Natura – Salvare i Bonomo ci insegna ad essere empatici

ultimo aggiornamento 4/dicembre/2023


Salvare i bonobo in estinzione ci dà una lezione di empatia.



I bonobo condividono quasi il 99% del loro DNA con gli umani. E gli studi sugli animali stanno aiutando gli scienziati a capire come gli esseri umani hanno evoluto tratti come l’empatia.


Sebbene i bonobo non siano una sottospecie dello scimpanzé, ma piuttosto una specie distinta a sé stante, a volte si fa riferimento a entrambe le specie collettivamente usando il termine generico di scimpanzé. Sono i nostri cugini più prossimi e hanno un carattere simile a quello di noi umani. Purtroppo sono in via d’estinzione e un nuovo studio sta cercando di capire come questi animali abbiano sviluppato l’empatia. Sono rimasti solo circa 20.000 bonobo selvatici e si trovano solo nelle foreste pluviali centrali della Repubblica Democratica del Congo. Quindi si cerca di preservare le poche specie esistenti. Condividono quasi il 99% del loro DNA con noi umani anche se noi spesso non li abbiamo trattati con rispetto. Sono stati spesso cacciati per essere mangiati e sono stati venduti i propri cuccioli come animali domestici.


I maschi bonobo sono comunemente subordinati alle femmine e non competono intensamente per il rango di dominio. Non formano alleanze tra loro e non ci sono prove di aggressività letale tra i gruppi. Sono giocherelloni per tutta la vita e mostrano un comportamento sessuale intenso e spesso coinvolge partner dello stesso sesso.


L’obiettivo principale del santuario dove vivono, nel bosco a sud del Congo, è quello di preparare queste specie a vivere allo stato brado. Probabilmente è stato il fiume Congo a dare origine al bonobo. Più di un milione di anni fa, gli scienziati ritengono, alcuni antenati bonobo finirono sul lato sud del fiume. Questo li separava dai loro parenti scimpanzé del Nord. A nessuno di loro piace nuotare cosi sono diventati una versione più delicata e meno aggressiva dei comuni scimpanzé. Gli studenti che ogni giorno visitano il santuario imparano molto su questa specie, e che i problemi riguardo l’estinzione non è solo per i bonobo, ma tutta la biodiversità è in pericolo. Inoltre imparano come comportarsi e cosa fare quando vedono un bonobo ridotto ad animale domestico, ritenuto un crimine nella Repubblica del Congo. Alla fine sarebbe bello riunire tutti gli esemplari in un’ unica casa dove possano vivere sicuri e protetti. Questo dipende molto dal nostro comportamento e dall’empatia che abbiamo nei loro confronti.



Claudine Andrè

Claudine André , (nato il 6 novembre 1946 a La Hestre, provincia dell’Hainaut , Belgio ), è un ambientalista belga . Ha fondato Lola ya bonobo nel 1994, che è un santuario dei bonobo , appena a sud di Kinshasa , a Mont Ngafula , nella valle di Lukaya , nella Repubblica Democratica del Congo. Lo scopo del santuario è quello di raccogliere giovani bonobo , la maggior parte rimasti orfani a causa delle azioni dei bracconieri, e alla fine reintrodurli in una riserva forestale. Nello stesso anno Claudine André fonda gli Amici degli Animali in Congo, di cui è tuttora presidente. Claudine è arrivata in Congo da bambina, con suo padre, che era un veterinario, e da allora vive lì. Gestiva una boutique d’arte, acquistando e vendendo opere d’arte rare. Ha sposato Victor e ha cinque figli. Quando la guerra ha sconvolto la vita quotidiana a Kinshasa , la capitale della Repubblica Democratica del Congo , negli anni ’90, Claudine ha lavorato come volontaria nello zoo di Kinshasa, perché gli animali erano stati trascurati e stavano morendo di fame. Altrove nel paese, la gente trovava difficile la produzione alimentare tradizionale, a causa della guerra, e si rivolgeva invece alla carne di animali selvatici per sfamare se stessi e le proprie famiglie. Questo a sua volta ha portato alla comparsa di bonobo orfani per le strade di Kinshasa – ed è stato da questa situazione che Claudine ha dato vita a Lola ya bonobo .


Bonobo. (Congo).


