I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele – Destinazione Praga


ultimo aggiornamento 10 settembre 2023


I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele Maccarinelli  Week End



Destinazione Praga




Praga é una città deliziosa, dove passato e presente si fondono dando vita a qualcosa di unico e affascinante. Un viaggio a Praga é sicuramente un’ottima idea! La capitale della repubblica Ceca dista solamente un’ora di volo da Milano ed é, senza ombra di dubbio,la nostra città europea preferita.



Praga  soprannominata “La Città delle Cento Torri” e “la Città d’Oro“, è una città fiabesca attraversata dal fiume Moldava (famosissimo il brano omonimo del compositore Smetana). E’ relativamente facile da visitare essendo divisa in quartieri storici: Staré Mesto (la città vecchia, patrimonio UNESCO), Nové Mêsto (città nuova) e Malà Strana.


Tutta città é molto bella, noi l’abbiamo visitata il primo giorno a bordo di uno dei numerosi bus turistici, ma Praga va goduta camminando con calma tra le sue stradine. La  parte culturalmente piu`interessante è sicuramente la città vecchia con il famoso Ponte Carlo e la collina dove troneggia il castello. Noi abbiamo gustato due volte questa città, la prima volta in primavera e la seconda volta ad inizio dicembre dove il freddo era pungente ma… vuoi mettere la magia dei  mercatini di Natale, in una città che é già magica di suo?.






L’atmosfera natalizia ci avvolgeva come una morbida coperta e la sera  era bellissimo passeggiare tra le bancarelle ammirando le splendide decorazioni poste sugli imponenti palazzi in stile gotico:un ricordo molto romantico! Il centro storico é stato popolato per secoli da alchimisti, maghi, astronomi e astrologi e molti considerano Praga una città esoterica, capitale della magia. Re CarloIV fece costruire l’omonimo e famoso  ponte ricco di significati e simboli mistici. Pure il famosissimo Orologio Astronomico della Piazza di Staré Mesto é intriso di significati occulti.  Dalla piazza  si va al ponte passando da caratteristiche stradine  e a destra, prima dell’inizio del ponte c’é la stupenda biblioteca “Klementinum“ situata in un imponente complesso in stile barocco costruito nel 1556. E’ talmente bella… da sembrare finta e vale sicuramente una visita.



Il Ponte Carlo collega la città vecchia al quartiere di Malà Strana e sui suoi bordi si trovano 30 statue di origine barocca, raffiguranti dei santi. Di notte il ponte é illuminato da lampade ad olio che, durante le serata di nebbia lo rendono misterioso e affascinante. Il castello é sicuramente un’altra attrazione turistica  della città. E’ considerato il piu`grande del mondo. Noi siamo saliti con uno dei  tram che partono da Malà Strana, poco dopo il ponte. Dal castello si gode una splendida vista sulla città che, vista da qui, con i suoi numerosi ponti, ci ricorda Parigi.


Praga é una città da gustare a piedi, con calma, ammirando i numerosi monumenti, i palazzi, le vetrine dei numerosi negozietti che vendono le tipiche marionette e mangiando nei bei ristoranti e gustando i piatti tipici, molto buono l gulash servito in pagnotte rotonde.


Natura – Il corallo e la sua guardia del corpo

ultimo aggiornamento 15 dicembre 2023






Quando è minacciata da un’alga tossica infestante, una specie di corallo rilascia nell’ambiente una sostanza in grado di allertare alcune specie di pesci che trovano abitualmente rifugio negli anfratti corallini. 

Grazie a questa segnalazione chimica, i pesci accorrono rapidamente e rimuovono l’alga anche se non se ne nutrono. Ma lo fanno solo se il segnale d’allarme è lanciato dal “loro” corallo e non da coralli di altre specie. Quando i coralli sono minacciati chiedono aiuto a un pesce, che prontamente accorre in loro difesa. Lo ha dimostrato una ricerca condotta da due biologi del Georgia Institute of Technology, Danielle L. Dixson e Mark E. Hay. La ricerca è stata effettuata nell’ambito di un studio a lungo termine che ha come obiettivo la comprensione di questi ecosistemi minacciati, nel tentativo di chiarire i rapporti con le altre specie animali e vegetali che abitano le barriere coralline. Da tempo è nota l’importanza di alcune specie di pesci per il benessere dei coralli, e in particolare di diversi gobidi, più noti come ghiozzi, che trascorrono la loro esistenza negli anfratti corallini, ricevendo protezione dai predatori e contribuendo a eliminare potenziali minacce ai coralli.


