Spirito Libero – Indonesia – Sumatra: Sfida alle rapide del “fiume del cane”


 


Scalare vulcani in attività, farsi largo tra le insidie della giungla, sfidare le rapide di fiumi che non perdonano: queste le avventurose esperienze di un viaggio nel nord di Sumatra.
Per concludere, il brivido di una visita agli orangutan di Bukit Lawang, al margine del Gunung Leuser National Park.





All’alba bussano alla porta della mia guest house.
Avremmo dovuto arrampicarci sul vulcano alle 4, in modo da cogliere il sorgere del sole su Brastagi, ma due ore più tardi stiamo appena per muoverci. Da neanche un giorno mi trovo nel nord di Sumatra e già mi scorgo di essere vittima di quello che la gente del posto chiama dam karet, “tempo elastico”. L’imprevedibilità dei viaggi in molte isole dell’Indonesia è parte del loro fascino. Non si sa mai cosa accadrà in seguito, né quando accadrà, ma quel che è certo, sarà un’esperienza da ricordare. Il piano della mia settimana nel nord di Sumatra mi era stato rivelato, poco dopo l’arrivo a Medan, il capoluogo della quarta isola per grandezza del mondo, da Halim. Anche lui non tanto prevedibile: risultò trattarsi di un energetico tedesco (prima si chiamava Georg, ma aveva mutato nome quando si era convertito all’Islam) con la passione per le avventure mozzafiato lungo fiumi selvaggi e giungle incontaminate.












Accompagnati dal suo giovane aiutante Igun, ci saremmo subito trasferiti a Brastagi per accamparci sulle sponde del lago Kawar, dove avrei fatto un po’ di canoa.
Il mattino successivo prevedeva la scalata del monte Sinabung, il più alto dei due vulcani vicini a quel vecchio sito di villeggiatura dell’epoca coloniale olandese; poi, affittato un fuoristrada con autista, avremmo raggiunto un remoto villaggio di montagna per spingersi attraverso la giungla fino al corso superiore del fiume Wampu, dove ci saremmo accampati accanto a una possente cascata.
L’ultimo giorno contemplava un viaggio di sei ore di canoa, che, oltre le rapide di Wampu, sarebbe terminato a breve distanza d’auto da Bukit Lawang, famoso per l’Orangutan Rehabilitation Centre.
Vengo informato che l’alto Wampu è classificato di grado 3 nella scala “white water”, mentre il corso inferiore è compreso del normale rafting in giornata da Bukit Lawang, ottimo per i novizi della pagaia come me.
Quando però domando perché i locali si riferiscano al Wampu chiamandolo Laubiang, “il fiume del cane”, Halim risponde: “perché solo un cane potrebbe sopravvivere, se ci casca dentro”. A volte è meglio che non faccio domande!







Qualche villa del tempo degli indonesiani si conserva ancora nei dintorni di Brastagi, oggi cittadina malridotta, con una sola via, utile per una sosta lungo la strada che da Bukit Lawang conduce verso sud al lago Toba.
Situata com’è a 1300 metri d’altitudine sul Karo Plateau, a 68 km da Medan, Brastagi è anche fresca, oltre che piovosa, per cui ci vogliono indumenti caldi e impermeabili.
Il progetto di accamparci e scalare il Sinabung viene cancellato dalla pioggia battente: il sentiero che sale ai 2451 metri del vulcano sarebbe troppo scivoloso.
Ci sistemiamo in una guest house ai piedi del colle di Guundaling, a nord dell’abitato ma più vicino al monte Sibayak, in modo da poter partire prestissimo l’indomani per salire su questo vulcano ancora attivo, alto 2095 metri.
A Brastagi le guide abbondano, ma non ce ne bisogno per la facile arrampicata di tre ore sul Sibayak lungo il percorso abbastanza frequentato che comincia a nord del pittoresco mercato del paese.



