I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele – Yucatan


 

Yucatan: una parola esotica che  fa sognare, che evoca le misteriose civiltà Maya, gli affascinanti siti archeologici, il mare cristallino e lunghe spiagge bianche dove godersi il tramonto sorseggiando un mojito sotto una palma…


Yucatan atmosfera Maya



Questa volta la nostra meta sarà proprio questa penisola messicana e, contrariamente al solito, abbiamo deciso di viaggiare in gruppo. Il tour dei siti archeologici inizierà da Cancun, durerà dieci giorni e  ci farà visitare i più interessanti ed anche i meno conosciuti della penisola. Lo Yucatan è  situato nel sud-est del Messico  e confina a nord con il Golfo del Messico, ad est con lo Stato del Quintana Roo ed a sud con lo Stato di Campeche. È interessante sapere che sotto la penisola è sepolto il cratere di Chicxulub, formatosi 65 milioni di anni fa con la caduta di una meteorite. In serata conosciamo il piccolo e simpatico gruppo e Raul, la nostra brava e simpatica guida.




Cancun, nonostante sia una famosa località turistica situata sulla rinomata Riviera Maya, non ci affascina particolarmente. Troppi hotel-grattacielo deturpano  le splendide spiagge bianche invase da miriadi di  turisti: più che in Messico ci sembra di essere a Miami Beach… Da Cancun a bordo di un comodo autobus a noi riservato, raggiungiamo la pittoresca e vivace Merida soprannominata “la città bianca”, capitale dello Stato e il centro culturale più importante della penisola. Molto belle e tipiche le case coloniali e la Plaza de la Indipendencia circondata dalla cattedrale simile ad una fortezza. Dopo un ottima e divertente cena in centro ed una bella dormita siamo pronti per andare a visitare il più famoso ed importante sito archeologico della civiltà Maya precolombiana nonché Patrimonio UNESCO: Chichén Itzà.




L’emozione è grande: la celebre piramide di Kukulkan, detta anche El Castillo, si erge maestosa davanti a noi  in tutta la sua magnificenza. Nel 2007 è stata nominata una delle sette meraviglie del mondo moderno. Il sito comprende anche l’osservatorio astronomico, il Caracol, il tempio Maya dei guerrieri e tanto altro. Il giorno seguente lasciamo Merida per Uxmal, uno dei siti archeologici più importanti e meglio conservati del Messico anch’essa Patrimonio UNESCO.


 

Il sito è molto grande e comprende diversi edifici ma il  più importante è sicuramente la “Piramide dell’Indovino” con i suoi   30 metri di altezza  e  una base ellittica. Davanti alla piramide si trova il ”Quadrilatero delle Monache” composto da 4 edifici e 74 stanze, le cui facciate sono ricche di decorazioni. Poco lontano da Uxmal si trova Kabah un piccolo sito poco turistico ma non meno importante.







Impressionante è il “Palacio de los Mascarones” le cui facciate sono coperte con 300 incredibili maschere di Chaac, il Dio della pioggia, con il naso ancora intatto. Un’altra emozionante giornata si è conclusa e saliamo sul bus che ci porterà a Campeche dove passeremo la notte. Campeche, capitale dell’omonimo Stato, è una bella e vivace cittadina in stile coloniale con case dai colori pastello, un bel lungomare ed un centro storico patrimonio UNESCO. La si può definire senza ombra di dubbio, uno scrigno pieno di arte e storia. A pochi chilometri dalla città si trova un’altro   importante sito archeologico poco conosciuti dai turisti: Calakmul. Calakmul è  incredibilmente affascinante e misterioso essendo  completamente immerso nella giungla. Le imponenti piramidi a gradoni superano di gran  lunga l’altezza della vegetazione tropicale ed una volta giunti in cima il panorama è spettacolare e ci mostra la vastità della foresta vergine. Sugli alberi gruppi di scimmie ci guardano curiose e seguono il nostro cammino. Questo sito ci ha proprio colpito ed emozionato e ringraziamo la nostra guida per avercelo fatto conoscere.






