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Cristina Sartori – Bruno Riccardi – Transafrica seconda tappa
UNA COPPIA IN TRANSAFRICA. SECONDA TAPPA
DA BOBO DIOULASSO A COTONOU

3/3/2018. L’aereo della Royal Air Maroc decolla dall’aeroporto di Torino Caselle durante una copiosa nevicata. Ci porterà allo scalo di Casablanca e da qui proseguiremo per Ouagadougou, capitale del Burkina Faso da dove infine, raggiungeremo in corriera Bobo Dioulasso a recuperare Tatiana, la nostra Nissan Terrano, per proseguire con la seconda tappa della Transafrica, viaggio preparato da noi due soli in “fai da te”. La sfiga che ci accompagna ultimamente è presente: a Ouagadougou ieri c’è stato un attacco jihadista all’ambasciata francese con relativa sparatoria che ha causato una ventina di morti e una ottantina di feriti. In Italia la notizia è circolata in sordina (troppo in sordina!) ma il nostro amico burkinabè Andrè che è della Polizia Nazionale, ci ha informati subito. Temiamo di trovare un clima generale molto brutto a Ouagadougou con grande tensione e controlli serrati di Polizia ed Esercito.


Durante il volo riflettiamo sul percorso che ci aspetta. In realtà avremmo dovuto fare questa tappa, prevista inizialmente fino a Libreville in Gabon lo scorso novembre 2017 ma, importanti problemi di famiglia ce lo hanno purtroppo impedito.
Partiamo solo ora col tempo di Cristina contato; pertanto la tappa la concluderemo in Benin a Cotonou, dove abbiamo preso contatti e ci aspettano al camping “Au Jardin Helvetia” per lasciarvi l’auto in deposito alcuni mesi. In ogni caso va bene così poiché in realtà, questa area dell’Africa ci interessa particolarmente e vogliamo visitarla con calma, specie il Benin, con tutti i suoi misteri. Sarà quindi una tappa non lunghissima ma intensa per le cose da vedere e scoprire.
4/3/2018. Arriviamo a Ouagadougou all’una di notte e con nostra sorpresa, i controlli di polizia e dogana sono molto rapidi. Meno male. Con uno sgangheratissimo taxi, messo in moto dal conducente collegando due fili, raggiungiamo la “Pension Sarah” non distante dall’aeroporto, molto africana ma più che decente, consigliabile. In mattinata prendiamo la corriera e nel tardo pomeriggio arriviamo a Bobo Dioulasso dove ci attende Maurizia la nostra amica torinese e tutta la famiglia di Sambo e Bibata, ragazzi e ragazze, simpaticissimi, che abbiamo conosciuto l’anno scorso. Arrivati a casa di Maurizia come ospiti, apprendiamo che la proprietaria del garage adiacente occupato da Tatiana, signora Ami, è in lutto per la morte della madre e sono in corso i preparativi per la cerimonia funebre che inizierà la sera stessa per durare parecchi giorni.

Il fatto è che per detta cerimonia, è stato allestito una sorta di grosso gazebo africano che occupa tutta la strada ovviamente momentaneamente chiusa al passaggio, il quale, con una lunghezza non inferiore a una trentina di metri, ostruisce completamente la porta del garage, impedendo di far uscire la nostra 4×4! Sotto a tale struttura, accampano a crocchi, centoventi-centoquaranta persone, molte con costumi tradizionali, soprattutto donne, che chiacchierando beatamente, mangiano e bevono di tutto. Per fare uscire la macchina dovremmo fare sgomberare questa gente e far smontare almeno una parte della struttura, cosa che offenderebbe gravemente i parenti della defunta! Maurizia ci spiega che la signora Ami, di etnia Peul, è cattolica ma di quel cattolicesimo africano che si mischia con l’animismo in un sincretismo molto colorito. La cerimonia pertanto sarà un miscuglio di usi e costumi religiosi anche perché presenti amici di altre etnie, con soprattutto, molti festeggiamenti e mangiate. Per volontà di Ami, la salma non verrà sepolta nel cortile della casa, come ancora assai in uso in Burkina Faso, ma nel cimitero dove alcuni parenti maschi sono andati in giornata a scavare la fossa con vanghe e picconi. La nostra camera da letto è vicinissima alla casa di Ami e nella notte fino all’alba, udiamo tutta la liturgia del rito funebre. Iniziano prima dei tam-tam, proseguono canti in lingue africane accompagnati dalla musica di una specie di marimba di legno poi, una sorta di rosario lunghissimo, dove un uomo recita una litania e tutti gli altri rispondono sempre in lingue strane ma, stavolta, anche con qualche parola in francese. Poi ancora tam-tam e altri canti. Molto suggestivo. L’unica preoccupazione è di poter recuperare Tatiana in tempi brevi.
5/3/2018. Trascorriamo la giornata per cambiare il denaro, contrarre una assicurazione sulla macchina per trenta giorni, fare acquisti di alimentari in un supermercato di libanesi con merci e prezzi europei. Visitiamo il Grand Marchè di Bobo, molto africano e l’orfanotrofio diretto da Maurizia. Qui conosciamo una francese, Stephanie, che però abita in Baviera, la quale sta facendo il giro dell’Africa occidentale in bicicletta e in solitaria. E’ partita da Lomè in Togo ed è giunta a Bobo Dioulasso per farci quindici giorni di volontariato all’orfanotrofio, poi proseguirà per Conakry in Guinea.

Quella sera, approfittando di un momento di “calma” della veglia funebre, porgiamo le nostre condoglianze alla signora Ami e le chiediamo se può fare spostare alcune persone e relative seggiole da sotto il gazebo in modo da poter aprire la porta del garage e con una manovra non troppo semplice uscire con la 4×4, senza abbattere dei pali del gazebo. Ami che in fondo è una donna moderna e pragmatica acconsente e così, finalmente facciamo uscire Tatiana che è coperta dallo strato di polvere di un anno.
6/3/2018. Dopo aver fatto lavare la macchina, la consegniamo al meccanico di fiducia di Maurizia per un controllo generale ed il cambio dell’olio motore e del filtro. La giornata la passiamo a bighellonare e chiacchierare coi nostri amici sul percorso da farsi. Il Benin ci interessa molto per tante cose e luoghi interessanti mentre il Togo, secondo Maurizia, ha meno da vedere e la stessa ci consiglia di visitare al posto della valle di Tamberma in Togo, la confinante area di Boukoumbé in Benin, abitata dalla stessa etnia, più selvaggia e meno battuta dai turisti. Ci convince e pertanto decidiamo di evitare il Togo e passare più tempo in Benin. Nella discussione prendiamo una decisione importante, cioè quella di venire anche solo in aereo, più spesso in Burkina, per non interrompere i rapporti coi nostri amici burkinabè, cosa che ci spiacerebbe molto. In quelle circostanze, potremo poi visitare a fondo il loro Paese. Partiremo quindi per il Benin. Nel pomeriggio il meccanico ci riconsegna Tatiana che ha tutto perfettamente funzionante, tranne il motorino della vaschetta lavavetri che non è riparabile. Pazienza, non è un grave problema.
La sera, i burkinabè probabilmente informati da Maurizia che è il giorno del compleanno di Bruno, ci fanno la sorpresa di una festicciola a base di carne di montone cucinata alla brace, per loro un lusso, buonissima. La gentilezza e la semplicità di questa gente è disarmante. Noi contraccambiamo con vestiti per i ragazzi portati dall’Italia. E’ presente anche il nostro amico poliziotto Andrè, al quale su sua richiesta, abbiamo portato una maglia ufficiale della Juventus col numero 10 di Dybala. E’ felicissimo essendo pure calciatore dilettante.

7/3/2018. Accompagnati da Andrè, impieghiamo diverse ore dal mattino al primo pomeriggio in vari uffici della dogana di Bobo Dioulasso, per regolarizzare la presenza della nostra auto in Burkina e ottenere il permesso di circolazione. La procedura è lunga e tortuosa ma ce la caviamo pagando una sanzione di 50.000 CFA, pari a circa 75 euro. La sera festa di addio a base di birra dato che domani partiamo, destinazione Benin. Ci spiace lasciare questa gente, ma torneremo.
8/3/2018. Dopo aver salutato tutti, partiamo alle otto del mattino verso Ouagadougou e poi Fada-Ngourma dove pernotteremo prima di arrivare alla frontiera col Benin. La strada fino Ougadougou è in buono stato e si viaggia bene.
Notevole il traffico di vecchi camion.
La città di Quagadougou la attraversiamo con una certa facilità impensabile a priori ma, subito dopo, troviamo la strada chiusa per lavori di ammodernamento con deviazione su una pista che va verso
Fada-Ngourma, di terra rossa polverosissima e piena di cunette rallentatrici terribili e spesso invisibili. Attraversiamo così poverissimi villaggi non visibili facendo la strada normale ma ovviamente, diminuisce drasticamente la velocità di crociera, facendoci decidere di fermarci prima che faccia buio, nella cittadina (si fa per dire) di Koupela.
A circa venti chilometri da tale meta, la lancetta della temperatura dell’acqua di Tatiana, impazzisce e comincia ad oscillare in su e in giù, arrivando fin quasi alla zona rossa di surriscaldamento. Controlliamo il liquido nella vaschetta di espansione che è al corretto livello, mentre la ventola gira normalmente. Mistero, che sarà? Malgrado i circa 38 gradi di temperatura, accendiamo il riscaldamento e mentiamo il ventilatore al massimo. In questo modo il liquido di raffreddamento non si surriscalda e coi finestrini spalancati, riusciamo ad arrivare a Koupela senza danni.

Chiediamo di un meccanico e ci viene indicata l’officina di tal Roland che è il solito meccanico africano che lavora all’aperto in un cortile tra le capre e pure qualche maiale.
Costui analizza la situazione e stabilisce che è necessario un controllo generale a tutto l’impianto di raffreddamento del motore. Dato che sono oramai le ore 18 del pomeriggio e sta facendo buio, ci dice di lasciare la macchina e tornare domani mattina alle 8, nel frattempo capirà che riparazione c’è da fare. Non lontano dal meccanico c’è un modestissimo e squallido alberghetto, “Hotel de la Gare” dove decidiamo comunque di passare la notte in quanto appiedati.
9/3/2018. Alle ore 8 puntuali, siamo dal meccanico che ha smontato il radiatore e la pompa dell’acqua. Dice che il problema deriva da un cattivo funzionamento della pompa ma che lui la riparerà, “pas de problèmes” e il lavoro sarà finito alle ore 9. Ci crediamo poco ed in effetti, in perfetto stile africano, il lavoro non finisce alle 9 ma alle 14. La macchina funziona bene e la temperatura del liquido è tornata normale. Costo 30.000 CFA, pari a circa 45 euro. Felici di aver risolto il problema e con poca spesa, partiamo per Fada-Ngourma dove ci fermiamo a pernottare al discreto “Auberge Diana”. La sera visitiamo un animatissimo mercato dove facciamo alcuni acquisti.

10/3/2018. Partiamo verso la frontiera col Benin di primo mattino e chiacchierando, riflettiamo sul fatto che sino ad ora non abbiamo visto un solo bianco turista od altro tranne la ciclista francese incontrata all’orfanotrofio che, ovviamente, non può essere classificata tra i banali turisti ma tra i viaggiatori più duri. Sono tempi proprio brutti per tutti i Paesi del Sahel. Usciamo rapidamente dal Burkina e entriamo nel Benin al posto di frontiera di Porga, dove troviamo Polizia gentile. Alla dogana, mostriamo il “Carnet de Passage en Douane” chiedendo ti timbrarcelo all’ingresso e constatiamo che i due doganieri non sanno bene cosa sia. Ne hanno sentito parlare ma non lo hanno mai dovuto gestire. In realtà il Benin non prevede il Carnet ma noi desideriamo ci venga timbrato in ingresso poiché lo riteniamo utile per “giustificare” il deposito dell’auto nel Paese per qualche mese.
Nasce una discussione molto pacata tra noi e i due doganieri molto scettici e restii a timbrare quando, per fortuna, Bruno individua sul loro tavolo pieno di scartoffie, una ricevuta di Carnet in uscita dal Paese, in capo ad una Renault con targa dell’Arabia Saudita. Viene chiarito che, in quel caso, il cittadino arabo aveva ottenuto il timbro sul Carnet all’uscita e noi viceversa, lo vogliamo timbrato all’entrata nell’apposito spazio. Decidono quindi di timbrarci solo il Carnet e non rilasciarci la loro ordinaria autorizzazione, facendoci tuttavia pagare i diritti di ingresso in Benin di poco più di 5.000 CFA rilasciandoci apposita ricevuta. Ci spediscono con l’aria di chi si è tolto dai piedi un problema, dicendo che a eventuale richiesta della Polizia, occorrerà mostrare il timbro sul Carnet. Partiamo senza la certezza dell’utilità del Carnet in Benin e con molti dubbi su cosa accadrà quando a novembre, dovremo uscire dal Paese. La reale utilità del Carnet nei Paesi che non prevedono è incerta.