 


Raggiunta una baracca al termine di una strada tutta buche, paghiamo la piccola tassa per scalare per scalare il Sibayak, sorseggiamo corroboranti tazze di denso caffè e imbocchiamo la pista che costeggia il vulcano, e che sembra andare all’inizio più in discesa che in salita.
A due chilometri dalla cima, una strada a tornanti di recente costruzione conduce a dei gradini di cemento e a un sentiero che sale lungo una cresta “lunare” costellata di scuri stagni verdastri di acqua solforosa e geyser sibillanti.
Gli ultimi 100 metri fino alla dirupata sommità, coronata da un osservatorio meteorologico incustodito, sono troppo friabili per arrampicarsi in sicurezza senza l’attrezzatura da roccia; il panorama sul Sinabung è comunque straordinario.
Per scendere scegliamo una via più impegnativa, verso le sorgenti calde del villaggio di Semangat Gunung.
Pochi degli oltre 2000 scalini del ripido pendio sono intatti; la gran parte è stata dilavata dalle piogge, e non ne resta che una traccia pericolosa.
La prendo adagio, ma quando sbuchiamo dalla giungla presso un groviglio di tubi rugginosi che pompano acqua a una centrale geotermica, ho le gambe che tremano come foglie.
Per sottolineare la necessità di seguire il percorso tracciato, un avviso elenca la gente che si è smarrita o ha incontrato guai scalando il Sibayak.



 




La tappa successiva del viaggio attraversa la fertile campagna di Brastagi, culla del popolo dei karo batak e costellata dalle loro pittoresche case adat, riconoscibili per i tetti impagliati a doppio spiovente decorati con corna di bufalo.
I villaggi karo più interessanti sono i più isolati, come Barusjane e Dokan, meno turistici di posti come Lingga, dove si è richiesti di pagare gli abitanti per farsi fotografare (…questa poi non l’ho mai capita. Io se faccio una foto aspetto di conoscere la persona e non certo la “violento” con la mia reflex. Se vuole fare una foto bene o se no! chissenefrega).
Sotto la pioggia l’indomani ci apprestiamo alla marcia di quattro ore dal villaggio al sito in cui si accamperemo presso il fiume Wampu.
Si discute un po’ se prendere un carro da buoi per trasportare i bagagli lungo il primo tratto, ma alla fine Halim assolda tre locali come portatori.
A uno affida la sua amata “seconda moglie”: un kayak azzurro cielo di fibra di polietilene, il materiale plastico ultraresistente adoperato per i moderni scafi da white-water.
Ben presto i tre ci precedono di parecchio lungo la pista che dagli orti e dalle risaie di Rith Tengan conduce all’angolo sudorientale del Gunung Leuser National Park.


 


Il sentiero si addentra in un’ombrosa foresta di pini per sbucare su un’altipiano irto di acuminate piante grasse che ci arrivano al petto.
Tutt’intorno, incantevoli colline spuntano fra i banchi di nebbia; in lontananza sento il suono dell’acqua che scorre, segno che ci stiamo avvicinando al Wampu.
Per il chilometro e mezzo della discesa verso il fiume vengo guidato per mano da un portatore col “piede” più saldo del mio, giù per un sentiero spaventosamente ripido attraverso una folta boscaglia di alberi spinosi.
Come non avessi i nervi abbastanza provati, restano da affrontare 800 metri di rocce viscide lungo il fiume ribollente prima di raggiungere la meta dobbiamo attraversare il fiume, per cui estraiamo dall’involucro il canotto di gomma nera e lo gonfiamo.
Halim e Igun traghettano me e i bagagli; abbiamo appena il tempo di salutare i portatori e di montare una delle due tende, ed ecco scatenarsi un’altra pioggia torrenziale che dura fino a metà pomeriggio.
Alle 17 il diluvio è diminuito al punto di lasciarci sistemare l’accampamento, ma il fiume si è alzato di un paio di metri trasformandosi in uno schiumoso frullato di latte e cioccolata.
Forse dovremo fermarci nella giungla un giorno in più, aspettando che le condizioni migliorino.









L’indomani il livello dell’acqua è ridisceso, e il Wampu è tornato a luccicare sotto i raggi del sole. Halim ritiene che si possa affrontare le rapide con relativa sicurezza, così togliamo il campo e ci accingiamo all’impresa.
Stiamo pagaiando per il Wampu da un quarto d’ora quando accade il disastro: in mezzo a rapide furibonde sbattiamo la prua contro un enorme macigno nero, e sbalzati fuori bordo c’infiliamo in un turbinoso abisso d’acqua.
Ed eccomi nel fiume, questa è la prima cosa che ricordo, aggrappato a una pagaia piegata, urlando disperatamente aiuto mentre scivolo come un relitto umano alla deriva.
Halim  è presto al mio fianco, e mi agguanto al kayak giusto in tempo per vedere i bagagli spazzati via dalla corrente.
L’unico che si è salvato è il mio.
Una bella esperienza.









