
Dire che Istanbul è una bella città è assolutamente riduttivo. Istanbul è una delle città più belle del mondo, affascinante e magica. Si trova a cavallo tra due continenti, l’Europa e l’Asia, e due mari, il Mar Nero ed il Mar di Marmara. Ha subito influenze culturali dagli imperi Romano, Bizantino ed Ottomano che vi hanno governato, ed i suoi splendidi monumenti e vestigia ne sono la testimonianza.
Fino all’anno 330 era chiamata Bisanzio, poi prese il nome di Costantinopoli fino al 1453 e dal 1930 si chiama Istanbul. È stata la capitale dell’Impero Romano d’Oriente e dell’Impero Ottomano.
Istanbul – La gemma del Bosforo – Le Puntate

Noi decidiamo di visitarla ad inizio novembre.

Atterriamo ad Istanbul al tramonto e l’aeroporto, inaugurato nel 2018, ci stupisce per la sua grandezza e la sua eleganza. Dopo un’oretta di taxi arriviamo al nostro hotel situato nello storico quartiere di Sultanahmet e già strada facendo abbiamo modo di ammirare le bellezze di Istanbul “by night”, con le sue splendide moschee illuminate.
Visto che avremo diversi giorni a disposizione per visitare la città, decidiamo di organizzare le nostre giornate senza fretta, godendoci ogni singolo momento. Infatti il giorno successivo visitiamo il quartiere di Sultanahmet con i suoi ristoranti tipici e di numerosi negozi dove vendono magnifici tappeti ,tessuti pazientemente a mano. Nella storica e splendida piazza gremita di turisti, ammiriamo dall’esterno la Moschea di Santa Sofia e la Moschea Blù e poi, visto che “la coda” per visitare l’interno delle moschee è troppo lunga, decidiamo di fare un tour della città con il comodo autobus a due piani chiamato ”Hop-On Hop-Off, compreso di audioguida.

L’autobus passa nei luoghi importanti della città che visiteremo in settimana e attraversa il Ponte sul Bosforo, portandoci nella parte asiatica di Istanbul. Al ritorno ci fermiamo nel vivace porto pieno di ristoranti e di bancarelle che vendono caldarroste, pannocchie arrostite e soffici panini.
Visitiamo il vicino Bazar Egiziano coperto, situato nel distretto di Fatih, che è il secondo più grande della città dopo il Gran Bazar e dove si vendono principalmente spezie. Ritorniamo poi a piedi nel nostro quartiere percorrendo diverse stradine in salita, ammirando le vetrine dei numerosi negozi che si trovano lungo la strada. Il giorno seguente ci affidiamo ad una guida locale parlante italiano. Il tour privato inizia dalla visita del Topkapi, la lussuosa residenza dei sultani ottomani e pure centro amministrativo dell’impero.

Si trova sulla collina che domina il Corno d’Oro e dal 1985 è patrimonio UNESCO. L’intero complesso occupa un’area di circa 700.000 mq ed il giardino è immenso e splendido. Non è un classico palazzo reale ma un complesso di giardini, padiglioni e corti ed è uno dei più grandi complessi museali al mondo. Delle centinaia di magnifiche camere solo le più importanti sono accessibili al pubblico: l’Harem, nel quale si trovano le stanze private dell’imperatore e gli alloggi delle odalische ed il Tesoro Reale. Tra gli oggetti di inestimabile valore spicca il diamante “Spoonmaker”, quinto al mondo per grandezza ed il famoso pugnale “Topkapi Emerald Dagger”, tempestato di pietre preziose. Le numerose camere hanno le pareti rivestite da splendide maioliche bianche con disegni azzurri e sono una meraviglia.
La storia del palazzo è lunga e complessa e quindi difficile da riassumere in due parole ma, se siete interessati, in rete trovate delle spiegazioni assolutamente esaustive. Dopo la visita al Topkapi ed un gustoso pranzetto in un ottimo ristorante all’ interno del parco, la nostra guida ci porta alla scoperta di un luogo che ci fa letteralmente restare a bocca aperta: la Basilica Cisterna, la più grande cisterna sotterranea ancora conservata ad Istanbul. Fu costruita nel 532 dall’Imperatore Giustiniano i durante il periodo dell’Impero Romano d’Oriente, e la sua acqua serviva i ricchi palazzi della zona. Dopo la conquista di Costantinopoli, nel 1.453, l’acqua serviva ad irrigare i giardini del Topkapi. Qualche dato tecnico: aveva una capacità di 50’000 litri, occupa un’area rettangolare lunga 140 metri e larga 70. Ci sono 336 colonne alte 9 metri e nella cisterna si accede con una scala di 52 gradini.