Il giorno seguente proseguiamo il tour e andiamo a visitare le rovine di Palenque, antico cuore Maya del Chiapas e il luogo più visitato di tutta la regione. Qui è  possibile ammirare una delle più belle testimonianze della civiltà Maya, pure  censita come Patrimonio UNESCO. Al nostro arrivo una  leggera nebbia avvolge le rovine e rendendo magico il paesaggio intorno a noi. Nella foresta ci sono diversi edifici tra cui il “Tempio del Sole” e il “Palazzo delle Iscrizioni” e noi li visitiamo con calma per goderceli al meglio. Molto interessante è il Museo “Alberto Ruz Lhuillier” non grandissimo ma con reperti stupendi come le giada del corredo della Regina Rossa. Domani sarà l’ultimo giorno del nostro fantastico ed interessante tour e finiremo in bellezza visitando il famoso sito di Tulum, molto scenografico in quanto si trova  su di una roccia a picco sul turchese Mar dei Caraibi.


 

Un luogo veramente da cartolina ed è la meta più turistica di tutta la Riviera Maya. La zona archeologica si trova all’interno del Parco Nazionale di Tulum ed il sito comprende diverse strutture dell’antica civiltà Maya. El Castillo è la principale struttura ed è visibile anche dalla spiaggia sottostante. Ecco, il nostro tour è finito ma noi non siamo tristi perché ci aspettano  ancora due settimane di relax al mare a Puerto Aventuras. Salutiamo la nostra bravissima guida Raul, i nostri simpatici compagni di viaggio anche se, con alcuni di loro, ci ritroveremo ancora nei giorni successivi sulla Riviera Maya.


 



La Riviera  si trova a nord-est della penisola dello Yucatan ed è conosciuta per i suoi numerosi resort, come quelli di Playa del Carmen, e per le sue lunghe spiagge di sabbia bianca ed il mare cristallino. Durante il nostro soggiorno balneare abbiamo ancora intrapreso  diverse escursioni piacevoli e interessanti. Ad Akumal abbiamo nuotato nel mare con le tartarughe “Caretta-Caretta” e nelle acque trasparenti della  Laguna Yal-Ku  abbiamo fatto snorkling tra pesci coloratissimi e ammirato miriadi di uccelli esotici. Abbiamo poi trascorso una giornata nella biosfera di Sian Ka’an, a sud di Tulum, la più grande area protetta affacciata sul Mar dei Caraibi e Patrimonio UNESCO dal 1987. Centinaia di specie di uccelli, ocelot, giaguari, scimmie e delfini sono solo alcuni degli abitanti della riserva. È un autentico paradiso di spiagge incontaminate, lagune blù, barriere coralline e foreste tropicali: un luogo da non perdere! A Tulum non ci siamo fatti perdere l’occasione di fare snorkling nelle acque fredde e cristalline del Gran Cenote.


Ma cosa sono i cenotes? Sono una particolarità del Messico ossia una serie di grotte calcaree formatesi nel corso dei secoli che formano una rete di caverne tutte collegate tra loro e meta di sommozzatori provenienti  da tutto il mondo. Le acque dolci, invece di scorrere in superficie penetrano  nel sottosuolo a causa del terreno molto poroso e creano un ecosistema sotterraneo tutto da scoprire. Ecco, lo Yucatan è tutto questo: interessanti  siti archeologici, affascinanti città coloniali, gente semplice e cordiale, spiagge bianche infinite, mare turchese e tramonti indimenticabili. Sicuramente un viaggio stupendo e culturalmente arricchente  consigliato a tutti.


 

 


 

Spirito Libero – Kenya: Etnia Kikuju

ultimo aggiornamento 27 dicembre 2023



“Quando il cuore è colmo di collera, questa fuoriesce dalla bocca”.
(proverbio Kikuyu, Kenya).


I Kikuyu (o Gikuyu) sono una popolazione di agricoltori di lingua bantu che vive nel Kenya centrale.
L’organizzazione sociale poggiava sulla discendenza patrilineare e su un sistema di classi d’età che aveva come soggetti principali i guerrieri (anake) e gli anziani riuniti in consiglio (kiama).
La gestione del potere era basata su un sistema di avvicendamento generazionale che mirava a evitare cristallizzazioni di potere.





La comunità era così divisa in due categorie, mwangi e maina, se una generazione era mwangi, i figli dovevano essere maina, i nipoti nuovamente mwangi e così di seguito.
I Kikuyu, colpiti dalla requisizione britannica delle loro terre che ai primi del novecento li aveva trasformati in “occupanti abusivi” e dal confinamento nelle riserve, furono tra le popolazioni più attive nella lotta di liberazione anticoloniale, già a partire dagli anni venti, con la creazione della Kikuyu Central Association che aveva fra i suoi membri il futuro presidente del kenya Jomo Kenyatta.
Furono poi i protagonisti della sollevazione dei Mau mau, l’associazione segreta nata dai gruppi più poveri della società Kikuyu (disoccupati delle città, gente cacciata dalle proprie terre e i contdini delle riserve).