Quel che conduce la maggior parte dei visitatori a Bukit Lawang non è il rafting sulle rapide, ma i trekking nel Gunung Leuser National Park, habitat di due o tremila orangutan.
Le escursioni all’interno del parco e della giungla circostante vengono per lo più organizzateda Bukit Lawang, sul lato orientale del parco, e da Kutacane, al centro della valle di Alas.
Assisto al pasto pomeridiano degli orangutan reintrodotti nel loro ambiente.
Una faticosa passeggiata di 15 minuti conduce alla piattaforma di osservazione, alta sul fiume Bohorok in mezzo alla giungla.
Avrei ancora mille cose da raccontarvi, ma sono sicuro che almeno vi ho fatto pensare per un secondo che questa può essere la vostra prossima destinazione di un viaggio.
Magari più comodo del mio ma di grande viaggio sicuramente.



Spirito Libero – Ellora – India


 


“Il kailasa, la montagna dove si trova il paradiso di Shiva, è coperto di meravigliosi giardini”.
(Shivapurana).


 

 


 
 

Situata tra Ajanta e Aurangabad, questa località dei Ghat occidentali deve la sua notorietà al santuario dedicato al Kailasana-tha (signore del Kailasa, cioè Shiva), la più colossale opera di architettura rupestre mai realizzata in India.
Ma Ellora era un importante centro religioso già almeno un secolo prima dell’avvento dei Rashtrakuta (750 circa), cui si deve il tempio suddetto.
Datano al VII secolo, infatti, i diversi monasteri buddhisti e jaina scavati nella roccia, che riflettono un impianto consolidato nei secoli precedenti nell’architettura del Deccan: ampie sale pilastrate di pianta rettangolare circondate da celle monastiche e dotate, come in alcuni  vihara di Ajanta, di una cappella per  immagini di culto sulla parete di fondo (nella grotta 12 lo schema si ripete su tre piani).
Nella più antica tra le grotte buddhiste (la 5) due lunghe panche di pietra attraversano longitudinalmente la sala, sulle quali i monaci sedevano per le preghiere di rito, secondo l’uso che sarà tipico del buddhismo tantrico e zen.
L’attività architettonica proseguì, come si è anticipato, con i Rashtrakuta.
La realizzazione della grotta 16 (Kailasanatha) richiese diversi decenni; si pensa sia stata completata durante il regno di Krshna ( 757-773 ), ma verosibilmente era stata avviata dal suo precedessore Dantidurga.
Una datazione alla metà dell’Viii secolo, perlomeno del progetto architettonico, è avvalorata anche dalle affinità planimetriche con il tempio Virupassha di Pattadakal.




Il tempio comprende un ampio mandapa ipostilo cruciforme, con un corpo aggettante al centro di ogni lato, e il garbhagrha preceduto da un vestibolo.
Il Vimana, coronato da una sovrastruttura piramidale, è circondato su tre lati da cinque sacelli, anch’essi a forma di tempio dravida.
Nello spazio antistante il tempi si erge il padiglione contenente la scultura del toro Nandin, il veicolo di Shiiva, collegato tramite due ponti al santuario centrale e, come questo, situato su un podio alto 7 metri.


 

 

 




Questa spettacolare impresa architettonica aveva di certo un significato nella sfera della propaganda politica.
Realizzando un tempio assimilato al sacro monte Kailasa, i sovrani Rashtrakuta ricollocavano simbolicamente il centro del mondo all’interno dei loro domini.
La lavorazione dell’imponente edificio ebbe inizio dall’alto.
Come una gigantesca scultura, il tempio, con tutte le sue componenti architettonoche e le ricche decorazioni scultoree, prese gradualmente forma dalla roccia.





Varcata l’entrata si accede alla gigantesca “cava” al centro della quale sorge il tempio, che si sviluppa su due piani; altri ambienti di culto sono scavati nelle pareti della roccia.
A Ellora  furono scavati monumenti di culto nella parete rocciosa per un’estensione di oltre 1,5 km.
Le grotte più antiche, quelle più a sud, furono realizzate in epoca chalukya per la comunità buddhista.



 


 

 



Il programma iconografico rispecchia le concezioni più tarde del buddhismo mahayana; a queste si riconducono per esempio, la rappresentazione dei Buddha delle 10 direzioni e le numerose immagini di bodhisattiva, sul terzo piano.
Come in gran parte della produzione scultorea buddhista di epoca post-gupta, anche nella scultura buddhista di Ellora lo stile è asciutto, quasi rigido, e le forme appaiono come cristalizzate.