Il Bonobo, meglio noto come scimpanzè pigmeo, era ritenuto un tempo una semplice sottospecie del suo più grosso parente. Da un punto di vista fisico, il Bonobo è molto simile allo scimpanzè, anche se un po’ meno robusto. Da un punto di vista comportamentale, invece, non potrebbe essere più diverso e l’atteggiamento pacifico, accomodante e dionisiaco del Bonobo fa sembrare gli scimpanzè comuni come un branco di teppisti attaccabrighe.






Le poche migliaia di bonobo sopravissuti abitano le foreste del l’ex Zaire, oggi, Repubblica Democratica del Congo, separati dagli scimpanzè dal maestoso fiume Congo. Questa barriera naturale, che nessuna scimmia è in grado di superare, ha impedito a queste due specie d’incontrarsi, anche , se, per assurdo, potrebbero sentire i reciproci richiami dall’altra parte del fiume.
Questo isolamento ha permesso agli antenati del bonobo di evolversi in maniera leggermente diversa dagli scimpanzè. Grazie a un processo chiamato neotenia, in virtù del quale gli adulti si mantengono le stesse caratteristiche giovanili, questi primati hanno sviluppato un fisico più esile e snello. Gli esemplari odierni diretti presentano spalle più strette, collo più sottile, testa e orecchie più piccole, narici più dilatate e arcate sopraccigliari meno prominenti di quelle degli scimpanzè. Inoltre, le mammelle delle femmine sono più arrotondate.


I bonomo hanno sviluppato anche una personalità più giocherellona e cooperativa degli scimpanzé.
Oltre che per la riproduzione, essi hanno cominciato a usare l’atto sessuale in modo piacevole, giocoso, come un mezzo per rafforzare i legami sociali del gruppo.
E poi, hanno un diverso comportamento competitivo. Un tipico maschio giovane di scimpanzé, procedendo verso l’età adulta, incomincia a vessare i maschi più giovani, a litigare ad alta voce con i più anziani e a dominare tutte le femmine che lo circondano.


La società degli scimpanzè è essenzialmente patriarcale. Al contrario, quella dei bonobo è matriarcale: le femmine di bonobo lavorano in gruppo per tenere i maschi al loro posto. Questa differenza di organizzazione sociale è probabilmente da collegare all’assenza di gorilla a sud del fiume Congo.


A nord del Congo, i gorilla manopolizzano gran parte della vegetazione disponibile al suolo e gli scimpanzé si affidano perciò agli alberi per il loro sostentamento. Per raccogliere abbastanza cibo, in un mondo dominato da branchi di maschi più grossi e aggressivi, le femmine devono sparpagliarsi almeno secondo una certa teoria. A sud del fiume Congo, i bonobo, in assenza di gorilla e scimpanzè, hanno a disposizione sia il cibo sugli alberi sia quelli al suolo, perciò le femmine non devono dividersi per andare alla ricerca di cibo e questo può essere uno dei fattori che permette loro di formare alleanze contro il predominio maschile. Questo significa inoltre, che, rispetto agli scimpanzé. i bonobo trascorrono molto più tempo al suolo, dove è più agevole compiere atti sessuali. Del resto i bonobo usano il comportamento sessuale per appianare le discussioni. (fate l’amore non fate la guerra).



Un altro fattore è l’infanticidio, che i maschi di scimpanzé usano come arma per propagare i loro geni, ma che è praticamente sconosciuto nella società matriarcale dei bonobo. Trascorrere lunghi periodi al suolo permette ai bonobo di formare vasti gruppi sociali, all’interno dei quali sarebbe impossibile mantenere la posizione di maschio alfadominante. Sono state osservate comunità di 50-200 bonobo che vivono in gruppo, anche se in gran parte dei casi questi gruppi sono suddivisi in squadre di procacciamento del cibo.
Il lungo tempo trascorso al suolo potrebbe anche spiegare perché i bonobo hanno gambe relativamente più lunghe rispetto agli scimpanzé: in effetti, si stanno trasformando lentamente in bipedi, proprio come i primi uomini apparsi sulla terra.
Gli ultimi studi effettuati sui bonobo allo stato selvatico hanno rilevato, infatti, che essi trascorrono fino al 25% del loro tempo in posizione eretta quando sono al suolo. Questo fatto li rende i più umani dei nostri parenti primati.


