Spirito Libero – Mauritania Aoudaghost e l’Impero del Ghana


 

Aoudaghost (il nome moderno è Tegdaoust) era un tempo un grande centro del commercio trans-sahariano sul limite di quella che allora era una prateria. I suoi abitanti parlavano probabilmente una lingua mande come il sononkè. A partire forse da 500 a.C. carovane di cavalli e di torelli arrivavano da Marrakech e dalle coste mediterranee dell’impero romano.Nel III secolo d.C. l’addomesticamento del dromedario aveva migliorato la redditività dei commerci trans-sahariani e grazie al commercio Aoudaghost prosperò per la maggior parte  del primo millennio dell’era cristiana, respingendo negli anni successivi i tentativi dei Berberi Almoravidi di conquistarla e convertirla all’ islam.


 

 



L’impero del Ghana, incentrato su Oualata e Koumbi Saleh e in rapida espansione, conquistò la città intorno al 1050, ma nel giro di un decennio il vicino occidentale del Ghana, il mussulmano Tekrur, aiutò i Berberi Almoravidi a invadere e convertire il Ghana. All’inizio del XII secolo i berberi se ne stavano di nuovo andando e nel corso del secolo successivo sia il Tekrur sia il Ghana vennero inghiottiti dal più potente impero del Mali, che si trovava a est. Aoudaghost venne ricostruita nel XVI e nel XVII secolo, e infine abbandonata. Oggi il suo interesse è limitato agli scavi più recenti e visitarla non è semplice (essendo così difficile da trovare) a meno che non siano in corso degli scavi.


Altheo NetTv Nature – Il film perduto di Dian Fossey



Il film perduto di Dian Fossey – regia di Bob Campbell



Appassionata, intrepida, decisa, Dian Fossey dedicò la vita allo studio ed alla salvaguardia dei gorilla di montagna. Dal 1968 al 1972 il National Geographic incaricò il fotografo Bob Campbell di documentare i lavori della Fossey e in 4 anni scattò migliaia di foto e oltre 20 km di pellicola, dei quali solo una piccola parte pubblicati. In questo film, National Geographic ha mostrato per la prima volta le immagini inedite di quel reportage eccezionale.



Le intrusioni umane assillavano la ricercatrice Dian Fossey, una contempotarea della Goodall che lavorava tra i Monti Virunga, nell’Africa Centrale. Al pari della Goodall, la Fossey, una terapista di professione, che si occupava di bambini, non aveva alcuna esperienza precedente di lavoro sul campo. Dian Fossey desiderava lavorare con gli animali, e fu Louis Leakey a offrirgliene la possibilità. Volendo avviare uno studio prolungato sui gorilla, i più grossi primati, Leakey si diede subito da fare per assicurarle il supporto da parte della Society e, alla fine, riuscì anche a organizzarle un periodo di studio a Cambridge per ottenere il dottorato. Nel 1967, la Fossey installò il suo accampamento su un freddo e nebbioso vulcano nella Repubblica Democratica del Congo.


 
 

 


Pochi mesi dopo, tuttavia, a causa di disordini politici fu costretta a spostarsi al di la del confine, in Rwanda, e a ricominciare da capo tra le ampie radure paludose del Parco Nazionale dei Vulcani, che divenne la sua casa per i successivi diciott’anni.
Lì fondò il centro di ricerche Karisoke, le cui capanne di lamiera continuamente battuta dalla pioggia avrebbero attirato studenti, scienziati e all’aumentare della fama della Fossey, troupe cinematografiche e giornalisti di tutto il mondo.
Le meticolose e dettagliate osservazioni ricavate in tanti anni di studio dalla Fossey avrebbero fruttato una conoscenza accurata e approfondita sui gorilla di montagna, una specie più numerosa e perfino più riservata di quella dei gorilla di pianura. La Fossey considerava i gorilla “le creature più diffamate della Terra” e lottò per mostrare al mondo un vegetariano gentile e intelligente, totalmente diverso dal King Kong senza cervello che si batteva il petto rappresentato sugli schermi.
Prima del lavoro della Fossey, una tra le cause della scarsità di informazioni accurate su questi esseri risiedeva nella loro innata timidezza. A Karisoke, questa ritrosia si univa a un giustificato timore verso i bracconieri.
Per far abituare i gorilla alla sua presenza, la Fossey rifiutò “le istruzioni dei testi… cioè: sedersi e osservare”.
Al contrario, ebbe successo cominciando ad agire esattamente come i gorilla, quando si trovava in loro presenza, ripulendosi e grattandosi, sgranocchiando sedano selvatico, battendosi il petto e ruttando rumorosamente.
Raffinò anche i suoi vocalizzi, imparando da alcuni piccoli gorilla in cattività portati al suo campo.