C’è chi sostiene sia inutile e chi, viceversa, lo ritiene indispensabile per lasciarvi l’auto. Come molte situazioni in Africa, è bene raccogliere preventivamente più informazioni possibili prima di partire ma poi, la realtà vera ognuno la prova al momento sulla propria pelle, soprattutto a seconda di chi trova nelle dogane. Vedremo.
Dopo avere attraversato una bella e selvaggia zona montagnosa, arriviamo alla periferia della cittadina di Natitingou dove imbocchiamo la pista verso sud-ovest che in circa 50 chilometri, ci porterà al confine col Togo, nel villaggio di Boukoumbè, abitato dall’etnia Somba, animista e molto ancestrale, segnalatoci da Maurizia. Constatiamo che sono iniziati i primi lavori per asfaltare la pista; chissà se è la scelta migliore che poteva fare il governo del Benin. La pista larga e in parte in salita, non è delle migliori e presenta lunghi tratti di tole ondulèe molto fastidiosa.
Percorriamo l’intera distanza senza trovare anima viva e nel pomeriggio, arriviamo a Boukoumbè o meglio, nel nucleo principale di case del villaggio che è sparso per diversi chilometri attorno e conta complessivamente, come ci diranno in seguito, circa 5000 abitanti. La sensazione che proviamo guardandoci attorno è quella di essere veramente in un altro mondo. Il villaggio è poverissimo e quasi totalmente composto da abitazioni tradizionali denominate “tatà” che salgono in forma circolare o semicircolare e hanno il tetto di paglia a forma di cono. Zebù, pecore, capre, maialini, galline, pascolano tra le case e nei dintorni del villaggio. La vegetazione è tipica della zona di confine tra la savana e la foresta e vede predominare principalmente tra gli alberi, le palme, i manghi, numerosi enormi baobab e varie altre tipologie di piante africane a noi sconosciute. Esiste una sola fonte di acqua in tutto il gruppo di case, tramite una pompa a pedale realizzata con finanziamento di una organizzazione statunitense (che sforzo!). Attorno a tale pompa ci sono donne che lavano i panni, animali che si abbeverano e bambini che giocano. Notiamo immediatamente che tutte le persone, uomini e donne, hanno degli strani segni su tutto il volto, numerosissime righe che attraversano l’intera faccia e la fronte in verticale, incrociandosi con altre segnate in orizzontale. Molto particolare.
In quel luogo, l’unico posto per dormire è una struttura denominata “La perle de l’Atacora” che è costruita con materiali e con lo stile delle case “tatà”, con otto stanze disponibili tra il pian terreno ed il primo piano. E’ gestita da una piccola organizzazione locale che dispone anche di qualche guida, chiaro tentativo di sviluppare un turismo che tarda a decollare. Ovviamente prenotiamo una camera per due notti ed il gestore, un nero gigantesco anche lui con la faccia segnata, ci avverte che la corrente elettrica va e viene, anzi più spesso manca e la doccia è solo del tipo “africano”, cioè, occorre munirsi del secchiello messo a disposizione, uscire a prelevare l’acqua alla fonte e lavarsi con quella. E’ possibile mangiare ma solo riso bollito con cipolle, pomodori e carote, oltre a patate dolci fritte, con preparazione a cura di una simpatica e svampitissima donna locale. Unico “svago” è la possibilità di avere birra “Beninoise” a volontà. Turisti non ce ne sono e la struttura oltre a noi, ospita due ragazze e un ragazzo belgi di Liegi che sono nel villaggio per uno stage di sei settimane nella scuola elementare dello Stato, sita a qualche chilometro di distanza. I ragazzi, Elisa, Camille ed Arnaud, ci raccontano la loro esperienza nella scuola dove insegnano francese ed aritmetica, mostrandoci i quaderni degli alunni. Le classi sono composte tutte da oltre 40 scolari poverissimi e sono quasi prive di materiale didattico. I tre ragazzi sono simpatici e diventiamo subito amici. Ci dicono anche che nel villaggio è presente pure una scuola elementare cattolica che però non collabora con la scuola pubblica, disperdendo così le poche risorse disponibili che sarebbero meglio sfruttate in uno sforzo comune.
Quella notte, dormiamo in un clima ancestrale incredibile.
11/3/2018. Ci alziamo alla mattina presto e con una guida dell’organizzazione di nome Mathias, pure lui con la faccia segnata, iniziamo un piccolo trekking di qualche ora nel villaggio e nei suoi dintorni. La guida ci informa che il termine “Somba” per definire la sua tribù e dispregiativo. Il vero appellativo è “Betamaribè”. Dice che sono una etnia molto fiera ed individualista, per questo la comunità non abita un unico grande villaggio, ma preferisce vivere in piccoli nuclei sparsi di case, abitate prevalentemente da persone imparentate, dello stesso clan. In passato si sono opposti fieramente ai vari re di Abomey che facevano scorrerie anche da queste parti per catturare schiavi da vendere sulla costa ai negrieri bianchi. I Betamaribè sono tutti animisti e accettano la presenza di alcuni frati cattolici solo per il fatto che hanno aperto la scuola. Chi fosse diventato cattolico, continua comunque nelle tradizionali usanze religiose animiste.
Dal punto di vista della natura, la guida ci spiega che in zona, come animali selvatici sono presenti soprattutto varie tipologie di gazzelle e, in numero minore, i bufali.
Pochi sono viceversa i serpenti. Per quanto riguarda gli alberi, oltre a maestosi manghi e ai giganteschi e plurisecolari baobab, alcuni dei quali col tronco cavo dove ci si può entrare come se fosse una stanza, ci sono dei curiosi grossi alberi chiamati “nerè” ai cui rami sono appesi grappoli di frutti simili a grosse fave. Aperti i baccelli, se ne può mangiare l’interno che è molto nutriente e con un buon sapore. Per quanto riguarda l’agricoltura, prevalgono modeste coltivazioni di sorgo e patate dolci, agricoltura condotta con metodi primitivi con l’uso di rudimentali zappe e forza umana.

Entriamo poi a visitare delle abitazioni “tatà” costruite con mura di fango e sabbia, con le facciate esterne rifinite con un impasto di sabbia e sterco di bufalo; sulle facciate sono tracciate le stesse linee che si vedono sui visi delle persone, simboli distintivi della tribù. Queste costruzioni tutt’ora abitate, al piano terreno hanno locali ove vengono ospitate capre e galline, oltre ad ad angolo con delle lastre di pietra sulle quali si macina il il sorgo. Al primo piano ci sono altre stanzette per la vita famigliare e, infine, sul terrazzo ci sono delle specie di “cucce” alte non più di 80-90 centimetri, in ognuna delle quali si infilano e ci trovano posto per dormire anche quattro persone. Sul terrazzo ci sono pure i granai fatti a torre circolare e ricoperti con un tetto di paglia amovibile a forma conica. La genialità della costruzione sta nel fatto che, anche durante la stagione delle piogge, l’acqua non entra nel “tatà” poiché lo stesso è dotato di tetti di paglia e foglie di palma costruiti con precise pendenze, così come pure il terrazzo. L’acqua non si ferma, scorre e va.
Successivamente ci rechiamo in un punto panoramico con meravigliosa veduta verso il Togo.
Durante la camminata di ritorno la guida ci spiega che tutti i bambini, maschi e femmine, al compimento del terzo anno di età, vengono sottoposti alla pratica delle incisioni su tutto il viso effettuate con coltelli dalle lame sottili e taglientissime. Tali segni sono distintivi della tribù e rimangono visibili per tutta la vita. Ci fa ribrezzo il pensiero del dolore provato da quei bambini e dalle infezioni che possono insorgere anche se la guida ci spiega che le ferite vengono disinfettate con degli impasti dei frutti del nerè. Infine ci comunica che a una quindicina di chilometri di distanza, nel pomeriggio si terrà il rito della circoncisione tradizionale a dei ragazzi tra i 17 e i 20 anni. Se vogliamo assistervi è possibile ma è vietatissimo fotografare e filmare.
Nel pomeriggio, unitisi a noi i tre ragazzi belgi liberi dagli impegni con la scuola, partiamo assieme alla guida che ci precede in motorino e dopo una quindicina di chilometri di pista, giungiamo nel luogo ove avverrà il rito delle circoncisioni.
Il sito è una vasta area pianeggiante di savana con rari baobab, dove
sono presenti ad occhio, non meno di 2000 persone. Circa la metà di dette persone, sono vestiti con abiti tradizionali e sono i parenti dei ragazzi da circoncidere, gli altri sono spettatori. Gli abiti tradizionali sono coloratissimi e comprendono anche cappelli di curiose fogge, anche con piume. Un energumeno armato di fucile, visti noi cinque bianchi si avvicina e in tono minaccioso ci intima di non fotografare assolutamente… Ce ne fosse stato bisogno! La guida ci spiega che i ragazzi da circoncidere sono una quindicina. Infatti vediamo dei gruppi in abiti tradizionali che si formano e per ognuno viene posto in testa al gruppo la “vittima” vestita nei modi più incredibili. I parenti lo spingono in una corsetta ritmica e loro dietro cantano e ballano al suono di tam-tam, strane trombe di legno, fischietti. Queste specie di “trenini” vagolano a lungo nella pianura a zig zag ed è chiaro che tale parte del rito serve a portare il giovane da circoncidere ad una sorta di trance. Quando il ragazzo è pronto, lui e tutta la famiglia entrano in un quadrato tracciato con della cenere sul terreno con lati di circa 15 metri.
Ogni famiglia ha tracciato il proprio quadrato e nessun altro può entrarvi. Al centro del quadrato è posto un rudimentale piccolo palco sul quale sale il ragazzo da circoncidere, un anziano della famiglia che è il circoncisore prescelto dalla famiglia stessa, armato di coltellaccio che a occhio pare lungo una trentina di centimetri e che mostra al pubblico; infine sale pure un uomo armato di fucile. Assistiamo così alla prima circoncisione che viene fatta ad un ragazzo col volto dipinto di bianco. Al poveretto viene posizionato sul collo dietro la nuca e poggiante sulle spalle un bastone in orizzontale che afferra con entrambe le mani come fosse in croce, per farsi coraggio. A questo punto, l’anziano si inginocchia davanti a lui e con le mani lo rovista alla ricerca del membro al quale in tre-quattro minuti taglia e asporta il prepuzio. Malgrado il dolore che deve essere fortissimo, il giovane non fiata e ciò è segno di coraggio davanti a tutti. Finita l’operazione l’anziano alza il coltello sanguinate, butta per aria la pelle del prepuzio mentre l’uomo col fucile spara un colpo in aria, segnale che la circoncisione è avvenuta con successo. A questo punto il giovane, più morto che vivo, è accolto dalla famiglia che lo festeggia. Lo spettacolo è assolutamente barbaro e per noi poco sopportabile. Ad ogni modo assistiamo a quattro circoncisioni. Durante la quarta, il ragazzo non emette alcun grido di dolore ma, di fatto sviene in piedi e, uomini robusti non riescono nemmeno a liberare le sue mani dalla presa sul bastone, evidentemente impugnato con tutta forza.
Una delle ragazze belghe non resiste più allo spettacolo, vuole andarsene e così decidiamo di tornare tutti al villaggio.

La guida ci spiega che attualmente la circoncisione può essere fatta anche presso l’ospedale di Natitingou, ma la maggior parte dei giovani preferisce il rito tradizionale per dimostrare il loro coraggio anche se è causa di violente infezioni. Allucinante. La sera ceniamo coi belgi a base di patate dolci e alla luce di torce, dato che l’elettricità è andata in tilt.

12/3/2018. Salutati i belgi, partiamo di buon mattino verso Natitingou per proseguire sulla statale, in discrete condizioni, verso sud alla volta di Abomey, la capitale del ferocissimo regno di Dahomey, noto per la crudeltà dei suoi re verso il popolo e la cattura degli africani dell’interno da vendere come schiavi prima ai portoghesi, poi a olandesi, inglesi e francesi. Per la strada incrociamo un gran numero di vecchi camion stracarichi di cotone grezzo che in parte viene perso a batuffoli, i quali si depositano ai lati della strada come fosse neve.
Questo biancore ai lati della carreggiata, molto curioso, lo riscontriamo per circa 500 km. Lungo la strada abbiamo modo di vedere ogni tanto casse da morto, piazzate davanti alle case a ridosso della strada.

