’interno. Sullo stesso ponte si assiepano un gruppo di nigeriani con alcune giovani donne sguaiate e volgarissime che scopriremo essere

ferventi protestanti. Individuiamo anche  la figura del capitano, un giovane volgare, zoticone, antipatico e crudele camerunese che si atteggia a comandante del più grande transatlantico del mondo. Tratta malissimo tutte le persone a bordo, ciurma e passeggeri. Una vera bestia. La nave salpa nel tardo pomeriggio per la traversata che durerà circa dodici ore.

Il primo tratto di fiume è molto bello; le rive sono coperte da lussureggiante vegetazione tropicale e ci sembra di essere in “Cuore di Tenebra”, il celebre romanzo di Conrad, ambientato nella risalita del fiume Congo alla ricerca di Kurtz. Incrociamo piroghe tradizionali di pescatori di varie fogge e poi viene buio. All’uscita nell’oceano, ci appare uno spettacolo incredibile. Decine e decine, forse centinaia di piattaforme petrolifere col fuoco della ciminiera acceso, illuminano la notte. Alcune più vicine, altre più lontane, specchiandosi sull’acqua creano un’atmosfera che può apparire Paradiso o Inferno a seconda della fantasia di chi osserva. Uno spettacolo unico. Tentiamo di appisolarci sulle dure assi di legno in spazio ridottissimo, quando in piena notte, i nigeriani protestanti iniziano una sorta di rumorosissima funzione religiosa, dove un uomo intona un canto e le donne con voce altissima rispondono. Un delirio. Cristina divertita filma, Bruno è furibondo per quello sguaiato, rumoroso, idiota non rispetto degli altri, Filippo cerca di dormire adottando una sorta di training e Thomas con teutonica noncuranza, cerca di ignorarli. Vanno avanti per ben due ore, incuranti del disturbo arrecato ad altri.