 

 

 



Una città unica, bellissima come bellissime sono le rappresentazioni di Shiva.
Il dio esegue la sua danza cosmica al cospetto di parvati, attorniato da musici e altre figure umane e celesti: questo ed altro da cornice ad una delle città più belle non solo dell’ India ma di tutto il mondo.


Le grotte di Ellora dove si incontrano arte buddhista, induista e jainista.

 
Ellora conosciuta anche come Elura e nei tempi antichi Elapura è un sito archeologico, storico, artistico e religioso  nello stato del Maharashtra, nell’India centrale.

Le grotte di Ellora risalgono dal VI al XI secolo d.C. e sono dichiarate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Qui per secoli induisti, buddisti e jainisti hanno scolpito nella roccia della scogliera locale monasteri, statue, cappelle e templi e l’esempio più spettacolare, eccellente e massimo di questa arte è il tempio Kailasa dell’VIII secolo d.C. che con i suoi 32 metri di altezza è il più grande monumento scavato nella roccia del mondo.


L’imponente monumento rupestre di Ellora si trova poco lontano da Aurangabad, nella catena degli Indhyadri dei Ghati occidentali ed è uno dei siti archeologici più importanti dell’India.  Scavate successivamente alle grotte di Ajanta, le grotte di Ellora rappresentano l’evoluzione di questa arte “scavatoria” che raggiunse  qui il suo apice.  L’elemento che contraddistingue le grotte sono l’imponenza di alcune opere, ma anche l’elevato valore artistico delle sculture che riproducono storie mitologiche, storia delle popolazioni locali, storia del buddhismo, induismo, jainismo, storia delle dinastie e scene di vita quotidiana, testimonianza unica e inestimabile.

Il sito comprende un totale di 34 grotte numerate da sud verso nord, suddivise in:

  • 12 grotte buddhiste (1-12)
  • 17 grotte induiste (13-29)
  • 5 grotte jainiste (30-34)


Grotte buddhiste

Le grotte buddiste (1-12) si trovano a sud del sito archeologico e sono tra le più grandi scavate ovunque e furono scolpite più tardi di quelle induiste, probabilmente tra il VII e l’VIII secolo d.C. nel periodo delle prime dinastie Chalukya. Tutte le 12 grotte sono vihara luoghi di riposo a eccezione della 12 che è un chaitya o sala di riunione.


Le decorazione interne di queste grotte mostrano figure del Buddha nelle sue varie forme e molti Bodhisattva, alcuni dei quali sono i primi esempi di raffigurazione ad esempio di Tara. Molti dei santuari interni sono affiancati da una figura di Bodhisattva. Alcuni riportano anche esempi di influenza induista nella raffigurazione di figure a quattro braccia.


La grotta 5 o grotta Maharvada è particolarmente grandiosa e insolitamente profonda 36 m. Ha 17 celle e un ampio salone rettangolare con due file di 10 colonne tra le quali sono incastonate panchine in pietra su due file. La funzione di questi rimane un mistero al di là della supposizione che i monaci si riunissero lì per assemblee di qualche tipo. Oltre al Buddha compaiono raffigurazione del bodhisattva della compassione Avalokiteshvara e il Buddha del futuro Maitreya.


La grotta 10 o grotta Visvakarma ha una delle più grandi figure di Buddha seduto. Quest’ultima grotta fu probabilmente scavata a metà del VII secolo. All’ingresso c’è un ampio spazio aperto e presenta una facciata estremamente imponente su due livelli. Il piano terra ha una facciata a quattro colonne mentre sopra si trova una veranda con una grande finestra centrale. Ai lati di questa finestra, che conduce a una galleria interna con volta a botte, si trova una nicchia profonda e riccamente scolpita e pannelli a rilievo.


La grotta 12 anche chiamata grotta Tin Tal è la più decorata delle grotte buddiste. Si tratta di una grotta a tre piani che contiene grandi statue del bodhisattva e numerose immagini dei sette Buddha in meditazione e nelle precedenti reincarnazioni.


Grotte induiste

Le diciassette grotte induiste (13-29) si trovano nel gruppo centrale del sito archeologico. Costruite tra il VII e il IX secolo sono molto elaborate alcune imponenti e narrative rispetto a quelle buddhiste.