Sono chiuse e quindi non si capisce se contengano la salma o meno e tanto meno si capisce cosa stiano a fare li. La cosa più comica è quando dobbiamo sorpassare un motorino che porta sul portapacchi posteriore una bara piazzata di traverso. Riusciamo a fotografarla. I Beninesi devono avere un rapporto tutto particolare con la morte e il mondo dei defunti.
Purtroppo abbiamo dovuto perdere un paio di ore nella cittadina di Natitingou presso un ufficio della telefonia locale MTN, per ricollegare i nostri telefoni che nel villaggio erano “morti” impedendoci sia di telefonare che di navigare. Il tempo perso ci impedisce di giungere in giornata ad Abomey e quindi, facciamo tappa a Dassa dove alloggiamo in un albergo decente, l’“Auberge de Dassa ”. Finalmente riusciamo a farci una doccia pur se con pochissima acqua, ma mangiamo abbastanza male. Nota positiva è che Bruno riesce a bere un whisky.
13/3/2018. Arriviamo ad Abomey dove troviamo alloggio nel modesto ed africanissimo “Hotel chez Monique”segnalato pure dalla Lonely Planet. E’ umile e con doccia africana, però è gestito da alcune donne disponibili e simpatiche ed ospita qualche turista francese ed inglese. Il cortile interno dell’alberghetto è spettacolare. Vi sono ospitati diversi alberi della flora africana, ad ognuno dei quali è appesa una maschera di legno autentica di scultura tradizionale e voodoo. Numerose sono pure le statue di legno che rappresentano l’olimpo animista delle credenze locali. In un angolo del cortile, le gestrici cucinano la cibaria per gli ospiti su griglie con fuoco a legna e in pentoloni anneriti. L’ambiente è suggestivo e la cucina buona.
In tarda mattinata e fino a sera, visitiamo il centro della cittadina e il
Museo storico. Il centro è composto da un groviglio tortuoso di vie e viette non asfaltate, sulle quali si affacciano abitazioni poverissime in uno strano stile misto africano-coloniale. La povertà è tangibile. Di tanto in tanto, appare una casa più lussuosa, costruita spesso con stile pacchiano, abitazione evidentemente della scarsa borghesia locale. Giunti al palazzo reale, ci appare una costruzione di grandezza notevolissima che, più che espandersi in altezza, si espande in larghezza ed è circondata da un muro molto alto. Il palazzo non è visitabile se non dal lato dove si può entrare in un enorme cortile che contiene il Museo storico di Abomey. Obbligatoriamente si può visitare quella parte del palazzo e il museo, solo accompagnati da una guida ufficiale e senza fare foto. A noi capita una simpaticissima donna di nome Christine che, molto colta ed in francese perfetto e comprensibile al meglio, ci conduce a visitare il museo e i suoi cimeli, raccontandoci la storia del regno del Dahomey. In sostanza, fu un regno guidato da re sanguinari, dall’inizio del 1500 e fino al 1900 quando arrivarono i colonialisti francesi che ne deposero l’ultimo. Questi re regnavano sul loro popolo in maniera dispotica e crudele. Soprattutto, si dedicarono alla cattura delle genti di tribù confinanti da vendere come schiavi ai negrieri, facendoli camminare con le caviglie incatenate per un centinaio di chilometri fino a Ouidah sulla costa. Il pezzo forte del museo è il trono di uno di questi re che poggia su quattro teschi umani in segno di padronanza assoluta sul popolo, anch’esso in condizione vicina alla schiavitù. La guida sostiene che senza i re del Dahomey, il mercato degli schiavi verso le Americhe non avrebbe potuto raggiungere lo sviluppo enorme che ha avuto, in quanto gli europei non gradivano troppo avventurarsi all’interno a condurre le scorrerie, per paura di essere sopraffatti dalle tribù, preferendo comprare schiavi dai re del Dahomey che, di fatto, lavoravano per loro.
14/3/2018. Partiamo per la costa per fare tappa da “Au Jardin Helvetia” dove lasceremo la macchina per alcuni mesi e da dove faremo base per visitare le numerose cose da vedere in zona.
Arriviamo così in mattinata sulla “Route de peche”, “Strada della pesca” che è una pista sabbiosa che lambisce l’oceano e partendo dai sobborghi della periferia di Cotonou, si spinge a ovest per una cinquantina di chilometri fino a Ouidah, capitale del voodoo e principale punto di imbarco degli schiavi verso le Americhe. Lo spettacolo che ci accoglie è stupendo. Questa pista di sabbia gialla corre tra palme da cocco altissime e, di tanto in tanto, appaiono gruppetti di poverissime case di pescatori locali che si scorgono intenti a tirare a riva in gruppi di 20-30 persone delle enormi reti. Ci sono barche coloratissime al largo oppure a riva messe in secco. Posto meraviglioso e totalmente privo di turisti. Il navigatore ci conduce “Au Jardin Helvetia “ che si trova sulla pista a 11 km da Cotonou e qui, amarissima sorpresa.
“Au Jardin Helvetia” ci era stato segnalato come camping gestito da svizzeri, in grado di tenere in garage la nostra macchina per alcuni mesi, cosa ovviamente di massima importanza per un viaggio a tappe come il nostro. Facemmo delle ricerche sul web, trovando ottime referenze, foto molto belle e addirittura un filmato su youtube che mostra una sorta di paradiso terrestre tra le palme sull’oceano. Li contattammo per e.mail e loro, gentilissimi, ci risposero facendoci il preventivo – caro – di 40 euro/mese per tenere Tatiana e ci riservarono un bungalow “luxe” per i giorni che desideravamo restare a partire dal 14 marzo. Il loro preventivo, stampato su carta intestata a colori con relativo logo, due indirizzi mail, numeri di telefono, ecc. ci servì come lettera di invito per ottenere il visto per il Benin. Alcuni giorni prima del nostro arrivo, ci inviarono una e.mail per conferma alla quale rispondemmo positivamente.
All’arrivo in zona, il navigatore indica in modo preciso il luogo dove è ubicato il camping e noi pensiamo ci sia un errore poiché vediamo solo un mucchio di baracche abbandonate e distrutte per cui procediamo ancora. In breve però ci rendiamo conto che il navigatore non sbagliava; torniamo indietro e scopriamo che quell’ammasso di bungalow distrutti in mezzo ai rovi tropicali è tropicali è proprio il “Jardin Helvetia”al quale però era stata tolta l’insegna all’ingresso che è sbarrato da quattro sedie.
Compare una donna nera che ci stava aspettando e che abita all’interno del camping in una baracca con la famiglia. Ci dice che la padrona (la svizzera) è assente e tornerà solo a sera tardi però, le ha lasciato la chiave di un bungalow per mostracelo. Attraversiamo rovi, sporcizia di ogni tipo sparsa dappertutto, vecchi frigoriferi arrugginiti, vecchie poltrone rotte, materassi, tutta roba abbandonata all’aperto, e arriviamo al famoso “bungalow luxe”, La struttura è completamente marcia per l’acqua piovana che vi è entrata, i vetri tutti rotti e sparsi sui resti del pavimento, il bagno tutto rotto e indecente, il letto matrimoniale anch’esso in pessimo stato e privo di materasso. Il materasso di spugna sporchissimo, è appoggiato ad un muro, senza fodera e con uno squarcio gigantesco nel centro. Ragnatele enormi, vecchie di anni, scendono dal tetto e si appoggiano sul letto. La donna, a nostra domanda e abbassando lo sguardo, ci dice che nel camping non c’è acqua corrente e neanche l’elettricità. Andiamo quindi a visionare quello che dovrebbe essere il “garage” per la nostra 4×4 e constatiamo che trattasi di una baracca col tetto semicrollato e che ci piove dentro abbondantemente, sporchissima e piena di cianfrusaglie, dove albergano lucertoloni, insetti tipo calabroni e, probabilmente pure qualche serpente. Vi giace abbandonato un vecchio furgone privo di ruote. Per entrarci con Tatiana, dovremmo spostare a mano un bel po di quintali di pali di legno che posati per terra di traverso davanti alla porta, ostruiscono il passaggio. Ovviamente siamo adirati e riempiamo di domande la donna che per non rispondere finge di non capire bene il francese. Telefoniamo alla padrona che, ovviamente, ha inserita la segreteria telefonica e non risponde. Per fortuna non abbiamo mandato soldi per la prenotazione.

Ce ne andiamo furibondi, domandandoci se la proprietaria sia una pazza poiché, con tutta evidenza, nessuno si fermerebbe in quel camping e men che mai, ci lascerebbe l’auto per dei mesi. Perché mai ci ha prenotato? Mah…
Il problema che dobbiamo affrontare ora è assai complicato. Infatti, se è relativamente facile trovare da dormire e fare base per visitare la zona, è assai più difficile trovare chi è disponibile a tenerci Tatiana fino a novembre. Ci sovviene che qualche chilometro prima in direzione Cotonou, avevamo visto un cartello indicatore con la scritta “Motel Casa d’Italia”. Torniamo sui nostri passi, raggiungiamo il cartello e ne seguiamo le indicazioni. A poche centinaia di metri, entriamo in un villaggio, di fatto estrema periferia occidentale di Cotonou, chiamato Togbin. Qui individuiamo il “Motel Casa Italia”, piccola struttura nuovissima con sole tre stanze, denominate rispettivamente: Torino, Roma e Venezia ma con altre tre in costruzione che saranno: Milano, Firenze e Napoli. I due ragazzi che lo gestiscono sono felicissimi di darci una stanza (ovviamente la Torino in base alla nostra provenienza) con letto matrimoniale, condizionatore, bagno e doccia, tutto nuovissimo e pulitissimo, tra l’altro a soli 10.000 CFA al giorno, pari a circa 15 euro. Ci spiegano che il motel ha quel nome poiché il proprietario è amante dell’Italia.
Dopo esserci rifocillati, spieghiamo ai ragazzi il nostro problema e la necessità di trovare qualcuno disposto a tenerci l’auto. Loro dicono di essere disponibili a tenerla nel cortile del motel ma, a riguardo devono sentire il proprietario e lo chiamano telefonicamente. Lo stesso dice che alle nove di sera del giorno dopo, verrà al motel e sarà felice di parlare con degli italiani.
Ceniamo in un modesto ma nuovo ristorantino davanti al motel dove una svampitissima ragazza ci serve un pollo con patate buonissimo ma combinandone di tutti i colori.
15/3/2018. La mattinata è totalmente dedicata a Cotonou dove ci rechiamo per fare il biglietto aereo di ritorno, impossibile a prenotarsi diversamente, e ad informarci presso l’ambasciata della Nigeria sulle modalità per ottenere da loro il visto per il Paese, informazioni che saranno utili per la prossima tappa di novembre, evitando così le complicazioni che fa a riguardo l’ambasciata nigeriana in Italia.La prenotazione del volo presso la Royal Air Maroc che è la compagnia che pratica i prezzi migliori, è un incubo.

Perdiamo più di due ore per il fatto che il loro programma è bloccato e devono intervenire i tecnici. Poi scopriamo che non sono attrezzati per ricevere il pagamento con la carta di credito e non possono accettare euro, ma solo franchi CFA! Dobbiamo così recarci a cambiare 800 euro in CFA e, con una mezza borsata di banconote, finalmente, pagare alla cassa.
Sono stati però gentilissimi! C’est l’Afrique.
L’ambasciata nigeriana a Cotonou è una specie di fortezza circondata da un muro altissimo, probabilmente una ex caserma. L’ingresso è un portone di ferro rigorosamente chiuso dove non può passare nessuno. Di fianco al portone, c’è uno spioncino a finestrella con sbarre d’acciaio, dal quale un energumeno da informazioni ai malcapitati. Non c’è altra possibilità se non conferire con lui. Chiediamo gentilmente se possiamo entrare per informarci sul rilascio di visti e lui, mentre infila le stringhe ad una scarpa appoggiata alla scrivania, scorbuticamente ci dice di mostrargli il permesso di soggiorno in Benin rilasciatoci da almeno sei mesi. Gli diciamo che siamo cittadini italiani e abbiamo solo il visto turistico di un mese del Benin e, ovviamente, non il permesso di soggiorno. Lui ci dice che se è così ha ordine di non farci entrare e che tutte le informazioni che ci occorrono, sono “attaccate al muro”. Bruno inizia ad innervosirsi e gli chiede di essere più chiaro. L’energumeno si alza, esce dal portone di ferro, ci conduce ad una decina di metri lungo il muro della “fortezza” dove in una bacheca con vetri, sono affissi dei fogli in inglese e francese, indicanti tutte le modalità per ottenere, con riserva, il visto per la Nigeria. Se ne torna dentro, spranga il portone e pure lo spioncino con l’evidente intenzione di non conferire più con noi.
La lettura delle informazioni in bacheca non chiarisce assolutamente nulla in più da quello che avevamo appreso dall’ambasciata nigeriana a Roma. L’ottenimento del visto è cosa complicatissima. Decidiamo di soprassedere e affrontare la questione al rientro in Italia.
Il pomeriggio lo trascorriamo sulla spiaggia dei pescatori, luogo veramente paradisiaco, dove troviamo dei ragazzini neri che fanno il bagno. Cristina si butta e l’acqua è caldissima e rifocillante. Non c’è l’ombra di persone diverse dai pescatori, zero turismo. Bellissimo.
Verso sera ci telefona la svizzera, magari delusa che non ci siamo fermati nella sua meravigliosa struttura, alla quale facciamo tutte le rimostranze e lei dice che forse non aveva ben compreso le nostre esigenze! Ci fu una copiosa corrispondenza scritta… Incredibile.
Alle 21, arriva in motel il proprietario di nome Achille, che scopriamo essere persona gentile, brillante e funzionario del Ministero dell’Economia e delle Finanze oltre che benestante. Ci dice di avere frequentato un corso di un anno al BIT di Torino e da li è nato il suo amore per l’Italia. Non parla italiano se non qualche parola, poiché il corso lo fece in francese. Ci racconta il suo progetto del motel e dell’ingrandimento previsto. Anche se non lo dice, è chiaro che come altri in zona, spera nello sviluppo turistico di una costa bellissima. Dice che presso il motel non può tenerci l’auto ma, conosce un garagista che sicuramente ce la terrà. Perfetto. Ci accordiamo per andare dal garagista a concordare tra un paio di giorni. Infine ci comunica di non farci troppe illusioni per l’ottenimento di un visto nigeriano dall’ambasciata in Benin. La Nigeria ha di fatto chiuso la frontiera ai residenti in Benin e per entrarci, le regole sono severissime, evidentemente le applica anche agli stranieri. Lo ringraziamo.

