

Profondamente scavato nell’angolo meridionale dell’altopiano di Markagunt, lo Zion Canyon, racchiuso nel più antico parco dello Utah, vanta pareti rocciose a strapiombo tra le più alte d’America, alcune delle quali misurano oltre 600 metri dalla sommità alla base. Sono monumenti naturali di commovente bellezza, che mostrano con orgoglio i toni di rosa, rosso e arancio dell’arenaria Navayo, l’elemento da cui prende vita questo suggestivo scenario. Lo Zion, oasi di verde in una profonda trincea di arenaria, è oggi quanto resta dell’erosione di un deserto pietrificato. Anche qui le rocce hanno natali antichissimi.
Milioni e milioni d’anni fa materiali sedimentari, fango e sabbia si depositarono nell’immensa palude che occupava il territorio e furono ricoperti da altra sabbia portata dal vento. Continuarono poi ad accumularsi strato su strato, mantenendo un’altezza costante, poiché, nello stesso tempo, la massa, per il suo enorme peso, sprofondava nella melma. In seguito un mare sommerse tutta la zona. Compressi dall’acqua i materiali depositati nella palude, grazie anche al contributo dei sali e dei minerali in essa disciolti, si saldarono formando la roccia. Lo Zion è diventato parco nazionale il 19 novembre 1919 per proteggere il Canyon da speculazioni commerciali. I suoi confini furono allargati nel 1956 con l’annessione del territorio dello Zion National Monument.
Quattro sono le strade del parco: la Mt. Carmel Hwy, la Scenic drive, la Kolob Terrace Road e la Kolob Canyons Road.
Sono strade strette. battute dal vento e spesso anche ripide, fatte per poter ammirare il panorama e non per l’alta velocità.
In inverno sono mantenute costantemente pulite dal ghiaccio e dalla neve ad eccezione della Kolob Terrace Road, che viene chiusa al traffico. Prima di intraprendere qualsiasi itinerario o passeggiata, è importante fare una sosta a uno dei due centri d’informazione: lo Zion Canyon Visitor’s Center, sulla Scenic Drive e il Kolob Canyons Visitor’s Center sulla Kolob Canyon’s Road, aperti tutto l’anno. In entrambi potete ricevere informazioni, chiedere backcountry permits, comprare libri, mappe, opuscoli illustrativi ed infine conoscere le attività organizzate dai ranger, che in genere includono gite guidate, dibattiti o conferenze su argomenti inerenti al parco.
Allo Zion Canyon Visitor’s center, più grande e con un maggior afflusso di turisti, si può inoltre visitare un piccolo museo ed assistere a proiezioni. Se avete bambini in età compresa tra i 6 e i 12 anni, recatevi allo Zion Nature Center, situato vicino al South Campground, accanto all’entrata sud, dove tra maggio e settembre si organizzano gite guidate, attività e corsi vari dello Junior Ranger Program.





















Considerata l’“Amazzonia africana” è la seconda foresta pluviale più estesa al mondo, ospita specie carismatiche come il gorilla, il leopardo, lo scimpanzé e l’elefante di foresta. Dopo l’Amazzonia, è il più importante serbatoio di assorbimento del carbonio del Pianeta, svolgendo le funzioni di “polmone” del clima mondiale e di regolatore del clima dell’intero continente.
Le specie vegetali, animali e le popolazioni indigene che vivono nella vasta area del Bacino del Congo sono in pericolo. Il taglio illegale e non sostenibile, la costruzione di strade e dighe e le attività minerarie stanno distruggendo le foreste a ritmi sempre più elevati. Le nuove strade permettono una penetrazione in territori un tempo inaccessibili, permettendo ai bracconieri di uccidere e catturare a scopo alimentare o commerciale un maggior numero di animali selvatici, incluse specie rare e molto localizzate. La carne delle specie selvatiche costituisce un piatto pregiato nelle città dell’Africa Centrale, ma negli anni recenti si è diffusa l’usanza anche nei paesi occidentali, tra cui l’Europa. A rischio sono sopratutto i primati africani, fra cui i gorilla e lo scimpanzé. I branchi di elefanti continuano a essere decimati dal bracconaggio per il commercio d’avorio, soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo, che ha visto la sua popolazione di elefanti scendere dai circa 200.000 esemplari degli anni ’60 a meno di 20.000.



