Moto Art Factory Rock Legend – Dire Straits – Sultans of Swing



Raramente il primo singolo di una rock band è diventato un classico conosciuto in tutto il mondo. Più spesso quel primo brano restava una chicca per i fan più accesi. A meno che quella canzone non fosse Sultans Of Swing e quella band non portasse il nome di Dire Straits. Questa perla, che diventerà una maratona rock nelle versioni dal vivo, venne lanciato nel 1978 e inserito nel primo disco Dire Straits. Dopo un tentativo che non intercettò i favori del grande pubblico, il secondo lancio di Sultans Of Swing, pochi mesi dopo, colpì nel segno, catapultando la band e il suo indiscusso leader, Mark Knopfler, nel firmamento del rock. Considerando che nel 1978 eravamo in piena era disco-music e che il rock era dato per agonizzante (lo tenevano vivo l’ondata punk dei Clash e la “resistenza” di grandi autori come Springsteen), portare al successo un brano rock come Sultans Of Swing fu un vero squarcio nel panorama rock.




Al di là della sua bellezza musicale l’affermazione di Sultans Of Swing sorprende per il suo significato. Non è una canzone d’amore, non parla di fughe o di viaggi, di droga o di sesso. Non contiene messaggi di protesta, né voli alti sui destini dell’umanità. È invece una piccola storia di una serata qualsiasi nei sobborghi meridionali di Londra, nella quale il protagonista, dovendosi riparare dalla pioggia, decide di entrare in un club, attratto dalla musica che sente arrivare dall’interno. Si scoprirà che la storia fu ispirata da un fatto realmente accaduto a Mark Knopfler. Fu proprio lui, infatti, che nel ‘77 visse quell’esperienza a Deptford, sobborgo sulla sponda sud del Tamigi. Una band di musicisti dilettanti, che suonavano musica tradizionale per pura passione e senza velleità di successo, si stava esibendo davanti a nessuno, se si eccettuano i gestori del club e un gruppo di ragazzi che, rumorosi e ubriachi, nemmeno ascoltavano la band. E successe davvero che, al termine del concerto, il cantante rivolse il proprio saluto a quella “folla invisibile”, presentando la sua band come i Sultans of Swing. Così Mark Knopfler tornò a casa e iniziò a scrivere la canzone, inizialmente utilizzando una chitarra acustica, ma trovando poi l’illuminazione per l’armonia e per il motivo musicale principale una volta imbracciata la sua Fender Stratocaster.


Mark Knopfler riferì che c’era un profonda distanza tra l’altisonante nome della band e la qualità della loro esibizione. Era semplicemente un gruppo di amici che si ritrovava la sera, dopo il lavoro, per strimpellare qualcosa in un club di periferia, poco frequentato e certamente di scarso richiamo. Ma in Sultans Of Swing Knopfler volle “alzare il tiro” per apprezzare lo sforzo che quei musicisti stavano compiendo, nella volontà di esprimere qualcosa di loro stessi tramite la musica. Come altre volte nelle sue canzoni, il musicista volle cantare la vita ordinaria della gente, che si dà da fare non per un obiettivo economico o per la celebrità, ma semplicemente per sentirsi realizzata, anche in circostanze difficili. Così il testo di Sultans Of Swing eleva la qualità di quei musicisti: suonano del Dixieland in due quarti, senza particolari virtuosismi, ma conoscendo bene gli accordi che devono suonare. Harry, uno dei Sultani, “sa suonare l’Honky Tonk come qualsiasi altra cosa”.


Ne risulta un sentito omaggio alla musica della tradizione, specie quella americana, e ancora più precisamente quella del sud degli USA: il Dixieland, ma anche il Creole, l’Honky Tonk e, più in generale, il “contenitore” di tutti questi rivoli musicali, vale a dire il Jazz. Quel Jazz che i giovani, attratti dal rock, dalle chitarre fiammanti, dagli assoli da virtuosi e dallo spettacolo sul palco, non sapevano apprezzare. Il Jazz, e tutto il resto della musica delle origini, diventa così il modo per sentire la musica fino al profondo del proprio animo. Il Dixie, genere lanciato negli anni ’50, prevede che la chitarra venga suonata in modo molto veloce e che il musicista suoni simultaneamente la parte di chitarra e quella di basso. L’Honky Tonk proveniva in parte dal ragtime e in parte dal country, fondendo musica bianca e musica nera. Il Creole, nella Louisiana di New Orleans, contemplava l’uso pesante degli strumenti a fiato. Un autore, in particolare, sembrò correre nella testa di Mark Knopfler: Alan Freed. Pur suonando il trombone in una swing band che, guarda caso, si chiamava Sultans Of Swing, Freed fu accreditato per aver coniato nei primi anni ’50 il termine Rock’n’Roll, cioè paradossalmente proprio il genere che i ragazzini della fine degli anni ’70 contrapponevano nei loro favori allo swing jazz basato sugli strumenti a fiato.