20/1/2019. In mattinata la nave attracca nel porto fluviale di Tiko, posto davvero degno dei romanzi di Conrad. Il porto in mezzo alla foresta è in decadenza totale. La banchina in mattoni è tutta rotta e il resto è in terra battuta. Si intravedono rovine di un’antica ferrovia e nel fiume posteggiano alcune navi arrugginite, semi affondate, sdraiate su un fianco. Probabilmente l’ultima manutenzione portuale la fecero i britannici settanta anni fa, prima di abbandonare la colonia, poi più niente. Un posto infernale davvero. Numerosi camion sono già parcheggiati e, dopo la discesa dei passeggeri, la solita orda di scaricatori di porto disperati sale sulla nave per scaricare a braccia le merci. Noi salutiamo Thomas, Federico e suor Perpetua ognuno in partenza per la propria destinazione, aspettando che scarichino la nostra 4×4. Con sorpresa constatiamo che la macchina non è più visibile sul ponte, ma coperta da una moltitudine di sacchi di parrucche da 750 kg l’uno (il peso era scritto sui sacchi) ognuno dei quali per essere rimosso necessita di sei uomini forzuti. Incominciamo a preoccuparci poiché non vediamo smuovere alcun sacco da sopra Tatiana. Ad un certo punto ed eravamo a mezzogiorno, un energumeno in maglia bianca e rossa che avevamo già adocchiato a Calabar senza avere rapporti con lui, avvicina Bruno dicendogli in francese: “Se vuoi che ordino lo scarico della macchina devi darmi 180 euro.” Bruno che se lo aspettava, risponde: “Ho già pagato in Nigeria ed ho pure la fattura, quindi la macchina la scaricate e basta.” L’energumeno: “Qui siamo in Camerun e non in Nigeria. Qui comando io e quindi o paghi, o la macchina non la scarichiamo.” Bruno, arrabbiato mostrando l’orologio, ribatte: “ Caro mio, o entro le ore 15 la macchina è sul molo, o chiamo la polizia. Vedi tu.” L’energumeno scompare e lo scarico della nave continua ma senza riguardare i sacconi che ricoprono Tatiana. All’una circa vedendo che nulla si muove e in considerazione del fatto che dobbiamo allontanarci rapidamente dalla zona anglofona poiché il giorno dopo è prevista una manifestazione violenta con probabili scontri a fuoco tra ribelli ed esercito, ci rechiamo allo sgangherato posto della gendarmeria del porto. Qui troviamo una gendarme donna, dice che riferirà tutto al suo capo che sta per arrivare e ci penserà lui. Ci intravede suor Perpetua che aspettava un furgoncino che doveva venire a prelevarla con altri e ci dice che li è una vergogna, era sicura che ci avrebbero chiesto soldi e pertanto, agguanta un tale, con tutta evidenza  un caporale dei disperati che stavano scaricando la nave, dicendogli che si dovevano vergognare e di scaricare subito la macchina. Costui sparisce subito senza che capiamo dove. Intanto arriva il comandante della gendarmeria e con altri due agenti va a parlare con l’energumeno dalla maglia bianca e rossa. Costui, con la faccia di bronzo, dice ai gendarmi: “Se non mi paga quello che voglio, io la macchina non la faccio scaricare.” Poi se ne va. Il gendarme capo cerca di convincerci che prima o dopo, la macchina la scaricheranno! Con tutta evidenza, in quel posto comandano i farabutti ma noi lui. A questo punto Bruno, perse le speranze di avere giustizia dalle autorità, va alla ricerca dell’energumeno e gli propone 50 euro per avere l’auto a terra entro le ore 15. L’energumeno dice che è poco e ne vuole almeno 80. A questo punto Bruno propone: “Te ne do 80 ma la macchina deve essere sul molo alle ore 14,30 non oltre.” L’energumeno accetta, stretta di mano e la macchina è sul molo alle ore 14,15, addirittura in anticipo. Sulla carrozzeria ci sono varie ammaccature dovute ai pesi notevoli che l’auto ha dovuto sopportare. Pazienza, apposta facciamo il viaggio con una macchina vecchia. Veniamo inseguiti da alcuni ragazzi che ci chiedono qualcosa, loro si, hanno spostato tutti i sacchi per liberare la macchina. Volentieri a quei poveri disperati diamo qualcosa e ci ringraziano felicissimi. Uscendo dal porto arriviamo alla sbarra ella gendarmeria; qui, un gendarme che poco prima avrebbe dovuto intervenire a nostro favore, ci chiede un “piccolo obolo” a favore della gendarmeria che veglia per la nostra sicurezza. Gli diamo qualcosina. Più avanti, i doganieri ci fanno scaricare tutta la macchina con un controllo meticoloso. Il loro capo, cattolico fervente il cui desiderio è di recarsi a Roma per vedere il Vaticano, non solo non sapeva cosa sia il Carnet per la macchina e per fortuna ce l’ha timbrato la sua segretaria molto sveglia, ma ci ha pure richiesto di donargli una bottiglia di whisky, cosa che ovviamente non avevamo. Usciti da quell’inferno di mascalzonerie e corruzione ci dirigiamo prima su pista e poi su asfalto, veloci verso Douala dove andiamo a riposarci in un albergo.

21/1/2019. Dopo avere contratto l’assicurazione sulla macchina valida per Camerun e Gabon, decidiamo di percorrere rapidamente la strada principale del Paese passando dalla capitale Yaoundé e quindi Ebolowa, per dirigerci il più presto possibile verso il Gabon, tanto la parte del Camerun che intendevamo visitare è chiusa. Un vero peccato.