Penultima traccia di Ghost Stories, A Sky Full of Stars segna il primo brano dei Coldplay caratterizzato da sonorità dance, grazie anche alla collaborazione con il produttore svedese Avicii. Dominato principalmente dal pianoforte, il brano si apre come una ballata al pianoforte con strofe caratterizzate dall’elettronica. Il sound di A Sky Full of Stars è stato inoltre descritto come «in linea con le sonorità synth pesanti di Midnight, ma più ballabile».A Sky Full of Stars è stato registrato durante le sessioni per il sesto album dei Coldplay, tenute al The Bakery e al The Beehive di Londra. Avicii è stato invitato dal gruppo per collaborare alla produzione del brano e in più il frontman Chris Martin ha proposto al musicista svedese di suonare e registrare il pianoforte. Lo stesso Martin, tuttavia, ha affermato successivamente in un’intervista a BBC Radio 1 che ha sentito di aver “tradito” il gruppo proponendo ad Avicii di suonare il pianoforte anziché suonarlo direttamente lui.
In un’intervista con Beat x Beat di novembre 2014, Martin ha rivelato che il brano è il più importante mai composto dal gruppo, aggiungendo inoltre una descrizione sulla sua nascita:
Per documentare la performance del quartetto britannico, il regista Paul Dugdale ha impiegato trenta telecamere, con ampio utilizzo di droni a favorire le inquadrature dall’alto, in grado di enfatizzare lo svolgimento dello show: in tutto centoquaranta minuti con il corredo dei maggiori successi della band, gli hit che negli anni scorsi hanno fatto l giro del mondo, da «Viva la vida» a «A sky full of stars», da «My universe» a «The scientist». Il corredo di luci, laser e fuochi d’artificio non lasciano un attimo di pausa o di respiro, anche in virtù di un montaggio rapidissimo e persino ansiogeno, che talvolta non permette di entrare nella canzone in profondità. Poco male, comunque, perché il pubblico argentino dimostra di essere soddisfatto e appagato dalle prestazioni della band nata nel 1997 a Londra che, dal canto suo, non si risparmia: in particolare Chris Martin, che con la sua aria da bravo ragazzo, capello corto, nessun tatuaggio da esibire, tiene banco ringraziando la folla, vellicandola e abbracciandola anche con messaggi di fratellanza, fino ad avvolgersi nella bandiera della pace.
Oltre al proprio repertorio, i Coldplay ospitano alcun artisti, a partire da una cantante iraniana, che con le sue invocazioni ricorda le terribili condizioni di privazione delle libertà individuali in patria: nella speranza, ovviamente, che la diffusione del film-concerto, prevista in ottantuno paesi, possa contribuire alla coscienza collettiva. Tutto lo show risulta comunque permeato da un segnale di condivisione mondialista, un’ode ai buoni sentimenti, fuori dagli steccati e dalle divisioni che hanno prodotto guerre, fame, dittature: Martin di frequente fa appello ai presenti, affinché gli insegnamenti positivi vengano esportati anche oltre lo stadio, con una monumentale scritta finale che ricorda a tutti, inequivocabilmente, «Believe in love»: credi nell’amore. Tra gli interventi, da ricordare anche quello di Jin, dei Bts, la band coreana con cui Martin e compagni hanno stabilito una sorta di gemellaggio: per lui, che attualmente sta prestando il servizio militare obbligatorio di due anni, Chris ha scritto una canzone, «The astronaut», eseguita insieme dal palco, nel tripudio generale, verso la fine del set. Dopo che anche la razione dei bis si è esaurita, altre immagini ad accompagnare la lunghissima sequenza dei titoli di coda, con materiali dal backstage e varie dichiarazioni dei protagonisti, ovviamente estatici per le reazioni e l’accoglienza suscitati in Argentina.
Il nome del tour che ha venduto oltre sei milioni di biglietti nel mondo, si richiama al titolo dell’omonimo album, «Music of the spheres», pubblicato nell’ottobre 2021 per finire in testa alle classifiche di mezzo mondo.


I principali gruppi etnici della Namibia sono gli Ovambo, il gruppo più importante e numeroso del paese, gli Herero, i Damara, i Nama, i Boscimani, gli Himba, i Kavango, i Caprivians, dall’unione di coppie di razze diverse nacquero i ‘coloured’ ossia persone di sangue misto. In Namibia vive anche un’ampia popolazione di persone di origine europea, la maggior parte di essi sono gli ‘afrikaaners’ che gradualmente dal Sudafrica si sono stabiliti in Namibia. Esiste poi una grande comunità di tedeschi che discendono dai colonizzatori dell’800, un discreto numero di portoghesi e italiani.