 

Nello specifico, i ricercatori hanno potuto determinare i rapporti fra i coralli appartenenti alla specie Acropora nasuta, importante per gli ecosistemi delle barriere perché cresce rapidamente e fornisce gran parte della loro struttura, e due specie di gobidi, Gobiodon histrio e Paragobiodon enchinocephalus, allestendo una serie di esperimenti per osservare modi e tempi dell’intervento di queste specie ittiche quando il corallo è sottoposto a una minaccia.

 


A questo scopo hanno deposto sul corallo diversi filamenti di Chlorodesmis fastigiata, un’alga infestante che sempre più spesso si osserva nelle formazioni coralline, su cui ha una spiccata azione tossica. 

Gli autori dell’esperimento hanno scoperto che pochi minuti dopo il contatto fra corallo e alga, sul posto arrivavano esemplari delle due specie di ghiozzi che iniziavano a rimuovere l’alga: G histrio la mangia, mentre P. enchinocephalus si limita a tranciare l’ancoraggio del filamento al corallo in modo che venga allontanata dal movimento delle acque.
Nel giro di tre giorni la quantità di alghe dannose è diminuita del 30% e i danni al corallo dal 70 all’80%.

 


 
 
 
“Tutto ciò avviene molto rapidamente, il che significa che deve essere molto importante sia per il corallo e il pesce”, ha osservato Hay, che spiega che il pesce non si interessa invece dell’alga quando c’è ma non è in contatto con il corallo. Questo comportamento ha indotto i ricercatori a ipotizzare che l’intervento fosse dovuto al rilascio da parte del corallo di una sostanza chimica.

Per verificare questa ipotesi, gli scienziati hanno esposto i pesci ad acqua raccolta in prossimità di altre specie di corallo messe a contatto con l’alga tossica, constatando che in questo caso non si osserva alcuna reazione, a indicare che quei pesci erano interessati a proteggere unicamente il tipo di coralli che li ospitava.


Successivamente Hay e Dixson sono riusciti a isolare il messaggero chimico rilasciato dal corallo, e hanno ottenuto la controprova inducendo i pesci a “salvare” un reticolo di nylon su cui erano stati posti filamenti diChlorodesmis fastigiata, non appena nell’acqua circostante veniva introdotta quella sostanza.


Corallo, pianta o animale?


Per diversi secoli, la natura di questo strano organismo, simile a piccoli alberi fioriti attaccati alle rocce in fondo al mare, è stata oggetto di molti dibattiti da parte dei naturalisti. I coralli sono infatti piccoli animali, chiamati polipi, a forma di cetriolo di mare in miniatura che possono formare colonie. Questi polipi formano uno scheletro comune che per alcune specie diventa la base di una barriera corallina. Le prime osservazioni sul corallo furono fatte nel Mediterraneo da Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) sul corallo rosso (il tipo usato per fare gioielli). Una volta portato in superficie, il corallo morirebbe rapidamente. Così, era considerata una pianta marina che si trasformava in pietra quando veniva tolta dall’acqua. Non è stato fino alla metà del 18° secolo che è stato riconosciuto come un animale classificato nella grande famiglia degli animali pungenti, i Cnidaria.


I diversi coralli


Ci sono coralli solitari, coralli coloniali, costruttori di barriera, coralli molli, falsi coralli… Non tutti i coralli costruiscono uno scheletro calcareo, come i coralli duri. Ci sono anche coralli molli che generalmente crescono più velocemente… E non tutti i coralli vivono vicino alla superficie in acque tropicali calde, alcuni vivono più in profondità e a volte in acque fredde.




