Spirito Libero – Kangaroo Island: Il tropico del canguro

ultimo aggiornamento 20 Maggio 2024


 

Lo zaino racconta – Kangaroo Island: Il tropico del canguro




 

Un viaggio alla scoperta della Kangoroo Island, un’isola con venti riserve naturali, spiagge deserte, dune altissime, foreste e labirinti di rocce dove si fanno incontri ravvicinati con koala, pinguini, marsupiali e otarie.
Dormendo nei fari e in dimore storiche, pescando aragoste e facendo surf nel mare color cobalto.
A mezzora di volo la vivacissima Adelaide, ricca di musei e gallerie, è la base di partenza per la Borossa Valley: un angolo verde di Mitteleuropa dove i discendenti dei pionieri producono i vini più pregiati del Pacifico.


Secondo la rivista francese l’Express, è uno dei ultimi paradisi non perduti della terra.
Un’oasi di natura felice, con una ventina di parchi protetti, foreste, spiagge bianchissime e scogliere su cui, però da anni puntano gli occhi le immobiliari di tutto il mondo, nella speranza di colonizzare il paradiso.
Poi, però, è arrivato l’annuncio che ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai 4000 abitanti di Kangaroo Island, al largo della costa meridionale australiana; sull’isola, per ora, non si può costruire nemmeno un cottage in più.
L’isola dei canguri è quindi da scoprire subito, se si vogliono fare incontri ravvicinati con un esercito di marsupiali, otarie, foche neozelandesi, koala e ornitorinchi.
Per passeggiare lungo spiagge deserte tra dune di sabbia bianchissima e mare blu indaco.
Per dormire in bed & breakfast storici o nel cottage dei guardiani del faro.
Dopo il relax marino sull’isola si torna sulla terraferma, per inoltrarsi tra le fattorie della Barossa Valley, dove si produce il miglior vino locale, sostando qualche giorno ad Adelaide, una delle più vivaci città australiane.


Nel 1802, quando i primi occidentali, il capitano inglese Matthew Flinders e i suoi uomini, sbarcarono, Kangaroo Island era disabitata da millenni.
A parte i canguri, che si muovevano senza timore intorno ai marinai.
Quasi due secoli dopo Kangaroo Island, la terza isola dell’Australia per estensione, dopo la Tasmania e Melville Island, ospita un’infinità di canguri, wallaby, opossum, e altri animali ormai rarissimi.
Questo perché l’isola si è staccata dal continente circa 10 mila anni fa ed è rimasta disabitata per gli ultimi duemila: così piante e animali estinti in altri parti del mondo qui continuano a vivere al riparo da parassiti ed inquinamento.
Proprio per le sue caratteristiche, negli anni venti, Kangaroo Island fu scelta per istituire il primo parco nazionale dell’Australia e oggi il 70 per cento della superficie è area protetta.
Eppure solo uno stretto braccio di mare lungo 16 chilometri la separa dal resto del continente: una traversata di poco più di un’ora o un volo di trenta minuti dalla città di Adelaide.


 

 


Arrivare sull’isola, soprattutto dopo l’imbrunire, è emozionante: ai bordi della strada, delimitata dai profili argentei degli alberi, brillano tanti puntini rossi in continuo movimento che a un tratto si materializzano davanti alla luce dei fari. Un cangurino alle prime armi saltella dietro la madre, opossum dalle folte code e altre creature notturne sbucano all’improvviso dai cespugli per cimentarsi nell’attività più rischiosa dell’isola: raggiungere l’altro capo della strada. Chi si mette al volante lungo i 1600 chilometri tra strade e piste dell’isola è avvertito: qui la precedenza spetta sempre agli animali.




A qualche passo dal paese, la spiaggia di Penneshaw è una delle più sicure per nuotare, mentre il molo di Hog Bay è il preferito dei pescatori.

I Fairy Penguins, una varietà di piccoli pinguini che nidificano tra dune e scogli, è l’unica specie che vive e si riproduce in acque australiane, attendendo il calar del sole prima di ritornare in spiaggia e arrivare alla spicciolata a ogni ora della notte.
Puntualmente attesa da gruppetti di turisti scortati dalle guide, appostati tra il molo e l’insenatura di Christmas Cove.
Per fortuna l’uso dei flash che disturberebbe gli animali è vietatissimo.
A circa venti kilometri da Penneshaw, oltre la foce del Chapman River,  appare la lunga striscia di sabbia di Antechamber Bay, orlata da dune e punteggiata di zona d’ombra per pic nic.
Poco più a est, si erge il primo faro costruito nell’Australia del Sud, quello di Cape Willoughby, completato nel 1852.
Qui la costa si fa più selvaggia, scoscesa e impervia.
Dal faro un sentiero porta fino alla Windmill Beach, una spiaggia di ciottoli tondi e levigati dalla marea.

