100 lire nel Jukebox – The Rolling Stones – Angry



Una novità non di poco conto che merita un piccolo approfondimento. “Angry” è il primo singolo inedito dal 2020 dei Rolling Stones, brano che anticipa il disco “Hackney Diamonds”, il primo dal 2005. Prima di quello che sarà, una volta uscito il 20 ottobre 2023, l’ultimo album delle Pietre Rotolanti, c’era un cd di cover, e cioè “Blue & Lonesome”, messo in vendita nel 2016. Nel 2019, poi, i quattro musicisti, con ancora vivo il batterista Charlie Watts, avevano pubblicato il singolo “Living In A Ghost Town”, brano inserito nella scaletta degli ultimi live.



Le riflessioni su questo nuovo brano sono essenzialmente due. La prima, ed è la più importante, dopo aver letto i commenti presenti nella giungla dei social, è che i Rolling Stones ci stanno regalando semplicemente se stessi, e cioè i classici Rolling Stones. Il gruppo non fa nient’altro che essere in modo eccellente se stesso. C’è chi si lamenta, chi grida ai dinosauri che non producono nulla di nuovo dopo 18 anni: si legge insomma di tutto. Ragioniamo per un attimo su questi 18 anni: 2005 – 2023. Ricordate quante meteore sono passate? Fate mente locale: avete in mente album memorabili in questi18 anni? Ecco, mentre pensate, ricordate anche che gli Stones, nel 2005, uscivano con “A Bigger Bang”, che tutti consideravano il canto del cigno; a seguire ci fu un tour, con la notte di Rio (cofanetto in vendita), poi venne la notte dell’Havana a Cuba (cofanetto in vendita), poi altri tour, compresi quelli dei 50 e dei 60 anni di attività. Poi un grande film di Martin Scorsese, un album di cover, e quasi tutti i live delle varie tournée pubblicati in ottimi cofanetti. Mentre succedeva tutto questo, gli Stones proseguivano una storia, nata nel 1962, caratterizzata da un dualismo che, dal 1970, non esiste più, come d’altronde il mondo che lo aveva visto nascere, e svilupparsi. Solo in questi 18 anni sono nati, cresciuti e scomparsi gruppi, cantanti e generi musicali. Eppure gli Stones sono ancora qua, con il loro classico sound. Davvero c’è qualcuno che ha il coraggio di aspettarsi, da questi tre signori, qualcosa di nuovo? O un disco di innovazione e rivoluzioni? Davvero? Perché vale la pena ricordare che Roger Waters sta massacrando il suo glorioso passato, e gli U2 hanno fatto un album con la semplice ricostruzione del suono del loro passato. Altro non si vede all’orizzonte.


La seconda riflessione, ascoltato questo “Angry”, singolo di poco meno di quattro minuti (3:47 per la precisione), è che si tratti della canzone perfetta per quest’epoca. Un prodotto ben fatto, curato nei minimi dettagli che, forse, chi è convinto che la musica sia produzione di sentimenti e passione, senza lavoro certosino di studio, non può capire. Ma è come dire che fra un alcolista e un attento enologo, non esiste alcuna distinzione, perché entrambi bevono vino. Direi che una differenza c’è: un conto è l’emozione, personale e privata, che suscita nel nostro animo un’opera; questione però che non ha a che fare con l’arte, intesa come produzione di una differenza, o – citando Hegel – apparire sensibile dell’idea, o – muovendoci nel pensiero di Benjamin – apparire di una lontananza, o – pensando a Cézanne – ciò che rende visibile (quello che prima non lo era), o, e giuro che mi fermo, – ricordando J. L. Godard – ciò che è capace di essere giusto (nel senso di solo) un’immagine del mondo. O siamo convinti davvero che i pittori della domenica, en plein air, che ritraggono tramonti e porticcioli di mare, valgano come Picasso? Non ci credo…