Le colonne sono distanziate a intervalli di 4.80 metri e sono composte di 12 file di 28 colonne ciascuna. L’atmosfera che si respira ricorda quella di una chiesa sommersa antica e misteriosa, ed è diventata ancora più famosa nel mondo dopo la pubblicazione del libro “Inferno” di Dan Brown, diventato successivamente un film.
È stata da poco riaperta al pubblico dopo un lungo restauro e noi siamo felici di poterla visitare in tutto il suo splendore.
Continuiamo il nostro tour andando a visitare l’Ippodromo, l’antico circo di Costantinopoli che si trova in Piazza Sultanahamet, vicino alla Moschea Blù,del quale è rimasto ben poco. Fu costruito dall’imperatore romano Settimio Severo nel 203 dopo Cristo e misura 400m di lunghezza e 120 di larghezza, ed è secondo per grandezza solo al Circo Massimo di Roma. Era un luogo di divertimento ma non solo perché qui si sfidavano le classi politiche per ottenere la guida della città. Una curiosità: i cavalli che decorano la Basilica di San Marco a Venezia provengono proprio dall’Ippodromo di Istanbul. Oggi si possono ammirare solo gli unici tre monumenti rimasti ossia l’Obelisco di Teodosio, in granito, la Colonna Serpentina ed il secondo obelisco, in pietra grezza. A conclusione di questa intensa giornata ci rechiamo al porto e ci rilassiamo con una crociera sul Bosforo a bordo di un comodo battello.

Il Bosforo è uno stretto lungo circa 32 km che collega il Mar Nero a nord, ed il Mar di Marmara a sud, segnando il confine meridionale tra il continente europeo e quello asiatico. Sul lato occidentale il Bosforo si biforca nel Corno d’Oro, un estuario preistorico invaso dal mare. Durante la crociera abbiamo modo di ammirare numerosi monumenti, gli splendidi palazzi dei sultani, le meravigliose moschee, due grandi ponti, fortezze e lussuose ville in riva al mare. Facciamo inoltre una breve sosta nella parte asiatica della città, proprio vicino al Ponte sul Bosforo. Nel frattempo è ormai scesa la notte e le mille luci della città ci accompagnano nel viaggio di ritorno al porto.
La mattina seguente la dedichiamo alla visita dei quartieri di Fener e Balat che con Faith sono sicuramente i più storici e
affascinanti della città e non per niente sono patrimonio UNESCO. Fener è il quartiere greco con strade strette e molto ripide. Qui si cammina su sanpietrini centenari fra belle case ottomane restaurate ed altre purtroppo diroccate. Alla fine di una ripida strada si erge l’imponente Rum Lisesi, il Liceo Greco Ortodosso, magnifico e rivestito di mattoni rossi. Qui un tempo passavano le mura dell’antica Costantinopoli. Alla destra di Fener si trova il coloratissimo quartiere ebraico di Balat, famoso per le sue case dipinte di colori sgargianti. Arrivando sulla sommità si ha una magnifica vista su tutto il Corno d’Oro. A farci da guida in questi quartieri è Faruk, un simpatico lustrascarpe poliglotta.