Natura – Ghepardo: veloce come il vento

ultimo aggiornamento 21 Novembre 2023


 


Il ghepardo si presenta come un carnivoro eccezionale; occupa una posizione intermedia tra i felidi e canidi. Meritava l’antico nome di Cynailurus cioè “cane-gatto”. Si avvicina ai felidi per la testa tondeggiante, il mantello a chiazze e la lunga coda.
Altre caratteristiche del corpo lo avvicinano al cane:ad esempio le zampe lunghe e nervose, i piedi dotati di unghie non retrattili, soggette all’usura come quelle dei canidi e meno adatte ad afferrare la preda. Si tratta di un fenomeno di convergenza, dovuto al forte adattamento di questo animale alla corsa. Il ghepardo non ha alcuna parentela con in canidi;si può però addomesticare e ammansire come un qualunque canide. E’ un animale snello e agile, provvisto di zampe lunghe; la testa, piccola, possiede un muso allungato;l’orecchio risulta largo ma breve, l’occhio caratterizzato da una pupilla rotonda, il pelo raso, un po’ ispido, soprattutto sul dorso, di colore variabile.


Veloce come il vento




La tinta base del mantello è generalmente di un bel giallo chiaro, cosparso di piccole macchie rotonde, nere e brune, molto fitte e confuse sul dorso e che formano degli anelli all’estremità della coda. Il corpo può raggiungere la lunghezza di 1, 50 m e la coda di 75 cm, l’altezza può raggiungere il metro. Una sorta di criniera più o meno lunga orna la nuca. Il ghepardo appare diffuso dall’India, attraverso l’Asia occidentale, fino all’Africa. Alimentazione e tecnica di caccia del ghepardo: Si nutre principalmente di piccoli o medi ruminanti:molto scaltro, se ne impadronisce con straordinaria abilità. Le sue prede preferite sono le antilopi. Di solito si costruisce la tana tra le rocce, sulle colline più basse.


Il ghepardo risulta il mammifero più veloce, per questa ragione non sente la necessità di rifugiarsi nel folto delle foreste, con pochi e rapidi balzi sfugge ai suoi nemici notevolmente più lenti nella corsa. Probabilmente può raggiungere fino a 110 Km/h. Non appena scorge un branco di gazzelle o antilopi che pascolano, il ghepardo si accovaccia al suolo e avanza a serpentina con movimenti sciolti e silenziosi, in modo da non farsi sentire dalla selvaggina. Avanza sempre sotto vento. Quando il capo del branco alza la testa per ispezionare i dintorni, il ghepardo si arresta restando immobile e silenzioso. Poi riprende ad avanzare con cautela, sceglie l’animale più facile da attaccare e gli piomba addosso all’improvviso. Se la vittima riesce a sfuggirgli, si lancia all’inseguimento, la raggiunge in un baleno, la atterra con alcune violente zampate alle gambe, dopodiché la afferra alla gola.

Divora la preda sul posto, cominciando dal cuore e dai reni. Sebbene velocissimo non resiste ad una corsa prolungata; infatti si stanca presto e può essere raggiunto da un buon cavallo. Si presenta anche come un buon saltatore, i cui balzi possono raggiungere l’altezza di tre metri, ma risulta incapace di arrampicarsi sugli alberi.La femmina può portare a termine due parti all’anno, ciascuno di due o quattro piccoli.
La gestazione dura 95 giorni. Curiosità: L’uomo ha approfittato dell’astuzia e dell’eccezionale velocità di questi felidi per ammaestrarli e farli partecipare alle loro imprese come la caccia. In antichità è stato considerato anche come animale di alto pregio. E’ un animale molto docile. Se legato ad una corda, non tenta ne di lacerarla con i denti, ne di romperla a colpi di zampa. Non aggredirà mai coloro che si sono presi cura di lui e si lascerà avvicinare e accarezzare facilmente. E’ capace di restare immobile per delle ore, fissando un punto davanti a sé e facendo le fusa come se sognasse. In questi momenti, galline, capre o montoni possono passargli davanti senza paura:non presterà loro alcuna attenzione.
Altri carnivori hanno la prerogativa di distoglierlo dalle sue meditazioni: così, se sente un cane, cessa immediatamente di fare le fusa, fissa l’intruso, drizza gli orecchi e si lancia all’attacco. In cattività risulta facile nutrire i ghepardi, che tuttavia appaiono più delicati degli altri felidi della stessa mole. Soffrono molto il freddo e non possono vivere in gabbie poco spaziose. Generalmente la femmina rinuncia ad allattare i piccoli, che bisogna quindi nutrirli artificialmente.


Ghepardi a rischio estinzione.


I paperoni della penisola arabica che lo acquistano illegalmente online per sfoggiarlo come uno status symbol nelle loro sfarzose dimore. “Oggi ci sono meno di 7.500 ghepardi allo stato brado”. 