Qui è la stessa cosa. “Angry”, al di là che susciti o meno emozioni ai singoli, è una perfetta canzone in stile Rolling Stones (meno male, dato che in “Bridges to Babylon” del 1997, si erano sognati di provare a dar vita a un rap). Non solo, se la si ascolta bene, si può anche apprezzare a fondo il lavoro cesellato in studio. Gli strumenti entrano uno per volta, senza sovrapporsi mai, se non nel ritornello. La voce di Jagger è sempre sola, o con la batteria (il basso non emerge mai, ma d’altronde Bill Wyman è un bel pò che è uscito dal gruppo), mentre la chitarra di Wood, nella prima parte, accompagna, mentre il solo di Richards diventa dominante, in solitario, con la batteria sullo sfondo, nella parte centrale del pezzo. Manuale, insomma, di come si lavora e opera in studio. Poi certo, la batteria è più “ricca” di quella di Watts, che però sarà presente nel disco dato che, si legge nei comunicati, alcuni brani hanno avuto una lunga gestazione, e il quarto Stones c’era, all’epoca, in studio, con i tre fedeli amici.


Lamentarsi che gli Stones facciano se stessi è francamente da boomer, mi si passi la battuta. La questione non è negli Stones che, con “Angry”, appaiono in forma, e sanno fare bene il loro lavoro, e si spera che continuino in eterno (anche perché, se non ci si è pensato, quante composizioni ci saranno negli archivi dei loro studi? Serve davvero che siano produzioni nuove quelle del prossimo album? Eh dai…), ma come mai a oggi non ci sia stato nessuno, nel grande circuito musicale (diversa la cosa nel mondo sotterraneo), che abbia saputo fare meglio, o in modo diverso, da quanto prodotto dagli Stones in sei decenni. Solo a titolo di cronaca, ricordo che i Franz Ferdinand, nati a Glasgow nel 2002, uscirono con l’omonimo album nel 2004, ed erano loro gli eredi designati. Quest’anno, almeno in Italia, hanno suonato nelle location che, solitamente, sono frequentate da I Nomadi. I Fontaines D.C., nati a Dublino nel 2017, stanno cavalcando una buona onda, e vedremo se, e come, resisteranno. E sono passati solo 6 anni.


Quindi, lunga vita agli Stones, e ben arrivata “Angry”, che va ascoltata a volume alto perché è un brano sfrontatamente bello, che suona alla maniera degli Stones, e che insegna molto su come si possa ancora fare buona musica. Per le emozioni, c’è sempre il bel canto, la musica liquida, e i prodotti commerciali.


Hackney Diamonds


La maggior parte di coloro che leggeranno questa recensione non erano nemmeno nati quando i Rolling Stones cominciarono la loro carriera (1962) e pubblicarono il loro primo album (1964). Quando cominciarono, il rock come genere non era ancora definito. Le pietre rotolanti, partendo dal blues e infilandoci un po’ di country e di rock’n roll, ebbero un ruolo essenziale nel fondare il rock, nutrirlo, renderlo grande e popolare. Seppero poi sopravvivere, fin dal 1978 (vedi il nostro Back in Time su “Some Girls”) quando il “classic rock” entrò in crisi, cavalcando e incorporando nel loro “rock’n roll” (come Keith Richards ha sempre voluto chiamarlo) le varie mode che passavano per le classifiche. Fino ad arrendersi di fronte a rap e hip-hop (“gente che mi urla addosso”, cit. Keith).


Tuttavia, 60 anni dopo i Rolling Stones sono ancora qui tra di noi e danno alle stampe il loro 24mo (o 26mo, a seconda di cosa si conta) album in studio. Parte la batteria, con Mick Jagger che scandisce il ritmo (one-two…one-two-three-four) ed entra subito un bel riffone di chitarra: “questi sono i Rolling Stones” immagino che lo potrebbero dire tutti, vecchi e bambini, mentre Mick attacca a cantare. Ed eccovi servito il singolo, Angry, con tanto di video con strafica hollywoodiana. Di sicuro ti si attacca addosso, ma non saprei dire quanto ancora emozioni coloro che, come me, di riffoni così ne hanno già sentiti tanti, anzi ci hanno costruito sopra una vita da professionisti dell’air guitar.