Nel pomeriggio ci rechiamo nel nucleo storico di Galata a nord del Corno d’Oro. Il punto focale è l’omonima torre del XIV secolo, dal 2013 patrimonioUNESCO, dalla quale si ha una vista di 360 su tutta Istanbul. La torre, che si trova in posizione strategica, fu costruita dai genovesi e racchiude la storia di diverse civiltà. Alta 67metri, all’epoca era l’edificio più alto della città. Il quartiere di Galata è uno dei più turistici di tutta Istanbul e vi si trovano ottimi ristoranti e boutique di lusso.


Il giorno seguente ci aspetta la visita di altre due meraviglie patrimonio UNESCO: la Moschea Blù e la Moschea di Santa Sofia situate in Piazza Sultanahmet. La Moschea Blù è la moschea più importante di Istanbul. Il suo nome turco è Sultanahmt Camil, ossia Moschea del Sultano Ahmed. Venne inaugurata nel 1617 e possiede sei minareti. Deve il suo nome alle 20.000 piastrelle di ceramica turchese che rivestono le parete superiori e la cupola. La maestosa Moschea di Santa Sofia, Hagia Sofia, è uno dei monumenti più significativi della città e in assoluto il più visitato. Per accedere all’interno bisogna armarsi di molta pazienza perché le persone desiderose di visitarla sono sempre numerosissime. Hagia Sofia fu inizialmente costruita come chiesa più di 14 secoli fa e considerata il culto principale per il mondo cristiano sotto l’impero Romano d’Oriente. Successivamente fu convertita in moschea, in museo e dal 2020 di nuovo in moschea e vanta una ricca storia alle spalle. L’interno è stato creato con una struttura complessa. La navata è sormontata da una cupola centrale che si trova ad un’altezza di 55,6 metri dal pavimento e poggia su un porticato di 40 finestre ad arco. È di una bellezza indescrivibile ed è un autentico gioiello dove il colore oro domina su tutto, una vera meraviglia.

Terminiamo la giornata nel famoso e sempre caotico Gran Bazar. È uno dei mercati più grandi ed antichi del mondo, fu edificato nel 1455 e vanta circa 4000 negozi. Si trova nel distretto di Faith, all’interno delle mura della città. Curiosiamo tra i negozi ed ogni venditore vuole mostrarci il suo. Alcuni vendono tappeti veramente fantastici, altri splendidi foulard in seta o cachemire, altri accessori ed abiti di marche famose ma purtroppo contraffatte. Noi ci soffermiamo nei negozi dove vendono colorate spezie, tisane biologiche e dolci tipici turchi, tra i quali la famosa “baklava”, un dolcetto di pasta sfoglia ripieno di pistacchi e tanto, troppo, miele. Purtroppo oggi è il nostro ultimo giorno a Istanbul, per consolarci ci dedichiamo quindi allo shopping. Ritorniamo a casa felici di avere conosciuto questa splendida seppur caotica città, ricca di storia e splendidi monumenti, abitata da persone gentili e generose.
Andate ad Istanbul se volete vivere qualcosa di straordinario!


Il giorno dopo, attraversato il Bosforo sull’ultimo modernissimo ponte costruito a nord di Istanbul, viaggiando su ottime strade, ci fermiamo nella cittadina di Safranbolu, nell’Anatolia settentrionale, famosa per essere ancora costruita con case in stile ottomano in pietra e legno, perfettamente conservate e per essere la capitale mondiale dello zafferano, largamente coltivato e lavorato nella zona…(senza Safranbolu… niet al risotto alla milanese!).
La chicca del luogo, è stato l’albergo in cui dormiamo in stile ed arredamento ottomano, gestito da una simpatica signora non più giovanissima con la quale ci esprimiamo a gesti, e dai suoi figli.