Se nel Corno d’Africa il ghepardo è a rischio estinzione la colpa è soprattutto degli ultra-ricchi della penisola arabica che lo acquistano illegalmente online per sfoggiarlo come uno status symbol nelle loro sfarzose dimore. Ogni anno, rivela la Cnn, 300 cuccioli di ghepardo vengono trafficati illegalmente dalla Somalia. E il numero è lo stesso dell’intera popolazione giovane e adulta del big cat nell’area non protetta del Corno d’Africa, assicura il Cheetah Conservation Fund (CCF). La moda si dilaga a macchia d’olio e se le cose non cambiano, sostiene il fondo, presto la popolazione di ghepardi nella regione si estinguerà.

La Somalia è la principale tappa del traffico illegale di ghepardi del Corno d’Africa. Gli animali vengono introdotti clandestinamente attraverso il confine, ammassati in casse anguste o in scatole di cartone, caricati a bordo di barche e spediti al Golfo di Aden verso la loro destinazione finale: la penisola arabica. Oggi ci sono meno di 7.500 ghepardi allo stato brado, secondo CCF. Altri 1.000 ghepardi sono stati tenuti prigionieri in mani private nei paesi del Golfo. Sebbene molti di questi stati – compresi gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita – vietino il possesso e la vendita di animali selvatici, l’applicazione è lenta.
Intanto il felino più a rischio d’Africa fa la sua comparsa in post sui social network. In alcuni scatti i ghepardi giacciono su auto di lusso, in altri vengono spinti in pozze, ricevono gelati e lecca lecca e vengono provocati da un gruppo di uomini. Per i ghepardi, una vita in isolamento può essere mortale, se il viaggio non li ha già uccisi. Molti cuccioli di contrabbando arrivano nel Golfo con gambe storte e rotte dopo un duro viaggio. Secondo Maker, tre ghepardi su quattro muoiono durante il trasferimento. Il mammifero terrestre più veloce del mondo ha bisogno di spazio per correre e di una dieta speciale. La maggior parte dei proprietari del Golfo non sa come prendersi cura dei ghepardi e la maggior parte dei felini in cattività muore entro uno o due anni, hanno detto gli esperti alla Cnn. La conferma arriva anche dai veterinari dei Paesi del Golfo che hanno parlato con la Cnn solo a condizione di rimanere anonimi.
Uno di loro ha raccontato di aver visto i ghepardi soffrire di disturbi metabolici e digestivi perchè le persone non sanno cosa dar loro da mangiare. Altri animali soffrivano di malattie legate allo stress e obesità. La prigionia è “un vicolo cieco per i ghepardi”, ha commentato un collega.
In una dichiarazione alla Cnn, il ministero per i Cambiamenti climatici e l’Ambiente degli Emirati arabi uniti ha negato i casi di possesso privato di ghepardi e ha dichiarato che tutti i felini in questione si trovano in “strutture autorizzate” nel Paese. Il ministero ha anche assicurato di tracciare regolarmente gli annunci pubblicitari online per la vendita di specie in via di estinzione e di aver rimosso 800 di questi siti. Ma secondo i veterinari attualmente ci sono decine e decine di ghepardi che vivono in cattività, anche se il numero è diminuito negli ultimi anni. Uno studio di CCF dell’anno scorso ha documentato 1.367 ghepardi in vendita su piattaforme di social media tra gennaio 2012 e giugno 2018, in gran parte negli Stati del Golfo Arabo. La Cnn riporta di aver contattato senza troppe difficoltà un venditore di ghepardi con sede a Riyad. L’uomo si vantava di aver portato più di 80 ghepardi nel regno. Ha spiegato di aver appena terminato un carico, ma che avrebbe potuto “consegnare un ghepardo entro 25 giorni”. Il venditore ha raccontato la storia dei “ghepardi allevati in buone condizioni nelle fattorie”. Ha raccomandato di dar loro da mangiare il pollo, cosa che i veterinari dicono che causa problemi di salute.

Il prezzo si aggira intorno ai 10 mila dollari, ma ci sono anche delle offerte. Il governo saudita non ha risposto alle ripetute richieste di commento della Cnn. Il mercato di ghepardi è vietato ai sensi dell’appendice 1 della Convenzione sul commercio internazionale delle specie a rischio di estinzione (CITES). Tuttavia, il commercio di animali selvatici è un grande affare, e il venditore con cui Cnn ha parlato faceva probabilmente parte di un più ampio traffico, secondo gli esperti delle forze dell’ordine. Si stima che il mercato di specie selvatiche valga fino a 20 miliardi di dollari all’anno, secondo le Nazioni Unite e l’Interpol. Ed è tra le prime cinque industrie illecite a livello globale, insieme al mercato della droga e al traffico di esseri umani.