Sultans Of Swing è una ballata rock a tempo veloce che si sviluppa sull’eccellente lavoro ritmico di Pick Whiters. Il batterista lavora sul charleston in controtempo e dà alla ritmica un andamento del tutto particolare. I quasi sei minuti di canzone corrono su questo ritmo senza soste e con pochissimi stacchi o rullate, così come la linea di basso di John Illsley lavora su scale semplici e lineari. Mentre David Knopfler accompagna con mano molto veloce alla chitarra ritmica, a fare la differenza assoluta è Mark Knopfler che con la sua originale ed eccellente tecnica (non usa il plettro, ma le dita anche con la mano destra) utilizza il fill, sua prerogativa peculiare, per rispondere al suo stesso canto con i riff chitarristici. Questo consente alla canzone di avere una sorta di doppia linea melodica. Poi arrivano, splendidi e caratterizzanti, i due assoli prima e dopo l’ultima strofa. Il primo si appoggia sul giro armonico della strofa, il secondo sul giro di accordi su cui è costruito il tema musicale.



Così l’apparente monotonia ritmica della canzone viene squarciata da una performance chitarristica tra le più celebri del rock, con una parte finale velocissima, quasi vorticosa. L’addio di Whiters portò poi la band a modificare la resa del brano: Terry Williams, batterista più muscolare in pieno stile rock, contribuirà a dare a Sultans Of Swing una seconda anima, quella più visceralmente live, in versioni che raddoppieranno la durata della canzone, con un lungo assolo finale di chitarra (nel Live Aid del 1985 si aggiungerà anche il sassofono). Comparirà anche l’organo, totalmente assente nella versione originale. Nelle versioni live Knopfler confermò (e addirittura incrementò) la sua fama di abilissimo chitarrista, al punto da entrare, lui che aveva approcciato allo strumento con le tecniche più tradizionali prese dal folk e dal bluegrass, nel gotha dei più grandi chitarristi rock di sempre.



Si è molto discusso sui riferimenti nella canzone ai musicisti George e Harry. Con tutta probabilità si trattava di George Young e Harry Vander, chitarristi della band The Easybeats ma legati a doppio filo agli AC/DC (George era il fratello di Angus e Malcolm Young, fondatori della storica band di hard rock). Per altri commentatori, invece, George rispondeva al cognome di Borowski, un musicista conosciuto dallo stesso Knopfler, ma lo stesso Borowski ha poi escluso di essere lui il riferimento in Sultans Of Swing.


 

Spirito Libero – Palau – Micronesia





“Seconda stella a destra, questo è il cammino, eppoi dritto fino al mattino… ” queste dovevano essere più o meno le coordinate che gli spagnoli ricevettero agli inizi del ‘700 da alcuni abitanti dell’isola di Yap arrivati alle Isole Filippine sulle loro canoe. In seguito a diversi insuccessi devono aver pensato veramente che avessero parlato loro dell”Isola che non c’è’ considerato che, per raggiungere quelle che furono chiamate ‘Isole Caroline dell’Ovest’ o ‘Nuove Filippine’, impiegarono ben 15 anni. Lo stesso dubbio continua a cogliere ancora oggi il viaggiatore che sorvola per la prima volta le oltre 300 verdissime isole che formano l’arcipelago di Palau: “non è vero, non ci credo, non esiste!!!” Eppure è proprio lì, tutto reale, tutto vivibile, così meraviglioso come solo madre natura sa fare: e la realtà supera la fantasia. Oltre 300 piccoli smeraldi emergono dalle turchesi e limpide acque del Nord Pacifico fra Filippine, Papua Nuova Guinea e Guam; così trasparenti da poter facilmente distinguere i pesci di grossa taglia già prima di immergersi. Una visibilità di 350 metri… di altezza però! 


L’isola più grande dell’arcipelago (e la seconda in assoluto in tutto il Pacifico) è Babeldaob, al momento visitabile solo noleggiando una jeep poiché le strade sono ancora in costruzione e non saranno finite prima di un anno, ma vale la pena di programmare una visita in giornata per fare il bagno alle cascate di Ngardmau e per riscoprire l’antica cultura dei Palauani. Testimoniata, per esempio, dai Bai con i loro bellissimi storyboard (il più bel souvenir delle isole se riuscite ad infilarlo in valigia: alcuni giovani hanno raccolto l’eredità artistica dei padri e riproducono perfettamente le antiche decorazioni intagliate sulle facciate delle ‘Case degli uomini’) e, se si è particolarmente fortunati, si può anche assistere ad una cerimonia in costumi locali per la ‘Nascita del primo figlio’ che vede la donna, la madre come protagonista assoluta. 


A proposito della storia e dell’antica cultura di Palau merita una menzione il museo Etpison in centro città a Koror: nato dalla collezione privata di Mandy Etpison che ha fatto edificare appositamente l’edificio per contenerla, è un buonissimo connubio fra cultura, storia e la più grande collezione di conchiglie del Nord Pacifico.