 

 

Scudo cerimoniale Kikuyu, Kenya, collezione privata
 
Gli scudi sono dipinti a motivi geometrici su entrambi i lati; il disegno varia a seconda del gruppetto di iniziati; quello sul retro spesso ricorda la forma di un occhio e della palpebra.
Gli scudi usati nelle danze d’iniziazione dei guerrieri sono di legno o corteccia, diversamente da quelli utilizzati in guerra che sono di pelle animale.
La parte posteriore dello scudo è provvista di una cavità in cui viene infilato il braccio: lo scudo non è quindi manipolato con la mano ma flettendo il braccio.
Quando gli inglesi invasero quello che è l’attuale Kenya, sorprendentemente non trovarono la resistenza dei Masai, come si aspettavano, ma quella dei guerrieri Kikuyu.
La lotta (data la superiorità delle armi da fuoco) fu breve ma lasciò un segno profondo nella memoria collettiva Kikuyu.

 

 

Spirito Libero: Uganda – Rwanda: nel cuore dell’Africa

ultimo aggiornamento 11 Gennaio 2024



L’Uganda è un Paese dimenticato da molti anni e oggi tutto da riscoprire, paradiso incontaminato e porta aperta verso L’Africa selvaggia.




Ci siamo, domani all’alba si parte.
Sembra impossibile ma il grande giorno è arrivato. Mai il suono della sveglia è stato il ben venuto come oggi; inizia l’agitazione e l’attesa, poi, finalmente, si decolla.
Il profumo dell’Africa si è già impadronito di me, dei miei polmoni, dei miei abiti, della mia pelle.
Kampala è la tipica città africana piena di vita, di rumori, di macchine che si infilano da tutte le parti, dove i semafori sono pochissimi e sostituiti dagli immancabili clacson. Ed eccoli, i marabù: sui tetti e nei giardini, come sentinelle impassibili, qusti bizzarri uccelli giganti si aggirano tra i rifiuti svolgenti un ruolo ecologico importantissimo.
E’ mattina. Saliamo su una barca veloce che scivola per un’ora tra le isole del lago Vittoria.
L’isola di Ngamba è un santuario per la protezione dei scimpanzé orfani e quelli che venino sequestrati in dogana, a qualche delinquente che pensava di portarsi un pezzo d’Africa nel suo appartamento a Milano o New York; ancora peggiore è la sorte degli scimpanzé trovati incatenati e usati nei circhi locali o come animali da compagnia sin tanto che non diventano troppo grossi per non poterli più trattare come cagnolini e non si esiti a imprigionarli e incatenarli.
I più fortunati vengono scoperti e portati qui.




La riserva appartiene, come quelle del Kenya, Tanzania e Repubblica democratica del Congo, alla fondazione di Jane Goodall, la donna che ha fatto conoscere gli scimpanzé in tutto il mondo, quella che ha scoperto che anche questi animali usano gli utensili gettando sgomento nel mondo scientifico perché, come disse il famoso paleontrapologo Louis Leakey, “Ora dobbiamo ridefinire l’uomo, ridefinire gli utensili o accettare gli scimpanzé come esseri umani”. Ma al di là di tutte le prove scientifiche, basta guardargli negli occhi, e l’1,6 per cento di dna che ci separa svanisce. Riprendiamo la strada, finalmente raggiungiamo il Kibale National Park.
Scendo dalla jeep e sono già pronta, ho tutto quello che mi serve per inoltrarmi nella foresta alla ricerca degli scimpanzé.
Siamo fortunatissimi, siamo soli con la guida, lungo la strada sono circondata da farfalle che al mio passaggio disegnano nuvole di colore.