Non c’è più Charlie Watts, o meglio compare solo in due tracce, Mess It Up e Live By The Sword, evidentemente registrate all’epoca. Ma Steve Jordan non è esattamente da meno, anzi. Ascoltatelo su Get Close: è lui a dettare il groove, prevalendo sulle solite chitarre rolingstoneiane e risultando decisivo in una delle tracce più coinvolgenti del disco.


Ma “Hackney Diamonds” non aspira a essere nulla più che un ulteriore disco classico degli Stones. Non ci sono sorprese. Ci sono la ballatona romantica di Jagger (Depending on You), il rock’n roll tirato e sguaiato (Bite My Head Off con Paul Mc Cartney al basso), la ballatona country con un sacco di slide (Dreamy Skies), i coretti r&b (Mess It Up), la canzoncina strappabudella cantata da Keith (Tell Me Straight), il bluesone iperprodotto e apocalittico (Sweet Sounds of Heaven con Lady Gaga e Stevie Wonder), la cover acustica di un vecchio blues (Rolling Stone Blues, la canzone di Muddy Waters che diede il nome alla band).


Il tutto però prodotto dal trentenne Andrew Watt, che ha pure imbracciato il basso su alcune tracce e contribuito a scrivere le prime tre tracce, insieme ai soliti Jagger-Richards. Watt è un produttore che va per la maggiore e che trovate oggi dappertutto. È riuscito a far suonare come “rock” persino Miley Cyrus e a dare nuova vita ad altri dinosauri come Iggy Pop e Ozzy Osbourne. Che dire? Missione riuscita anche con i Rolling: tutti promossi a pieni voti, lui, la band ottuagenaria, il disco.


 

Spirito Libero – Panama – Al di là del canale

ultimo aggiornamento 30 Giugno 2024



Tra Indios e grattacieli i contrasti di Panama, una terra attraversata da costa a costa dal “mitico” canale. Un territorio che culmina a 3478 metri d’altezza sul monte Chiriquì.



Quando Vasco Nunez de Balboa sbarcò nel 1513 sulla costa dell’Atlantico che già Colombo aveva toccato nel suo quarto viaggio, gli Indios della zona lo avvertirono che esisteva una breve distanza anche un “mare del sud”.
Così che Balboa coprì per caso che la terra dove si trovava era un istmo sottile tra due oceani enormi, l’Atlantico e il Pacifico.
Posizione invidiabile quella di Panama, la terra più meridionale dell’America Centrale che disegna una lingua “a esse” fatta di foreste tropicali, spiagge bianchissime, un vulcano alto 3400 metri, scogliere coralline, cordoni di isolette coperte di palme.
Nei 15 parchi nazionali uniti in quello che è definito un “corridoio biologico” da est a ovest, vivono più specie di uccelli che in tutto il Nord America. Una posizione che ha reso celebre in tutto il mondo il Canale di Panama: tagliato con progetto grandioso prima francese poi americano, fu inaugurato nel 1914 cambiando le rotti mondiali. Da allora le grandi navi da crociera e commerciali lo attraversano tutti i giorni dell’anno, giorno e notte, percorrendo in 8/10 ore gli ottanta chilometri che separano i due oceani attraverso un complicato e affascinante sistema di tre chiuse, un lago artificiale, locomotive elettriche su binari di scorrimento.