Koror è l’isola più importante dell’arcipelago: qui si trovano gli alberghi più lussuosi ed è l’unica fra le 4 principali isole che può offrire svago anche dopo l’attività subacquea. L’egemonia USA, presente dal dopoguerra, ha fatto sì che, diversamente dalla maggior parte delle mete diving in Oriente e Pacifico, a Palau esistano molteplici possibilità di divertire anche chi non ha come unico obiettivo il diving o le bellezze naturali: durante la giornata si possono visitare il bellissimo acquario, l’allevamento di tridacne ed il delfinario dove si può anche nuotare con i simpatici mammiferi; la sera si può ballare fino a tarda notte in una delle discoteche della zona del porto, bere un cocktail in uno dei tanti locali sul lungomare o cenare in uno dei ristoranti con cucina indonesiana ma anche giapponese, indiana e addirittura italiana. Se siete subacquei, però, non esagerate né con i drink né con le attività notturne o dovrete rinunciare al fantastico mondo sottomarino, e sarebbe veramente un peccato!!
Peliliu è la seconda isola più grande dell’arcipelago, la più meridionale.


Dopo Pearl Harbor l’isola è stata acceso campo di battaglia fra americani e giapponesi (ci sono ancora pezzi di artiglieria sulle spiagge, nelle foreste e un museo interamente dedicato).


Ancora oggi l’isola è per lo più disabitata ed un solo resort è degno di nota, il Dolphin Bay, di recente apertura e molto semplice, ma proprio per questo perfettamente integrato con la bellezza e l’aspetto selvaggio dell’isola. Infine l’isola di Carp dive c’è un altro resort, il Carp Island Resort, ugualmente bene integrato nell’ambiente. A sua volta semplice e distante dal lusso di Koror ma circondato da un bel giardino e con il vantaggio di essere a pochi minuti dai più belli e famosi punti di immersione dell’arcipelago come il Blue Corner ed i Blue Holes.


Ma davvero tante sono anche le attività anche per i non subacquei!!!! 
Si può scivolare con il kayak sulle placide acque delle Rock Islands per poi, con il semplice snorkeling, giocare nelle acque basse con Baby Mantas o tartarughe; praticare la pesca d’altura (non è inusuale il Marlin come preda) a meno che non abbiate deciso di regalarvi qualche giorno alla ‘Robinson Crusue’ e vi siate fatti abbandonare su una delle Rock Islands a campeggiare in totale solitudine e libertà.


Si può nuotare nel Jellyfish Lake in mezzo a milioni di meduse non urticanti (ricordate il bellissimo documentario del National Geografic in proposito?) che soavemente accarezzano la pelle mentre passano vicine seguendo il sole. 


Sono migliaia da pochi millimetri di diametro a quasi 30 cm, comunque cuori morbidi e pulsanti. Allora perché non fare snorkeling anche al ‘Mandarin Fish Lake’? Sappiamo bene quanto è difficile scovare un pesce mandarino e quant’è timido: qui lo si può vedere facilmente in un lago salato ad una profondità fra i 2 ed i 10 metri. (E questi sono solo due dei 70 laghi presenti sulle Rock Islands).I Palauani hanno imparato molto presto che la loro più grande ricchezza sono le loro stesse isole, come lo sono sempre state.  Per questo, da decine di anni oramai, si tramandano di generazione in generazione il rispetto per l’ambiente e l’ecologia.  Questo ha fatto si che addirittura i pescatori locali siano particolarmente attenti ai metodi di pesca. 
Grazie a questo forte impegno e questa grande e generale sensibilizzazione di tutta la popolazione, a Palau ci si potrebbe immergere veramente ovunque con la certezza di un’immersione molto più che soddisfacente, ma, i punti di immersione ufficiali, sono oltre 70 distribuiti per la maggior parte sulla parte ovest e sudovest dell’arcipelago attorno alle famose Rock Islands, oltre che a Carp Island e Peleliu.



Che decidiate di soggiornare in uno dei resort di Palau o di raggiungere anche la più piccola delle isolette disabitate dell’arcipelago regalandovi una crociera su Ocean Hunter I, Ocean Hunter II o Ocean Hunter III (offrono indifferentemente un servizio da albergo a 5 stelle (!!!) pertanto vengono considerate, a ragione, fra le più belle barche da crociera che solcano il Pacifico), vi tufferete in uno degli arcipelaghi più famosi nel mondo della subacquea. Perchè? Presto detto: ciò che promette mantiene! E promette fin dal primo momento, fin dal controllo passaporti in aeroporto. Il cartello testualmente cita ‘We are serving the most beautiful and friendly islands of the world…



Senza necessità di dover raggiungere grandi profondità, ci si dà appuntamento con le mante al German Channel mentre, anche se si possono avvicinare i grossi predatori (squali pinna bianca e pinna nera, squali grigi, tigre, leopardo) un po’ ovunque, al Blue Corner sono di casa.  Così, con il reef-hook (che pare sia stato inventato proprio qui), ci si aggancia alla barriera e non si fa altro sforzo che godersi in tutta comodità lo spettacolo che queste imponenti presenze vorranno mostrare. L’unico rischio è di farsi distrarre dalla frenetica vita che si svolge attorno per nulla disturbata dalla presenza dei subacquei: oltre a tutti i pesci di barriera (circa 1500 specie diverse) che continuano a danzare attorno incuranti dei predatori si incontrano enormi pesci Napoleone, branchi di grossi barracuda, tonni e pappagalli Bumphead, razze e aquile di mare. Quando poi si comincia a risalire e ci si ferma lungo il muro per la tappa di sicurezza è bene prestare molta attenzione al reef: è possibile riconoscere praticamente tutte le specie conosciute di anemoni (oltre 700 specie diverse fra corallli ed anemoni), oltre a pesci cardinale, a numerose specie di nudibranchi ed a rarissime specie endemiche e tridacne giganti. In immersione la visibilità, in genere, supera i 30 metri e quando così non è, probabilmente è perché, grazie alla luna piena, vi state godendo lo spettacolo della barriera corallina con il fenomeno dello spawning. 
Oppure siete entrati in una colonna di plancton e non è detto che riusciate ad uscirne evitando lo squalo balena che se ne sta cibando.