Poco prima della città di Edea, amara sorpresa. Veniamo fermati da una pattuglia della gendarmeria che incomincia a controllare meticolosamente tutti i nostri documenti, quelli dell’auto, l’assicurazione, il carico delle valige. Poi uno strafottente gendarme di giovanissima età, armato di mitra, comincia, con tono assolutamente minaccioso e arrogante a chiedere soldi per lasciarci andare, con la scusa che loro sono li a proteggerci. Vuole prima 10.000 franchi CFA, circa 15 euro, che paghiamo pur di uscirne. Poi, fa una telefonata e ne chiede altri 10.000. Dice che ha parlato con un suo superiore a Yaoundé e dobbiamo dargli 10.000 CFA anche per lui. Ci prende il numero di targa, richiama nuovamente qualcuno al telefono comunicandolo. Ci dice che all’arrivo a Yaoundé, città quel giorno interdetta (chissà poi perché) troveremo il suo superiore che ci accompagnerà all’albergo. Gli diciamo che noi non intendiamo andare all’albergo ma proseguire per Ebolowa e quindi il Gabon. Ci dice che è impossibile poiché la città di Yaoundé è chiusa. La questione è evidente: o paghiamo ulteriori 10.000 CFA o da li non ci si muove e, non solo, sospettiamo fortemente che continuando la strada per la capitale, altre pattuglie avvisate, ci spenneranno ulteriormente. Prima di pagare gli chiediamo nome e numero di telefono e lui ce li fornisce ma, solo il nome, non il cognome. Partiamo piuttosto incazzati e decidiamo di non andare verso Yaoundé, ma di raggiungere la città di Ebolowa con percorso secondario, al fine di evitare ulteriori, certi, pagamenti alla gendarmeria. Poi da Ebolowa alla frontiera col Gabon la distanza è solo più di 80 km. Giunti a Edea, deviamo su una bella strada verso sud, fino alla località turistica di Kribi sull’Atlantico, luogo molto carino. La carta 746 della Michelin, indica che da Kribi si può raggiungere Ebolowa con una pista di 180 km circa ed è proprio quella che intendiamo imboccare. A Kribi in direzione della pista, veniamo nuovamente fermati da una pattuglia mista di gendarmeria e polizia. Il gendarme capo, ci dice che la pista non è praticabile e che comunque noi come turisti non siamo autorizzati a farla. Ci dice che dobbiamo tornare ad Edea e prendere la strada per Yaoundé. Di nuovo! Gli diciamo che ci risulta che la capitale è chiusa e lui risponde che non è vero. A questo punto, un graduato della polizia si aggiunge alla discussione e dice che, in via del tutto eccezionale, avendo noi un robusto 4×4, possiamo prendere la pista. Il gendarme capo non fiata più e noi, dopo avere ringraziato il poliziotto, avanziamo verso la pista e la imbocchiamo alle ore 13 circa.

La pista è pessima, un vero disastro. Terra rossa indurita con enormi buche tali da contenere per intero Tatiana; lunghi tratti con solchi profondi scavati dal deflusso delle acque della stagione delle piogge, nei quali si viaggia con la macchina inclinata su un fianco a 45°. Un vero inferno che ci obbliga ad andare molto piano per non rompere tutto. Troviamo diversi ponti su fiumiciattoli, strettissimi e senza ringhiera dove la macchina passa appena; questi ponti sono  fatti di assi di legno anche in pessimo stato. In due casi siamo dovuti scendere per rinforzare il ponte con altre assi trovate li accanto. Il percorso tuttavia, è di un selvaggio unico, vera Africa immersa nella foresta con l’incontro ogni tanto di qualche villaggio di capanne dove vivono persone ai limiti della civiltà. Per tutta la durata della pista, incontriamo solamente un pick-up della polizia e un camion carico di tronchi tagliati nella foresta. Ci viene un certo patema d’animo poiché, in caso di guasto a Tatiana sarebbe un problema serissimo, essendo la pista, sostanzialmente, quasi non frequentata. Ad ogni buon conto, verso le ore 19 di sera siamo quasi ad Ebolowa quando scoppia un temporale violentissimo con una pioggia molto copiosa che le spazzole tergicristallo non riescono nemmeno lontanamente a spazzare dal vetro. Stremati, in periferia della città ci fermiamo in un modesto motel che è già buio pesto e successivamente, andiamo in un poverissimo ristorante dove, quasi al buio, una grossa signora ci cucina quattro pesci di fiume alla griglia, unica cosa commestibile disponibile.