16/3/2018. Dedichiamo la giornata alla visita di Ganviè, grosso villaggio di circa 35.000 abitanti, costruito interamente su palafitte, nelle acque del lago Nokouè ad una trentina di chilometri a nord di Cotonou.
Il luogo detto “Venezia d’Africa” è incredibile e molto particolare. Ci si arriva solo in barca e con la guida e noi, pigliamo tal Eric, una guida ufficiale che accompagnato da due fratelli minori che pilotano il barcone a motore, ci conduce a Ganviè tra i vari canali trafficatissimi di piroghe e tra le case su palafitte, tutte di legno, poverissime.
Eric è guida esperta, parla un ottimo francese e ci racconta che il villaggio è stato fondato nei primi anni del ‘700, dalla tribù dei Tofinù che la abitano tutt’ora, per sfuggire alle razzie dei re del Dahomey che volevano ridurli in schiavitù per venderli ai bianchi. Il luogo fu prescelto per il fatto che i cacciatori di schiavi di Abomey per un tabù religioso, non potevano avvicinarsi all’acqua del lago.
Facciamo un lungo giro osservando la poverissima esistenza condotta nell’isola dove gli uomini pescano e le donne portano il pescato sulla terraferma per venderlo al mercato. Il lago che è collegato all’oceano, a seconda delle stagioni ha acqua in prevalenza dolce o salata e quindi, è popolato sia di pesci di acqua dolce come pesci di mare. La sua profondità non superiore a 2 metri, lo rende molto pescoso e idoneo a costruirci palafitte. La comunità vive soprattutto di pesca e di un po di turismo. Scendiamo tre volte dalla barca per vedere dei lavori di artigianato e la statua del re fondatore che, dicono, sia campato 130 anni, fosse un uomo alto 2,20 metri ed è tutt’ora molto considerato. Il luogo è assolutamente particolare ed è il sito più turistico che abbiamo visitato sino ad ora, anche se la “massa turistica” è di proporzioni minime rispetto a ciò che siamo abituati in Europa. Oltre a noi incontriamo infatti solo una classe di liceali inglesi in visita. Eric che è nativo di Ganviè ed è cattolico, è furibondo con i cristiani, sia cattolici che protestanti a suo dire solo in cerca di businnes. Ci mostra le chiese molto belle, la cattolica e la protestante oltre alla moschea.
Tali edifici dall’apparenza solidissima, maestosi e costruiti in muratura, contrastano terribilmente con le misere baracche di legno e bambù sulle palafitte, dove la gente vive in estrema povertà e condizioni igieniche spaventose. Eric dice: “Vivono quotidianamente in condizioni disperate ma vanno a pregare in luoghi lussuosi, però io credo in un Dio che non può accettare queste cose.” Il suo rancore verso i cristiani è dovuto al fatto che “le chiese cristiane sono state costruite con soldi pubblici e raccolta di fondi, mentre si potevano costruire case e ospedali.” “E la moschea dei musulmani?” Domandiamo noi. Ci risponde, “…no, quella per costruirla ha messo tutti i soldi Gheddafi che era venuto in vista; alla povera gente di qui non è costata nulla. Quello era un grand’uomo e lo hanno ammazzato.”
Sbarchiamo sulla terraferma e visitiamo il mercato del pesce molto lussureggiante dove le donne di Ganviè vendono il pescato dagli uomini. Sono presenti anche molti venditori di verdura e altri generi. Le donne di Ganviè infatti, vendono i pesci e tornano a casa dopo aver acquistato verdure e generi di prima necessità. Mercato, potremmo dire, tipico della “preglobalizzazione”.
17/3/2018. Dedichiamo la giornata alla visita di Ouidah, cittadina sulla costa a circa 90 chilometri a ovest di Cotonou, famosa per essere la capitale del voodoo e principale punto di imbarco verso le Americhe degli schiavi catturati dai re del Dahomey. La cittadina è inserita nei circuiti turistici ma, per la verità, oltre a noi durante la nostra permanenza non abbiamo incontrato alcun turista.
Partiamo visitando il “Tempio dei pitoni”dove ci accoglie un giovane uomo che fa da guida e parla il francese in modo poco comprensibile. Costui si offre come guida per tutti i siti della città chiedendoci 45.000 CFA che riteniamo troppi. Inizia una trattativa che si conclude accordandoci su 20.000 CFA,
pari a circa 30 euro, non troppo per noi e forse, gran guadagno per lui. Il “Tempio dei Pitoni” è un luogo del voodoo dove 50-60 serpenti sacri, mezzi addormentati sonnecchiano aggrovigliati a gruppi. Dato il modo di parlare del tizio, non capiamo granché sulla sacralità del luogo. Ad ogni buon conto si fa fotografare con un pitone al collo, cosa che ripete anche Bruno con grande ribrezzo di Cristina. Un po troppo turistico tutto l’insieme. Partiamo quindi per la “Via degli schiavi” che in quattro chilometri porta dalla città all’oceano e ripete il percorso che facevano gli schiavi incatenati.
La via parte dalla piazza dove si teneva il mercato degli esseri umani e continua passando diversi siti molto tristi come la fossa comune dove venivano sepolti quelli che non ce la facevano, tutt’ora occupata da 5.000 salme, l’albero dell’oblio, attorno al quale gli schiavi uomini
dovevano roteare per nove volte e le donne sette, per dimenticare completamente il loro passato. Lungo la via ci sono innumerevoli statue che raffigurano la tristissima condizione degli schiavi. Sulla spiaggia infine, è stato costruito un grande monumento ad arco, denominato “Porta del non ritorno” che simboleggia e ricorda le crudeltà della tratta e l’abbandono definitivo della terra d’Africa per quegli sventurati. Tutto il percorso è tutelato dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità.
Nel pomeriggio la guida ci porta fuori città nella boscaglia dove c’è un tempio voodoo retto da un sacerdote, a suo dire, particolarmente potente. Arrivati, noi rimaniamo sulla soglia ed egli entra per chiedere il permesso al nostro ingresso.
Dopo un quarto d’ora circa, ricompare dicendoci che il permesso è negato.
Ci porta pertanto in un altro tempio non molto distante e stavolta, il permesso di ingresso lo otteniamo. Il tempio è una piccola costruzione di cemento e fango, circondata da un recinto ancestrale di canne dove gironzolano delle capre.
In una calura insopportabile, la moglie del sacerdote e alcuni bambini sonnecchiano sdraiati sotto una tettoia di paglia.
Arriva una donna che ci fa spogliare tutti a torso nudo (a Cristina viene lasciato il reggiseno) e consegna ad ognuno una specie li lenzuolo bianco, sporchissimo, col quale gli uomini devono cingersi i fianchi e Cristina fianchi e petto. A questo punto ci fa togliere pure le scarpe e a piedi nudi, entriamo nel tempio. Ci attende una piccola stanza in parte occupata da un altare rudimentale, probabilmente in cemento. Accanto all’altare sta il sacerdote seduto, anche lui a torso nudo e, prima di parlarci, ci fa cenno di inginocchiarci, toccarci per tre volte la fronte con le mani, tre volte il petto e tre volte il pavimento. Poi dobbiamo abbassare la testa, sino a toccare il suolo con la fronte.
A questo punto, abbiamo il permesso di metterci a sedere su un rialzo di cemento e parlare. Il sacerdote, di età giovanile almeno in apparenza, ci dice che possiamo fargli tutte le domande che vogliamo sul voodoo. Inizia così un dialogo tra domande e frasi dette dal sacerdote dal quale se ne ricava che il voodoo è una religione di bene e pace, tutta orientata alla felicità degli uomini. Sull’altare, incredibilmente, ci sono bottiglie di gin e coca cola semipiene, cestini rudimentali con erbe secche, pezzi di gallina seccati, pastoni di strane polente di vari colori, il tutto mescolato un po come un immondezzaio.
Pensiamo siano doni ma il sacerdote dice che sono oggetti e beni portati li per ricevere la benedizione che si estenderà a chi li ha portati.
Poi ci accompagna fuori e ci mostra altri due tempietti dove viceversa, ugual mercanzia a quella di prima, era depositata come dono al voodoo. Infine ci fa vedere dall’esterno in terzo tempietto, dove noi non possiamo entrare e, anche lui, può entrarvi solo camminando all’indietro. Tutto l’ambiente è molto sporco e l’aria è impregnata da un forte odore di caprone. Il sacerdote inoltre, regge un bastone con attaccati dei ciuffi di peli, probabilmente di capra, che muove in continuazione. Da quel bastone esce un lezzo insopportabile. Finita la visita, senza aver capito granché del voodoo, offriamo 1000 CFA al sacerdote che accetta molto volentieri, ci rivestiamo e torniamo al motel.

Nel tardo pomeriggio, accompagnati dal proprietario del motel, andiamo dal garagista di nome Jean Louis che ci terrà la macchina fino a novembre. Il garage nuovo e in buonissimo stato, è attrezzato pure per il lavaggio. E’ piccolino avendo solo una quindicina di posti al coperto, tutti occupati da grossi SUV, e un’altra decina di posti nel cortile recintato dove terrà tra le altre auto anche Tatiana, coperta con un telo impermeabile. La situazione ci piace e concordiamo la tariffa mensile di soli 10.000 CFA, circa 15 euro, stabilendo di lasciarvi la macchina il 19 marzo sera, dato che dovremo prendere l’aereo il 20 marzo.

18-19/3/2018. gli ultimi due giorni del viaggio, li trascorriamo scorrazzando in lungo e in largo sulla “Strada della pesca” vicinissima al motel. Facciamo un sacco di foto. Scopriamo lungo la pista un locale denominato “Liz’ Creole” di proprietà di una dirompente signora della Martinica di nome Rose, che ha sposato un uomo del Benin e aperto nel 2009 il locale.

Il locale è una sorta di “Taverna dei sette peccati,” formato da un rudimentale bar con bancone strapieno di bottiglie di liquore, attorno al quale, direttamente sulla sabbia della enorme spiaggia, sono posizionate delle tettoie ricoperte da foglie di palma che fanno ombra, con tavoli per sedersi, dove viene servito dell’ottimo pesce alla griglia cucinato dalla stessa Rose. Subito c’è reciproca simpatia e Bruno assaggia i famosi e ottimi rum della casa, uno con 51 gradi e un altro con addirittura 59 gradi, veramente prelibati. Chiacchierando, Rose ci dice di temere che la splendida “Strada della pesca” abbia il tempo contato in quanto un gruppo del Qatar e un altro cinese, hanno in mente di fare una grossa speculazione su quei 50 chilometri di spiaggia, costruendovi resort per turismo di lusso, ovviamente dopo aver fatto sgomberare lei e tutti i poveri pescatori. Molti a Cotonou sono favorevoli pensando che arrivi sviluppo ma lei non molla. Si è già data da fare per organizzare una resistenza in tutti i modi coi pescatori. Ci lasciamo scambiandoci gli indirizzi di posta elettronica. Auguriamo ogni bene a Rose e ai pescatori ma temiamo fortemente che per loro sarà molto dura. La sera del 19 marzo, consegniamo Tatiana al garage.
20-21/3/2018 Il volo parte da Cotonou, fa scalo a Lomè e poi a Casablanca. Il 21 mattina arriviamo a Milano Malpensa, soddisfatti per una tappa della nostra Transafrica culturalmente meravigliosa specie per l’incontro, sempre interessante, con le umanità più varie. La prossima è prevista a novembre e riguarderà il percorso fino a Libreville in Gabon. Probabilmente Cristina non potrà parteciparvi poiché a settembre intendiamo farci un giretto in Etiopia col conseguente esaurimento di tutti i giorni di ferie per lei disponibili nel 2018. Un amico di entrambi, si è già dichiarato pronto a partire con Bruno per la nuova tappa. Vedremo.
Cristina Sartori – Bruno Riccardi – Transafrica prima tappa
Una coppia in Transafrica: Prima Tappa
Da Tangeri a Bobo Dioulasso