Kars è il punto strategico per alloggiare in un bell’albergo dal quale recarci a visitare a circa 40 km di distanza uno dei siti che da solo vale il viaggio, cioè Ani, l’antica capitale della Grande Armenia, oggi in territorio turco. Ani sorge su un altopiano semidesertico nei pressi di uno spettacolare canyon che fa da confine tra Turchia ed Armenia, stati che a tutt’oggi hanno le frontiere chiuse. La città fondata nell’alto medioevo fu una metropoli per l’epoca e importante luogo di passaggio della Via della Seta, tant’è che molti suoi abitanti erano soprattutto dediti al commercio. 


Poco prima di arrivare a Dogubeyazit ci appare la piramide dell’imponente monte Ararat, in turco Agri Dagi, che con i suoi 5137 metri di altitudine è la montagna più alta della Turchia. Come è noto, il monte Ararat è famoso soprattutto perché, secondo la Bibbia, l’arca di Noè si fermò sulla sua cima alla fine del diluvio universale. Dogubeyazit è una piacevole cittadina sotto l’Ararat, abitata quasi completamente da curdi nella quale però si respira una certa tensione. E’ zeppa di esercito e polizia e dei ragazzi ci volantinano, dicendo che è in preparazione una manifestazione qualche giorno dopo.









Notevoli sono i resti delle antiche mura, il teatro romano e la moschea Aya Sophia, meno sfarzosa di quella di Istanbul, ma comunque bellissima. Anche questa moschea è stata ricavata da una precedente chiesa cristiano-bizzantina. Nicea è considerata la più importante città dell’Islam turco e conta diverse madrasse, oltre ad un museo che abbiamo visitato.




Il 19 luglio raggiungiamo Daugavpils in Lettonia, città molto cambiata in meglio, specie per il miglioramento dell’aria respirabile, rispetto a precedente visita di Bruno nel 2004. Il 20 luglio ci spostiamo a Rezekne, vicino alla frontiera russa, dove cambiamo gli euro in rubli e dove dobbiamo rimanere sino al 21, giorno di decorrenza del visto russo.
Il 22 luglio inizia un percorso a dir poco, di sterminata lunghezza, fino a Novosibirsk nella Siberia centrale. Passata Mosca molto grande, sulla tangenziale, proseguiamo per Nizni Novgorod, Kazan, Ufa, attraversiamo i monti Urali (che hanno una loro particolare bellezza) ed entriamo in Asia, proseguendo poi per Celjabinsk, Omsk e Novosibirsk, sempre con un traffico di auto e camion rilevante e con notti passate nei numerosi motel per camionisti, abbastanza economici e più che decenti. Il percorso attraversa sterminati campi di grano e segale, foreste di conifere e betulle, aree paludose incolte, orizzonti a noi inusuali. Attraverso la brutta periferia di Novosibisk, imbocchiamo la strada che costeggiando il fiume Ob, porta nella Repubblica autonoma degli Altaj russi e quindi in Mongolia. Qui la vista si fa meno monotona della Siberia pianeggiante e salendo in montagna, il panorama diventa bello e variabile. Montagne arrotondate con prati e pascoli, mucche cavalli e yak al pascolo, paesi di case di legno nel tipico stile, e popolazione che diventa sempre più di etnia mongola, mischiata all’etnia russa.
Il 27 luglio arriviamo a Tashanta, ultima località russa sul confine e, dopo avere sbrigato in mattinata le formalità di frontiera russe, scopriamo che la frontiera mongola è chiusa, forse per la pausa pranzo, e aprirà alle ore 14! Ultimiamo le pratiche sul tardo pomeriggio e imbocchiamo, con grande contrasto con la bella strada russa, una pista pessima, che entra in Mongolia. Il clima è freddo e non dei migliori, siamo a più di 2000 metri di altezza; proseguiamo lentamente per raggiungere la località di Tsaaganuur e cercare dove dormire. Nella località, molto piccola, non troviamo alcuna soluzione per trascorrere la notte, quando ci raggiunge un ragazzo su una moto cinese e ci spiega che può ospitarci in una gher assolutamente autentica di pastori.
ll 30 luglio percorriamo i ben 834 km che separano Khovd da Bayankhongor, località di arrivo. E’ una tappa decisamente dura con un clima molto freddo, che ci vede avanzare sull’altopiano circondato dall’Altaj Mongolo con altitudini che variano dai 2200 ai 2500 mt. abbastanza monotono, ma con colori che variano l’orizzonte a seconda delle ore della giornata. Il percorso inizia con una strada asfaltata in buone condizioni, continua con una bruttissima pista formata a caso dai rari camion di passaggio per evitare di incrociare lavori di costruzione di una lunga arteria che asfalteranno. La pista, scarsamente visibile, ad un certo punto entra in un territorio tempestato di grosse rocce arrotondate che sono praticamente impossibili da evitare. La Panda, non particolarmente alta da terra, viene messa alla dura prova ma se la cava egregiamente. Nel pomeriggio la marmitta a forza di prendere colpi si buca e foriamo pure una gomma. Prendiamo atto che senza navigatore satellitare sarebbe difficilissimo, se non impossibile, procedere.
Il 1 agosto ci dirigiamo verso Ulaan Bataar dove arriviamo la sera alloggiando in un albergo periferico. Lungo la strada per ¾ pista e ¼ di asfalto rovinato, incrociamo e visitiamo un bel tempio buddista dedicato ai cavalli. Il cavallo infatti è stato l’animale che ha permesso ai mongoli di Gengis Khan di conquistare uno degli imperi più vasti mai esistiti.