 


 
 

La strada principale che conduce a Kingscote è dominata dal profilo del monte Thisby che il capitano Flinders chiamò Prospect Hill.
Nelle giornate più limpide vale la pena di arrampicarsi per 512 gradini fino in cima.
E godersi la vista del monte Lofty, alle spalle di Adelaide e, verso l’interno dell’isola oltre Pelican Lagoon, di Pennington Bay amata dai surfisti più audaci che sfidano le sue correnti.
Da questa riva ci vogliono 5000 chilometri prima d’incontrare la terraferma: i ghiacci dell’Antartico. American River, nell’omonima baia, si affaccia invece su un braccio interno di mare color cobalto orlato da una fitta vegetazione e solcato da pescherecci con le immancabili scie di pellicani al seguito del loro carico di granchi, salmoni, whiting, snook e garfish. E’ il pesce che figura tutti i giorni nel menù del Mattew Flinders Terraces Motel, un albergo di charme a terrazze, con miniappartamenti, vista a 180 gradi che spazia da Pelican Lagoon a Eastern Cove, terrazza panoramica e sauna all’aperto nel rigoglioso giardino.



Tutta la parte occidentale è occupata dal Flinders Chase National Park, un’immensa macchia di quasi 74.000 ettari, il primo tra i venti parchi naturali dell’isola e anche uno tra i più ampi dell’intero continente. Qui crescono circa 400 tra le 700 piante endemiche dell’isola ( e 50 di orchidee ), vivono liberi wallaby e canguri, iguana, echidne ( animali molto simili agli istrici ), ornitorinchi, koala.
La zona di Rocky River è perfetta per gli incontri ravvicinati: i koala sono come sempre appollaiati sugli alberi; per avvistare l’ornitorinco si deve arrivare alla mattina presto o nel tardo pomeriggio.
Ma un incontro quasi assicurato è con i piccoli canguri e i tammar wallaby che vivono soltanto sull’isola, bestiole dagli occhi teneri e curiosi, che fanno capolino dal folto della vegetazione e si avvicinano con fiducia.
Attraverso l’apertura di Admiral Arch, un arco naturale di roccia vicino al faro di Cape de Couèdic, si possono osservare le foche da pelliccia neozelandesi divertirsi nelle pozze d’acqua, tra spruzzi di spuma.
E’ scolpita nel vento e dall’acqua la spettacolare Remarkable Rocks, meta purtroppo anche di tutti i torpedoni.


 
 

 




Sulla punta di Cape Borda, una delle parti più remote dell’isola ( si raggiunge dalla Playford) sorge un faro squadrato con annesso un piccolo museo marittimo, che offre anche un’originale sistemazione.
E’ il cottage dei guardiani, per sei persone, spartano ma suggestivo come quelli di Cape Willoughby, Rock River, Cape de Couèdic che si affittano tramite il National Park and Wildlife Service.
Passata  Scotts Cove che regala il miglior panorama sulle scogliere impervie ( le più alte dell’Australia meridionale ), parte uno stretto nastro di terra che s’inoltra nella vegetazione fitta.
Sei kilometri più avanti, un sentiero scende ripido per altri quattro fino alle Ravine di Casoras, una piccola insenatura tra pareti di roccia e caverne, dove si distinguono le scritte lasciate dall’esploratore Baudin e dal suo equipaggio. Sempre che la popolazione di Fairy Penguin permetta agli umani di entrare nella loro dimora. Benvenuti a Kangaroo Island, uno dei paradisi non ancora perduti.



Spirito Libero – Nepal, un viaggio in cima al mondo

ultimo aggiornamento 15 Maggio 2024



Spirito Libero – Lo zaino racconta – Nepal: un viaggio in cima al mondo



Scoscese bianche, rocce brulle e brune, abitazioni in pietra e tradizioni millenarie. Il Nepal, un quadrilatero di circa 140 chilometri quadrati, è terra di miti e di popoli. A dominare lo scenario ci sono gli oltre 1.300 monti dell’Himalaya, la catena che si estende a braccia aperte nella parte settentrionale del Paese.