di Cristina e Bruno Riccardi
9/2/2017 – Siamo su una banchina del porto di Genova tra code di auto marocchine cariche all’inverosimile, davanti all’enorme bocca della stiva di una nave della GNV, stavolta l’Excelsior, in partenza per Tanger Med. Quante volte ci siamo imbarcati qui? Molte, dovremmo fare mente locale e contarle ma non ne abbiamo voglia. Come sempre tuttavia, l’emozione è forte; la partenza per l’Africa ci riempie ancora di gioia. Ma questa è una partenza particolare, è la prima tappa della nostra transafrica, in piena solitudine di coppia, solo noi: Cristina e Bruno con l’obbiettivo di raggiungere Capetown in alcune tappe, la prima delle quali presso la nostra amica Maurizia a Bobo Dioulasso in Burkina Faso dove lasceremo la macchina.
Alcuni vedono il nostro viaggio una follia o una stramberia e ci domandano chi ce lo fa fare. Lo facciamo per il puro gusto di viaggiare, di conoscere gente nuova, usi e costumi diversi dai nostri e, chissà, magari più genuini. Siamo viaggiatori incalliti, sempre pronti a partire. Chiariamo che a noi non piace chiamare il nostro progetto “sfida”, termine che detestiamo profondamente, ma semplicemente viaggio, magari impegnativo che tuttavia, siamo convinti, chiunque in buona salute, con la testa sulle spalle e un mezzo decente, meglio se privo di inutili orpelli, può affrontare. Molti in solitaria hanno già fatto una transafrica, noi vogliamo fare la stessa cosa, niente più. E’ con questo spirito che partiamo. Contrariamente ad altri viaggi, non siamo con la nostra Toyota che non ci va di lasciare in Africa ed è destinata a futuri viaggi in terra russa e mongola e, speriamo, nuovamente in Sahara, ma con una Nissan Terrano passo corto 2,7 cc del 1997, rialzata di 5 cm., autocarro con soli due posti a sedere e un grosso vano carico, comprata per poco da un ragazzo, alla quale abbiamo fatto rifare il motore e montato delle robustissime gomme da fango della Good Year. L’auto è stata battezzata da Cristina “Tatiana” dal momento che ama i nomi russi.
Tatiana è un mezzo spartano e molto solido. L’abbiamo caricata all’inverosimile di pasta, zucchero, olio di arachidi, medicinali, CD di cartoni animati, che lasceremo all’orfanatrofio dove la nostra amica Maurizia è la direttrice. Abbiamo anche tre taniche di ferro da 20 litri per il gasolio di scorta, tre tanichette per l’acqua potabile, una pala, una strop con grilli, un compressore e stringhe per riparare le gomme, una tendina Quechua, valige per i nostri vestiti, olio e filtri di ricambio per Tatiana e un debimetro di scorta che, pare, sia il punto debole delle Terrano. Non abbiamo il CB, già, non lo abbiamo preso appresso, non sapremmo con chi comunicare. Un viaggio da soli in Africa è veramente un viaggio particolare, la mancanza del CB lo sottolinea. Saremo davvero soli anche se questa prima tappa avverrà su percorsi che già ben conosciamo per precedenti esperienze ed è soprattutto finalizzata a portare la macchina in Burkina paese che, viceversa, non abbiamo mai visitato. Essendo soli faremo quanto più possibile percorsi battuti e cercheremo sempre di trovare un tetto per la notte. La tendina ci servirà in casi di emergenza. Dopo l’imbarco la nave parte con tre ore di ritardo e a noi dalla poppa, osservando la bella città che si allontana, vengono in mente le parole della stupenda canzone di Paolo Conte “Genova per noi”.
9-10-11/2/2017 – Navigazione in mare tranquillo. All’arrivo a Barcellona la nave ha già recuperato le tre ore perse alla partenza. Sulla nave pochissimi fuoristradisti, solo un gruppetto di austriaci diretti a Merzuga e un tedesco. Brutti tempi; non è più come una volta quando trovavi e chiacchieravi con decine di fuoristradisti.
11/2/2017 – Sbarco a Tanger Med in orario perfetto, disbrigo delle solite barbose pratiche marocchine e trasferimento ad Asilah dove stavolta pernottiamo da “Casa Garcia” (dopo aver divorato il solito ottimo pesce), abbandonando il tradizionale hotel Zelis frequentato dai fuoristradisti europei, poiché nel 2014 lo avevamo ritrovato in notevole decadenza. Da qualche anno “Casa Garcia” ha una nuova e bella sede che però, ha perso non poco dell’aura da taverna di porto che aveva la vecchia. Peccato.
12/2/2017 – Partenza al mattino presto verso Tiznit. Nel pomeriggio, nel tratto autostradale tra Marrakech e Agadir, in corrispondenza delle montagne, scoppia una tempesta di sabbia con vento fortissimo,anzi, sembra più tempesta di ghiaia, visto che centinaia di sassolini colpiscono la macchina come proiettili. Poi arriva un vero e proprio diluvio da alluvione. Molte auto e camion devono fermarsi ma noi continuiamo con tratti a passo d’uomo con parecchia difficoltà per trattenere Tatiana in traiettoria. Dobbiamo tentare di raggiungere Tiznit ad ogni costo come ci eravamo prefissati. Scendendo verso Agadir l’uragano non accenna a diminuire; l’asfalto ormai è un fiume, inondato da non meno di 20 cm di acqua. Percorriamo la strada che dalla periferia di Agadir va a Tiznit con molta difficoltà, sempre sotto pioggia a catinelle.
Arrivati a notte inoltrata alla periferia di Tiznit, un brivido percorse le nostre schiene: la Nissan comincia a tossire, ad andare a tratti, a mancare per poi riprendere e così via. Giungiamo con fatica all’hotel de Paris, dove siamo soliti pernottare negli ultimi anni. A questo punto spegniamo Tatiana decisi a preoccuparci del problema il giorno dopo. Siamo troppo stanchi. L’umile Hotel de Paris piace particolarmente a Cristina poiché ricorda l’albergo del film “Il tè nel deserto”. Effettivamente vi si respira un clima retrò, molto particolare e poi è molto economico pur essendo decente.
13/2/2017 – Per fortuna ha smesso di piovere e apprendiamo dai locali che la tempesta del giorno precedente, durata anche tutta la notte, è stata un fatto assolutamente eccezionale alla quale non sono abituati. La macchina si accende regolarmente ma, appena portata su di giri ed in velocità, ha dei mancamenti ed emette fumo bianco abbondante. Su indicazione dell’albergatore, andiamo nella zona della città dove ci sono le officine (si fa per dire) dei meccanici e il primo contattato non riesce a capire il problema ma, il secondo, Mohammed Salem, individua acqua nel filtro del gasolio e sentenzia: “c’è molta acqua nel serbatoio. Bisogna assolutamente svuotarlo e pulirlo, oltre a controllare che danni ha fatto l’acqua. Non potete continuare con la macchina in queste condizioni. Inch’Allah”. Alla domanda di quanto tempo occorre restare fermi, Mohammed risponde: “Inch’Allah”. Però tenta di tranquillizzarci dicendo che ha lavorato molti anni a Parigi, che lui è meccanico esperto e conosce perfettamente i motori Nissan. L’officina di Mohammed è il solito piccolo antro oscuro dei meccanici marocchini che aggiustano di tutto, piena di ferraglia di recupero di ogni tipo, vecchie gomme, barattoli di olio motore aperti, chiavi sparse ecc. Però Mohammed ci esprime una certa fiducia. Vedremo.
In giornata ci mostra che il serbatoio contiene gasolio con il 25% abbondante di acqua, che la stessa ha danneggiato la pompa seriamente e almeno un iniettore ma, soprattutto, teme la eventuale compromissione di qualche pistone. Continua a smontare….smontare. La cosa ci preoccupa. Ad ogni domanda risponde: “Inch’Allah”. Bisogna inoltre capire da dove è entrata tutta quell’acqua. A sera Mohammed sentenzia: “I pistoni sono a posto; bisogna riparare la pompa ma non sono attrezzato e devo andare da un mio conoscente ad Agadir; devo cambiare un iniettore, spianare la testata e rimontare il tutto mettendo guarnizioni nuove. Probabilmente mi occorreranno altri due giorni o forse più; inch’Allah. L’acqua è entrata nel serbatoio perché non vi hanno chiuso bene il tappo e, probabilmente vi hanno rifilato gasolio annacquato. Non ci sono accessi occulti al serbatoio che è chiuso ermeticamente”. Effettivamente, durante la tempesta, ci eravamo fermati a fare gasolio in un benzinaio che fece letteralmente la doccia per servirci.
La sera torniamo a dormire all’hotel de Paris alquanto depressi. Già nel 2014 il tentativo di raggiungere il Burkina era fallito in prossimità della frontiera maliana a causa dell’ebola in Mali e del colpo di stato in Burkina. Che ci sia qualche maledizione o makumba che impedisce la nostra transafrica? I pensieri più cupi ci assalgono specie per il fatto che non sappiamo se il meccanico sarà all’altezza della situazione col rischio quindi di vedere Tatiana dopo la riparazione, fermarsi in lande ben più desolate di quelle marocchine, quali quelle della Mauritania o del Mali. Intanto aspettiamo.
14/2/2017 – Al mattino troviamo l’officina di Mohammed chiusa e la nipote, che ha un negozio di cancelleria accanto all’officina e che nel frattempo è diventata amica di Cristina, ci dice che non lo ha visto ma sa che è andato via molto presto. Confidiamo sia andato ad Agadir per la pompa del gasolio di Tatiana. Nel primo pomeriggio Mohammed compare sulla sua furgonetta Renault con pompa riparata, iniettori nuovi, guarnizioni nuove, testata spianata, tutto raggiante. Ci dice che, inch’Allah, domani a mezzogiorno la macchina è pronta. Speriamo. Nel frattempo gli amici Luca, Walter e Giorgio dall’Italia ci spronano a continuare il viaggio. Ormai siamo certi che continueremo anche se con un poco di patema d’animo.
15/2/2017 – A mezzogiorno il lavoro di Mohammed non è finito; ce lo aspettavamo. Ci dice che lo sarà entro sera, inch’Allah. E’ lento ma infaticabile e preciso nelle sue operazioni e ci da l’idea di intendersene davvero e avere la situazione sotto totale controllo. Alle prime ombre della sera il lavoro è terminato. Tatiana gira che è una meraviglia, la proviamo e va benissimo. Per la contentezza regaliamo al meccanico una buona bottiglia di vino rosso piemontese che gradisce moltissimo. Ci ha detto di essere un buon musulmano che ogni tanto….pecca!
La notte in albergo riflettiamo sul fatto che purtroppo i tre giorni persi ci obbligano ad accelerare dato che, entrambi, abbiamo tempi contati a causa lavoro.
16/2/2017 – Partiamo decisi verso il West Sahara. Tatiana gira benissimo e la sera raggiungiamo Boujdour come previsto.
Qui pernottiamo nel campeggio della cittadina dove per raggiungerlo, passiamo davanti ad un distributore con annessa moschea che già due volte in passato ha rifiutato di rifornirci di gasolio. Probabilmente non vuole servire gli occidentali infedeli oppure gli stiamo solo antipatici, chissà. Stavolta lo passiamo senza fermarci: il gasolio lo compreremo da un altro.
17/2/2017 – Partiamo all’alba verso la la Mauritania, confidando in cuor nostro di poter passare le due frontiere in giornata e recuperare un po di tempo. La strada del West Sahara è completamente deserta, molto più che nelle numerose volte precedenti in cui siamo passati.
Nessuna auto e rarissimi camion. Perfino i tradizionali e severissimi posti di blocco della polizia non esistono più se non nella rotonda da dove parte la deviazione per Dahkla. Durante il tragitto riflettiamo sul percorso da seguire. Inizialmente avevamo progettato di entrare in Senegal dalla pista di Diama per poi costeggiare il fiume verso sud-est fino a Kidira, quindi entrare in Mali a Diboli, passare da Kayes e raggiungere Bamako attraverso il percorso che attraversa Bafulabè e Kita. Questo tragitto era pensato soprattutto in funzione di percorrere la parte maliana più tranquilla ma, purtroppo, necessita del passaggio delle due frontiere senegalesi con notevole ed incerta perdita di tempo, il pagamento di 250 euro per la macchina che ha più di otto anni e i vari salatissimi “pizzi” che, di norma, occorre sborsare da quelle parti. Un senegalese conosciuto al porto di Tanger Med inoltre, ci disse che i “pizzi” sono aumentati negli ultimi tempi. Decidiamo pertanto di evitare il Senegal, imboccare la straconosciuta Route de l’Espoir a Nouakchott e deviare verso il Mali ad Ayoun el Atrous. Questo tragitto tuttavia un poco ci preoccupa per la sicurezza in Mali. La strada che dalla frontiera mauritana va a Bamako passando da Nioro du Sahel, Diema, Kolokani, ha visto nei tempi scorsi incursioni da nord-est di non ben definite “bande”, non è chiaro se di jihadisti o banditi comuni. Corre voce che chi ci passa deve essere in convoglio scortato dai militari. Comunque se ci sarà la scorta, saremo almeno tranquilli.
Una volta tanto siamo fortunati. Alla frontiera marocchina non c’è nessuno. Brutto segno, ma passiamo in fretta.

Entriamo nella “terra di nessuno” famosa per i loschi commerci che vi si svolgono e, non senza sorpresa, constatiamo che i marocchini hanno asfaltato il tratto di loro competenza, piazzando alla fine dell’asfalto una pattuglia militare armata fino ai denti. Subito dopo, su una modesta altura sulla destra, notiamo quattro grosse bandiere Sahrawi sventolare su alti pali, sotto ai quali sta una dozzina di guerriglieri armati di kalashnikov. Si respira una certa tensione, passiamo veloci.
Anche nella frontiera mauritana non c’è nessuno e rapidamente disbrighiamo le pratiche. I mauritani vogliono sapere che percorso faremo dicendoci che in questo modo tutte le pattuglie sulla strada saranno allertate del nostro passaggio e noi viaggeremo in sicurezza anche se, garantiscono, non ci sono problemi sul loro territorio. Meno male… pensiamo.
A sera inoltrata raggiungiamo Nouadhibou dove pernottiamo all’hotel Talis, semplice ma molto pulito per gli standard africani. Ci preparano per cena una ottima frittura di pesce che consumiamo in un salone dove assistiamo da uno schermo gigante con volume audio elevatissimo, ad una partita della Juventus che, per la cronaca, è squadra del cuore di Bruno, mentre Cristina simpatizza per il Toro.
18/2/2017 – In giornata raggiungiamo Nouakchott e quindi imbocchiamo la “Route de l’Espoir” fino ad Aleg. I villaggi del percorso sono sempre molto miseri. Ad Aleg dormiamo in una sorta di hotel del quale non ricordiamo il nome, nella miserevole zona sud della cittadina. Siamo soli nell’hotel dove siamo stati accolti da un ragazzo dall’aria non troppo sveglia che viene trattato molto male dalla padrona dell’albergo vestita in modo tradizionale e molto pomposo. Cristina ha avuto l’impressione che il ragazzo fosse schiavo dei padroni della struttura. La Mauritania ha abolito ufficialmente la schiavitù solo da pochi anni ma, è noto, di fatto nei luoghi più ancestrali è tuttora presente, specie nella forma di semi-schiavitù.