La grotta 14 o grotta Ravana-ka-Khai probabilmente dedicata alle dee della fertilità Sapta Matrika. Ha un ampio passaggio pedonale e una sala colonnata che conduce al santuario interno. Le pareti interne sono decorate con cinque pannelli in rilievo, separati da pilastri decorati, e mostrano figure di Ganesh, Shiva, Durga, Lakshmi e  Vishnu.

La grotta 15 anche chiamata grotta Dasavatara deve il suo nome perché sulle pareti troviamo i dieci avatar o reincarnazioni di Vishnu. La grotta è un tempio a due piani, anche interessante in quanto contiene l’unica iscrizione antica significativa, che descrive una visita di Rastrakuta Dantidurga, un sovrano locale.

La grotta 16 non è una semplice grotta ma un meraviglioso e spettacolare tempio rupestre il famoso Tempio di Kailasa o Kailasanatha, di fatto la più grande struttura scavata nella roccia, un gigantesco santuario scolpito nella roccia che sembra uscire dal terreno e che sale fino a 32 metri. Per una descrizione più dettagliata rinviamo a questo articolo “Tempio di Kailasa o Kailasanatha, la più grande struttura scavata nella roccia”.

La grotta 21 anche chiamata grotta Ramesvara risale al VI secolo d.C. Tipico dei primi templi induisti è un santuario interno garbhagriha, un corridoio circumambulatoriale per i fedeli, vestiboli con doppi portici e ampie decorazione tramite fregi in altorilievo e incisioni raffiguranti scene dei testi sacri dei Purana. La grotta ha delle dee fluviali scolpite all’esterno, una scultura Nandi all’ingresso e all’interno un grande Shiva danzante Nataraja circondato da musicisti e Durga che uccide il re demone bufalo. Altri punti di interesse sono l’uso di figure di coppia per parentesi salabhanjika così come rilievi di elefanti e figure di mithuna o amanti.

La grotta 29 anche chiamata grotta Dhumar Lena sembra replicare la famosa grotta di Elephanta suggerendo un collegamento tra Ellora e Kalachuris. Le parentesi della figura della grotta 21 sono un’ulteriore prova di un legame culturale tra i due siti.

Grotte jainiste

Le cinque grotte (30-34) si trovano a nord del sito archeologico e costituiscono il nucleo jainista sono quelle architettonicamente più piccole ma più raffinate nelle rappresentazioni e decorazioni, probabilmente perché scolpite tra il IX e XI secolo verso il tramonto epoca d’oro di Ellora.

La grotta 30 anche chiamata chota Kailasa “piccola Kailasa” perché è una riproduzione in miniatura della grotta 16.

La grotta 32 o grotta Indra Sabha o sala delle riunione di India, è la più bella del gruppo jainista con un piano inferiore abbastanza spoglio, mentre il piano superiore è riccamente decorato con raffigurazioni dei tirthankara – fondatore e grandi maestri del jainismo – , altre divinità, colonne e sculture di animali.

Grotta 32  tra colonne e raffinate rappresentazioni tirthankara, grandi maestri del jainismo.

La grotta 33 anche chiamata Jaganatha Sadha contiene sculture dei tirthankara in ottimo stato di conservazione.

Info per visita

Le Grotte di Ellora sono una delle principali attrazioni turistiche del Maharashtra. Si trovano a circa 35 km da Aurangabad e 345 km da Mumbai.

L’aeroporto più vicino è Aurangabad collegato con voli giornalieri con Delhi e Mumbai. La stazione dei treni più vicina è ad Aurangabad.
Dall’aeroporto o dalla stazione ferroviaria con taxi, auto privata o bus locali si può raggiungere facilmente il sito in circa un’ora.

Di solito la visita delle grotte di Ellora è spesso combinata con la visita alle Grotte di Ajanta che si trovano a 100 km, grotte buddiste dalle splendide pitture murali, programmando un’escursione di un paio di giorni da Mumbai.

Le grotte sono aperte al pubblico tutti i giorni dalle 06:00 alle 18:00 (a seconda della stagione) escluso il martedì giornata di chiusura settimanale.
Il biglietto d’ingresso alle grotte di Ellora per gli stranieri è di INR 500 più altri 25 rupie per eventuali riprese video.

Un suggerimento: portatevi una lampada frontale o torcia per illuminare le pitture rupestri per apprezzare al meglio il sito e le sue meravigliose pitture murali.