Le immersioni sono di tutti i tipi che si possano immaginare e desiderare: oltre ai muri, ai reef, ai giardini di corallo ed ai canyon, per gli amanti del genere, troviamo numerosissimi relitti della seconda guerra mondiale (navi o aerei americani o giapponesi); immersioni appositamente studiate ed organizzate per gli amanti delNautilus, fotografi e non; varie caverne chiuse come le Chandelier Cave o aperte come i Blue Holes – qui a destra – (dalla superficie dove si nuota in un paio di metri d’acqua si scende lungo 4 fori che si aprono nel reef e danno l’accesso ad una vasta cavità sottostante che scende fino ad oltre 30 mt di profondità). Sulle pareti ci sono belle gorgonie e nudibranchi e, sul fondo, si apre un’altra piccola cavità dove sono custoditi due scheletri di tartaruga ma, in realtà, ciò che apre il cuore è il gioco di luci che filtra dalla superficie attraverso i fori: come se una luce divina venisse a rischiarare le profondità degli abissi lasciando un’aura attorno ai contorni di ciò che popola il mare. E qui c’è davvero qualcosa di divino. Ovunque siate stati, in qualsiasi mare vi siate immersi, qualsiasi cosa abbiate visto, per Palau non siete preparati.


 

I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele: San Francisco 2023s



San Francisco, la storica città californiana, negli anni 60/70 era il simbolo della Beat Generation, dei “figli dei fiori”e dei Peace & Love urlati al vento. Situata nell’omonima baia, è diversa da qualsiasi altra città americana. Fondata nel 1776 da un frate spagnolo, conobbe un grande sviluppo all’epoca della corsa all’oro. Oggi conta più di 900.000 abitanti ed il Golden Gate, il famoso ponte sospeso rosso, è senza dubbio il suo simbolo.





 

Lungo 2737m e alto 227m, collega la città con la parte meridionale della contea di Marin ed è indubbiamente uno dei più belli del mondo ed attraversarlo è sempre una grande emozione. Avendo dei cugini che abitano nella contea, abbiamo avuta la fortuna di percorrerlo molte volte nel corso degli anni.




Quest’anno, durante il nostro ennesimo viaggio in California, ci siamo goduti quattro giorni di full immersion in questa mitica città. Una particolarità di San Francisco sono le sue strade che salgono e scendono lungo le numerose colline in modo  vertiginoso. Sono costeggiate dalle tipiche case in stile vittoriano e le più famose e fotografate si trovano in collina, in Alamo Square, e sono chiamate “Painted Ladies”.



Queste  cinque eleganti casette colorate disposte una di fianco all’altra sono state costruite tra il 1892 ed il 1896. Ammirando dall’alto le “Ladies” si ha una bellissima visione dello skyline della città che si erge alle loro spalle. Una zona molto visitata della città è il Presidio, un forte militare eretto dai soldati spagnoli nel 1776 che si trova all’uscita del Golden Gate. L’esercito degli Stati Uniti mantenne attivo questo sito come base militare fino al 1994 per poi convertirlo in un parco nazionale visitato ogni anno da più di 7 milioni di turisti.


Al Presidio si trova il “Museo di Walt Disney “che noi abbiamo visitato tornando un po’ bambini. Il museo è interattivo con dei pannelli che raccontano la vita di questo genio amato da tutti. Sui numerosi schermi vengono proiettati  continuamente  spezzoni di cartoni animati e di famosi film, accompagnati dalle celebri colonne sonore e, nelle bacheche, si trovano esposti i disegni   originali fatti a matita e usati nelle storie. Un museo molto ben strutturato e adatto a tutta la famiglia.


Non lontano dal Presidio si trova il Golden Gate Park, il polmone verde della città. Lungo 4,5 km è percorribile a piedi o in bibicletta. Vi si trovano musei, laghetti e giardini con ampi spazi per rilassarsi. Noi abbiamo visitato il “Japanese Tea Garden”, il giardino giapponese pubblico più antico degli Stati Uniti con laghetti, sentieri ed una sala da tè giapponese: un luogo riposante e molto zen. In zona si trova il “Palace of Fine Arts”, una costruzione dalle forme classiche situata attorno ad un bel laghetto. Fu costruita all’inizio del 1900 in occasione dell’esposizione internazionale Pan Pacific. Una curiosità: il palazzo avrebbe dovuto essere distrutto dopo l’evento ma fortunatamente, vista la sua bellezza ed il successo ottenuto, si decise di preservarlo.