19/2/2017 – Partiamo alla volta di Ayoun el Atrous con molta prudenza poiché la strada è continuamente attraversata da animali singoli o in gruppo: asini, capre, zebù, dromedari. Numerosissime le carogne che stanno imputridendo lungo la strada investite dai vecchi camion Mercedes verdi, tipici di questa zona d’Africa. Aumentano anche significativamente i camion con guasti che vengono riparati sul ciglio della strada, specialmente per squarci alle gomme che consumatissime, paiono vecchie di secoli. Numerosissimi sono anche i posti di blocco della polizia che tuttavia sono sempre molto gentili e si accontentano di una “fiches de voyage” senza richieste da cadeau. Sempre ci richiedono la nazionalità, facendoci capire che sapevano del nostro transito, confermando dunque quanto dettoci alla frontiera. Ad uno di tali posti di blocco, un gendarme ci dice che dato che siamo italiani non c’è problema ad entrare in Mali, ma se fossimo stati francesi lo avrebbe caldamente sconsigliato. Stiamo freschi! abbiamo pensato. E se ci confondessero? In Mali è forse scattata la caccia al francese? Dopo Ayoun giriamo verso sud, imboccando una strada micidiale dove i resti dell’asfalto hanno creato degli scalini di 20 – 30 cm. Procediamo faticosissimamente a passo d’uomo zigzagando in continuazione, e arriviamo alla località di Kobenni, dove passiamo la notte in una stanza decente offertaci dall’ultimo benzinaio mauritano per una somma minima, dove riusciamo perfino a lavarci con una bottiglia d’acqua.
20/2/2017 – Passiamo rapidamente il posto di frontiera mauritano ed arriviamo a quello maliano. Qui tutto il personale in divisa porta il kalashnikov a tracolla; chi è addetto agli uffici, ha il mitra appoggiato alla scrivania. E’ palpabile che siamo entrati in un paese in guerra. Tuttavia sono tutti molto gentili e diventiamo una sorta di curiosità del luogo. Pensiamo che probabilmente, sono pochissimi gli europei che passano da questa frontiera in questi tempi. Le formalità cartacee si svolgono abbastanza rapidamente ma, quando devono rilasciarci il “pass avant” con un banale pc, si blocca tutto. La connessione è saltata e ci dicono che capita spesso; il fatto è che non si sa quando la connessione riprende.
Passano così due lunghissime ore che, è chiarissimo, ritarderanno il nostro arrivo a Bamako in serata, facendoci entrare in quella caoticissima città col buio. Chiediamo se il “pass avant” può essere fatto a mano, risposta: “Impossibile, non è previsto”. Finalmente dopo due ore viene stampato il benedetto documento e ci fanno partire. Di scorte militari e convogli neanche l’ombra. Ci dicono che la strada è sicura.
Partiamo a velocità sostenuta in parte per recuperare il tempo perduto e in parte per giungere nel minor tempo possibile almeno fino a Kolokani, nei 300 km circa di strada che, a nostro avviso, è potenzialmente la più pericolosa.
Con un caldo infernale e un sole implacabile, percorriamo chilometri e chilometri senza incontrare alcun mezzo e anima viva. Nessuna presenza dell’esercito o della polizia. Pensiamo che quello è veramente il luogo ideale per un attacco banditesco. Chi li vedrebbe se arrivassero? Se vieni rapito su questa strada chi ti trova più? E’ evidentissimo che le forze maliane non controllano affatto il territorio. Quando siamo stati in Mali nel 2009, la cosa era molto diversa: molti posti di blocco e presenza della polizia ovunque. Ora il nulla assoluto. Comunque procediamo velocemente e tutto va bene ma, dopo Diema la strada diventa disastrosa. Buche simili a tombe squarciano la strada e guidiamo con grande difficoltà fino alla capitale. Arriviamo a Bamako col buio pesto e in periferia, veniamo letteralmente inghiottiti in un enorme ingorgo di vecchi camion che, sostanzialmente, impedisce di continuare. Non ci è chiaro il motivo di quella incredibile bolgia dove il gas di scarico nero di quei vecchi bestioni ci soffoca, il baccano dei clacson ci assorda e ognuno pensa a se nel tentativo di avanzare ad ogni costo. Ci intrufoliamo con Tatiana in mezzo a quei mostruosi giganti sfruttando ogni centimetro possibile per avanzare col rischio di essere schiacciati in continuo, quando fortunatamente riusciamo ad infilarci dietro ad una BMW nuova di zecca, probabilmente un notabile locale, che destreggiandosi tra i bestioni sembra conoscere la via d’uscita da quell’inferno. Lo seguiamo e in pochi minuti siamo fuori dal caos dei camion ma, naturalmente finiamo nel caos delle migliaia di motorette e automobili scassate e delle numerose pecore e capre che invadono la strada, molto poco visibili col buio.
A Bamako avevamo programmato di passare la notte in una situazione di un certo livello; dopo tanti giorni di fatiche e di docce non fatte o fatte malamente, volevamo concederci letto comodo, doccia calda e cena buona. Per tali necessità avevamo individuato l’hotel Villa Soudan che per raggiungerlo occorre attraversare il Niger sul ponte vecchio e poi deviare sulla destra. Il fatto è che il ponte vecchio lo troviamo chiuso per lavori e nel traffico micidiale in quella città di notte, ci abbiamo messo parecchio a riorientarci e a trovare l’albergo che è veramente di ottimo livello, dove hanno riaperto la cucina per farci la cena magari fosse molto tardi e dove abbiamo dormito divinamente dopo un’ottima e calda doccia. In questo hotel come in molti altri a Bamako, non si entra prima di minuzioso controllo col metal detector, ciò a causa dell’attentato ad un hotel frequentato da occidentali, di alcuni mesi or sono.
21/2/2017 – Ci alziamo al mattino presto e dalle grandi finestre della nostra stanza, ci appare un’immagine da cartolina. Il grande fiume Niger che scorre a pochissime decine di metri dall’albergo sembra un mare d’acqua con sfumature color rosa dovute ai raggi del sole da est. Alcune pinasse di pescatori lo solcano e si intravedono lontano gli uomini che dalle stesse tirano a bordo le reti. Sul bordo del fiume, tra l’acqua e il nostro hotel, ci sono delle persone che coltivano delle specie di orti. La suggestione è veramente forte ma ci viene una certa tristezza al pensiero della vita dura e forse grama di quegli uomini che pescano o coltivano per sopravvivere. Forte contrasto con l’albergo lussuosetto nel quale siamo ospiti, specie di gabbia dorata frequentata, ovviamente, solo da occidentali e dove gli africani non possono entrare se non ricchi o per fare gli inservienti. Siamo colpiti, ed è probabile che in futuro n
on alloggeremo più in un albergo così lussuoso in Africa.
Partiamo quindi decisi verso Sikasso per raggiungere il Burkina nel tempo più breve possibile. Prima di uscire da Bamako veniamo fermati due volte da persone interessate ad acquistare Tatiana, una addirittura un gendarme. Inoltre, le gomme Duratrac della Good Year sono particolarmente gradite ai maliani, probabilmente per la loro immagine di robustezza. Prima di uscire dal Mali, un gendarme di frontiera insiste molto per comprare l’auto, perfetta a suo dire per la “brousse”.Al nostro rifiuto gentile ma fermo, chiede di vendergli almeno le gomme che gli piacciono moltissimo. Ovviamente non se ne parla. Usciamo rapidi dal Mali ed entriamo finalmente in Burkina. Qui siamo accolti da un anziano doganiere molto gentile e dall’aspetto del vecchio saggio. Vedendo i pacchi di viveri nel vano di carico di Tatiana, ci chiede cosa ne facciamo. Alla risposta che sono destinati ad un orfanotrofio a Bobo Dioulasso, scuote la testa e dice in francese che il popolo del Burkina fa troppi figli, purtroppo l’ignoranza è ancora grande nel suo povero Paese e tutti i tentativi per ridurre le nascite stanno fallendo, col risultato che gli orfanotrofi sono pieni. Comunque ci augura buona sorte e ci ringrazia a nome dei suoi compatrioti. Le parole del simpatico doganiere ci inorgogliscono un poco.
Sbrigate rapidamente le pratiche di frontiera, telefoniamo a Maurizia che ci da appuntamento in un vialone appena entrati a Bobo Dioulasso, sotto la statua di…. Gheddafi! Però, pensiamo, il defunto leader libico deve essere ancora molto popolare da queste parti. Ci incontriamo con Maurizia ed il marito Sambo dell’etnia dei Mossi e dopo gli abbracci e i saluti, osserviamo la statua del colonnello libico, molto alta, piazzata su un’ampia piattaforma dove, con tutta evidenza, avrebbe dovuto essere in compagnia di altra statua. Maurizia ci spiega infatti che accanto a Gheddafi, era presente la statua del presidente deposto Campaoré ma che dopo la sua cacciata, la statua venne rimossa. Gheddafi invece è tutt’ora amatissimo in Burkina e la sua morte, ha di molto aumentato l’ostilità delle genti del Burkina verso i francesi, a partire da Sambo che li detesta e ricorda favorevolmente le speranze dei tempi di Thomas Sankara. Ci rechiamo quindi a casa di Maurizia dove saremo ospiti nei prossimi giorni e troviamo un’abitazione in stile africano ma in muratura, ristrutturata con gusto. Quella sera decidiamo, faremo nei prossimi giorni vita “africana” a tutti gli effetti e ci trasferiremo anche qualche giorno in una casa nella “brousse”del marito di Maurizia che ci spiega lei, è un benestante impoveritosi. Decidiamo altresì per la stanchezza, di visitare solo Bobo Dioulasso e di riservarci di vedere le cascate di Banfora e la zona tribale del sud del Paese, al nostro ritorno nei prossimi mesi.
22/2/2017 – Alzatici tardi al mattino, andiamo a visitare l’orfanatrofio e a scaricare il carico di Tatiana. La struttura dell’orfanotrofio è carina e pulita. I bambini sono molto ben trattati e felici, accuditi da sei donne burkinabè sorridenti e simpatiche. L’orfanotrofio è finanziato dall’associazione francese “Sourires d’enfants” e Maurizia vi fa la direttrice occupandosi di contabilità, acquisti, riparazioni della struttura, ecc. Conosciamo altresì Sandrine, una simpatica francese di Tolosa che è la codirettrice ed è in Burkina a mesi alterni, la quale invece si occupa di rapporti con l’associazione francese e le autorità locali. L’ambiente è sereno, fa davvero piacere vedere bambini così sfortunati essere felici. Le adozioni sono abbastanza numerose e l’Italia è il Paese che adotta più bambini; gli ultimi sono andati ad una famiglia di Pisa e ad una di Roma.
Ci ringraziano infinitamente dei viveri che abbiamo portato poiché in Burkina costano carissimi. Siamo contenti per il fatto che il nostro trasporto li renderà autosufficienti per alcuni mesi. Naturalmente, ci offrono tè e caffè. Stiamo quasi tutto il giorno nella struttura munita di WI FI e a chiacchierare con Maurizia e Sabrine che vuole sapere com’è la strada via terra dall’Europa poiché intenzionata, forse, a tentarla.
La sera conosciamo i vicini di Maurizia, una famiglia di etnia Mossi, con numerosissimi bei figli e figlie, soprattutto la bellissima Latifa di soli 15 anni, della quale pare sia fortemente innamorato Andrè, della stessa etnia e qui è considerato importante.
Andrè è un ragazzo che fa il poliziotto ed è “figlio” di Maurizia il quale nei mesi scorsi ha contattato Cristina su facebook ed al quale abbiamo portato dei pantaloni e delle magliette, oltre ad un dopo-barba e un profumo. Maurizia, sua madre putativa, continua a sgridarlo per i suoi atteggiamenti un poco maschilisti nei confronti di Latifa. La vicina ci cucina un ottimo pesce di acqua dolce molto diffuso da queste parti; dalla forma assomiglia vagamente ai nostri cavedani ma ha una stranissima coda colorata a strisce marroni ed è molto saporito.
23/2/2017 – Visitiamo Bobo Dioulasso che è considerata la città più bella del Burkina Faso. In realtà è una classica città del Sahel, poverissima, con il 90% delle strade non asfaltate, piena di polvere, smog e case misere. Degne di nota sono la moschea di fango in stile sudanese, la seconda per dimensione dopo quella di Djennè in Mali, l’edificio della stazione ferroviaria e il mercato, veramente lussureggiante ed africanissimo. Maurizia ci accompagna ad un super mercato in stile occidentale, gestito da libanesi.
Scopriamo i cosiddetti “maqui” che sono una sorta di bar africani all’aperto dove si radunano a chiacchierare e soprattutto a bere, molti uomini locali. Vi si servono molte bevande analcoliche ma soprattutto anche scadentisssima birra locale e francese che i musulmani bevono senza alcun problema. Ci abbiamo trovato e bevuto persino la Guinness nera.
Una delle vicine di casa di Maurizia, la signora Ami, è proprietaria di ben due “maquis”. Questa signora è di etnia Peul, i cui membri sono considerati dei mezzi banditi dagli altri burkinabè, è assai particolare: ha una testa di capelli nerissimi e ricci, occhialini da intellettuale, uno charme e una gentilezza non comuni; soprattutto non è sposata e non ha figli, cosa molto rara per delle donne locali. Costei, molto presa dagli affari che sicuramente sa condurre al meglio, è disponibile a tenere Tatiana tutti i mesi che vogliamo, in un bel garage di sua proprietà, chiuso a chiave, per la somma di circa 30 euro al mese. Dato che la cifra è in linea con le richieste del mercato locale, lasceremo la macchina proprio da lei che comunque, è amica di Maurizia e ci esprime fiducia.
24/2/2017 – Partiamo per la “brousse” dove ha una casa Sango il marito di Maurizia. La località è un villaggetto nella savana chiamato Bana, a circa 25 km a nord-ovest di Bobo Dioulasso ed è raggiungibile con una pista che i nostri amici percorrono su una moto Yamaha e noi seguiamo con Tatiana. Prima della meta ci fermiamo in un luogo stupendo, “La Guinguinette”, dove una sorgente di acqua pura forma un piccolo fiume nel quale si può fare il bagno e tutto attorno, è sorta una vera giungla di giganteschi bambù, alberi di caritè, baobab e altri arbusti africani. Nella calura di circa 40 gradi, la frescura all’ombra dei giganteschi bambù è tonificante.
Arrivati a Bana, scopriamo questo piccolo villaggio poverissimo, abitato da gente completamente analfabeta dedita alla pastorizia, specialmente di capre e zebù; numerose sono pure le galline che razzolano tra le capanne. Le case sono tucul o misere abitazioni in muratura e fango. La casa di Sambo e Maurizia è una classica casa africana in muratura della “brousse”, alla quale hanno fatto fare il pavimento di ceramica africana e installato dei pannelli solari sul tetto da cui prendono la poca energia per una lampadina. Comunque, pur nella assoluta modestia della casa, è facile capire che gli altri abitanti del villaggio la considerano la casa di gente più ricca di loro. Maurizia ha alcune galline e un gallo che vivono bradi attorno alla casa ed è preoccupata per il fatto che non vede il gallo al quale è particolarmente affezionata. Verso sera, Sambo acchiappa uno dei suoi polli, lo sgozza e in un battibaleno lo spenna con l’acqua bollente e lo pulisce delle interiora. Successivamente Maurizia lo cucina alla burkinabè, cuocendolo in una salsa di pomodoro e altre verdure e numerose spezie: è ottimo, da leccarsi i baffi! La serata la trascorriamo chiacchierando alla luce delle nostre lampade frontali mentre dalle case vicine si vede il chiarore dei fuochi e ci giunge il profumo del fumo di legna secca che arde, in un clima ancestrale al massimo.
25/2/2017 – Al risveglio, arriva un bambino del villaggio con in mano il gallo di Maurizia morto ed in stato avanzato di putrefazione. Maurizia pur dispiaciuta, si consola dicendo che aveva capito che l’animale era malato e perciò se lo aspettava. Riprendiamo quindi la pista per tornare a Bobo Dioulasso e, ad un certo punto, un grosso serpente verde con la testa alzata ci attraversa la strada senza che si faccia in tempo a fotografarlo. Non siamo in grado di dire di che serpente si trattasse.
Nel pomeriggio ci si prepara purtroppo alla partenza che avverrà alle ore 2,25 del mattino del 27 febbraio dall’aeroporto della capitale Ouagadougou distante circa 400 km da Bobo Dioulasso e pertanto, dovremo raggiungere la capitale con un autobus di linea della società TCV con partenza il 26 febbraio alle ore 14 e 6 ore di viaggio! A casa di Maurizia ci mettiamo a fare il bucato e, con nostra sorpresa, Latifa e la sorella Mami ci bloccano e ci richiedono il permesso di lavare loro al nostro posto. Accettiamo volentieri e retribuiamo con 2000 franchi CFA che le due non vogliono accettare e con alcuni vestiti femminili che Cristina è orgogliosa di donare alle ragazze. Sono rapidissime nelle operazioni di lavaggio a mano e in men che non si dica, il nostro bucato è tutto steso e dopo un paio di ore completamente asciutto. La sera ci sono i commiati e vengono tutti a salutarci, compreso Andrè il poliziotto innamorato di Latifa.
26/2/2017 – Tatiana la mettiamo nel garage della signora Ami, gli stacchiamo la batteria, consegniamo le chiavi a Maurizia e preghiamo Sambo di accenderla ogni 15-20 giorni. Salutiamo tutti con non poco dispiacere e andiamo a prendere l’autobus per Ouagadougou accompagnati da Maurizia con la sua vecchia Mercedes.
L’autobus è “africano” ma, francamente, pensavamo peggio; ha gli pneumatici in buono stato e perfino l’aria condizionata. L’autista ci propina nelle lunghe 6 ore e mezza di tragitto, musica africana di una bruttezza ricercata, oltre ad un film orribile in francese, tutto ad alto volume. A metà percorso, l’autobus si ferma nella località di Bonomo per 15 minuti. Qui, grazie alla fermata degli autobus, è fiorito un lussureggiante mercato africano. Appena scesi dall’autobus per la sosta, veniamo letteralmente assaltati da un’orda di ragazzini e ragazzine che vendono di tutto. Ce la caviamo comprando due pacchetti di arachidi che consumeremo durante il tragitto.
L’arrivo a Ouagadougou è alle ore 20,30 circa.
27/2/2017 – Siamo all’aeroporto internazionale di Ouagadougou, modesto e scarsamente organizzato. Una voce femminile dall’altoparlante gracchia parole in un francese improbabile con accento tribale e con un volume bassissimo. Non capiamo quasi nulla di cosa annuncia. L’aereo della Royal Air Maroc ha un’ora di ritardo e quindi parte alle ore 3,30 circa. Atterreremo a Casablanca e cambieremo per Milano Malpensa. A noi piace volare vedendo i panorami sottostanti, stavolta invece, solo buio e nuvole. Ma non importa, stiamo già pensando e progettando la prossima tappa.
Cristina e Bruno Riccardi