 



A segnare la fisionomia di Panama City uno skyline di grattacieli modernissimi, 150 banche internazionali, luci colorate, insegne di catene commerciali e di alberghi famosi, lunghe autostrade. Ma Panama è terra di contrasti che mi ha “invitato” a una visita non superficiale. ” Amore andiamo a Panama?”. No caro, vacci pure tu!. E’ questo l’invito. I grattacieli sorgono accanto alla città coloniale del Casco Antiguo, riconosciuta patrimonio dell’umanità dall’Unesco, con i suoi balconi in legno e ferro battuto, le chiese barocche, gli stucchi color pastello, le piazzette raccolte intorno alle fontane e alle palme.
La sua splendida posizione sulla punta di un promontorio sul Pacifico testimonia l’importanza storica di Panama, dove gli spagnoli facevano affluire le enormi ricchezze d’oro sottratte al Perù per trasportarle nel Camino Real dall’istmo fino ai porti dell’Atlantico dove erano imbarcate alla volta dell’Europa. E il furbo pirata Henry Morgan capì che solo da terra si poteva attaccare Panama, come fece nel 1671 dopo aver risalito con i suoi uomini il fiume Chagres.


 


Altri contrasti sono ancora sorprendenti. A breve distanza dalla chiusa di Miraflores e dal lago Gatun mi hanno detto che vivono gli Indios Emberà. Mi hanno anche ricordato che per visitare il loro insediamento è consigliabile una buona dose di spirito di avventura e di adattamento. La mia risposta è stata: sono trent’anni che lavoro in una multinazionale a Milano. Sono pronto a qualsiasi avventura e ho tutto lo spirito di adattamento che volete. Non hanno capito ma fa lo stesso.
Dentro il parco nazionale del Chagres mi imbarco su piroghe condotte dagli Indios. Si risale il fiume tra muraglie altissime di vegetazione, nel silenzio interrotto da richiami di scimmie e tucani, addentrandosi in una terra che si mantiene ancora incredibilmente intatta.


 




 



Le capanne di fango appaiono alte sul pendio all’improvviso e sulle sponde la comunità attende gli ospiti con musica e sorrisi, ( come a me al lavoro ), uomini coperti dal semplice perizoma, donne avvolte in corte gonnelline multicolori e un pettorale di collane e monete d’argento. Bambini festosi prendono per mano i nuovi arrivati per condurli al villaggio. Dopo l’emozione di un bagno sotto la cascata assisto alla preparazione del pasto collettivo su un focolare improvvisato, ascoltando i racconti del capovillaggio e scegliendo gli oggetti dell’artigianato indio in fibra, legno, ceramica, semi di tatua, definita l’avorio vegetale.
Il governo favorisce la permanenza degli Indios nel loro habitat per conservare le tradizioni più autentiche (e fa bene. Io sono venuto qui per gli Indios e non certo per il governo di Panama), in un difficile equilibrio di rispetto per la cultura e l’ambiente, e necessità di moderni confort, il turismo può contribuire a salvare questa autenticità.


 

 


 


Mi ricordo che quando andava in onda la trasmissione “Survivor”, molti italiani sapevano collocare l’isola di Zapatilla al largo dell’Atlantico vicino al confine con il Costarica.

Ancora più interessante, perché quasi del tutto ignorato dal turismo, è l’arcipelago di San Blas di fronte all’impenetrabile selva del Darien che segna l’ultima regione di Panama al confine con la Colombia.



Un aeroplanino da 12 posti mi conduce in cinquanta minuti da Panama City a sorvolare le centinaia di isolotti orlati di sabbia e di palme, immersi in acque color turchese. Dall’unica pista d’atterraggio sulla riva dell’Oceano le piroghe imbarcano i viaggiatori e bagagli per una strana spedizione alla scoperta della comunità Kuna, disseminata su una cinquantina di isole, una stirpe fiera e orgogliosa che nel 1925 si è ribellata con successo al tentativo del governo centrale di omologarla alla cultura dominante. Così i Kuna sono rimasti una società a forte impronta matriarcale rispettosa della monogamia, governata dagli anziani che hanno potere religioso, politico e giudiziario. Le isole sono un affollarsi vociante e festoso di bambini in un rumore indescrivibile, piccole donne sdegnose e pochi uomini.