 

22/1/2019. Partiamo di buon mattino verso il Gabon e decidiamo che, alla prima donna povera che incontreremo, doneremo pentola, padella, tazze, scolapiatti che abbiamo in macchina poiché non li usiamo mai. Doneremo altresì il camping gaz e 6 bombole di scorta. Abbiamo capito che ne possiamo fare a meno, che occupano solo spazio e sbattendo nelle piste accidentate, sono rumorosi. La strada è in cattive condizioni e, pochi chilometri prima della frontiera incontriamo un gruppo di baracche dove notiamo davanti alla più misera, una donna e alcuni bambini seminudi. Ci fermiamo e chiamata la donna ancora giovane, ci raggiunge stupita e incredula del

“cadeau” che intendiamo farle. Quasi piange dalla gioia. Ci dice che ha proprio bisogno di quelle stoviglie e che è poverissima. Ha quattro figli piccoli e il marito ha perso entrambe le mani in un incidente e ora è invalido senza poter lavorare. Dice che il giorno prima è riuscita a recuperare del riso per i bambini ma che oggi non sa come sfamarli. Gli doniamo altresì un kg di sale, genere che da quelle parti è introvabile e lei, di nome Lidienne, non sa più come ringraziarci. E’ molto credente ed è convinta che è stato Dio a farci fermare davanti alla sua capanna. Passiamo in un paio d’ore le due postazioni di frontiera e, imbroccata una bella strada gabonese in mezzo alla foresta equatoriale, decidiamo di fermarci a metà pomeriggio nella località di Mitzic, dove alloggiamo e mangiamo in un decente alberghetto.

23/1/2019. Ripartiamo con calma verso sud, sempre in una strada in buone condizioni in mezzo alla foresta con traffico inesistente. Ammiriamo una vegetazione veramente lussureggiante e ci fermiamo spesso a fare foto. A volte la vegetazione è talmente fitta che le fronde dai due lati della strada si incrociano in una lunga e buia galleria naturale. Incontriamo camion cinesi che escono dalla foresta carichi di enormi tronchi di legno pregiato, camion che vanno verso il porto di Libreville dove imbarcheranno i tronchi per la Cina. I cinesi hanno stipulato grossi contratti col Gabon e stanno sostituendo gli europei negli affari più importanti. Abbiamo capito che i cinesi sono più graditi che gli europei in quanto costruiscono strade e infrastrutture, mente gli europei, specie i detestati francesi, pigliano solo e non lasciano nulla. Passato l’equatore, nel pomeriggio giungiamo nella poverissima località di Bitoum,  dove alloggiamo in un decente alberghetto di proprietà di un onorevole. La sera ceniamo in una baracca di legno dove Bruno si pappa il coccodrillo cotto in una salsa, talmente buono che fa il bis. Cristina invece, mangia il solito pesce di fiume.

24/1/2019. Partiamo in direzione di Libreville e successivamente nel vicino Cap Santa Clara, dove sorge il resort di Federico e dove lasceremo Tatiana. Paradossalmente, la qualità della strada fino a li percorsa in Gabon è decente, mentre gli ultimi 250 km prima della capitale sono un vero disastro con asfalto inesistente oppure con scalini micidiali sui resti dell’asfalto. Il traffico, soprattutto degli enormi camion che portano il legname cresce in maniera considerevole. Pur avanzando lentamente, arriviamo nel pomeriggio al resort, bella struttura sull’oceano, con bungalow, ottima cucina e piscina, dove intendiamo rilassarci alcuni giorni prima della partenza.

 

25-26-27/1/2019. Passiamo li gli ultimi giorni chiacchierando con Federico che è di Acqui Terme e con la moglie gaboniana che parla un ottimo italiano, essendosi laureata in lingue a Genova. Sono persone di cultura e ci raccontano le loro storie e di come si vive oggi in Gabon. Ci rilassiamo veramente e il 27 pomeriggio depositiamo Tatiana a fianco di un vecchio Discovery di due italiani che lo hanno lasciato in deposito, stacchiamo la batteria e la copriamo con un telo di spessa plastica. La sera Federico ci accompagna al vicino aeroporto e verso mezzanotte, saliamo sull’aereo che via Istanbul, ci riporta in Italia.

La terza tappa della nostra Transafrica è stata durissima. La chiusura della frontiera tra Nigeria e Camerun ha condizionato il viaggio e non abbiamo potuto visitare le zone del Camerun che volevamo vedere, oltre alla perdita di ben otto giorni bloccati in Nigeria. Le vicende di corruzione con le quali abbiamo avuto a che fare nei porti di Calabar e Tiko, sono state esperienze molto forti ma ci hanno insegnato qualcosa. In sostanza ci aspettavamo un tappa diversa, ma siamo contenti lo stesso. Tutto è stato molto interessante.