 
 

Il sentiero diventa sempre più stretto, siamo senza machete e progrediamo a fatica, il sottobosco è fittissimo e, man mano che avanziamo, cresce in me l’agitazione. Il primo nido notturno è un tuffo al cuore: ci siamo, li sentiamo, urla e rumore di rami spezzati ci fanno capire che sono lì, a pochi passi, nascosti alla vista solo dal folto della vegetazione.
Il nostro primo scimpanzé ci accoglie silenzioso facendoci la pipì in tsta; non importa, continuano ad avanzare e ci accorgiamo che stiamo camminando su su un tappeto di frutti simili alle nostre albicocche: sono la ghiottoneria degli scimpanzé, che, sui rami sopra di noi, mangiano con gusto questi frutti, con le mani li aprono a metà e addentano la parte più dolce, quella intorno al nocciolo, per poi lasciare cadere il resto. E’ tutto un tonfo, non sappiamo più dove guardare, il profumo dolciastro dei frutti in decomposizione ci stordisce, è troppo bello per essere vero!.


 

 

 


E’ sera, siamo arrivati al Queen Elizabeth National Park, passiamo il gate e come sempre, malgrado la luce se ne stia andando, mi alzo in piedi sul sedile della jeep, quasi a catapultarmi nell’immensità.
Respiro a pieni polmoni l’aria di sole e di savana, un ippopotamo dietro una curva ci dà il benvenuto.
Siamo al Mweya Safari Lodge. E’ bellissimo, il lago Edward da una parte e il canale Karinga dall’altra. Bande di manguste si aggirano incuranti degli uomini, il loro sguardo è oltre, spariscono con la rapidità con cui sono comparse. I gechi sfidano la forza di gravità, consumano silenziosi la loro cena, le aquile pescatrici con il loro lamento si gettano nel canale per riemergere con un pesce tra gli artigli.
Siamo seduti nella veranda della nostra camera godendoci un po’ di relax e a pochi metri da noi avanza inginocchiata e silenziosa una famiglia di facoceri intenta a brucare l’erbetta fresca. Si fermano davanti a noi e la macchina fotografica diventa incandescente. E’ l’alba, progediamo lentamente, fermandoci a ogni istante, e ben presto scorgiamo il primo gruppo di elefanti che pigramente sta risalendo dal canale; animali in continuo movimento attraverso il Q.E.N.P alla ricerca di acqua, cibo e ombra. Scorgiamo i leoni che si crogiolano nella loro pigrizia senza perde d’occhio i cuccioli impegnati in agguati immaginari.


 

 

 


 

I kilometri e le ore scorrono veloci.
In barca risaliamo il canale Kazinga sino al lago George, un ranger del parco ci accompagna, mandrie di elefanti scesi ad abbeverarsi popolano le rive, bufali e ippopotami ricoprono l’acqua, aironi, aquile, pellicani, cormorani e molti altri uccelli si alzano in volo al nostro passaggio. Un altro giorno, un’altra emozione, ancora loro, gli scimpanzé. Siamo nel Kyambura Gorge e, dopo un breve breafing con i ranger, partiamo alla loro ricerca. Siamo così concentrati sugli scimpanzé che non apprezziamo la presenza di tutte le altre scimmie che guardano curiose. Ci imbattiamo in un enorme albero caduto che il caso ha trasformato in ponte naturale. Un senso di inquietudine mi assale. Come prevedevo, il ranger ci dice che dobbiamo attraversarlo. Ci guardiamo tutti, senza sapere cosa dire, eccitati dall’idea di fare un’esperienza degna di Indiana Jones, ma impauriti pensando all’eventualità di cadere nell’acqua sottostante che scorre veloce, anche se in fondo la paura più che per me è per il mio binocolo e la mia macchina fotografica.


 




I ranger, con la disinvoltura data dalla quotidiana esperienza, passano sull’altra sponda velocemente.
Quando arriva il mio turno tutto si blocca, il mio procedere è così lento che sembro ferma, ma ce la faccio, il richiamo degli scimpanzé è troppo forte. Purtroppo il tempo in Africa passa così velocemente che è già ora di risalire il sentiero. Ripartiamo e, lungo una strada di un rosso africano, con buche africane, attraversiamo villaggi sperduti dove il tempo è scandito da movimenti antichi. Ancora un giorno e potrò incontrare i gorilla. Desidero questo momento da sempre, e ora che il mio sogno si sta realizzando, ho il terrore che succeda qualcosa. Gli ibis ci danno la sveglia. Arriviamo al confine con il Rwanda che la dogana è ancora chiusa; aspettiamo, arriva il funzionario ugandese, ci controlla i passaporti e ci lascia passare: siamo nella terra di nessuno, quella compresa tra le due sbarre che separano due stati. La sbarra si alza. Rwanda, il paese delle mille colline.