 


 
 
 


Spiccano su tutto i colori delle molas ricamate che si applicano ai corpetti del costume femminile, completando le gonne pareo, le cavigliere e i braccialetti altissimi, collane e anelli d’oro al naso. Il mare è solcato da piroghe che portano i pescatori a casa, le mercanzie da un’isola all’altra, i bambini a scuola in terraferma. I Kuna hanno saputo organizzare anche i piccoli lodge per accogliere i turisti che vogliono trascorrere qualche giorno in questo paradiso incantato. E’ tutto all’insegna della semplicità, capanne spartane, pasti all’aperto sotto il cielo stellato, il silenzio della notte, interrotto solo dal forte rumori della risacca, e di giorno stordimento tra cielo e mare a inseguire i voli dei pellicani a caccia di pesi.Amore com’è andato il viaggio a Panama?. Sai… una cosa normale, Panama… è solo Panama… amore.

 
 

Spirito Libero – I Parchi Nazionali della Polonia


 


 

 

Natura selvaggia.
Delicate orchidee che fioriscono sulla sabbia, giganteschi bisonti che pascolano liberi, dune “sahariane” in riva al mare e foreste come in Canada: è il patrimonio dei parchi nazionali polacchi, ventidue “banche biologiche” di una ricchezza unica in Europa.



Se per caso un giorno, andando per funghi, vi perdete nei boschi, e dopo giorni di cammino vi trovate a tu per tu non con un porcino ma con un bisonte, non preoccupatevi: vuol dire che siete finiti in Polonia.
Così se per caso, facendo jogging su una spiaggia, dopo aver macinato più chilometri di Forrest dump trovate dune alte come colline, non pensate di esservi perso nel Sahara: anche stavolta siete finiti in Polonia. Se poi in cielo scorgete in cielo una cicogna nera invece che bianca, se sulle dune vedete sbocciare un orchidea o se vi sorpassa un cavallo selvaggio al galoppo, non pensate di aver bevuto due birre di troppo: siete sempre in Polonia. E’ uno strano paese quello che si estende oltre l’Ode: ha ( o ha avuto ) alcune fra le industrie più inquinanti d’Europa; ba basta allontanarsi dalle ciminiere per trovare una natura selvaggia, spettacolare. E Varia: sul baltico, Polonia vuol dire dune come nel Sahara, in Podlachia foreste come in Canada, in Masuria laghi come in Finlandia, sui Tatra pareti a picco come sulle Dolomiti.


 


A tutelare gli ambienti naturali più interessanti oggi ci sono 22 parchi nazionali, sei dei quali ( Babiogòski, Bieszczadzki, Tatrzanaski, Karkonoski, Bialowieski, Slowinski ) sono così preziosi che l’Unesco li considera “riserve della biosfera”.
I primi quattro sono parchi di montagna: il Babiogòrski e il Bieszczadzki, proteggono i monti Beschidi, una catena boscosa abitata da lupi, linci e orsi bruni; il Tatrzanski comprende l’imponente catena dei Tatra; il Karkonoski in fine tutela parte dei Sudeti, una straordinaria “banca biologica” del regno vegetale, dove ci sono fra l’altro 452 specie di muschi, 400 di licheni e 80 di funghi. Molto diversi sono gli ultimi due, i più famosi di tutti: lo Slowinski ( ovvero il “Parco delle Dune”) è infatti un deserto in riva al mare; quanto al Bialowieski, è un immensa foresta di pianura, rimasta vergine dalla preistoria.


 




Se avete tempo per visitare un parco solo, scegliete il Bialowieski.
La sua porta d’accesso è un villaggio forestale della Podlachia chiamato Bialowieza, cioè “Torre Bianca”. In realtà, laggiù di torri non ce n’è mezza; ma in compenso bianco è tutto, per 5 mesi all’anno, quando la neve copre la distesa di alberi che dal villaggio raggiunge il confine con la Bielorussa e poi lo supera.
Sui due lati della frontiera crescono gli stessi alberi e cade la stessa neve, perché la natura non segue i confini dell’uomo.