Storie di Moda – “Gli Speciali” – Coco Chanel

ultimo aggiornamento: 29 ottobre 2023



Inside Chanel – Chapter 01



Storie di moda: Coco Chanel.

 

Nata a Saumur, Francia, il 19 agosto 1883, Gabrielle Chanel, chiamata “Coco”, ebbe una infanzia molto umile e triste, trascorsa in gran parte in un orfanotrofio, per poi diventare una delle più acclamate creatrici di moda del secolo scorso. Con lo stile lanciato da lei ha rappresentato il nuovo modello femminile del ‘900, ossia un tipo di donna dedita al lavoro, a una vita dinamica, sportiva, priva di etichette e dotata di autoironia, fornendo a questo modello il modo più idoneo di vestire.
Inizia la sua carriera disegnando cappelli, prima a Parigi nel 1908 e poi a Deauville. In queste città, nel ’14, apre i suoi primi negozi, seguiti nel ’16 da un salone di alta moda a Biarritz. Lo strepitoso successo la colse negli anni venti, quando arriva ad aprire i battenti di una delle sue sedi in rue de Cambon n.31 a Parigi e quando, da lì a poco, verrà considerata un vero e proprio simbolo di quella generazione. Tuttavia, a detta dei critici e degli intenditori di moda, l’apice della sua creatività è da attribuire ai più fulgidi anni trenta, quando, pur dopo aver inventato i suoi celeberrimi e rivoluzionari “tailleur” (costituiti da giacca maschile e gonna diritta o con pantaloni, appartenuti fino a quel momento all’uomo), impose uno stile sobrio ed elegante dal timbro inconfondibile.
In buona sostanza, si può dire che Chanel rimpiazzò il vestiario poco pratico della belle èpoque con una moda larga e comoda. Nel 1916, ad esempio, Chanel estese l’uso del jersey (un materiale a maglia molto flessibile), dal suo uso esclusivo per i sottabiti a una grande varietà di tipi di vestiario, inclusi i vestiti semplici in grigio e blu scuro. Questa innovazione fu di così grande successo che “Coco” iniziò ad elaborare le sue celebri fantasie per i tessuti jersey .


 

L’inserimento della maglia lavorata a mano e poi confezionata industrialmente, infatti, rimane una delle novità più sensazionali proposte da Chanel. Inoltre, le bigiotterie in perle, le lunghe catene dorate, l’assemblaggio di pietre vere con gemme false, i cristalli che hanno l’apparenza di diamanti sono accessori indispensabili dell’abbigliamento Chanel e segni riconoscibili della sua griffe.
Esperti come quelli del sito Creativitalia.it, sostengono: “Troppo spesso si è parlato del suo celebre Tailleur quasi fosse stata una sua invenzione; in realtà Chanel produceva un vestiario di tipo tradizionale che spesso prendeva spunto dal vestiario maschile e che non diventava fuori moda con il cambiare di ogni nuova stagione. I colori più comuni di Chanel erano il blu scuro, il grigio, e il beige. L’importanza data ai dettagli e l’uso estensivo di bigiotteria, con combinazioni rivoluzionarie di pietre vere e false, agglomerati di cristalli, e perle sono molti indicativi dello stile di Chanel. All’età di 71 anni, Chanel introdusse nuovamente il “tailleur di Chanel” che consisteva di vari pezzi: un giacca di stile cardigan, con inclusa la sua tipica catenella cucita all’interno, una gonna semplice e comoda, con una camicetta il cui tessuto era coordinato con il tessuto all’interno del tailleur. Questa volta, le gonne erano tagliate più corte e i tailleur erano fatti da un tessuto cardigan ben lavorato. Chanel é singolare nel suo rivoluzionare l’industria della moda e nell’aiutare il percorso delle donne verso l’emancipazione”.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale impose però un’improvvisa battuta di arresto. Coco è costretta a chiudere la sede di rue de Cambon, lasciando aperto soltanto il negozio per la vendita dei profumi. Nel ’54, quando torna nel mondo della moda, Chanel ha 71 anni.


