I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele Maccarinelli – Speciale California – Solvang e Missione Ines




Solvang è una cittadina californiana situata nella Santa Inez Valley, a circa due ore da Los Angeles.


 

È stata fondata nel 1911 da un gruppo di danesi che hanno voluto  creare un angolo di Danimarca in California ed infatti tutto ci ricorda quella lontana nazione, dall’architettura, ai nomi delle vie e dei ristoranti. Solvang, che letteralmente sigifica “campo solleggiato”, sembra un paese dei balocchi con le sue colorate  casette, i mulini a vento, i negozietti di souvenirs, le pasticcerie ed i ristoranti che propongono golose  speciaità danesi. Qui non poteva mancare il Museo Hans Christian Andersen piccolo ma curato, che propone vita ed opere dello scrittore.





 

 

Noi l’abbiamo trovata molto carina e piacevole da visitare anche se molto turistica ed un po’ fuori luogo. Non lontano dal centro si trova l’antica  Missione Santa Inés. Le missioni spagnole in California  sono 21 e sono state create dai sacerdoti cattolici spagnoli dell’Ordine francescano tra il 1769 ed il 1833 per insegnare il Cristianesimo ai nativi americani. La Missione di Santa Inés fa parte del Camino Real, un vecchio percorso  prevalentemente lungo la costa, che partiva da San Diego e terminava a San Francisco e collegava le diverse missioni.





 

 

 

 

Il simbolo del Camino Real è un bastone di ferro con una campana sulla sommità. Noi ne abbiamo incontrati diversi lungo la strada ed un tempo servivano a guidare i pellegrini da una missione all’altra. All’interno di questa missione si trova la chiesa ed un piccolo museo mentre all’esterno si può passeggiare nel giardino molto curato, dove sono presenti delle casse audio che si possono azionare per ascolare la storia del sito.




 

100 lire nel Jukebox – Santana, “Let the guitar play”



Il brano è una rivisitazione di “Song for Cindy” con l’artista noto come DMC del gruppo dei Run DMC.



Carlos Santana ha pubblicato un nuovo singolo in collaborazione con Darryl McDaniels. Il brano si intitola “Let the guitar play” ed è una rivisitazione della canzone del chitarrista di origini messicane “Song for Cindy”, omaggio alla moglie Cindy Blackman originariamente pubblicato nell’album “Blessings and Miracles” del 2021.


“Ora più che mai è essenziale salvaguardare la vita, le persone e il pianeta. Questa musica è stata concepita per toccarvi il cuore, per tirarvi fuori dalla vostra tristezza e per ricordarvi che siete importanti, significativi e potete fare la differenza nel mondo. È una gioia collaborare con il fratello Darryl ‘DMC’ McDaniels, i produttori Narada Michael Walden e Lino Nicolosi, Cindy Blackman Santana e i nostri partner di Candid. La nostra visione collettiva è quella di guarire e portare luce e pace. Unitevi a noi”.


Una chitarra al servizio dell’umanità


Lo ‘sciamano’ Carlos Santana, al solito, è alla ricerca dell’equilibrio cosmico e non ha alcuna difficoltà a legare con il suono della sua chitarra generi musicali molto diversi tra loro per diffondere al mondo il suo messaggio di pace e armonia. Si è accennato in precedenza alle somiglianze con “Supernatural”: in “Blessings and Miracles” non sono presenti brani così ‘forti’ (come là) da monopolizzare la messa in onda radiofonica, ma a questo punto della sua storia umana e artistica, a Carlos interessa avere una hit nella misura in cui questa può essere funzionale alla diffusione del suo messaggio. La vera verità è che il suono della sua chitarra è inconfondibile come il profumo del pane appena sfornato e proprio come il pane non possiamo fare a meno di pensare che tutto ciò sia e sia stato una benedizione e un gran miracolo.


 

100 lire nel Jukebox – John Miles – Music




Non ci sono certo dubbi sull’impatto che il brano ebbe in Europa nel 1976: numero 3 nel Regno Unito, numero 1 in Olanda (dove rimane uno dei pezzi più amati di sempre), numero 2 in Italia (fallendo il raggiungimento della vetta a causa di “Canzone d’amore” delle Orme) e numero 10 in Germania. Eppure non furono gli unici risultati ottenuti da John Miles. Oltre alle discrete vendite dell’album “Rebel”, che conteneva il singolo di cui sopra e arrivò a sua volta al numero 9 nel Regno Unito e al numero 7 in Italia, pubblicò diversi altri 45 giri con riscontri importanti: “Highfly” fu top 20 nel Regno Unito nel 1975, “Remember Yesterday” top 40 nel Regno Unito e top 20 in Italia nel 1976, “Slow Down” numero 10 nel Regno Unito e top 40 negli Stati Uniti nel 1977. Ci sono canzoni con risultati inferiori a queste che sono ben sopra il milione di ascolti sia su Spotify, sia su YouTube: come il tempo abbia risucchiato tutto ciò che ha pubblicato John Miles all’infuori di “Music” è crudele. I brani sopraccitati sono tutti esempio di musica pop ricercata, costantemente piazzata sul punto d’incontro fra refrain orecchiabile e arrangiamento stratificato.