Anche se molto ridotto rispetto ai suoi confini naturali, il Bialowieski rappresenta per l’Europa ciò che il Serengeti è per l’Africa e Yellowstone per l’America: cioè un posto dive un continente conserva la sua natura come era in origine, prima che l’uomo ne cambiasse gli equilibri. La regione fra Polonia e Bielorussa è infatti la fotografia di come era l’Europa diecimila anni fa: una sterminata distesa di conifere (abeti) e latifoglie (tigli, querce, faggi, frassini, olmi), con alberi di età e misure incredibili.
Ben 964 piante del Parco sono così imponenti da meritare il titolo di monumenti nazionali; la lista comprende anche tigli di 400 anni. La fauna non è da meno. Camminando i silenzio nella foresta è facile vivere incontri emozionanti: nelle pozze si bagnano alci e cinghiali, nelle radure pascolano i cervi e caprioli, nei torrenti nuotano lontre e castori, nel folto cacciano linci e lupi.


 

 

 


Già questo basterebbe per far perdere la testa a qualunque naturalista; ma le chicche del parco sono altre due: il tarpan, un cavallino selvatico un tempo comune in tutto l’Est; e soprattutto lo zubr, cioè il bisonte europeo, animale simbolo della natura polacca, più grosso e più raro del suo omologo americano. Lo Slowinski è tutto un altro mondo rispetto al Bialowieski.
I due parchi distano tra di loro 600 chilometri, cioè quanti ne corrono dalle pianure della Podlachia al Mar Baltico: lo Slowinski si stende infatti molto a nord, a ridosso del porto di Leba, dove ogni anno approdino battelli cariche di sogliole e gamberetti.
Tutti lo chiamano “Il Parco delle Dune” o “Sahara Polacco”, ma sono nomi impropri: infatti gli spettacolari monti di sabbia per cui lo Slowinski è famoso coprono solo il 5% dell’area protetta. La maggior parte del Parco “sahariano” è occupata da due laghi, il Lesbko e il Gardno, ex baie che una fila di dune ha staccato dal mare. Ma in fondo sono proprio quei laghi, luminosi e improbabili come miraggi, la vera ricchezza del Parco: infatti le loro acque, in posizione strategica sulla rotta delle migrazioni, danno asilo a una miriade di uccelli.


 




 



 

 



 

Strano Paese, la Polonia:è il minimo che si possa dire, per una terra dove le cicogne vivono nei boschi, i bisonti sono iscritti all’anagrafe e i deserti fanno da cornice al mare. E non è tutto, perché se guardate bene tra le dune del Parco Slowinski forse vi capiterà di vedere la cosa più strana di tutte: un’orchidea che fiorisce lassù, proprio in mezzo alla sabbia.
Quel fiore un po’ come il bisonte: un souvenir di tempi lontani, quando l’Europa non aveva bisogno di parchi perché tutte le pianure erano foreste e tutte le spiagge vivai. Ma davvero la Polonia è un Eden intatto? Piacerebbe poterlo dire ma non è così.
Andate oltre l’apparenza: i parchi polacchi sono splendidi ma pieni di problemi. Anni fa le foreste erano minacciate dai fiumi di industrie troppo spartane, che causavano piogge acide. Invece oggi il pericolo nasce proprio da chi tenta di rendere l’economia un po’ meno spartana. Di recente Varsavia ha ottenuto dalla Banca Mondiale 146 milioni di dollari per rimodernare l’industria forestale; vuol dire che forse in futuro i boscaioli di Bialowieza camperanno meglio, ma anche che appena fuori dai confini del Parco molti alberi cadranno e ritmi accelerati. Così gli ecologisti sono sul piede di guerra: chiedono che tutta la foresta diventi area protetta. Ma questa è tutta un’altra storia, ancora da scrivere. Solo il titolo è pronto: Bisonte Story atto secondo.