Inside Chanel – Chapter 05



La stilista aveva lavorato dal 1921 al 1970 in stretta collaborazione con i cosiddetti compositori dei profumi, Ernest Beaux e Henri Robert. Il celeberrimo Chanel N°5 venne creato nel 1921 da Ernest Beaux, e secondo le indicazioni di Coco doveva incarnare un concetto di femminilità senza tempo, unica e affascinante.

Il N°5 non fu innovativo soltanto per la struttura della fragranza, ma per la novità del nome e l’essenzialità del flacone. Chanel trovava ridicoli i nomi altisonanti dei profumi dell’epoca, tanto che decise di chiamare la sua fragranza con un numero, perché corrispondeva alla quinta proposta olfattiva che le aveva fatto Ernest.
Indimenticabile poi, la famosa affermazione di Marylin che, sollecitata a confessare come e con quale abbigliamento andasse a letto, confessò: “Con due sole gocce di Chanel N.5”, proiettando in questo modo, ulteriormente, il nome della stilista e del suo profumo nella storia del costume.
Il flacone poi, assolutamente all’avanguardia, è divenuto famoso per la sua struttura essenziale e il tappo tagliato come uno smeraldo. Questo “profilo” ebbe un tale successo che, dal 1959, il flacone è esposto al Museo di Arte Moderna di New York.
Al mitico N.5 ne seguirono molti altri, come ad esempio il N.22 nel 1922, “Gardénia” nel ’25, “Bois des iles” nel ’26, “Cuir de Russie” nel ’27, “Sycomore”, “Une idée” nel ’30, “Jasmin” nel ’32 e “Pour Monsieur” nel ’55. L’altro grande numero di Chanel è il N°19, creato nel 1970 da Henri Robert, per ricordare la data di nascita di Coco (il 19 agosto, appunto).
In sintesi, l’impronta stilistica di Chanel si fonda sulla apparente ripetitività dei modelli base. Le varianti sono costituite dal disegno dei tessuti e dai dettagli, a conferma del credo fatto proprio dalla stilista in una sua celebre battuta che “la moda passa, lo stile resta”.
Alla scomparsa di questa grande creatrice di moda del ‘900, avvenuta il 10 gennaio ’71, la Maison venne mandata avanti dai suoi assistenti, Gaston Berthelot e Ramon Esparza, e dalle loro collaboratrici, Yvonne Dudel e Jean Cazaubon, nel tentativo di onorarne il nome e di mantenerne il prestigio.


Inside Chanel – Chapter 06



Once Upon a Time: Karl Lagerfeld celebra gli albori di Chanel

In un film con Keira Knightley, a 100 anni dalla prima boutique.


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C’era una volta Gabrielle Chanel. C’è oggi un’icona, un mito. Che non impallidisce con il tempo, ma anzi continua a essere il simbolo dell’eleganza, della classe e dello stile. Sono trascorsi esattamente 100 anni da quando Mademoiselle, con il supporto economico del suo amante più celebre Boy Capel, aprì la sua prima boutique a Deauville, in Rue Gontaut-Biron. La maison Chanel la celebra con Once Upon a Time… un film diretto da Karl Lagerfeld, presentato oggi a Singapore in occasione del fashion show Chanel Cruise 2013/14, che vede Keira Knightley nelle vesti di Coco. Accanto a lei – in un cast stellare nel vero senso del termine  – ci sono Clotilde Hesme (nel ruolo di Adrienne), le modelle Stella Tennant, Lindsey Wixon e JamieBochert, Caroline de Maigret, Lady Amanda Harlech e sua figlia Tallulah, e poi ancora Baptiste Giabiconi, Sébastien Jondeau, Jake Davis, Brad Kroenig e suo figlio Hudson. Il corto in bianco e nero racconta gli inizi della boutique da cui tutto cominciò: tra aneddoti reali e conversazioni immaginarie scorrono sullo schermo i personaggi che furono testimoni, compagni e complici dei primi successi di Coco.



Hat, Monochrome, Monochrome photography, Black-and-white, Conversation, Sun hat, Fedora, White-collar worker, Door, Vintage clothing, Con una scenografia che riproduce fedelmente la strada dove sorgeva il suo primo negozio dell’epoca e la celebre facciata in cui le lettere nere su fondo bianco creavano l’insegna “Gabrielle Chanel”, il corto è un autentico salto nel passato e ricrea con maestria le magiche atmosfere e l’entusiasmo degli albori. Quando la couturier disegnava semplici cappelli e abiti di ispirazione maschile, molto lontani dallo stile dell’epoca, ma che in brevissimo tempo (e proprio per la loro portata avanguardista e rivoluzionaria) conquistarono i consensi di donne libere e anticonformiste. Proprio come lei.