Non appena i gorilla cominciarono a rilassarsi intorno a lei, la Fossey si diede da fare a tracciarne gli alberi genealogici, e arrivò a contare oltre duecento individui in quasi tre dozzine di gruppi “fluidi”, ognuno dei quali era tenuto insieme da un maschio dal dorso argentato. I gruppi rappresentavano comunità molto complesse, caratterizzate da ordinamenti instabili, trasferimenti da un gruppo all’altro, profondi legami affettivi e, occasionalmente, brutalità e infanticidi.
Eppure la Fossey ebbe modo di osservare spesso maschi adulti molto affettuosi e premurosi verso i più giovani, come quando vide, addirittura, un esemplare solleticare un compagno con un fiore. I gorilla, imparò tragicamente la Fossey, combattono con ferocia per proteggere i membri della loro comunità. Un solo tentativo di catturare un loro piccolo per uno zoo o per un parco può significare la morte di molti altri.


Alla vigilia del 1977, il gorilla chiamato dalla Fossey “il mio caro Digit” cercò di resistere a sei cacciatori e ai loro cani, in cui si era imbattuto con il suo gruppo mentre gli uomini ispezionavano le trappole che avevano allestito per catturare le antilopi.Tredici esemplari del gruppo fuggirono, ma l’arrabbiatissimo Digit fu ferito mortalmente nella lotta.
In una scena finale di crudeltà spaventosa, gli assassini amputarono la testa e le mani di Digit, per i collezionisti di curiosità. ( li chiamo così…o anche collezionisti del cazzo! ).
“Da quel momento in avanti”, scrisse più tardi la Fossey, “mi ritirai a vivere in una parte isolata di me stessa”.
Digit tuttavia fu solo una delle molte vittime dei cacciatori: molti altri gorilla morirono a causa dell’infettarsi delle ferite provocate da trappole per antilopi. Nel 1981, la popolazione dei gorilla di montagna del Virunga era scesa ad appena 239 individui.




 


La Fossey si dedicò con sempre maggior impegno a liberare Karisoke dai cacciatori di antilopi e dai mandriani, il cui bestiame rovinava inesorabilmente l’habitat dei gorilla nella foresta pluviale, ogni giorno più esiguo.
I suoi collaboratori arrivarono a rimuovere fino a 2000 trappole in un solo anno, il 1984, liberando molti gorilla rimasti bloccati.
Per la fine dell’anno seguente, poco prima di morire, la Fossey ebbe la soddisfazione di vedere le trappole illegali quai completamente eliminate, anche se nella zona si aggiravano diversi bracconieri: Questi però cacciando con l’arco, risparmiavano i gorilla. La Fossey perseguì i cacciatori di frodo in prima persona. Le tattiche non la interessavano: la sopravvivenza dei gorilla di montagna, esposti al rischio di estinzione, rappresentava tutto per lei.


Nel dicembre del 1985, un ignoto assassino, l’omicidio è tuttora insoluto, penetrò nella baracca della Fossey e le inferse sei colpi mortali al capo con un machete. La ricercatrice fu sepolta tra le tombe dei gorilla assassinati come lei: una sessantina di persone scalò le pendici del vulcano e affrontò la foresta per partecipare al suo funerale. Nel 1989, anno in cui venne effettuato l’ultimo censimento, il numero dei gorilla di montagna era salito a 310 individui.