San Francisco è una città che non annoia mai anche visitandola più e più volte. Quest’anno ci siamo molto divertiti percorrendo  con i Cable Car le ripide strade della città.



È un mezzo di trasporto pubblico che risale alla fine dell’ottocento e la sua particolarità è quella di muoversi senza aver bisogno del motore. Funziona grazie ad un cavo di acciaio che scorre ad una velocità costante sotto la superficie stradale al quale il Cable Car si aggancia. Al capolinea è situata una grande piattaforma girevole che consente di girare completamente il mezzo per poi effettuare il viaggio di ritorno. Un’esperienza da non mancare assolutamente.







San Francisco è anche una città ricca d’arte. Nel centro della città e situato a Yerba Buena Gardens si trova il “Museum of Modern Arts” (SFMOMA). È il  secondo museo d’arte moderna e contemporanea più importante degli Stati Uniti dopo il MOMA di New York. È stato progettato nel 1988 dall’architetto ticinese Mario Botta, famoso in tutto il mondo, e aperto nel 1995. Ha ben sette piani di spazi espositivi e può essere definito anch’esso un’opera d’arte per la sua particolare forma e le numerose vetrate che lasciano filtrare la luce.


Noi abbiamo ammirato opere di Matisse, Frida Kahlo, Andy Wahrol, per citarne solo alcune, ed anche  un’importante mostra temporanea della grande artista surreale  giapponese:  Yayoi Kusama, soprannominata “la regina dei pois”.


Non lontano dal museo si trova Il cuore pulsante di San Francisco ossia Union Square, la piazza principale dove si trovano tanti ristoranti, lussuosi hotel, boutique dalle marche più prestigiose e  famosi Grandi Magazzini tra i quali  “Saks fifth Avenue “ e “Macy’s”.


A circa 20 minuti a piedi si trova il Financial District dove sorge il suo simbolo ossia la Transamerica Pyramid, una costruzione dall’architettura futuristica. In riva all’oceano troviamo il Pier 39 ed il Fishermann Warf, l’antico porto dei pescatori, due zone prevalentemente turistiche molto vivaci e chiassose dove fare shopping, ascoltare musica, e mangiare dell’ottimo pesce fresco. Le specialtà dei ristoranti sono la Clam Chwoder, una calda zuppa di vongole servita in una pagnotta svuotata e la polpa di granchio, freschissima e gustosa.



Dal porto si vede l’isola di Alcatraz, chiamata anche “The Rock”, sede del più famoso penitenziario del mondo dove fu rinchiuso anche Al Capone. È raggiungibile in battello in una quindicina di minuti partendo dal Pier 39. A San Francisco ci sono tanti interessanti quartieri da visitare come Chinatown, Mission District, Northbeach, Financial District, Nob Hill e Japantown, solo per citarne alcuni. C`è solo l’imbarazzo della scelta! In conclusione, se state  progettando una vacanza in California non dimenticate di visitare questa mitica città, meglio ancora se accompagnati dalle note della canzone “San Francisco” di Scott McKenzie. E allora, ascoltate la musica ed iniziate a sognare…


 


 

Moto Art Factory Rock legend – David Bowie – Space Oddity


Moto Art Factory – Rock Legend – I 100 singoli che hanno fatto la storia del Rock

David Bowie – Space Oddity





Ci sono musicisti e band che, nella propria carriera, si limitano a seguire le tendenze musicali, magari anche in modo notevole, ma mantenendosi pur sempre sulla strada spianata da altri prima di loro. Ci sono artisti che, invece, sono dotati di personalità e qualità sufficienti a cambiare il volto di determinati generi musicali e che risultano dunque precursori per intere ere musicali. E, infine, un ristrettissimo gruppo di artisti è dotato di qualità talmente importanti da potersi permettere di non seguire o inaugurare alcuna strada, limitandosi ad andare tranquillamente per la propria senza curarsi di generi o correnti artistiche. Uno di questi, senza alcuna ombra di dubbio, è David Bowie: musicista, polistrumentista, attore, cantante, poeta, sex symbol ed icona gay, il Duca Bianco ha incarnato intere ere non solo della musica, ma anche del costume. Allo stesso modo, chiaramente, si è evoluta la sua proposta sonora, che ha visto alternarsi folk, rock classico, psichedelia, glam rock e new wave senza problemi.


Oggi, in particolare, ci soffermeremo sul suo secondo lavoro in studio, Space Oddity, da alcuni considerato il suo primo vero album benché sia a tutti gli effetti un lavoro di transizione: vi troviamo difatti, musicalmente parlando, un’atmosfera a metà fra il folk ed il vaudeville del primo eponimo LP e quello che sarà il rock più incisivo del successivo The Man Who Sold the World. Volendo tracciare un paragone forse un po’ improbabile, ma nemmeno così eccessivo, potremmo pertanto dire che l’influenza maggiore in questo album sembri essere quella di Bob Dylan. La maturazione del David Bowie artista, dunque, seppur già notevole rispetto al lavoro precedente, è ancora in embrione e, pertanto, non si ha un vero e proprio filo conduttore stilistico che leghi fra loro i vari brani contenuti in Space Oddity: abbiamo pertanto un brano malinconico ed etereo come la stupenda title-track affianco ad una canzone molto più sostenuta come Unwashed and Somewhat Slightly Dazed, passando per una traccia vagamente prog rock come Cygnet Committee. Se da un lato, dunque, non possiamo che notare l’interessante varietà, va altresì detto che non sempre questa mancata omogeneità appaghi del tutto l’ascoltatore.