Cristina e Bruno Riccardi

Andalusia – Quando il flamenco scorre nelle vene

Spirito Libero

Lo zaino racconta: Andalusia – Quando il flamenco scorre nelle vene

 

 

La storia del flamenco è legata inesorabilmente a quella dell’Andalusia. Chi vuole conoscere questa danza dai diversi stili, oggi Patrimonio dell’umanità, deve conoscere anche questa regione spagnola dall’atmosfera piena di intensità, dove la fusione tra l’Europa cattolica e il mondo arabo-musulmano ha lasciato i suoi frutti migliori:  la Mezquita di Cordoba, l’Alhambra di Granada,  l’Alcazar di Siviglia.

 

 

Fa parte della mia identità, è qualcosa che mi appartiene e di cui sono innamorato”. “Lo sento dentro di me, mi dà i brividi, la pelle d’oca, e se sono lontana da casa ancora di più”. Così due giovani spagnoli andalusi parlano del flamenco! Le parole di Juan Luis Lopez, di Cordoba – responsabile promozione dell’Ufficio spagnolo del turismo a Roma – e di Nuria Perez, di Granada – anche lei del dipartimento promozione – sono la conferma di quanto viva e forte sia questa forma di arte nel ‘sentimiento’ e nel DNA di chi nasce in Andalusia.

Vedere uno spettacolo di flamenco è come fare un viaggio nelle mie radici”, spiega Juan Luis. “Prediligo gli stili più vivaci e coinvolgenti, come ad esempio la sevillana, la bulerìa e l’alegrìa, che da noi si ballano anche in strada o in famiglia, in occasione delle feste, soprattutto d’estate. Ma devo dire che il pubblico italiano segue tutti i tipi di flamenco, e sono rimasto molto colpito dal successo delle rassegne dedicate che si svolgono regolarmente a Roma, sia quelle organizzate dall’Istituto Cervantes, sia quelle dell’Auditorium Parco della Musica: la prossima è in programma a settembre”. “A me del flamenco piace proprio tutto“,  dice Nuria, “anche le parti ballate senza musica, che forse non tutti sono in grado di capire e apprezzare”.

Le origini incerte e tormentate di un ballo di popolo.

Se le origini del flamenco si perdono nella storia della Spagna, è certo che questa danza ha avuto origine dai popoli più travagliati e perseguitati del Paese – i gitani, i mori, gli ebrei – ed è nata dai livelli più bassi della popolazione dell’Andalusia. Non a caso solo nel 1980 il flamenco viene inserito tra le materie di studio dei conservatori musicali, mentre nel 2010 l’UNESCO lo dichiara Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Incerta anche l’etimologia del nome, che secondo alcuni deriva dall’arabo ‘felag mengu’, cioè ‘contadino in fuga’ o ‘contadino senza terra’, termine adatto ai musulmani e agli ebrei che si spostavano per sfuggire all’Inquisizione o per emigrare. Altre ipotesi riguardano la relazione con le Fiandre (flamenco significa anche “fiammingo” in spagnolo), ritenute la terra d’origine degli zingari, oppure con la parola flameante (ardente), riferita all’ esecuzione degli artisti o ai vestiti appariscenti dei danzatori.