Le “Dune Cantanti” sono un bel cordone di dune alte, lungo circa 120 km. Contrariamente a quelle sahariane, ci si può salire a piedi ma è vietato il loro accesso con i 4×4, infatti costituiscono area protetta. Sono belle da vedere e il loro colore varia a seconda della luce solare, dal rosa, al verdognolo all’arancione. Caratteristica peculiare, è che ai loro piedi c’è un’area paludosa che si deve attraversare per raggiungerle. Questa strana cosa, è dovuta alla raccolta di acqua durante le scarse piogge, da parte di un terreno cretoso che non la filtra in profondità mantenendola in superficie, oltre ad una sorgente che alimenta la palude. Per raggiungere le dune in macchina occorre addirittura passare su un ponte di legno.
Il 7 agosto, viaggiando verso Ulaan Bataar, ad un certo punto perdiamo la marmitta della macchina su una pessima strada. Fortunatamente un benzinaio nelle vicinanze, ci indica un meccanico che ce la ripara e rimonta alla belle meglio. Proseguendo, deviamo la strada per visitare il sito di Baga Gazarin Chulu, dove scopriamo delle strane rocce arrotondate di grandi dimensioni. Posto particolare ed interessante. Vogliamo passare la notte in un bel campo di gher in zona ma, un antipaticissimo gestore, benchè non ci sia nei dintorni anima viva, e nemmeno auto che segnalino la presenza di turisti, ci dice che è tutto pieno e non ha posti per noi! Ci dirigiamo quindi alla capitale, dove arriviamo molto tardi.
L’8 e il 9 agosto li dedichiamo a visitare Ulaan Bataar, città non particolarmente bella, con tempo variabile e piogge ad intermittenza. A parte la piazza del parlamento al centro della città, con la statua di Gengis Khan, degni di nota sono il Museo Nazionale dei Dinosauri ben organizzato e con molti reperti; il vecchio quartiere buddista Gandan situato su un’altura, dove un grosso complesso buddista risulta assai interessante; lo splendido tempio buddista di Choijin Lama, situato in centro città e circondato da alti palazzi. Il mercato Narantuul segnalato dalle guide e da noi visitato, non è niente di che, vi si trovano soprattutto abiti e scarpe cinesi o simili, la plastica imperversa, e di merce tradizionale ha ben poco; inferiore a molti mercati asiatici o africani visitati in passato. Una delusione.
Il 10 agosto partiamo verso nord e la Russia. Il lungo tratto di strada che da Ulaan Bataar va a Dhran è un incubo. Strada con ex asfalto trasformato in gradini alti, tormenta pesantemente noi è la Panda. In ogni caso procediamo, riuscendo ad attraversare i due posti di frontiera, dove incontriamo tre ragazzi belgi che con una vecchia Lada stanno facendo il Mongol Rally anche loro. La sera, dopo l’attraversamento di una piacevole zona montuosa con boschi di conifere, arriviamo alla cittadina siberiana di Gusinoozyorsk sul lago Gusinoye. La località è abbastanza decadente, in puro stile sovietico. Alloggiamo nell’unico albergo, molto sovietico, decente ed economico, ma con i corridoi dall’aria inquietante per i tristi colori di pareti e pavimento e la fioca luce di rare e bianche lampadine al neon, che sembrano risalire ai tempi di Stalin.