 

Spirito Libero – Tanzania: Ruaha National Park


Nel santuario degli elefanti, da sempre abbondanti in questa regione, oggi ancora più concentrati dalla pressione dei bracconieri, dove la visita è ancora avventura.







Grande quanto l’intera Campania, con i suoi 12.950 kmq, il Parco Nazionale di Ruaha ripropone la visita alle grandi distese selvagge dell’Africa orientale.
A questa superficie vanno sommati, in termini di habitat naturale, anche circa 9000 kmq di savane della riserva di Rungwa, di cui Ruaha è la naturale prosecuzione.




 
 
 
Il Parco è vasto ma poco sviluppato. Si accede in auto lungo la grande arteria che da Dar es Salaam raggiunge la frontiera con lo Zambia e dopo aver superato la città di Iringa, costeggiato il giovane fiume Rufiji e vaste estensioni selvagge con fitte savane ad aloe e baobab, si dirige su una pista sterrata verso il cuore della regione dell’etnia Hehe. Raggiunto Msembe, centro e punto d’ingresso al Parco, si può raggiungere il lodge. In aereo si può scendere direttamente alla air-strip dell’unico ma confortevole campo di soggiorno, il Ruaha River Camp, dove i bungalow di legno si affacciano tra le grandi rocce granitiche di un Kopje, sul fiume e la vallata retrostante, fungendo da vere e proprie postazioni per l’osservazione della fauna all’abbeverata.











Da luglio a dicembre è il tempo giusto per organizzare una visita, ma fino a ottobre la stagione è decisamente secca con grande concentrazione di fauna. Ruaha è da sempre famoso, in Tanzania, per la grande concentrazione di elefanti e di Kudu, le grandi antilopi i cui maschi ostentano i grandi palchi che puntano verso l’alto dopo essersi più volte avvitati su se stessi.
Ancora oggi, malgrado lo stillicidio operato dai bracconieri, è possibile incontrare grossi hard di elefanti guidati dalle matriarche e assistere ai sorprendenti cerimoniali di saluto tra due branchi “conoscenti”, durante la consueta abbeverata o toelettatura sulle sponde del fiume.







I rituali e la comunicazione a suon di barriti, movimenti degli orecchi e della testa, fino agli abbracci e gli intrecci con le proboscidi, sono uno spettacolo difficile da dimenticare.
Soprattutto durante la stagione secca il numero di elefanti può crescere notevolmente attorno al fiume e gli incontri tra i gruppi, e tra i maschi solitari e mandrie di femmini giovani, si intensificano creando meravigliose opportunità per l’osservatore.
Un posto unico quello del Parco Ruaha, in Tanzania.


Spirito Libero – Jamaica i colori della musica



Conturbante e affascinante. Trasgressiva quanto divertente.
L’unica isola in grado di coniugare tutte queste caratteristiche è la Jamaica.
Situata nel cuore dei Caraibi e incastonata nell’azzurro dell’oceano, è un atollo di colori e musica, una specie di oasi galleggiante in cui a farla da padroni sono la natura incontaminata e le spiagge, che orlano con la loro sabbia bianca.







La barriera corallina che la protegge, ne fece presto un punto d’approdo ideale.
Soprattutto dopo che l’isola, che fa parte dell’arcipelago delle Antille, venne scoperta da Cristoforo Colombo. Correva l’anno 1494. Fino ad allora i soli a calpestare il suo suolo erano stati i pacifici amerindi Arawak che l’avevano ribattezzata Xaymaca (isola di primavera). Nel 1509 divenne dominio spagnolo; oltre allo zucchero, il popolo europeo portò in Jamaica lo schiavismo, quello degli Arawak, che di li a poco si estinsero per l’eccessiva durezza del lavoro, i maltrattamenti subiti e il diffondersi delle malattie europee. E oggi, eccomi qui… Non ho mai capito perché quest’isola è rientrata nel mio programma di destinazioni di viaggio, non ho mai avuto bisogno di “rilassarmi”, Bob Marley non è mai rientrato in una mia playlist, e ho solo 7 capelli in testa, dunque non necessari per una treccina. Ma ho sempre pensato che a volte, e questo ti capita solo viaggiando, le “belle storie” nascono appunto così. Certo… per farmi una canna me ne potevo andare al Parco Sempione e non certo sorvolare l’Oceano con un aeroplano che non ho ancora capito di che compagnia aerea è! Ma ora sono qui, e qui ci sto!.