 


 


Due parole si rincorrono nella mia mente: Hutu e Tutsi, una lingua, una religione, un popolo che l’arroganza e la malvagità di noi occidentali ha condannato al genocidio. Sento su di me una cappa di dolore inespresso, che mi toglie il fiato; scruto il volto delle persone che incontro per cercar di capire…ma non ci riesco. Dappertutto ci sono cartelli che invitano alla riconciliazione, si cerca di ricostruire la dignità di un popolo, parlo a lungo di questo con un rwandese, ma non trovo risposte alle mie domande. Il lucido pavimento bianco dell’atrio del Gorilla Nest ci accoglie. Guardo i miei scarponi ricoperti di fango, cerco di pulirli come posso ma è un’impresa disperata. Decido così di toglierli, sotto gli occhi divertiti del personale del lodge.
Pioviggina, le cime dei vulcani Karisimbi, Bisoke, Sabyniyo, Gahinga e Muhabura sono circondate da strati di nubi.
Le guide del Parc des Volcanos ci accolgono sorridenti, si vede che amano il proprio lavoro. In Rwanda tutti i gorilla sono controllati a vista da ranger armati che dall’alba al tramonto li sorvegliano dal pericolo dei bracconieri. Si, perché può sembrare impossibile, ma esistono ancora i bracconieri. Si formano i gruppi, tutti abbiamo negli occhi la stesa eccitazione e la consapevolezza che stiamo per condividere un momento importante. Con la macchina ci avviciniamo al punto d’incontro con la scorta armata. Il sentiero fangoso da subito si inerpica ripido, si procede di buon passo, gocce di sudore mi scendono negli occhi, percepisco che l’acqua prigioniera nel mio corpo piano piano lo abbandona. La foresta che attraversiamo è bellissima, fitta, inaccessibile, ricca di vita e di umidità. Ma ecco i gorilla!




Il sudore, la fatica e la stanchezza svaniscono di colpo, non si ha più né sete né fame, lo spettacolo del silverback che avanza pacifico tra i rami toglie il fiato. I gorilla sono dappertutto, divisi in piccoli gruppi, le femmine cullano i loro piccoli tra braccia possenti eppure il gesto è delicato. Ci guardano, i cuccioli ci sfidano, alcuni simulano attacchi e il rumore della nocche sul petto fa una certa impressione. Quello che mi colpisce non è quello che fanno, ma come lo fanno.
Giocano, si rincorrono, si grattano, si siedono come noi. A un certo punto siamo tutti così concentrati su un gruppo di giovani e non ci accorgiamo che una mamma con il suo piccolo cammina tra di noi, appoggia delicatamente la sua mano sulla spalla di un ragazzi australiano chinato per fotografare, quasi a chiedere il permesso; il ragazzo si gira, pensa che sia uno di noi, il tempo si ferma…Poi, mamma con il cucciolo passa oltre e, ignara del regalo che ci ha fatto, raggiunge il suo gruppo.
Anche questa volta non andrò a visitare la tomba di Dian Fossey e di Digit: so che lei non approverebbe tutti questi turisti che violano le sue montagne e i suoi gorilla.




Tutta l’umanità ha un debito di riconoscenza nei suoi confronti, è grazie a lei se oggi questi primati sopravvivono.
lasciamo il Rwanda e rientriamo in Uganda.
Il momento tanto temuto è arrivato, è il momento dei saluti, degli abbracci e delle promesse. Non ci sono parole per descrivere cosa provo ogni volta che lascio l’Uganda: è un pugno nello spomaco che mi toglie il respiro, è un magone che nasce dal cuore e sale sino agli occhi, sono lacrime di gratitudine e di disperazione che non riesco a trattenere. So che tornerò ma in quel momento so solo che sto partendo.


 

Spirito Libero – Marocco terra del Vento


Spirito Libero – lo zaino racconta

Sulle tracce delle location scelte da Gabriele Salvatores per il film: Marrakech Express


Marocco, terra del vento.
Seguendo le orme di Salvatores.
Dalle location del film “Marrakech express”


 
 
 
La strada che porta a sud è un lungo pianeggiare verde, senza case; seguito da un bosco di eucaliptus, colline spelate e distese di piante.
Alle spalle Casablanca. Davanti Marrakech: la grande torre della Kotonbia al centro, vicoli dove riescono a mescolarsi e a convivere culture africane, islamiche, arabe e berbere e, sullo sfondo, le cime dell’Alto Atlante coperte di neve.
Il vecchio cuore di questa incredibile città è Jemaa el Fna, la piazza del “nulla” circondata da un fitto reticolato di mercanti, i souk.