l’11 agosto, decidiamo di andare sul lago Bajkal ed entrare in un secondo tempo ad Ulan Ude. Raggiunta la sponda est del Lago, la percorriamo con la strada che la costeggia verso nord, fino al caratteristico villaggio di case li legno di Maksimiha. Purtroppo il tempo non è dei migliori e a tratti pioviggina. Quel tratto della riviera del Lago Bajkal è molto frequentata da turisti locali, che vi fanno pure il bagno, malgrado l’acqua non sia affatto calda. Numerosi sono gli alberghi che incontriamo sulla strada. Il percorso è tuttavia piacevole e molto siberiano. Vasti boschi di conifere e betulle scendono fino al lago dalle alture ad est dello stesso. Il lago Bajkal che è il più profondo del mondo e rappresenta la più grande massa di acqua dolce del pianeta, a tratti sembra un mare. La risacca sulle sue sponde non ha nulla da invidiare a quelle di alcune parti del Mediterraneo. Il villaggio di Maksimiha dove pernottiamo in un bungalow carino in mezzo alle betulle, è ruspante e autentico e ha un porticciolo sul lago. Ci concediamo una sauna.
Il 12 agosto, scendiamo verso sud fino a incontrare il maestoso fiume Selenga che nasce in Mongolia, entra in Siberia e diventa il principale immissario del Lago Bajkal. Arrivati alla località di Selenginsk, percorriamo la selvaggia pista sulla sponda settentrionale del fiume per cercare un imbarco che la carta segnala, per essere trasportati dall’altra sponda. Triboliamo a trovarlo poiché recentemente c’è stata una rovinosa piena che ha cambiato la morfologia del paesaggio e probabilmente, l’attracco. Ad un tratto incontriamo degli uomini su una vecchia Lada 124 che provenendo dall’imbarco e ci indicano la strada che attraversa una pietraia difficoltosa. Attraversiamo il grande fiume su un grosso zatterone a motore per pochi spiccioli. L’altra sponda del fiume è più bucolica, villaggetti, molti cavalli e bovini al pascolo, allevamenti ittici nei bracci del fiume, prati verdi in una pianura ondulata. Passando da Istok e Posol’skoye, ci fermiamo lungo la strada per fare il cambio dell’olio motore alla Panda, giungendo a Ulan Ude alla sera, dove ci sistemiamo in un bell’albergo centrale.
Il 13 ed il 14 agosto li trascorriamo ad Ulan Ude, città di circa 500.00 abitanti, fondata dai Cosacchi nel ‘700, ai tempi della prima colonizzazione della Siberia. La periferia è bruttina ma il centro è discreto. Primeggia una grande piazza dove è sistemata una enorme testa di Lenin, di fronte ad edifici poderosi, tutt’ora ornati di falce e martello. Nell’albergo incontriamo nuovamente i tre ragazzi belgi, due equipaggi inglesi di sole donne e una coppia di canadesi, tutti partecipanti al Rally. Siamo arrivati tutti come primi. Conosciamo altresì un ragazzo di Barcellona che con una moto BMW stracarica, è partito dalla Spagna e facendo un lungo giro, è diretto in Nuova Zelanda! Il 14 agosto, nella piazza davanti alla testa di Lenin, l’organizzazione britannica del Mongol Rally ci fa salire sul podio noi e la Panda, ci fotografano, filmano, pacche sulle spalle e via. Per noi deve iniziare il ritorno. Nel frattempo ci telefona la guida mongola conosciuta nei giorni precedenti, dicendo che le autorità russe hanno assicurato che le strade sono tutte aperte e si può viaggiare tranquillamente, gli incendi sono stati spenti dall’esercito. Putin deve avere fatto le cose in grande, pensiamo. Meno male.