 

Storie di Moda – Giorgio Armani

 



Voleva studiare medicina ma nel destino c’era la moda, così Milano è diventata la sua città.
Vi raccontiamo la storia del “Re” Giorgio Armani.

 

 

Non si considera un artista, eppure Giorgio Armani conosce molto bene l’arte della moda attraversata da una vena di genialità. La vita privata e il suo lavoro s’intrecciano: la timidezza e la discrezione ma anche la determinazione nel perseguire i propri obiettivi rimanendo sempre fedele a se stesso. E per farlo si è sacrificato molto « La vita mi ha premiato ma posso dire che mi ha anche tolto parecchio, ha commentato così i giorni che anticipano il suo 89esimo compleanno. Mi sarebbe piaciuto godermi tante cose che per gli altri sono normali, ma che ho dovuto mettere da parte per questo mondo».




Cresciuto a Piacenza dove studia al Liceo Scientifico Respighi, nel 1949 si trasferisce con la famiglia a Milano. In questa città nel 1953 si diploma al Liceo Leonardo da Vinci, e si iscrive alla facoltà di medicina dell’Università statale, ma dopo tre anni interrompe gli studi per la chiamata dell’esercito. Al termine del servizio di leva trova lavoro come commesso per la Rinascente fino al 1965, anno in cui viene assunto da Nino Cerruti per ridisegnare la moda del marchio Hitman, confezione dei prodotti del Lanificio Fratelli Cerruti. Il suo nome compare direttamente nell’universo della moda per la prima volta attraverso il marchio di abbigliamento in pelle Sicons. Nel 1974 nasce infatti la linea Armani by Sicons, che lo convince definitivamente alla creazione di un marchio personale.



La sua prima collezione risale al 1975, anno in cui fonda l’azienda omonima, insieme al compagno di vita Sergio Galeotti (morto prematuramente solo 10 anni dopo). Nel luglio 2000 Armani ed il Gruppo Zegna siglano un accordo per produrre e distribuire le linee Armani Collezioni in joint venture. Analogamente nel 2002 Armani firma un accordo con la ditta Safilo per la produzione di una esclusiva linea di occhiali, chiamata Emporio Armani occhiali. Nel 2000 il Guggenheim Museum di New York gli tributa una retrospettiva. Oltre alla linea profumi (tra i quali, ad esempio, Acqua di Giò o Black Code) di enorme successo commerciale, fra i suoi marchi più famosi vi sono Emporio Armani e Armani Jeans.


Nella seconda metà del 2006 Emporio Armani lancia Remix il nuovo profumo uomo/donna ispirato all’ultimo album di Madonna e al mondo delle discoteche. Nel 2006 è uscita la prima biografia dedicata allo stilista, Essere Armani, scritta da Renata Molho, pubblicata in Italia da Baldini Castoldi Dalai e tradotta in dieci lingue. Ha fondato una catena di boutiques diffusa in tutto il mondo. Nel 2009 è diventato ambasciatore del movimento Internet for Peace fondato dalla rivista mensile Wired Italia con lo scopo di candidare Internet al Premio Nobel per la pace nel 2010. Nel giugno 2013 apre la nuova boutique in via Condotti a Roma con una festa inaugurale a cui partecipano, tra gli altri, Milla Jovovich, Tina Turner, Clive Owen, Paolo Sorrentino, Giuseppe Tornatore, Laura Biagiotti, Margherita Buy, Ornella Muti, Raul Bova, Maria Grazia Cucinotta, Valeria Golino, Fiorello, Sophia Loren ed Emma Bonino.



Sempre nel 2013 lo stilista sostiene i designer emergenti e presta il suo teatro Armani come location per le loro sfilate. Il primo a sfilare in via Bergognone è Andrea Pompilio a giugno, con la collezione Uomo Primavera/Estate 2014. La seconda è Stella Jean con la collezione donna Primavera/Estate 2014 presentata a settembre. Detiene anche una quota del 4,955% di Luxottica. Nel giugno 2020 si aggiudica il Premio la Moda Veste la Pace, il riconoscimento che l’Organizzazione Mondiale contro le Discriminazioni nella Moda, nell’arte e nello sport African Fashion Gate conferisce ogni anno presso il Parlamento Europeo di Bruxelles, per la sua vivace e coraggiosa attenzione verso le problematiche relative alla salvaguardia e al rispetto dell’ambiente e del mondo animale. Sempre nel 2020 in un’intervista al Corriere (8 gennaio) confessa che uno dei suoi grandi dubbi è sulla successione: “Sparire senza danneggiare il mio lavoro e chi mi ha aiutato, il nome che ho costruito e chi lo ha creato con me”.