Scogliere di corallo


Le barriere coralline sono composte da una moltitudine di specie di corallo che insieme formano un ecosistema, cioè un ambiente naturale molto specifico composto da diverse piante e animali. Le barriere coralline sono tra i più grandi e complessi ecosistemi del pianeta. Ospitano migliaia di specie di pesci, ma anche altre specie animali, come granchi, stelle marine, molluschi, ecc. Le barriere coralline servono come rifugi, riserve di cibo e vivai per i loro numerosi abitanti: dalle più piccole alghe a numerosi pesci e invertebrati, ma anche a tartarughe marine e squali.


 

Natura – Il delfino beluga che imitava l’uomo

ultimo aggiornamento 10 dicembre 2023



Altheo NetTv Nature

Il delfino beluga che imitava l’uomo.



Gli uccelli non sono i soli animali che imitano la voce umana: anche alcuni mammiferi marini ci riescono. Ascoltare per credere.
Ha vissuto per trent’anni al National Marine Mammal Foundation di San Diego, in California, e si chiamava NOC – ma per i ricercatori è il “cetaceo parlante”.
Gli studiosi si sono accorti di questa straordinaria capacità nel lontano 1984, quando udirono delle voci provenire dai pressi della vasca di NOC, anche se attorno non c’era nessuno.
“Si udiva una specie di conversazione, anche se non si riusciva a distinguere si che cosa si stesse parlando”, dice Sam Ridgway dello U.S. Navy Marine Mammal Program di San Diego, che ha condotto uno studio sulle vocalizzazioni del cetaceo.
Alla fine, la fonte del chiacchiericcio venne definitivamente confermata quando un sub che si trovava nella vasca del beluga udì distintamente qualcuno ordinargli di uscire da li: era NOC, che ripeteva un suono simile alla parola inglese out – fuori.


“Non avevo mai sentito niente del genere, per me era un’assoluta novità”, dice Ridgway.
Il beluga abbassa la voce per sembrare più umano
Negli anni Ottanta, Ridgway ha registrato le vocalizzazioni di NOC, scoprendo che il ritmo e la frequenza si avvicinavano a quelle della voce umana.
“Quei suoni che imitavano il parlato erano alcune ottave più basse rispetto a quelli emessi di solito dai cetacei”, racconta Ridgway, il cui studio è stato pubblicato solo ora sulla rivista Current Biology.
Verso la fine degli anni Ottanta, dopo quattro anni, NOC smise le sue “imitazioni”: probabilmente, secondo Ridgway, perché aveva raggiunto la maturità sessuale (NOC è poi morto nel 2007).
Anche secondo il biologo marino Peter Tyack della University of St. Andrews in Scozia, che non ha partecipato allo studio, NOC adottava le intonazioni della parlata umana. L’importanza di questa ricerca, afferma Tyack, è che dimostra come un animale possa, semplicemente ascoltando, produrre suoni del tutto estranei al suo repertorio”.
Tyack ritiene però che le imitazioni di NOC fossero meno fedeli all’originale di quelle di Hoover, una foca allevata da una famiglia umana del Maine negli anni Settanta, la quale, all’età di cinque anni, iniziò a imitare le parole umane.
“Hoover aveva persino l’accento del Maine”, ricorda Tyack, che ebbe modo di conoscerla.
Perché ci imitano?


Non sappiamo ancora perché un mammifero marino decida di imitare l’uomo, benché la capacità di riprodurre la voce umana sia una conseguenza della più ampia tendenza a imitarsi fra di loro, ipotizza Tyack. I delfini ad esempio imitano il richiamo identificativo l’uno dell’altro, mentre le megattere imparano i canti delle loro simili.
È assai improbabile, aggiunge lo studioso, che NOC o Hoover capissero il senso dei suoni che emettevano. “L’unico caso in cui è dimostrato che l’animale capiva il senso delle parole che imitava è quello di Alex, un pappagallo cenerino”, racconta Tyack.
Addestrando NOC a tollerare un piccolo apparecchio situato nel suo canale nasale, Ridgway e il suo team hanno scoperto che il beluga produceva quegli strani suoni riempiendo le sacche aeree a una pressione di gran lunga maggiore rispetto a quella usata per le normali vocalizzazioni. Ecco perché la testa di NOC si gonfiava visibilmente quando “parlava”. “Per un cetaceo sembra che la voce umana sia molto difficile da imitare”, dice Ridgway.