 


 


Per conoscere la Jamaica non si deve avere un programma e io comincio dalla costa settentrionale e, più precisamente, da Negril. Qui il turismo la fa da padrone: da tutti questa città è conosciuta come il luogo più dinamico e giovanile dell’isola. Dinamica e giovanile appunto…cominciamo bene!
Sulle sue spiagge ammiro alcuni artigiani locali lavorare il legno e assaggio il famoso jerk di maiale. Una colazione leggerina. Proprio a Negril si trova Long Bay, con i suoi 11 chilometri è la più grande spiaggia della Jamaica. Delimitata da palme da cocco, si affaccia sul mare aperto e, più precisamente, sulla barriera corallina. Il mare è cristallino, la sabbia di un bianco accecante ed è uno dei pochi luoghi dove si può prendere il sole nudi. Mi guardo attorno e non so se per stile o per misure ma preferisco sfoggiare i miei bermuda di un colore improponibile piuttosto che partire già sconfitto e demoralizzato.
Ci sono più piselli al vento qui, che al mercato di via Fauchè. Il viaggio prende forma, comincio a ridere, il bermuda è tolto e dopodiché a ridere non sono il solo. Ma non importa, almeno posso contare sulla sua storia… Questa bellissima zona è ricca di ristoranti, è ovvio che dopo ti viene un po’ di fame, è tutto calcolato attentamente come un copione già visto, già scritto. E’ possibile praticare snorkeling e fare escursioni a sud della città, ad esempio sul Black River, un fiume dove vivono ancora dei coccodrilli, e sulle YS Falls, cascate meno famose di quelle di Ocho Rios, ma altrettanto spettacolari, immerse in un vero proprio giardino di piante secolari, liane e boungavillee. Per tutelare l’intero bacino di Negril è stata istituita la Negril Watershed Environmental Protection Area, la prima area naturale protetta di questo genere in Jamaica: comprende un parco marino, la zona paludosa della Great Morass a nord e le vicine foreste di mangrovie. Montego Bay, il suo nome tradotto letteralmente è “baia del lardo” e deriva dal fatto che proprio questa città era rinomata in passato nell’isola per il lavoro di salatura del lardo dei cinghiali.



Molto simile ad una metropoli occidentale per quel che riguarda la vita notturna, tra ristoranti, locali alla moda e negoziati accattivanti, è considerata oggi il fulcro della musica raggae.


Chi la visita in agosto non può in alcun modo perdere il Reggae Sumfest, la più importante manifestazione jamaicana dedicata alla musica di Bob Marley e di Peter Tosh, ma ora siamo a gennaio e io continuo col mio Ipod ad ascoltare una spettacolare compilation Live di Iva Zanicchi.  Lo avevo accennato prima: il viaggio prende una certa piega. Al centro della costa settentrionale si trova Ocho Rios. Terza città dell’isola è intrappolata tra colline verdi e Turtle Beach, una lunga spiaggia a forma di guscio di tartaruga. E in questo luogo che inizio ad assaporare tutto lo splendore della natura jamaicana; a 3 chilometri ad ovest sono situate infatti le Dunn’s River Falls. Queste cascate, sono un’oasi di respiro nel verde che circonda Ocho Rios. Praticamente immerse nella lussureggiante foresta pluviale, sono costituite da scalini calcarei che degradano per 180 m fino alla spiaggia, formando una serie di laghetti dove ci si può tranquillamente immergere. Ai piedi delle Blu Mountains sorge poi Port Antonio, uno dei pochi angoli di tranquillità dell’isola. Anche nella Blu Hole il relax è padrone assoluto. Si tratta della laguna dove venne girato “Laguna Blu”, un tratto di mare blu intenso, dai cui fondali si sviluppano sorgenti di acqua minerale dai risvolti terapeutici. Un altro noto film venne girato su una spiaggia di Port  Antonio. Si tratta di “Cocktail”, in cui Tom Cruise gestiva un bar a Dragon Bay. Oggi mi trovo qui per il casting de “L’uomo dai bermuda del mercato” un thriller tra la realtà e qualche canna di troppo. La più occidentale delle località jamaicane è Spanish Town, forse pe via di chi la progettò. Fu Diego Colon, figlio di Cristoforo Colombo. Ultima perché la più interna ma prima, in quanto capitale, è Kingston. Situata sulla costa sud orientale dell’isola, in una baia naturale ai piedi delle Blu Mountains, è il cuore pulsante dell’isola e il suo centro culturale e commerciale. Kingston fu fondata nel 1692, dopo che la vecchia capitale Port Royal venne distrutta da un terremoto.