 
 
 


Ed è qui che la vita è più animata; file interminabili di bancarelle di cibo, tappeti e monili, incantatori di serpenti e narratori di storie.
Ogni anno si riserva qui un milione di viaggiatori, più del doppio degli abitanti; arrivano in gran parte dalle spiagge di Agadir, per una breve visita di un giorno, il tempo sufficiente per vedere il minareto della Kontonbia o la Medersa di Ben Yussen.
Ed è un peccato, perché Marrakech si lascia conoscere solo da chi sà viaggiare nel tempo.

 
 
 
ll viaggio prosegue per 250 chilometri verso sud, lontano dal rumoroso traffico cittadino.
Proseguendo la statale che collega Marrakech con Agadir, ci si trova di fronte ad un scenario meraviglioso, forse uno dei più belli di tutto l’itinerario.
Spazi infiniti e, sullo sfondo l’azzurro intenso del cielo africano.
I paesaggi cambiano rapidamente; montagne, gole, valli e regioni pre-desertiche frequentate da pastori e dalle loro greggi.
Si ha la sensazione che il tempo, qui, si sia fermato.
La gente che si incontra è in completa armonia con l’ambiente e con i ritmi lenti e costanti di questa terra, e il domani sembra non esistere.
Si sente solo il rumore del vento.
La terra ha il colore rosso e, dove la roccia è nuda, l’erosione ha creato forme aspre e tonde.
E’ il Marocco di Pierre Loti, scrittore di viaggi di fine ottocento.
In certi punti sembrano essere cambiato proprio nulla da allora.
Isole e spazi rimasti incontaminati.
Nessun sentiero li ha mai attraversati promettendo ricchezza e sviluppo.
Luoghi poveri, che non hanno conosciuto speculazioni.
Dopo alcune ore, si arriva finalmente ad Agadir, città della costa dell’Alto Atlante, che si affaccia sull’oceano.
La sua ricostruzione, dopo il terremoto che la colpì nel 1960, l’ha trasformata in una città di mare fortemente turistica.
Ma è solo una tappa.

 
 
 


Il vero crocevia del sud marocchino è Ouarzazate, situata tra le valli del Draa e Dades.
Ed è lei che prepara dolcemente il viaggiatore alle sensazioni più estreme del deserto e alla vista delle magnifiche “kasbah”, capolinea delle culture più diverse, un tempo roccaforti e residenze principesche, oggi sentinelle della terra di frontiera tra i contrafforti dell’Alto Atlante e le lande desolate del Sahara.
Nessuno conosce veramente le origini di queste caratteristiche costruzioni: torri e mura in terra battuta o in mattoni cotti al sole, che racchiudono in sé semplici abitazioni o intere città.
La più importante e immortale è la kasbah di Taourirt, che circonda un grazioso villaggio berbero.
Ogni domenica mattina, tra le sue mure viene allestito un mercato dove si possono acquistare vesellame, oggetti in pietra intagliata, coperte e tappeti antichi.
Percorrendo per alcune ore la vicina valle del Draa, si incontra il fiume che le dà il nome, lungo le cui sponde si “srotola” un nastro fertile che dà vita a numerosi villaggi.
Un unica striscia a palmeto ricopre molti chilometri di terra prima del deserto.
Ed eccola la “perla del sud”, Zagorà, un insediamento situato a 750 metri sull’altipiano subsahariano, che risale al periodo coloniale francese.
E’ una stupenda oasi tra Agdz e Mhamidma.
Ma le sue case e le sue piante sono l’ultimo contatto con l’umanità che, proseguendo, scompare lentamente all’orizzonte.

 
 
 
 

A Merzougà, la strada s’interrompe e si presentano “potenti” dune di sabbia.
Affascinante, grandioso, sconfinato, il deserto offre un paesaggio carico di suggestioni, nella sua totale desolazione.
Ed è Erfoud il capolinea.
Città principale della valle dello Ziz, a sud di Er Rachidia.
Una delle località principali del Tafilet, regione da cui provengono gli antenati di Re Hassan II.
In ottobre, va in scena la festa dei datteri.
E c’è chi si spinge fino a Rissani, sede della residenza della famiglia reale e del mausoleo del capostipite della dinastia Manlay Ali Cherif.
Marocco profondo…terra del vento.