Molto più interessante, invece, è il discorso che può esser fatto a proposito dei testi dell’album: anche qui, naturalmente, siamo ancora lontani dall’impressionante capacità lirica che il Duca Bianco raggiungerà nei successivi lavori, così come alcune delle sue tematiche più care, prima fra tutte l’alienazione, sono presenti in misure ancora molto ridotte, come ad esempio in quel capolavoro già citato che è la title-track. Eppure, anche da questo punto di vista, in Space Oddity possiamo cogliere i primi segnali di ciò che l’artista scriverà soltanto a partire dal successivo lavoro, il tutto unito ad una sincerità a dir poco disarmante sulla propria sfera emotiva e sentimentale. Il leit motiv dell’album, difatti, è il fallimento della relazione fra David Bowie e la fidanzata Hermione Farthingale, come possiamo notare nella dolorosa ed emblematica Letter to Hermione, che contiene versi come: 

They say your life is going very well
They say you sparkle like a different girl
But something tells me that you hide
When all the world is warm and tired
You cry a little in the dark
Well so do I
I’m not quite sure
what you’re supposed to say
But I can see it’s not okay.


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Il dolore ed il senso di smarrimento dell’artista per la conclusione di questa relazione, dunque, influenza in modo sensibile la gran parte di Space Oddity, come del resto si può notare anche in An Occasional Dream. L’altra grande tematica lirica del disco riguarda un’altra personale delusione di David Bowie, anche se stavolta la sua sfera sentimentale non c’entra nulla: in particolare sul singolo Memory of a Free Festival, difatti, il Duca esprime tutta la sua rabbia e la propria tristezza per l’ingloriosa fine del movimento hippy, partito per cambiare la concezione del mondo di allora e svendutosi al pari di tanti, troppi movimenti. Da versi come:



I gave them life
I gave them all
They drained my very soul… dry
I crushed my heart
to ease their pains
No thought for me remains there
Nothing can they spare
What of me?
Who praised their efforts
to be free?
Words of strength and care
and sympathy
I opened doors
that would have blocked their way
I braved their cause to guide,
for little pay.


contenuti nella già citata Cygnet Committee è facile notare la profondità della delusione (o forse sarebbe meglio dire disillusione?) di Bowie per il fallimento del flower power. Infine, sulla scia di Bob Dylan, un altro tema considerevolmente importante di questo disco è l’invito a diffidare dei guru, di chi promette mari e monti per poi lasciare i loro fedeli con un pugno di mosche in mano. Anche questa polemica, come tutte le altre caratteristiche liriche di Space Oddity, saranno oggetto di riflessioni molto più mature in seguito, ma è impossibile non notare già ora l’acutezza della penna dell’artista.


In conclusione, dunque, non possiamo che ribadire le osservazioni presentate nel corso dei precedenti paragrafi: si tratta senza ombra di dubbio di un lavoro ancora immaturo, sia per quanto riguarda la musica, ancora troppo derivativa e debitrice del folk rock di protesta, sia per ciò che concerne parte dei testi, ancora non dotati della straordinaria profondità di quelli del Bowie più saggio e riflessivo. Eppure, anche in Space Oddity, è impossibile non notare la particolarità e complessità dell’artista britannico, qui solo all’inizio di un viaggio che lo porterà ad essere una delle figure leggendarie della storia di tutta la musica, non solo di quella più prettamente rock.


Space Oddity, storia della canzone che ha portato in orbita David Bowie.


Ci fu un tempo nel quale le canzoni non erano semplici canzoni. Ci fu un tempo nel quale le canzoni mostravano immagini, sogni, utopie. Ci fu un tempo nel quale le canzoni influenzavano le esistenze e aiutavano ad aprire la mente, si davano da fare per indicare una via, per viaggiare, spesso oltre il consueto, verso lo spazio. Da lì ci si poteva fermare e osservare il mondo che si muoveva freneticamente, e si poteva anche decidere di rimanere in alto, persi tra gli astri. Questa è la storia del brano che porterà in orbita David Bowie, la canzone che darà il via al suo straordinario successo consacrandolo come una delle stelle più brillanti del firmamento pop.