 


 


Metropoli frenetica e agitata, non è una meta prevalentemente turistica: risente di una cattiva nomea che, pur parzialmente meritata, oscura le sue numerose attrattive. Muovendosi tra architetture georgiane e moderne sono molte le cose da vedere: la grande ed eccentrica Devon House, un fine esemplare di architettura del ‘900, King’s House, antica residenza del governatore, costruita nel 1765, il National Heroes Park, dedicato agli eroi nazionali e il Sir William Grant Park, nel centro di Down Town, dedicato ai leader dei laburisti del 1938 e luogo di ritrovo degli abitanti di Kingston.


Poseguo verso New Kingston dove si trova il luogo più visitato dai turisti: Il Bob Marley Museum, allestito proprio presso la casa della star del reggae. Raccoglie vari cimeli della vita dell’artista: incredibile la stanza del cantante con la chitarra a forma di stella a fianco del letto, i fori delle pallottole penetrate nel muro posteriore durante un attentato avvenuto nel 1976 e l’albero sotto il quale Marley fumava la gnja e suonava la chitarra. Una sosta sotto questo albero non è solo dovuta…
Comunque tutte le serate da queste parti sono all’insegna della musica raggae.


Il lungomare nella parte centrale di Kingston, è un ottimo luogo per fare una bella passeggiata e per visitare il mercato dell’artigianato lungo le banchine. A pochi isolati si trova la National Gallery, che espone opere jamaicane dagli anni ’20 a oggi, tra cui una bella collezione delle sculture di Edna Manley. Poi vado a farmi un giro alla rovine di Port Royal, l’antica capitale dell’isola, fondata dal corsaro Henry Morgan.
Nel XVII secolo è stato il più grande covo dei pirati e bucanieri delle Antille; l’antico villaggio è oggi in fondo al mare a causa del violento terremoto avvenuto nel 1692. Port Royal con i suoi chioschi e ristorantini, che servono fritto misto e zuppa di pesce, oggi è un grazioso villaggio di pescatori, meta delle scampagnate domenicali dei kingstoniani, insomma, una sorte di brianza per i milanesi.



A metà strada tra le città e il centro dell’isola, ci sono una serie di posti che è impossibile evitare di farsi un giro. Primo fra tutti, il Cockpit Country, un altipiano calcareo di 1300 kmq con il suo scenario difforme, fatto di collinette coniche e profonde depressioni. C’è poi Alligator Pond, un luogo più che mai mistico, quasi distaccato dal resto dell’isola per via della sua collocazione. Tra le numerose spiagge è di rigore non perdere Treasure Beach, situata lungo la costa meridionale della Jamaica, in cui si alternano promontori rocciosi a piccole spiagge romantiche in cui la sabbia sposa nel colore del corallo. Ho passato 2 settimane in un’isola unica quanto i miei bermuda. Talmente unici che nessuno li ha voluti come regalo.Un colore improponibile, lo stesso colore dei pensieri della gente che rivedrò dopo una decina di ore di volo.