Spirito Libero – Il tuo viaggio in Tunisia
ultimo aggiornamento 14 novembre 2023

Altheo People in Tunisia
guarda le location scelte da George Lucas per Guerre Stellari
La Tunisia offre ai suoi visitatori un numero di attrattive che farebbe onore ad un paese di dimensioni doppie. A partire dagli insediamenti dell’età della pietra presso l’oasi di Kebili fino agli scenari fantascientifici di ’Guerre stellari’ (parti del quale sono state filmate a Matmata), i suoi paesaggi lussureggianti e lunari sono stati testimoni di un numero di avvenimenti maggiore di tutte le nazioni del Nuovo mondo riunite insieme. Vi basterà trascorrere qualche giorno in questo paese per accorgervene: sognare ad occhi aperti davanti alle gloriose rovine romane di Cartagine e El-Jem sarà un po’ come immergersi nell’ ’Eneide’ di Virgilio, mentre dopo un solo giorno di assoluto relax sulle spiagge della costa settentrionale vi chiederete quale assurda ragione spinse Annibale ad andarsene. Seppure il turismo sia piuttosto modesto nella gran parte del paese, se cercate la fervente attività dei centri turistici, non rimarrete delusi. Infatti, qualunque sia il vostro interesse, dal collage di cultura franco-araba di Tunisi alle sconfinate distese del Sahara, di una cosa potete essere sicuri: la Tunisia vi saprà stupire. Dopo tutto, hanno avuto ben 3000 anni di tempo per prepararsi alla vostra visita.
Tunisi

Nella capitale della Tunisia, il termine “storia vivente” è davvero palpabile. Qui, ondate di colonizzazione hanno dotato il tessuto e la cultura della città di un sapore ricco e complesso che diventa evidente ovunque tu esplori. In particolare la magnifica Medina medievale, emarginata dai francesi dopo la colonizzazione, ma arrivando al suo splendore nel 21 ° secolo, mentre gli hotel boutique aprono e caffè artistici attirano gente del posto nei quartieri in cui sono cresciuti i loro nonni. Considerate anche lo storico insediamento di Carthage, una volta colonizzato da fenici e dai romani, ma ora la provincia fiorisce e i suoi abitanti vivono in modo sofisticato tra le sue rovine. In un certo senso, questi sviluppi, e l’ottimismo che li ispira, superano e contrastato la recessione economica che può essere presente altrove nel paese. Ma Tunisi è sempre stata un insediamento resiliente e lungimirante, che costituisce un eccellente punto di partenza per qualsiasi esplorazione della Tunisia.
Museo nazionale del Bardo

L’attrazione principale del migliore museo della Tunisia è la sua magnifica collezione di mosaici romani. Questi forniscono un ritratto vibrante e affascinante dell’antica vita del Nord Africa. Inoltre all’interno si può ammirare una altrettanto magnifica collezione di statue sia ellenistiche che puniche. La massiccia collezione è ospitata in un imponente complesso di palazzi costruito sotto gli Hafsid (1228-1574), fortificato e ampliato dagli Ottomani nel XVIII secolo.
Cartagine

Djerba

L’isola dalle acque cristalline ricoperta di palme da dattero.
Houmt-Souk
E’ il centro più importante dell’isola di Djerba e tra i più pittoreschi della Tunisia, con gli inconfondibili Funduk, grandi cortili dalle bianche arcate tutt’intorno dove un tempo alloggiavano i mercanti di passaggio con le loro merci.Dougga
Sicuramente uno dei più magnifici siti archeologici romani in Africa, le antiche rovine di Dougga, Patrimonio dell’UNESCO dal 1997, sono sorprendentemente perfette, dando ai visitatori un’idea di come fosse florida la vita degli antichi romani tra bagni, diversi templi, un teatro da 3500 spettatori e l’imponente Capitolium (tempio capitolino). La città venne costruita su un antico insediamento numidico chiamato Thugga e questo spiega l’inusuale struttura intricata delle strade.
Anfiteatro di El Jem
Questo colosseo, Patrimonio dell’UNESCO, era il secondo più grande nel mondo romano (dopo quello di Roma); era lungo 149 metri e largo 124 metri, con tre livelli di sedili alti 30 metri. Si pensa che potesse contenere fino a 35.000 persone, molto più della popolazione della città stessa. Costruito interamente con blocchi di pietra, senza fondamenta, la sua facciata comprende tre livelli di portici. All’interno, la maggior parte delle infrastrutture di supporto per i posti a sedere a più livelli è stata conservata.
Mahdia
Occupando una stretta penisola che si protende nel Mediterraneo, Mahdia è benedetta da un ambiente davvero spettacolare. Esplorando la graziosa e bianca Medina, che si estende da Pl des Martyrs lungo la stretta penisola fino a Cap d’Afrique, godrete di splendide viste sul Mediterraneo scintillante, su un pittoresco cimitero roccioso e sulla fortezza di El Kebir del XVI secolo . La bella spiaggia sabbiosa della città si estende lungo la costa a nord della città, dove è stata sviluppata una grande zona turistica.
Medina di Kairouan

La Medina di Kairouan sembra vivere ad un ritmo diverso dalla Tunisia moderna. Protetta a lungo dalle sue mura monumentali e dai suoi babs (cancelli), la maggior parte è dedicata a tranquille strade residenziali che sono cambiate poco nel corso dei secoli, con case modeste che sfoggiano archi e persiane dipinte in blu e verde.
Informazioni per il tuo viaggio in Tunisia
Che lingue si parlano in Tunisia?
La maggior parte della popolazione parla arabo. Molto parlato è anche il francese, soprattutto nelle città; in alcune località del sud e dell’isola di Jerba sono ancora parlate alcune lingue berbere.
Documenti necessari per entrare in Tunisia
Per entrare nel paese è necessario avere il passaporto, con validità minimo 3 mesi dal giorno di rientro. Per i minori è necessario avere il passaporto individuale. Non è necessario il visto.
Vaccinazioni
Non è necessaria alcuna vaccinazione obbligatoria. La Tunisia è uno dei paesi africani che presenta il minor numero di pericoli per la salute. Prima del viaggio si prega di rivolgersi alla propria ASL o al reparto malattie tropicali più vicino per avere maggiori informazioni sulla profilassi più indicata da seguire.
Che moneta si usa in Tunisia?
La moneta è il dinar. Sulle banconote il valore è scritto in arabo e francese, sulle monete solo in arabo. La moneta di questo paese non è reperibile e quindi occorre comprarla direttamente in loco, cambiando euro.

Documenti di viaggio per i cittadini italiani
Passaporto
Per l’ingresso in Tunisia è necessario essere in possesso del passaporto in corso di validità (consigliata una validità minima di 3 mesi dalla data di partenza). Si può entrare in Tunisia anche con la sola Carta d’Identità valida per l’espatrio e relativo voucher turistico recante conferma della prenotazione alberghiera con le date del periodo di permanenza e il biglietto di ritorno la cui data corrisponda a quella del termine del soggiorno in Tunisia, tuttavia il passaporto è sempre il documento più sicuro.
Visto di ingresso
Non è richiesto il visto turistico per soggiorni inferiori ai 3 mesi. Nota bene: Le informazioni fornite con riguardo alla documentazione necessaria per l’espatrio sono valide per i cittadini italiani. I cittadini stranieri reperiranno le informazioni relative alle formalità di ingresso nel Paese direttamente, attraverso le loro rappresentanze diplomatiche. Le informazioni relative alle formalità di ingresso e disposizioni sanitarie possono variare a discrezione delle autorità competenti. Consigliamo pertanto di verificare sempre con il nostro ufficio booking all’atto dell’iscrizione la validità delle disposizioni indicate.
Per ogni altra questione relativa al Paese destinazione del viaggio prescelto, si prega di prendere attenta visione del sito www.viaggiaresicuri.it del Ministero degli Affari Esteri.
Disposizioni Sanitarie
Per l’ingresso in Tunisia non sono richieste vaccinazioni. La vaccinazione antitetanica, che ha validità 10 anni, è sempre consigliata. Influenza Aviaria e Influenza Suina: fare riferimento alle notizie e informazioni diffuse dal Ministero degli Esteri o dal Ministero della Salute. Per ogni esigenza di carattere sanitario consigliamo comunque di consultare il Centro di Medicina dei Viaggi dell’ASL di appartenenza. Maggiori informazioni possono anche essere reperite consultando il sito del Ministero della Salute www.ministerosalute.it.
Clima
Situata nella parte orientale del Maghreb, la Tunisia è contornata a nord e ad est dal Mar Mediterraneo. Calda e secca durante i mesi estivi, con temperature decisamente elevate al sud, la Tunisia presenta periodi interstagionali miti e inverni freschi e umidi.
La costa mediterranea
La fascia costiera presenta un clima tipicamente mediterraneo, ventilato, con estati calde e asciutte, inverni decisamente miti. Le precipitazioni sono concentrate per lo più nel periodo invernale e sono più elevate nelle zone montuose.
L’entroterra
A mano a mano che ci si sposta verso il centro e verso il sud della Tunisia, il clima diventa semiarido e poi desertico (il 40% della superficie tunisina è occupato da una fascia pre-sahariana e dal deserto). Le temperature nell’interno del paese non di rado raggiungono massime superiori ai 40°C, con un tasso di umidità relativa molto basso e caldo più facilmente sopportabile, tipico dei climi desertici. Nell’entroterra, data la relativa lontananza dal mare, il clima presenta caratteri più continentali, le piogge diventano più rare e le escursioni termiche diurne e stagionali più marcate.
In linea generale il periodo migliore per visitare la Tunisia è quello primaverile ed autunnale, quando le temperature non sono elevate come in estate e il rischio di trovare giornate piovose e di vento forte è relativamente basso.
Le regioni presahariane e sahariane sono caratterizzate da clima desertico, secco tutto l’anno con temperature molto elevate in estate; giornate soleggiate e piacevoli, notti terse e splendidamente stellate ma fredde in inverno. Il periodo più indicato per chi viaggia nel centro-sud, ai margini del grande deserto, va da ottobre a maggio.
Le informazioni sul clima qui fornite si basano sui dati registrati pubblicati dai servizi meteorologici. La maggior parte degli scienziati e gli organismi preposti agli studi sul clima sono concordi nell’affermare che i cambiamenti climatici sul nostro pianeta sono una realtà che ha ripercussioni sui normali andamenti stagionali con riguardo alle temperature, alla durata e al regime delle precipitazioni.
Ora locale
Stessa ora dell’Italia in inverno, un’ora in meno quando in Italia è in vigore l’ora legale.
Lingua
La lingua ufficiale è l’arabo. Il francese è la seconda lingua, studiata fin dalle elementari. Le insegne sono quasi sempre bilingue, e negli esercizi pubblici ci si può esprimere in francese. In alcune comunità del sud, dove le comunità berbere non si sono molto mescolate con gli arabi, si parla ancora la lingua berbera. Non è difficile trovare persone che capiscono e parlano anche un po’ d’italiano.
Religione
L’Islam è la religione ufficiale della Tunisia, praticata dal 98% della popolazione. A Tunisi sono circa 20.000 i cattolici, sempre a Tunisi e a Djerba ci sono ancora delle piccole comunità ebraiche. La Tunisia è un Paese musulmano moderato, aperto, con un passato cristiano e bizantino. Le varie religioni sono rispettate e tollerate.
Moneta e formalità valutarie
Valuta locale
La moneta in corso è il Dinaro tunisino (TND).
Valuta estera
La moneta estera é cambiata senza problemi nelle banche, negli alberghi di un certo livello e nei principali uffici postali. Sportelli bancomat sono presenti nelle città più importanti e nelle maggiori località turistiche.
Carte di credito
Le carte di credito più diffuse, come Visa, Master Card e American Express, vengono di solito accettate nelle banche, nei grandi hotel e in molti negozi di località turistiche.
Formalità valutarie in uscita dall’Italia
Ogni persona fisica deve dichiarare alla dogana somme di denaro contante o titoli al portatore al seguito d’importo pari o superiore a 10.000 Euro.
Formalità valutarie locali
Il Dinaro tunisino non ha corso e si trova difficilmente fuori della Tunisia. Il consiglio è di viaggiare con Euro e di cambiare le somme necessarie nelle banche all’aeroporto o delle città principali o di ritirare con il bancomat. Per cambiare la valuta occorre esibire il passaporto.
Non vi è un limite massimo all’introduzione di valuta. È necessario, però, dichiarare su un apposito modulo la valuta straniera che viene introdotta qualora questa superi l’equivalente di 1000 Dinari tunisini. Si sottolinea l’importanza di rispettare rigorosamente le norme locali in materia valutaria. I reati valutari sono puniti con molto rigore dalla legge tunisina con il sequestro delle somme eccedenti i mille dinari e/o eventuali pene.
Si raccomanda quindi di dichiarare all’ingresso nel Paese le somme in divisa importate e altresì di dichiarare il residuo delle somme rimaste al momento di lasciare la Tunisia, avendo cura di conservare le ricevute bancarie dell’avvenuto cambio presso gli enti autorizzati in Tunisia (banche, hotel, sportelli di cambio, ecc.). È vietata in ogni caso l’esportazione di valuta tunisina.
Le informazioni riportate possono variare a discrezione delle autorità competenti. Consigliamo pertanto di verificare sempre la validità delle disposizioni indicate.
Disposizioni doganali e limitazioni di esportazione
È vietato esportare oggetti d’antichità dalla Tunisia senza l’autorizzazione doganale. L’introduzione di quantitativi anche non rilevanti di oro devono essere dichiarati in dogana.
Elettricità
Negli alberghi viene utilizzata la corrente alternata a 220 Volt con prese identiche a quelle in uso in Italia, ma senza il foro per la presa a terra (foro centrale). Si possono trovare adattatori nei negozi di attrezzatura elettrica più forniti.
Telefono
Prefisso per telefonare in Italia: 0039 + indicativo della città (con lo 0) + numero dell’abbonato.
Prefisso per telefonare in Tunisia: 00216 + numero dell’abbonato.
Telefoni cellulari: Esiste una copertura abbastanza diffusa per i cellulari GSM. Consigliamo di contattare il proprio gestore per maggiori informazioni sugli accordi di roaming internazionale.
Accessi internet
Nei principali centri sono molto diffusi gli Internet Cafè o i punti e negozi che offrono una connessione alla rete. Le linee sono in genere di buona qualità a prezzi modici. Negli alberghi turistici nelle città, in genere, la connessione è gratuita ma nei villaggi e nelle montagne spesso non c’è la connessione internet.
Cibi e bevande