“Highfly”, uscita nell’autunno del 1975 e poi inserita in “Rebel” nel marzo dell’anno successivo, è un ottimo glam-rock con suono di chitarra saturo, influenzato probabilmente dai tardi Move (quelli guidati da Roy Wood e Jeff Lynne; “California Man” il brano di riferimento) o dal primo periodo della Manfred Mann’s Earth Band (si pensi in particolare all’hit single “Joybringer”). Riesce a fare bella figura, nonostante i modelli di riferimento evidenti e di alto livello, grazie al dinamismo della composizione e alla sapienza di Alan Parsons in cabina di regia. Il produttore era del resto fermamente convinto delle possibilità di Miles, tanto da chiamarlo a cantare nel suo “Tales Of Mystery And Imagination”, registrato in contemporanea a “Rebel”, nella seconda parte del 1975. Non fu una collaborazione sporadica: Parsons avrebbe prodotto un altro disco di Miles (“More Miles Per Hour”, 1979) e Miles avrebbe cantato in altri tre dischi dell’Alan Parsons Project fra il 1978 e il 1987 (“Pyramid”, “Stereotomy” e “Gaudi”).


Degna di nota anche “Slow Down”, uscita nel febbraio del 1977 come parte del secondo album di Miles, “Stranger In The City”, e poi come 45 giri nell’estate dello stesso anno, riuscendo addirittura a fare breccia sul mercato nordamericano.
È un brano di disco music con una sezione ritmica funk-rock piuttosto dura per la media del genere, in particolare per il timbro distorto e spigoloso scelto dal bassista Bob Marshall (coautore del pezzo specifico e in generale di molte canzoni di Miles). Sono presenti un assolo di sintetizzatore dal sapore progressive e uno di chitarra filtrata con il talk box, anche questi elementi solitamente estranei al manuale disco music, ma che risultano ben contestualizzati in un pezzo particolarmente aggressivo, cantato da Miles con un timbro acuto e graffiante.



Perché l’articolo è allora intitolato a “Music”? Perché se il passare del tempo ha ingiustamente sepolto materiale meritevole e all’epoca ben noto, ciò non cambia un fatto: la musica popolare in generale e la musica rock in particolare, piaccia o meno, sono intrise di mitologia. Una mitologia postmoderna, spesso gonfia di retorica e ipocrisia (si pensi a quanto peso viene dato a un elemento come l’autenticità, facendo finta che non sia quasi sempre abilmente costruita a tavolino da manager e produttori), ma non c’è modo di ignorarla e riesce a condizionare la sopravvivenza di un’opera, soprattutto quando la distanza nel tempo inizia a farsi importante. La mitologia è ciò che permette ai Beatles, ai Queen o a Michael Jackson di essere fra gli artisti più ascoltati a distanza di decenni dallo scioglimento, dalla morte o a ogni modo dalla cessazione dell’attività.
Queste meccaniche si riflettono a ogni livello di grandezza: Miles viaggia su dimensioni che rappresentano un infinitesimo dei nomi di cui sopra, tanto che il suo nome è oggi ignoto ai più. Ma se un brano è sopravvissuto, è proprio quello che aveva le caratteristiche adatte a ritagliarsi una nicchia nella mitologia del rock, forse anche perché basato sulle coordinate di altri brani del periodo divenuti classici, come “Bohemian Rhapsody” dei Queen, “Come Sail Away” degli Styx, “Live And Let Die” degli Wings, o il tema di “Jesus Christ Superstar”.


 

Ballata pianistica, trionfo rococò (è forse questo il brano in cui l’arrangiatore Andrew Powell codifica il tipico suono orchestrale che si ritroverà in tutti i dischi dell’Alan Parsons Project), riff di clavicembalo a sorpresa, assoli di chitarra hard rock su intermezzi in tempi dispari, cambi di tonalità dal maggiore al minore e viceversa (espediente particolarmente evidente verso il finale, sul rientro del cantato), e un testo che in contrasto a una struttura tanto elaborata, risulta di una semplicità quasi lapalissiana: la musica è uno degli elementi più importanti nella vita di molte persone.