Che il viaggio nel tempo di Chanel, allora, abbia inizio. Mettetevi pure comode e godetevi nella nostra gallery questo micro film e le foto di scena. Da ammirare (per la bellezza dei costumi e dei dettagli) dal primo all’ultimo minuto, dalla prima all’ultima immagine. E per sognare come in una favola. 


The Return, il film su Chanel by Karl Lagerfeld

Parigi 1954: riapre la boutique di Madamoseille Coco a Parigi e Karl Lagerfeld racconta questo magico momento con un film, The return. La sua vita è un modello e un’ispirazione per tutta le donne che vogliono avere successo. Gabrielle Chanel, meglio nota con il soprannome di Coco, è un’icona non solo di stile, ma anche di determinazione e tenacia, come dimostra il film recentemente realizzato da Karl Lagerfeld, The ReturnIl film è stato ideato, scritto e diretto da Karl Lagerfeld, attuale direttore creativo della maison fondata da Chanel. The Return segue il cortometraggio Once Upon a Time: se in quest’ultimo lo stilista tedesco ha raccontato l’esordio di Madamioselle a Deuville, in The Return viene trattato il periodo della riapertura della boutique Chanel nel 1954.


Nella cornice ricreata dello storico Salon e dell’Atelier della grande stilista, spiacca Geraldine Chaplin nel ruolo di Coco Chanel. Accanto a lei Anna Mouglalis, Arielle Dombasle, Kati Nescher, Lady Amanda Harlech, Rupert Everett, Sam McKnight e Vincent Darré. Chanel fu tra i primi a proporre un stile moderno per le donne e dalla pellicola emerge la sua passione per il lavoro e la grande forza di volontà, che le hanno permesso di ricominciare da capo, anche quando non incontrava il favore della stampa. Telefonate concitate, sigaretta sempre in bocca e prove con le sue mannequin offrono uno spaccato della personalità della stilista, oltre che del suo genio creativo e indiscutibile buon gusto. Infine, ça va sans dire, i costumi del film sono una parata di eleganza e raffinatezza, con in primo piano il celebre tailleur di Madamoseille.


Coco in parole

Emancipata


La ritroviamo nel 1930, in pantalone e marinière, con i capelli corti al vento. Ma è da tempo che Gabrielle Chanel non fa nulla come gli altri. Da tempo ha scoperto il piacere di prendere il sole, come fa nel 1920 sulle spiagge del Lido di Venezia in compagnia di Misia Sert. Una vita vissuta all’aperto, il cui ritmo è scandito dalla scoperta dello sport e degli svaghi che riempiono il suo tempo libero: golf, sci, yachting, pesca… E naturalmente l’equitazione, una passione nata nel 1906, condivisa prima con Étienne Balsan poi con l’ex giocatore di polo Boy Capel e con il duca di Westminster.


Queste attività sono la fonte d’ispirazione di uno stile che, pur non chiamandosi ancora “sportswear”, ne anticipa la tendenza. “Ho inventato l’abbigliamento sportivo per me stessa; non perché altre donne facessero sport, ma perché io ne facevo. Non ho fatto vita mondana perché sentivo l’esigenza di determinare la moda; ho determinato la moda perché facevo vita mondana, perché io per prima ho vissuto al ritmo del secolo.”* * Paul Morand, L’Allure de Chanel © 1976, Hermann, www.editions-hermann.fr


Istintiva


 

Aperta nel 1910, la sua prima boutique di cappelli attira un’ampia clientela parigina e getta le basi del suo impero. Due anni dopo, il suo istinto presagisce il successo che avrebbero avuto di lì a poco le stazioni balneari: apre una seconda boutique a Deauville. È poi la volta di Biarritz, altra località ben presto in voga, dove inaugura la sua Maison di Moda nel 1915.


Gabrielle Chanel si stabilisce al 31 di rue Cambon nel 1918. Nel 1921 lancia CHANEL N°5, primo profumo di una stilista, che stravolge i codici della profumeria dell’epoca con la sua fragranza e un flacone dalle linee essenziali. Nel 1937 poserà personalmente per promuoverlo – un’altra scelta dalla straordinaria modernità e audacia. Nel 1932 dà vita alla collezione di gioielleria “Bijoux de Diamants”, che suscita scalpore e sconvolge il mondo ovattato della gioielleria in quanto, con la sua modernità assoluta, fa apparire antiquato tutto quanto realizzato fino a quel momento. Una temibile donna d’affari – la prima con il suo profilo a creare un’azienda indipendente e dalle dimensioni internazionali –, con un istinto fuori dal comune che non l’ha mai tradita.