Gli antefatti



Luglio 1968: David Robert Jones ha da poco cambiato identità trasformandosi in David Bowie (il nuovo cognome lo ha preso dal film La battaglia di Alamo, uno dei personaggi era tale Jim Bowie, creatore di coltelli). Il cambio però non gli è bastato per arrivare alle stelle di cui sopra. Parecchi sono i singoli già incisi, addirittura un intero album (David Bowie, 1967) ma il nostro non ha ancora trovato il modo di ergersi tra i tanti che in quel creativo periodo si accalcano alla ricerca del successo. Anche nella vita privata le cose non si muovono come il giovane vorrebbe. Mesi prima aveva conosciuto  una delle ballerine della compagnia di Lindsay Kemp, tale Hermione Farthingale, di cui si era perdutamente innamorato. David era a tal punto preso dalla storia da decidere di abbandonare il tetto paterno per cercare casa con la sua nuova musa. Questa, dal canto suo, contribuirà non poco a ispirargli i primi look cangianti della sua carriera (dal mod della primissima fase si è infatti trasformato in un riccioluto e colorato hippy). Questa improvvisa fiammata è però destinata a breve vita, la storia si sta consumando e David sente il mondo crollargli addosso.


Una bizzarra odissea



Un giorno, durante le fasi finali della storia con Hermione, Bowie si reca al cinema. In quel periodo proiettano un film di cui tutti stanno parlando con ammirazione, un kolossal fantascientifico dai risvolti filosofici partorito dal registra statunitense Stanley Kubrick. Si intitola 2001: A Space Odissey. E’ probabile che David fosse parecchio fuori di testa quando lo vide per la prima volta, sta di fatto che i suoi affanni e qualche aiuto psichedelico lo portano a rimanere sconvolto dalla visione del film, così tanto da recarsi a rivederlo più volte, incatenato da quelle immagini lentissime ma dal fascino unico.


Per combinazione in quei giorni il suo manager Ken Pitt gli ha chiesto di comporre qualcosa di nuovo da inserire nel cortometraggio promozionale Love You Till Tuesday. Qualcosa di completamente diverso e inaspettato rispetto a ciò che aveva fino a quel momento pubblicato. 1968 vuole dire osare, aprire le coscienze, sperimentare, offrire al pubblico musica nuova, suoni inauditi.


La visione del capolavoro di Kubrick spinge così Bowie a cimentarsi con la composizione di una ballad dal sapore fantascientifico che il suo creatore decide di intitolare Space Oddity, gioco di parole tra la Space Odissey del film e space odd ditty (bizzarra filastrocca spaziale).


La prima versione in duo


Una volta composto il brano stranamente a David non viene in mente di proporlo in veste solista bensì in coppia con il chitarrista John Hutchinson, con il quale ha da poco creato un duo alla Simon & Garfunkel. Il progetto ha preso forma da un terzetto che Bowie aveva formato poco prima con Hermione e il chitarrista Tony Hill. Il terzetto si chiama Tortoise e si occupa di offrire spettacoli multimediali di ballo, mimo e musica.  Quando Hill abbandona (lo si ritroverà da lì a poco negli oscuri e seminali High Tide) viene sostituito da Hutchinson. A inizio 1969 la storia con Hermione Farthingale arriva al capolinea e quindi anche il terzetto si scioglie. Rimasto a collaborare con Hutchinson a David viene naturale proporre il nuovo brano in coppia con lui.

Space Oddity racconta le vicende del Maggiore Tom, un astronauta che, staccatosi dalla Terra e uscito dalla sua capsula per affrontare una passeggiata in orbita, a un certo punto interrompe i contatti con la Torre di controllo e si perde nello spazio. Le comunicazioni del Maggiore con la base vengono messe in scena, in questa prima versione, da Bowie (che canta la parte di Tom) e da Hutchinson (che fa le veci della Torre di controllo).


Visconti si mangia le mani



Una volta registrato un demo acustico del brano questo fa il giro della case discografiche ottenendo l’interesse della Mercury che intuisce il potenziale massmediatico della canzone in un momento così importante per l’esplorazione dello spazio, con l’uomo che sta per mettere piede per la prima volta sulla Luna.

Scartata l’idea di fornirne una versione in duo la canzone viene affidata alle cure di Tony Visconti, storico produttore con il quale Bowie ha avuto e avrà spesso a che fare. Questi però, in preda a forti ideali anti-capitalisti di stampo hippie, rifiuta il lavoro; la pubblicazione del futuro singolo in concomitanza dello sbarco dell’uomo sulla Luna è visto dal produttore come un approfittarsi della situazione per trarne vantaggio economico. Anni dopo Visconti si pentirà amaramente di questa sua intransigenza, troppo tardi però; stante il suo diniego il brano viene affidato al giovane Gus Dudgeon che, con l’aiuto dell’arrangiatore Paul Buckmaster, trasforma una semplice ballata acustica in una canzone che passerà alla storia.


Il Wakeman che fa la differenza



Il 20 giugno 1969 David Bowie registra la versione definitiva del brano. A partecipare alle registrazioni ci sono un gruppo di giovani musicisti; Mick Wayne alla chitarra elettrica, Herbie Flowers al basso (lo si ritroverà in Diamond Dogs e nei sinfonici Sky), Terry Cox alla batteria (proveniente dai folk-rockers Pentangle) e Rick Wakeman (che da lì a poco entrerà negli Yes) al pianoforte e al Mellotron. Proprio quest’ultimo con il suo Mellotron contribuirà all’atmosfera elegiaca e spaziale del pezzo. Wakeman porta inoltre in studio anche un piccolo strumento chiamato Stylophone, formato da una tastiera metallica controllata da una penna elettronica. Il suono, definito atroce dallo stesso Bowie, si rivelerà perfetto per il clima fantascientifico della canzone.