 La magia di cime bianche con ghiacci perenni intrappolate in un paesaggio montuoso di grande impatto. Il mito dell’Himalaya e il fascino di luoghi remoti e inaccessibili, in cui il progresso sembra storia d’altri tempi. Il Nepal è un Paese unico, a metà strada tra India e Cina, un sottile rettangolo di terra dominato dalle rocce e grande quasi la metà dell’Italia. 
Io ci sono andato…




Iniziare a visitare questo Paese vuol dire prima di tutto imparare a conoscere le radici.
Quelle del Nepal sono ben radicate nelle balconate che dominano il Gangapurna; nella vallata, nascosta da montagne che superano i 7.000 metri d’altezza, l’azzurro del lago, formato dal ritiro del ghiacciaio spezza un paesaggio dominato dal calore brullo della roccia.
Un’altalena di scalini tagliano il panorama, nel quale si distinguono le bandiere buddiste di preghiera e una caratteristica tenda di pastori. Percorrendo le rive di Langtang, ho potuto notare la flora locale. Il paesaggio cambia repentinamente e quella che era roccia si trasforma nell’ambiente tipico della foresta pluviale, fatto di muschi, licheni e orchidee selvatiche. La storia del Nepal è travagliata: l’unità politica della regione fu raggiunta solo nel 1970 quando il Re Gurkha sottomise i regni di Katmandù, Bhadagaon e Patan. La Gran Bretagna nel 1816 vi istituì un protettorato commerciale fino a quando nel 1846 la famiglia militare dei Rana sostenuta dall’Inghilterra esautorò di fatto il sovrano, assumendo ereditariamente la carica di Primo Ministro. I Rana detennero il potere anche dopo la proclamazione dell’indipendenza nel 1923, ma vennero rovesciati nel 1951 da un colpo di stato che mirava a introdurre una monarchia costituzionale.
Nei primi anni sessanta furono vietati i partiti politici e fu istituito un regime basato sui consigli notarili.
Il 1972 vede l’ascesa al trono di re Birendra, ma la crisi economica e l’assolutismo di regime avevano generato una situazione di forte tensione sfociata in sanguinose rivolte nel 1985 e nel 1990. Nel 1991 il Nepal ha visto una cauta riapertura alle regole democratiche con la reintroduzione dei partiti politici e una rilettura della costituzione.


Il mio viaggio comincia sotto i ghiacci, nella regione situata a ridosso della catena dell’Himalaya, una sottile lingua di terra chiamata “Rolwaling” (solco) dagli abitanti del luogo.
Una serie di villaggi popolano l’area che si appoggia dolcemente alle cime più alte del mondo.
Ma quello del Rolwaling e tutt’altro che un passaggio uniforme.
La regione può essere divisa, proprio per le sostanziali differenze territoriali, in un area meridionale, in cui si alternano campi terrazzati e boschi di rododendri giganti ( laliguràs), ed un’area settentrionale, più popolosa e vivace.

Qui, nella terra dominata dalla leggenda dello yeti, è possibile riconoscere numerosi “gampa” (monasteri), con la loro architettura essenziale e semplice. Per raggiungere le cime più alte dell’Himalaya c’è solo una via: il trekking. Le vette, consigliate solo agli alpinisti più esperti, per molti tratti sono prive di passaggi delineati.
Ho deciso: io comincio a passeggiare e dove arrivo… arrivo. Per fortuna mi hanno detto che lungo il cammino potrò approfittare di alcune abitazioni locali, i lodge adibiti a rifugio. E siccome io sono uno che spesso se ne approfitta, dopo due ore di cammino sono già in un lodge.
Il giorno dopo inizia il vero trekking che mi porterà sino alla valle di Gokyo dopo tre giorni di cammino.



Duro, ma il paesaggio è incredibile. Mi sento vicino a Dio. Raggiunta la valle numerosi sentieri aprono ai miei occhi incredibili vedute dell’Everest che da solo ripagano la fatica. Arrivato a Mon-La avverto la sensazione che la salita sia finita: sono immerso in un bosco che, disteso sul letto del fiume, mi fa perdere quota sino all’uscita dalla radura per ammirare in tutto il suo splendore la “Dea Turchese”; così i nepalesi chiamano il Cho Oyu, cima di oltre 8.200 metri.



Vedo la cima da giù e mi basta. So che con un altro giorno di cammino mi potrò avvicinare sempre di più alla cima, ma quello che vedo in questo momento ha già dell’incredibile, non mi voglio “far male” ulteriormente. Il Nepal non è solo l’Himalaya, così il mio viaggio prosegue con un taglio diverso. Mi voglio godere le tre città più grandi del Paese. Nella valle di Katmandu, apprezzo le linee medioevali di Bhaktapur. A dominare la cittadina è l’architettura orientale del XVII secolo, portata dalla dinastia dei Malla, che in quel periodo dominavano le terre che attualmente costituiscono il Nepal. Qui visito: la piazza principale, Durbar Square, nella quale si affacciano una miriade di templi e statue antichi.