Il flamenco è musica (ne esistono più di 50 stili musicali, detti palos,) e canto, ma il ballo è l’espressione più conosciuta di quest’arte. Oltre che nei teatri, il flamenco si può vedere nei ‘tablao’, tipici locali spagnoli dove spesso si cena o si beve qualcosa e si assiste a uno spettacolo dal vivo con coreografie di 2-3 persone, oppure con solisti che in parte improvvisano. Nel ‘baile’ flamenco esistono movimenti del corpo e delle braccia detti “braceo” e il battito dei piedi, “zapateo“. Lo zapateo viene utilizzato dal ballerino per introdurre il canto (llamada), per sottolineare la fine di un verso (remate), oppure per eseguire dei veri e propri assoli ritmici (escobilla). La classificazione dei “palos” flamenchi è controversa, ma di solito vengono suddivisi in due grandi gruppi: il “cante jondo” (cioè profondo) e il “cante chico” (piccolo). Al primo appartengono palos solitamente di sofferenza con presenza di cante tragico, come la soleà, la seguiriya, la petenera. Al cante chico appartengono generi più leggeri come la bulerìa, il tango flamenco, l’alegrìa. L’abbigliamento del ballerino prevede speciali calzature molto resistenti con chiodi ribattuti in punta e sul tacco e abiti in sintonia con il ‘palo’ proposto, soprattutto per le donne. Si possono utilizzare diversi accessori; il bastone e talvolta le nacchere sono quelli utilizzati dagli uomini, mentre le donne oltre alle nacchere utilizzano anche il ventaglio, lo scialle, il cappello e l’abito con lo strascico.

Itinerari del flamenco in terra andalusa.

L’Andalusia, patria del flamenco, offre numerosi itinerari a chi vuole approfondire la conoscenza del ballo. Tra i luoghi irrinunciabili per chi visita questa regione spagnola dalla forte impronta araba e dal fascino quasi magico, c’è senz’altro Siviglia, capoluogo andaluso dalla spiccata ‘personalità’. Da non perdere la Giralda , torre campanaria e antico minareto, la cattedrale più grande della Spagna e gli Alcazar, fortezze arabe e palazzi reali con i loro magnifici giardini: i tre monumenti sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’ Unesco nel 1987. Tutto intorno, i caratteristici quartieri Santa Cruz e Arenal, che conservano l’aspetto dell’epoca moresca con vie strette e tortuose, piazzette irregolari e case basse con ampi ed eleganti patios. Più vicino al fiume Guadalquivir il rione Triana, una delle culle del flamenco.

Altra perla dell’Andalusia è Granada, con la sua magnifica Alhambra, la cittadella murata araba sul colle della Sabika che accoglie turisti da tutto il mondo, in fila davanti all’ingresso fin dalle prime ore del mattino (la visita va prenotata in anticipo!). Passeggiare negli incantevoli giardini significa quasi entrare in un’altra dimensione. Granada è una tappa importante nella storia del flamenco: il Sacromonte, con le sue grotte scavate nella roccia, è il sobborgo gitano della città. E’ fondamentale andare nel quartiere Albaicín, che ospita la più antica ‘peña’ (circolo di appassionati del flamenco), quella della Plateria, dove si può assistere alle esibizioni in programma. Da visitare anche la taverna di Jaime el Parrón, dove si riuniscono molti artisti della città. Ma spingiamoci ancora più a sud, ai confini dell’Europa e del Mediterraneo, per visitare Algeciras, città natale del grande chitarrista Paco De Lucìa, che vide la luce nell’umile quartiere El Rinconcillo, al numero 7 de la calle San Francisco. Nella piazza del quartiere c’è una statua del maestro, e porta il suo nome anche il conservatorio della cittadina. Se raggiungiamo Moròn de la Frontera, poi, possiamo rintracciare forti testimonianze nella taverna Los Alemanes, locale dove si svolgevano molte feste ‘flamenche’. Agli amanti del flamenco è consigliata una tappa a Jerez de la Frontera, sul golfo di Cadice (Atlantico).

Qui, uno dei luoghi più interessanti è l’ Arco de Santiago, un bar frequentato da musicisti di flamenco che discutono tra di loro di chitarre e di cantanti. E la sera si passa dalla teoria alla pratica al circolo di flamenco “Manuel Morao y Gitanos de Jerez”, che mette in scena spattacoli a richiesta. Imperdibili per gli appassionati il Centro andaluso del Flamenco, nel Palazzo di Pemartín, e la Cattedra di Flamencologia: due punti di riferimento fondamentali nello studio della chitarra per la notevole ricchezza dei loro archivi.