La produzione di Armani è ricordata per la classe e l’eleganza dei suoi abbigliamenti e accessori. Utilizza stili di ogni categoria: dal classico, all’innovativo, come per esempio le giacche destrutturate con cui rivoluziona il design: vengono eliminati i supporti interni (imbottiture e controfodere), vengono spostati i bottoni e modificate le proporzioni tradizionali. Le giacche diventano uno degli emblemi dello stile italiano. Armani rivisita anche il tailleur con pari successo. Ispirato al cinema in bianco e nero e alle atmosfere dell’America degli anni venti e trenta, il suo stile sceglie tagli nitidi e puliti e toni di colori freddi: il beige, il grigio e il greige, una nuova tonalità in bilico tra il grigio e il sabbia terroso, anche se è soprattutto il blu-Armani a contraddistinguere la sua produzione. Non esclude, però l’intramontabile abito nero e bianco, portandolo ad una classe superiore del comune. Un’altra fonte di grande ispirazione per Armani è la cultura orientale e araba. Vengono infatti introdotti in alcuni suoi capi colletti alla coreana, e cappotti simili a djellaba, messi in commercio nel 1990, in contemporanea all’uscita nei cinema di Il tè nel deserto. La sua collezione Armani Casa è realizzata con fantasie ispirate all’Art Déco e all’estremo Oriente. Alcuni capi della collezione Emporio Armani autunno inverno 2018 prendono spunto dalle opere dell’artista francese Pierre-Yves Le Duc Soap Opera.


Nel 1980 Armani ha disegnato i costumi di scena di Richard Gere per il film American Gigolò. Nel 2008 invece ha realizzato gli abiti indossati dall’attore Christian Bale (nel ruolo di Bruce Wayne) per il film Il cavaliere oscuro, e poi nel 2012 ne Il cavaliere oscuro – Il ritorno. Fra gli altri film per i quali ha lavorato si possono ricordare quelli per Phenomena (1985), Gli intoccabili (1987)Cadillac Man (1990) e Ransom – Il riscatto (1996). Nel 2013 veste Michael Fassbender e Penélope Cruz nel film The Counselor – Il procuratore e Leonardo DiCaprio in The Wolf of Wall Street. Nel 2015 veste Jessica Chastain nel film 1981: Indagine a New York. Nel 1999 ha prodotto il famoso documentario di Martin Scorsese sul cinema italiano Il mio viaggio in Italia. Armani è sempre stato uno dei brand più amati ad Hollywood, non solo per la costumistica. Le attrici Nicole Kidman, Katie Holmes e Penelope Cruz sono tra le più note celebrità ad avere scelto lo stilista italiano per il loro matrimonio.


Negli anni ha pubblicato diversi dischi di musica ambient, elettronica e sperimentale intitolati Emporio Armani Caffè, suddivisi in diversi volumi e realizzati dal Dj-sound designer Matteo Ceccarini. Disegna anche gli abiti alla cantante Alexia, sposata con suo nipote Andrea Camerana. Ha disegnato in passato la divisa sociale del Piacenza Football Club 1919, squadra della sua città d’origine, della squadra inglese del Chelsea e della Nazionale di calcio inglese. Nel 2012 il suo marchio sportivo EA7 ha realizzato le divise della Nazionale italiana per le Olimpiadi di Londra. Armani diventa prima lo sponsor principale della squadra di pallacanestro dell’Olimpia Milano, e pochi anni dopo, nel 2008, ne rileva la proprietà. Inizialmente la squadra è conosciuta come Pallacanestro Olimpia EA7 –Emporio Armani Milano e dalla stagione 2011-12 la sponsorizzazione “Armani Jeans” è sostituita con il marchio “EA7 – Emporio Armani”. Nella stagione 2013-2014, a diciotto anni di distanza dall’ultima volta, lo storico sodalizio milanese torna a laurearsi campione d’Italia, conquistando il suo ventiseiesimo scudetto. Nel 2014, 2016, 2018 e 2021 Armani è nuovamente sponsor ufficiale della nazionale italiana ai Giochi olimpici sempre tramite EA7, la quale sempre dal 2021 è sponsor tecnico del Napoli.