 

Moto Art Factory – Rock Legend – Phil Collins – In the Air Tonight




Quando il 15 gennaio del 1981 Phil Collins si siede al pianoforte per eseguire In The Air Tonight a Top Of The Pops, è per lui un periodo complesso, frenetico, esaltante da un punto di vista professionale, ma sentimentalmente disastroso. Anni decisivi per la carriera artistica del batterista dei Genesis: stringe amicizia con John Martyn con cui collabora a Grace And Danger (1980), entra nella line up del terzo (1980), splendido, album di Peter Gabriel (esperienza che ispira alcuni dei suoni presenti in Face Value), pubblica con la casa madre Duke (1980), album spartiacque nella carriera dei Genesis, che spiazza tanti vecchi fan per conquistarne di nuovi.



E quindi, a febbraio del 1981, dà alla luce Face Value, il suo esordio solista, che lo vede in veste di compositore, produttore e cantante. Un disco che apre a un inaspettato successo e che esalta le doti di hit maker di Collins, capace di fondere soul, r’n’b, adult pop e suoni campionati con un’efficacia e un’eleganza formale davvero invidiabili. Se artisticamente Collins è lanciato verso un’orbita di successi seriali, la sua vita sentimentale però è andata in pezzi. Ha infatti divorziato da Andrea Bertorelli, la ragazza conosciuta quando i due erano ancora bambini, e poi divenuta sua moglie e madre di suo figlio Simon.


E’ il 1979, quando la donna molla Collins nella casa di campagna che condividevano in Inghilterra e se ne va. Una mazzata per il batterista, che entra in una crisi esistenziale che non sembra avere fine. Si isola da tutti, si chiude nella sua villa e scrive a raffica, cercando nel potere lenitivo della musica la forza di uscire da un dolore che lo divora. Un lutto sentimentale totalizzante e feroce, che però tira fuori alcune delle cose migliori mai scritte da Collins in carriera, un songbook dello struggimento che in parte finirà su Duke (Misunderstanding), in parte verrà recuperato in futuro come base per straordinarie hit (Against All Odds e Don’t Lose My Number) e in parte confluirà in questo album di debutto. Face Value è un disco che parla di un cuore spezzato e della fine di un amore: la ex moglie è ovunque, in ballate struggenti come You Know What I Mean If Leaving Me Is Easy, o in brani più vivaci come I Missed Again, che spinge sulla ritmica e sul groove funky, nonostante il titolo assai esplicito.


In questo contesto scuro e depresso, In The Air Tonight, primo singolo estratto dall’album e prima hit assoluta di Collins, spinge oltre la riflessione amorosa. Se, infatti, in altri brani il mood è triste e afflitto, la punta di diamante di Face Value è invece una vera e propria invettiva, una canzone che trasfigura la sofferenza e la perdita in rabbia e livore. C’è astio e voglia di vendetta “in the air tonight”, perché il male che è stato fatto non viene e non verrà mai dimenticato. Parole crude quelle di Collins, parole che non ammettono repliche: “Well, if you told me you were drowning, I would not lend a hand” (Se mi avessi detto che stavi affogando, non ti avrei teso la mano). E’ il rancore a dominare incontrastato nelle liriche del brano, un rancore cieco, che non può essere placato: “Beh, io ricordo. Io ricordo, non preoccuparti. Come potrei mai dimenticare?… La ferita non si vede, ma il dolore continua a crescere. Niente di nuovo, né per me, né per te.”


Un testo secco e diretto, che tuttavia fece nascere una di quelle leggende letterarie che a volte accompagnano la storia della musica. Secondo questa interpretazione, la canzone si riferirebbe a un fatto realmente avvenuto nella vita di Collins, il quale, vide un uomo affogare in un lago vicino a casa, mentre un altro uomo, in piedi sulla sponda, guardava senza intervenire. Versione suggestiva, ma inventata. La canzone si riferisce alla ex moglie Andrea, e lo stesso batterista successivamente precisò che quella dell’annegamento era solo una metafora. Quel che è certo è che Collins, quando si siede al pianoforte per eseguire la canzone a Top Of The Pops, quel divorzio non lo ha ancora digerito. Nel video, a fianco del batterista, compaiono, infatti, un barattolo di vernice e un pennello da imbianchino. Motivo? Collins aveva appena saputo che la ex moglie si era messa insieme a un decoratore. Quando si dice: “legarsela al dito”.