In Andalusia non può assolutamente mancare una visita a Cordoba, che è stata a lungo la capitale dell’impero musulmano in Spagna, e ancora oggi è la città andalusa in cui è più visibile il passato musulmano. La sua imponente moschea-cattedrale (la Mezquita) rappresenta il simbolo stesso della fusione tra l’aspetto arabo-islamico e quello cattolico-occidentale della regione andalusa. La sconfinata ‘foresta’ di colonne all’interno della più alta espressione dell’architettura islamica in Europa è un’immagine che rimane impressa nella memoria. La straordinarietà della Mezquita deriva anche dal fatto che alla bellissima costruzione musulmana si sono aggiunti stili rinascimentali, gotici e barocchi. Ma tutti i vostri sensi rimarranno ancora più colpiti dall’atmosfera piena di passione intensa, se vi capiterà di assistere ad una delle processioni della settimana santa, che hanno come punto di partenza proprio l’immensa cattedrale. Molti i turisti, ma forte anche la partecipazione degli abitanti della città, che riescono a trasmettere un’emozione da brivido!

Il flamenco nella notte sivigliana.

Uno dei punti di riferimento dell’intrattenimento notturno a Siviglia è il quartiere (barrio) Santa Cruz, con le sue tipiche cantine e un’ampia offerta di bar e discoteche. Nella zona di Triana si concentrano invece molti bar in cui si suona musica dal vivo o la caratteristica “flamenquita”. D’estate la gente si sposta verso il fiume, dove numerosi bar, chioschi, discoteche e terrazze all’aperto vengono allestite lungo il Guadalquivir per offrire un rilassante refrigerio nel clima torrido della stagione, soprattutto tra il Parco di Maria Luisa e il Ponte della Barqueta. Quando scende la sera, nel Barrio Santa Cruz comincia a diffondersi il suono delle nacchere e delle chitarre andaluse, e si balla anche nelle strade. Tra i locali con spettacoli dedicati al flamenco, La Carbonería, in Calle Levíes 18, nel Barrio de la Judería. Qui l’esibizione inizia alle 10 di sera, con ingresso libero e una birra o un bicchiere di vino al costo di circa 3 euro. Se non vi piacciono gli spettacoli per turisti ma amate il flamenco, vi consigliamo una visita alla Casa della Memoria, in Calle Ximenez de Enciso 28, nel Barrio Santa Cruz. Qui scoprirete l’aspetto più culturale del flamenco e i suoi legami profondi con Siviglia e con l’Andalusia. Il prezzo di ingresso è di 11 euro e gli spettacoli si svolgono in un pittoresco patio, in una stradina bellissima.

 

Alessandro Alberti

Altheo People

Alessandro Alberti



Beh, che raccontare di questa persona, nasce nel lontano 1982 in una mattina soleggiata di Novembre in una famiglia modesta, è il secondo genito di casa.
Il tempo passa in fretta e Alessandro cresce con la passione per tutto ciò che ha un motore tramandata dal padre che in box esegue piccoli lavoretti di manutenzione e restauro di auto e moto,e lui sempre lì a chiedere e cercare di “rubare il mestiere” fin dalla tenera età. Tutto procede tranquillamente la scuola,il lavoro,le amicizie e la vita in famiglia tutto va discretamente bene fino ad un primo pomeriggio dell’Aprile 2010 quando il nostro amico ormai ventisettenne subisce l’amputazione della gamba sinistra a causa di un brutto incidente stradale…
Sembrava davvero la fine ma,grazie al destino e a qualche buona stella Alessandro, dopo quasi due mesi di ospedale torna tra i suoi cari consapevole che la sua vita è cambiata del tutto…
Dopo la riabilitazione lunga e faticosa si rimette in piedi con la consapevolezza che nulla è perduto… basta crederci davvero!
Ricomincia a lavorare, in ufficio, per ovvie necessità ma non perde la sua passione primordiale per i motori e di tanto in tanto anche lui come il padre si diletta in piccoli lavori di manutenzione e restauro.
Acquista un Go kart, lo adatta alle sue esigenze e nel tempo libero si “sfoga in pista”, si iscrive all’associazione 2nove9 dove conosce altri ragazzi “meno fortunati” come lui ma come lui non si sono abbattuti e vivono la loro disabilità come “un dono” e una seconda possibilità…
Chissà in quali nuove esperienze di getterà a capo fitto il nostro amico… chi vivrà vedrà.