Spirito Libero – Costa Rica: Laboratorio naturale La Selva, nuove teorie sulla foresta pluviale

ultimo aggiornamento 12 Febbraio 2024

Costa Rica: Laboratorio naturale “la Selva”. Nuove teorie sulla foresta pluviale



 


 

Molte persone che non conoscono la foresta pluviale la avvicinano con una specie di timore reverenziale riservato ai grandi fenomeni architettonici o ingegneristici. L’idea che una foresta sia come una cattedrale, un monolite, da ammirare in silenzio, è stranamente connessa al suo ruolo metaforico di esempio del primordiale, un Eden dell’ultima ora.



Rigenerazione e decadenza sono fenomeni rapidi nei climi tropicali, ma si è sempre pensato che i meccanismi altamente complessi e in relazione tra loro che formano una foresta impieghino secoli, persino millenni, a rigenerare se stessi.
La foresta pluviale tropicale della regione di Sarapiqui, e specialmente quella entro il laboratorio naturale di La Selva, è sempre stata considerata una rappresentativa di una copertura di foresta pluviale premontana, antica e relativamente intatta.


 

 


Ma la ricerca recente nella storia delle foreste di La Selva ha fatto nascere nuove teorie sulle capacità rigenerative della foresta pluviale, idee ritenute controverse dai conservatori. A differenza degli alberi decidui delle zone temperate, quelli della foresta pluviale tropicale non formano degli anelli, così tradizionalmente gli scienziati hanno dovuto ricorrere ad altri metodi, come esaminare lo strato del terreno, per determinare l’età di una data zona di foresta.
Scoperte recenti (vasellame, pezzi di carbone vecchi di duemila anni, luoghi di sepoltura, un antico focolare, e utensili utilizzati per coltivare mais e manioca) fatte a La Selva, suggeriscono, nel senso più ampio, che le prime foreste pluviali della zona devono essere state tagliate, bruciate e abitate da generazioni di indios.
Nel frattempo, prove contemporanee fornite da scienziati che lavorano nel Darièn Gap e nel bacino amazzonico presentano la possibilità che le foreste pluviali delle Americhe possano essere più resistenti ai disturbi esterni di quanto non si pensasse in precedenza.


Nella conferenza per la Ecological Society d’America, i ricercatori di La Selva annunciarono nuovi dati che illustravano come nei primi ottocento anni della nostra era, la foresta della Riserva fosse stata distrutta dagli indigeni per fare spazio a piantagioni di mais, piccoli villaggi e spiazzi di pejibaye.

Per gli scienziati della foresta tale informazione chiarirebbe certi interrogativi riguardanti la distribuzione apparentemente naturale di alcune piante.
Ma in un senso più ampio seggerisce che, ben lontani dall’essere statici e inamovibili monoliti di biodiversità intatta, le foreste pluviali possono essere il prodotto di un costante cambiamento e adattamento, o almeno in misura maggiore di quanto si pensasse in precedenza.

 



 



Gli scienziati, a La Selva e altrove, specificano che questi reperti non assolvono la deforestazione o qualsiasi altra forma di distruzione della foresta pluviale. I ricercatori affermano che, anche se può essere possibile coltivare la terra secondo canoni dello sviluppo sostenibile o in modo rigenerativo, il tipo di agricoltura che si crede sia stata tipica delle popolazioni precolombiane nella foresta pluviale, non era in alcun modo simile alla coltivazione massiccia delle piantagioni, al commercio di legna, ai grandi insediamenti abusivi e ad altre minacce alla foresta pluviale di cui siamo testimoni adesso.