Dal 15 al 19 agosto percorriamo tappe giornaliere da 800/850 km al giorno verso ovest, con l’intenzione di giungere e attraversare gli Urali il più presto possibile, per poi costeggiare il Volga verso sud, arrivare in Cecenia, attraversare il Caucaso e visitare la Georgia. La lunghissima strada siberiana in buonissimo stato sembra interminabile, intorno paesaggio di immense foreste ed enormi campi. Nessun segno degli incendi tanto propagandati eppure attraversiamo una delle zone che doveva essere tra le più colpite, chissà…Traffico sempre sostenuto, specie di grossi TIR, molti con targhe occidentali. Le vecchie auto russe sono sparite, sostituite da moderne Lada, Audi, Volkswagen, Toyota, Ford, quasi tutte di grossa cilindrata. L’impressione è di un paese in enorme sviluppo.
Dal 20 al 26 agosto, purtroppo la Panda ha dei problemi inaspettati di meccanica e dobbiamo conclude il viaggio anticipando il ritorno in Italia. Nel tratto di strada da Novosibirsk a Omsk, la macchina sembra non rendere, la sua velocità si riduce anche schiacciando l’acceleratore a tavoletta. Sospettiamo carburante sporco e per due volte aggiungiamo additivo nel serbatoio. La Panda sembra riprendersi ma poi nuovamente tribola. Attraversiamo gli Urali e le relative salite con molta fatica, pur se l’auto viaggia e non dà segni di cedimento. Arrivati al Volga, prendiamo in direzione sud verso la Cecenia, ma nella città di Kamysin, decidiamo di far controllare l’auto in una buona officina. Il meccanico che dà l’impressione di intedersene, dopo alcune prove ci comunica che il motore va a tre cilindri, causa il blocco di una valvola nel quarto. Dice che è un lavoro importante e lungo e, dato che dovrebbe richiedere dei ricambi in Italia, il tempo previsto per la conclusione è di 10-12 giorni, tempo che non possiamo aspettare. Ci dice pure che guidando piano, potremmo anche tentare di viaggiare fino a Torino. Tristemente, decidiamo di rientrare saltando Cecenia, Caucaso con le relative salite e Georgia, tornando a casa per la strada più pianeggiante possibile che passa da Ucraina, Polonia, Repubblica Ceca e Austria. Arriviamo così a Torino la sera tardi del 26 agosto con la Panda stremata ma eroica.

Una ristampa pubblicata a partire dal 1973 in 7″ in Giappone, e in seguito nel resto del mondo fino al 2000, quand’è stata distribuita in CD, riporta come lato A il brano Without You di Pete Ham e Tom Evans. Una ristampa tedesca del 1977 anno riporta come lato B il brano Jump Into The Fire, composto sempre da Nilsson. Una ristampa francese in CD del 2002, riporta sul lato B il brano Mucho Mungo di John Lennon, il disco è stato pubblicato in occasione dell’uso del brano Everybody’s Talkin’ quale commento sonoro della réclame dell’automobile Renault Vel Satis. Il brano è stato pubblicato inoltre nel corso degli anni in numerosi EP 7″, in vari paesi e con differenti tracce.