Ricca di profumi e di sapori particolari, la cucina tunisina trae ispirazione da varie fonti, tra cui la cucina berbera, la cucina araba, la cucina turca, e anche dalla cucina italiana. Il Maghreb, infatti, ha visto nel corso dei secoli un succedersi di popoli e civiltà, ognuno dei quali ha lasciato tracce significative anche sotto il profilo gastronomico. Come tutti i paesi del Mediterraneo, anche la cucina tunisina si basa su ingredienti come l’olio di oliva, il pomodoro, i prodotti della pesca e le carni. E’ arricchita dall’utilizzo di spezie come l’anice, la menta e il cumino. Tra i piatti tipici della gastronomia tunisina ricordiamo oltre ai famosi spiedini e al coucous con carne, pesce o verdure, il brik, una speciale crèpe ripiena di erbe, tonno, un uovo, ma anche patate, o altre verdure a piacimento. Lungo la costa, chi ama il pesce, potrà gustare il pesce fritto o alla griglia con contorni, o degli ottimi gamberoni giganti, oppure della cernia preparata con limone, finocchio ed erbe aromatiche. Anche all’interno si trova il pesce, ma solo nei ristoranti turistici.
Tra i piatti di verdure il più tipico è la salade tunisienne composta da verdure come peperoni, cetrioli, pomodori e cipolle tagliate a pezzettini e condite con erbe aromatiche fresche, l’insalata mechouia con pomodori e peperoni, cotti alla griglia e spellati, cipolle grigliate e condita con aglio, cumino e coriandolo in polvere, olio d’oliva e limone, eventualmente con l’aggiunta dell’harissa, una deliziosa salsa piccante a base di peperoncino rosso e olio di oliva, che accompagna molti piatti tunisini. I gelati e le creme sono squisiti, i dolci tradizionali, a base di miele e mandorle, sono molto zuccherati. Abbondante è il consumo di frutta, soprattutto in estate, in inverno si può scegliere tra gli agrumi e i dolcissimi datteri, ingrediente fondamentale della cucina e della pasticceria tunisina coltivato soprattutto nel centro e nel sud del Paese, a ridosso del deserto.
La cucina tunisina è ricca di cereali di vari tipi, oltre al grano, sono molto usati anche l’orzo e la segale per deliziose minestre o come accompagnamento. Il pane è presente in diverse varietà. Il Sud della Tunisia ha un tipo di pane molto rustico, cotto in forni di terra e sabbia. Il pane è un alimento molto apprezzato dai tunisini: il sandwich di tonno, fatto da una mezza baguette con harissa farcita con tonno e talvolta olive verdi o nere, capperi e uova sode a fette viene venduto sulle bancarelle degli alimentari. Buona la birra prodotta localmente e i vini, sia rossi che bianchi prodotti nel nord. Ma occorre ricordare che gli alcoolici sono venduti sono nei locali turistici con licenza particolare.
All’atto dell’iscrizione al viaggio provvediamo ad inviare ai partecipanti un modulo sul quale chiediamo di indicare il tipo di alimentazione (vegetariani o non) preferita. Soddisfare le esigenze di una dieta vegetariana in viaggio può talvolta non essere semplice e la scelta di alimenti può risultare limitata.
Acquisti
Quello dei souk tunisini è un mondo a sé, dove colori, suoni e odori si intrecciano. La Tunisia è il paese dei gioielli, fin dall’antichità ne venivano realizzati di bellissimi, in oro o in argento. Col tempo l’esperienza degli artigiani veniva arricchendosi dell’apporto di nuove culture: del Vicino Oriente, di altri Paesi del Nord Africa e anche dell’Europa. Segnaliamo in particolare le parure berbere, spesso di grande bellezza ma difficili da trovare, e i fantasiosi monili di Djerba e di Tunisi. La qualità degli articoli in oro o argento è garantita dal marchio ufficiale. In Tunisia l’arte del tappeto risale al X secolo e rappresenta ancor oggi la principale attività artigianale. I tappeti sono fabbricati secondo un’arte ancestrale e la scelta è vasta: fra questi i kilim di Gafsa tessuti su un telaio verticale, i tappeti berberi, tessuti a telaio verticale con inserti geometrici a strisce molto lavorate con disegni che variano a seconda delle tribù, gli arazzi originari di Gabes. Le coperte tunisine sono celebri quanto i tappeti, la lana è tessuta a mano e sono certificate da un marchio ufficiale. Nei villaggi berberi si trovano facilmente tappeti o coperte di buona fattura a prezzi interessanti. La Tunisia ha anche una grande tradizione nel campo delle ceramiche, tuttavia questa tradizione spesso non ha resistito all’attrattiva costituita dal turismo di massa e ha ceduto alla fabbricazione in serie perdendo di originalità. Piccoli artigiani continuano a tramandare la lavorazione del cuoio, del rame e dell’ottone e dalla lavorazione della paglia e nascono ventagli, cesti e cappelli, deliziose gabbiette ornamentali per uccelli. Nei mercati tunisini non mancano mai le essenze profumate e le spezie.
Ricordiamo inoltre che è severamente proibito acquistare souvenir inseriti nella Convenzione CITES ricavati da parti di animali e piante locali protetti.
Preparare le valigie…
Bagaglio – Note generali
In linea generale è importante, nella scelta del bagaglio, tenere presente il tipo di viaggio che ci si accinge ad intraprendere. Nei viaggi che prevedono percorsi in fuoristrada sono consigliate borse morbide, possibilmente impermeabili, ad apertura orizzontale e dotate di lucchetto: essendo di minore ingombro rispetto alle valigie rigide, la loro sistemazione sui veicoli risulta notevolmente semplificata. Per evitare la polvere che si deposita in genere durante i percorsi su strade sterrate o piste, sono consigliate le apposite sacche con chiusura a zip, di materiale lavabile, all’interno delle quali poter inserire il proprio bagaglio. Per i viaggi o le vacanze di tipo tradizionale si potrà invece optare per una valigia rigida o semirigida che permette di organizzare meglio il contenuto al proprio interno. Si consiglia di prestare molta attenzione al proprio bagaglio, di non portare con sè oggetti di valore e di conservare documenti e denaro in un’apposita cintura o in una borsetta-marsupio al riparo da occhi indiscreti. Prevedere un’opportuna protezione per la videocamera e per la macchina fotografica sia per la polvere che per l’umidità presente in determinate zone o in determinati periodi. Una borsa a tracolla o un piccolo zaino a spalla potranno rendersi utili per il trasporto degli oggetti che si vogliono tenere a portata di mano durante le escursioni giornaliere.
Il vestiario per il viaggio
Regole generali
La scelta del vestiario per il viaggio deve rispondere in generale a criteri di praticità e comodità, rispondenza al clima ed all’ambiente.
Si consiglia pertanto di:
• optare per indumenti sportivi e confortevoli e calzature molto comode
• escludere i capi in fibre sintetiche, che impediscono la traspirazione corporea, special-mente negli ambienti a clima caldo
• scegliere l’abbigliamento adatto al clima dei luoghi che si intendono visitare senza dimenticare che anche nei paesi a clima caldo possono verificarsi sbalzi di temperatura tra il giorno e la notte
• evitare gli indumenti con colori appariscenti o vivaci negli ambienti popolati dagli animali: una regola questa che si colloca nel rispetto della natura e che faciliterà l’approccio con la fauna locale
• evitare l’abbigliamento di tipo mimetico militare o assomigliante ad uniformi di tipo militare tassativamente vietato nella maggior parte dei Paesi africani.
Il vero viaggiatore si veste “a strati”
Un principio fondamentale da tenere poi presente quando si scelgono i capi di vestiario per un viaggio è quello dell’abbigliamento “a strati”: è molto meglio infatti avere tanti capi leggeri o di medio spessore da indossare, se necessario, sovrapposti, piuttosto che uno solo pesante. Tale tecnica consente di adeguare il grado di copertura corporea alle va-riazioni climatiche e di ottenere un’efficace protezione contro gli sbalzi di temperatura e il vento.
Piccola farmacia da viaggio. Consigli sanitari e precauzioni igieniche
Quando ci si reca in un Paese extra-europeo, è necessario sottoporsi prima di partire alle vaccinazioni o profilassi raccomandate o consigliate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ci si rivolgerà perciò al Centro di Medicina dei Viaggi dell’ASL di appartenenza. Molte infezioni alle quali ci si espone durante un viaggio possono essere prevenute anche grazie ad una corretta informazione. Ogni vaccinazione o profilassi deve perciò essere sempre accompagnata da un comportamento consapevole e da una corretta condotta attuabile attraverso piccoli accorgimenti, che possono spesso sembrare ovvi ma che bi-sogna comunque sempre tenere presenti nella pratica.
Prima della partenza
Sottoporsi ad una visita medica di controllo per verificare che eventuali disturbi già pre-senti non si siano aggravati e che non ve ne siano di nuovi. È consigliabile anche una visita dentistica.
Strutture sanitarie
Gli ospedali pubblici presenti sul territorio nazionale tunisino sono ben attrezzati, ma nelle aree extraurbane e rurali ci sono dei dispensari e dei presidi medici solo qualche giorno alla settimana. Per le emergenze eccezionali è preferibile andare nelle grandi città: Sfax e Tunisi. I laboratori di analisi cliniche e le cliniche private sono abbastanza diffusi in tutte le città capoluogo di governatorati, con standard vicini a quelli occidentali. Lo stesso vale per i dentisti o i medici specialisti.
Le farmacie sono molto diffuse, ma solo nelle città o nelle cittadine di una certa dimensione; sono ben fornite di tutti i medicinali più comuni e dei prodotti parasanitari.
Fotografia e riprese con videocamera
Si consiglia sempre di munirsi di un’adeguata scorta di materiale video-fotografico, che può risultare di difficile reperimento in loco, in particolare batterie, caricabatteria, memory card, cavi di collegamento, l’occorrente per pulire apparecchi ed obbiettivi (*). È importante proteggere adeguatamente le apparecchiature dal sole, dalla eventuale polvere o umidità. È bene procurarsi inoltre una spina universale e può essere utile portare con sé un carica batteria da auto qualora vi sia la possibilità di utilizzare una presa sui mezzi di trasporto. L’uso della macchina fotografica e/o della videocamera all’interno di musei, siti di interesse ed edifici religiosi spesso è consentito previo il pagamento di una tassa all’ingresso. Ricordiamo che è tassativamente proibito fotografare aeroporti, installazioni e automezzi militari, edifici governativi, ponti, militari in divisa. Certi momenti della vita quotidiana, le abitazioni, i luoghi di culto o i luoghi considerati sacri dalle popolazioni locali vanno ri-spettati. Particolare attenzione va posta nel fotografare la gente. È buona norma infatti chiedere prima il permesso, rispettando l’eventuale decisione negativa dell’interpellato. Non dimentichiamoci mai che di fronte al nostro obbiettivo abbiamo delle persone, con una loro sensibilità, una loro cultura, una loro dignità. Taluni popoli pensano che la fotografia rubi l’anima, altri hanno scoperto, grazie al nostro passaggio, che lo scatto può essere anche una piccola risorsa in una magra economia di sussistenza. Il problema è molto dibattuto e di non facile soluzione. Tuttavia, di fronte a situazioni ormai consolidate, con-sigliamo di evitare comportamenti che possono creare tensioni ed attriti con le popolazioni locali, perciò conviene chiedere alla guida di trattare e pagare un forfait in modo da poter girare liberamente senza essere costretti a trattare volta per volta. L’aiuto della guida è importante per creare un buon rapporto con le popolazioni locali.