Verso la Luna



I primi minuti del brano sono particolarmente evocativi, con la chitarra acustica, la voce di Bowie e, in sottofondo, il conto alla rovescia della Torre di controllo che annuncia il lancio del modulo spaziale che porterà il nostro Major Tom verso le stelle. Introdotto da un paio di note dissonanti di chitarra elettrica e dagli effetti dello Stylophone, il ritornello esplode poi in tutta la sua bellezza sottolineato dagli accordi del Mellotron.


Il successo del distacco da terra non si rivela però così importante per l’umanità, da piuttosto il via a una serie di speculazioni sulla marca di camicie che Tom indossa. Una riflessione sulla natura ambigua della fama che riporta tutto al mero commercio e alla gratificazione dell’ego. Ma il Maggiore non ci sta: una volta in orbita esce dal modulo per la sua passeggiata spaziale e, osservando la terra da lontano, viene travolto da un’intensa malinconia. Come il computer HAL 9000 di 2001: A Space Odissey, anche Tom si ribella alla sua missione e, mentre dalla Torre di controllo non capiscono cosa stia succedendo, sceglie di rimanere lassù, isolato da tutto e tutti, con lo sguardo fisso verso il nostro pianeta “blue” (che in inglese significa blu ma anche triste).


Il testo di Space Oddity può essere visto come sfogo di Bowie alla sua situazione artistica e sentimentale, un desiderio di isolarsi, staccarsi dal mondo per rimanere solo con se stesso e con i suoi pensieri. Ma non solo, lo stesso David dichiarerà di averla scritta come analisi del sogno americano; «Quando ho scritto originariamente del Maggiore Tom pensavo di sapere tutto sul grande sogno americano, su dove è iniziato e dove dovrebbe fermarsi. C’era la grande esplosione del know-how tecnologico americano che spinge questo ragazzo nello spazio, ma una volta arrivato lì non è del tutto sicuro del motivo per cui è lì. Ed è lì che l’ho lasciato».


David fa centro!



Come è normale che sia ulteriori interpretazioni di Space Oddity si sprecano, c’è chi l’ha letta come metafora della fine delle illusioni dell’era hippy, altri come un trip da eroina. Sul nome del protagonista della canzone c’è invece una teoria: sembra infatti che da ragazzo Bowie avesse intravisto alcuni manifesti che pubblicizzavano il musicista Tom Major (padre del primo ministro John). Al netto di tutto ciò solo una cosa è certa: Space Oddity si rivela il successo che ci voleva affinché la carriera di David Bowie potesse definitivamente spiccare il volo. L’11 luglio 1969 la canzone viene trasmessa dalla BBC come commento sonoro allo sbarco sulla Luna, questo a dispetto di un testo non del tutto affine alla situazione. Bowie in seguito si farà una risata asserendo che probabilmente i capoccia della tv non avevano nemmeno letto le parole. Sta di fatto che da lì a qualche mese Space Oddity inizia la sua scalata alle classifiche inglesi piazzandosi al quinto posto e consacrando definitivamente il suo autore che da quel momento sarà inarrestabile. Se non ci fosse stata Space Oddity forse non ci sarebbe stato il David Bowie che tutti conoscono e non si sarebbe ancora qui a parlarne, cinquant’anni dopo.


Bowie, e oltre l’infinito



David citerà ancora il Maggiore Tom, in due occasioni, nel 1980 nel brano Ashes to Ashes (da Scary Monsters) e nel 1996, nel remix dei Pet Shop Boys di Hallo Spaceboy (Da 1. Outside). Particolarmente affezionato al suo primo grande successo il Duca bianco ne registrerà nel 1979 una versione nuova di zecca da presentare al Kerry Everett New Year Show.

Di Space Oddity esiste una versione (Ragazzo Solo, Ragazza Sola) cantata in italiano dallo stesso Bowie con adattamento del testo da parte di Mogol che nulla ha a che fare con l’odissea spaziale del Maggiore Tom. Numerosissimi poi gli artisti che hanno pagato pegno al brano offrendone una cover, ecco una piccola lista: Lady Gaga, Natalie Merchant, The Flaming Lips, Smashing Pumpkins, Peter Murphy (Bauhaus), Tangerine Dream, Marilyn Manson, Adrian Sherwood, Halloween, Sufjan Stevens, Belle And Sebastian, I Giganti (anche loro in italiano e con nuovo testo di Mogol, questa volta vagamente ispirato all’originale), Andrea Tich (altro italiano, l’unico che ha rispettato il testo originario nella sua traduzione), Morgan, Duran Duran, Elton John.


Nel 2013 l’astronauta canadese Chris Hadfield ha pubblicato una sua interpretazione di Space Oddity, realizzata nella Stazione Spaziale Internazionale, che Bowie stesso ha definito la versione più toccante mai realizzata della canzone. Alla fine Space Oddity ha eseguito il suo compito, è volata nello spazio per ricordarci per sempre i tempi nei quali le canzoni non erano semplici canzoni.