Poi faccio rotta verso Terai, per gettarmi nella bellezza del Royal Chitwan National Park; il parco naturalistico nepalese, un tempo riserva di caccia della corona inglese, conserva numerose specie in via di estinzione, tra cui elefanti, rinoceronti, tigri e leopardi. E dopo aver fatto un giro nelle curiose stradine di questa cittadina, mi preparo a fare ingresso a Katmandu; nella capitale, più moderna e sviluppata, si ispira un’atmosfera meno tradizionale di quella che regna invece in tutti gli altri centri nepalesi. Se passate da queste parti consiglio a tutti i lettori di Altheo NetTv di visitare la zona chiamata Thamel, piena di mercati molto economici. Dopo aver acquistato dei prodotti locali, ho chiuso gli occhi, sono tornato con la mente al bianco dei ghiacciai, alla maestosità dell’Everest, ai boschi di orchidee, e mi è venuto quasi a pensare che questo Nepal sia più grande di quanto non mostri la cartina geografica.



Nepal: informazioni utili per chi parte in viaggio


Passaporto e visto in Nepal

Per viaggiare in Nepal è necessario il passaporto. Il documento deve avere 6 mesi di validità residua.


Visto turistico

Il visto turistico è obbligatorio. E’ possibile ottenere il visto direttamente all’ingresso nel Paese presso la frontiera terrestre o all’aeroporto di Kathmandu presentando il passaporto e due foto tessera.


Ci sono vaccinazioni obbligatorie?

Per entrare nel paese non sono obbligatorie vaccinazioni. E’ obbligatoria la vaccinazione contro la febbre gialla, se si proviene da un Paese dove la febbre gialla è a rischio trasmissione. Nel Paese sono presenti le seguenti malattie endemiche contro le quali si consigliano, previo parere medico, le relative vaccinazioni: epatite “A” e “B”, infezioni tifoidee da acqua o cibo contaminati, rabbia, colera (contro il quale il vaccino offre protezione solo parziale), meningite, encefalite giapponese, poliomielite, ciclospora, morbo intestinale, già nota come “blue-green algae”. Si prega di rivolgersi alla propria ASL o al reparto malattie tropicali più vicino per avere maggiori informazioni sulle vaccinazioni.


Rischi sanitari

Il pericolo più diffuso è quello di contrarre infezioni come epatiti (A e B), amebe e salmonella, causate dal consumo di alimenti (in particolare frutta, verdura e frutti di mare) non igienicamente sicuri. In Nepal non è sicuro bere l’acqua di rubinetto, per cui è consigliabile consumare solo acqua in bottiglie sigillate oppure bevande calde. Il rischio di malaria generalmente è molto basso nelle zone frequentate dai turisti. In alcune zone del Chitwan National Park il rischio per quanto esiguo esiste durante la stagione dei monsoni. Kathmandu, Pokhara e le più note piste da trekking himalayane sono sicure. Per conoscere quali farmaci assumere per la profilassi, si prega di rivolgersi alla propria ASL. Si raccomanda ai turisti che intendano effettuare trekking ed attività sportive ad alta quota, di verificare, prima della loro partenza, che le loro condizioni di salute siano ottime.


Indicazioni d’igiene base
  • mangiare solo cibi cotti di recente
  • evitare le creme pasticcere
  • bere solo bevande sigillate o in lattina – non comprare cibi o bevande da ambulanti
  • evitare il ghiaccio e i gelati
  • mangiare cruda solo la frutta che si sbuccia
  • lavarsi le mani prima dei pasti e dopo aver usato i servizi igienici
  • in caso di diarrea lieve bere molti liquidi (acqua minerale, succhi di frutta). Se la diarrea è più grave usare le soluzioni reidratanti o fare altre terapie, dopo aver consultato un medico

Nepal: quando andare, periodo migliore?

Il Nepal presenta un clima tropicale, caratterizzato da due stagioni: la stagione delle piogge (da giugno a settembre) e la stagione secca (il resto dell’anno). Il mese più caldo è maggio, al termine della stagione secca. Il periodo in cui la natura è più rigogliosa è invece l’autunno, quando le piogge sono ormai terminate ed il clima è  mite. A Kathmandu (m 1337) le temperature medie più significative sono: gennaio 9,6°, maggio 22,7°, agosto 24,0°, ottobre 19,8°. In gennaio l’escursione giornaliera è circa 16°, con circa 2° e 18° di media delle massime e delle minime e non rare gelate.


Che moneta c’è in Nepal?

La moneta é la Rupia Nepalese. Viene suddivisa in 100 paisa. Le banconote sono in 8 tagli, del valore di 1, 2, 10, 20, 50, 100, 500 e 1.000 rupie. La moneta di questo paese non è reperibile in Italia e quindi occorre comprarla direttamente in loco, cambiando euro.