Visionaria

ll jersey, la marinière, il tailleur, la giacca in tweed, il twin-set in maglia, il tubino nero, la scarpa bicolore, la borsa a tracolla in pelle trapuntata, le collane di perle… Gabrielle Chanel inventa un’allure e riscrive le regole dello stile, creando un intramontabile punto di riferimento per la moda contemporanea.


La sua visione di un abbigliamento semplice, dalle linee sobrie ed essenziali e soprattutto che non è più ostacolo alla libertà di movimento delle donne ma che, al contrario, si adatta al loro quotidiano, è accompagnata da altre innovazioni. Il suo istinto la aiuterà a conquistare il mondo. Nel 1921 è la prima stilista a creare un profumo, perché come riassume lei stessa, “Profumo vuol dire lusso.” * Quanto alla gioielleria, sceglie di liberarla dal superfluo, di alleggerirne le montature rigide, la immagina tra i capelli. Desacralizzare i gioielli più preziosi: ancora una volta, una visione dalla sua straordinaria modernità. Gabrielle Chanel innova anche nel suo modo di raggiungere le donne. Nel 1931 accetta di lavorare a Hollywood e di vestire le attrici americane perché intuisce, come lei stessa spiega, che “È attraverso il cinema che oggi si può imporre la moda.” ** * Risposta a un’intervista di Jacques Chazot per la trasmissione DIM DAM DOM, Film di Guy Job, 1969 ** La Revue du Cinéma, 1° settembre 1931.


Libera


 

“Sono l’unico vulcano dell’Alvernia a non essere spento” *, diceva Gabrielle Chanel. Non lasciare mai che qualcuno limiti la sua libertà, men che meno un uomo, è uno degli aspetti principali del temperamento di fuoco della stilista. E uno dei paradossi di questa donna capace di amare con una straordinaria intensità. Proprio come nella sua vita personale, Gabrielle Chanel è indipendente negli affari.


Se i primi anni accetta l’aiuto economico di Boy Capel per aprire la sua prima boutique di cappelli a Parigi nel 1910 e a Deauville nel 1912, Gabrielle tiene a restituirgli fino all’ultimo centesimo. Una questione di principio, ma non solo: quasi un istinto di sopravvivenza volto a non dipendere da nessuno, mai, e restare libera ad ogni costo. Questa stessa esigenza di libertà la porterà ad acquistare la villa Bel Respiro, a Garches, vicino Parigi, e a far costruire la villa La Pausa a Roquebrune-Cap-Martin, sulla Riviera francese. E naturalmente, il 31 rue Cambon, a Parigi, che sceglie per i suoi appartamenti. Essere libera e indipendente: uno degli esempi più belli che ha regalato alle donne. * Paul Morand, L’Allure de Chanel © 1976, Hermann, www.editions-hermann.fr


Mecenate


 

“Sono gli artisti ad avermi insegnato il rigore.” * Mecenate, musa, talvolta vero e proprio pigmalione, creatrice di abiti per teatro, balletto e cinema, fervente lettrice, appassionata di arte barocca e bizantina ma anche di cultura slava, Gabrielle Chanel stringe profondi legami di amicizia con numerosi artisti. Misia Sert, la sua più cara amica, la introduce in un mondo in continua effervescenza. Insieme frequentano Djagilev, Cocteau, Stravinsky e Dalí… Gabrielle Chanel sostiene economicamente Djagilev per i Balletti russi, e disegnerà lei stessa i costumi del suo balletto “Le Train bleu”. Per Cocteau, che la considera come “la più grande stilista del suo tempo”, immagina gli abiti di scena per pièce quali “Antigone”, “Orfeo” ed “Edipo re”. Quanto a Stravinsky, lo accoglie nella villa Bel Respiro e ne sostiene l’opera musicale.


Infine, nel 1938 Gabrielle Chanel presta a Salvador Dalí la villa La Pausa per oltre sei mesi affinché possa lavorare a un’esposizione di dipinti organizzata a New York l’anno seguente. La sua cerchia di amici intimi include personalità quali il ballerino Serge Lifar, Jacques Lipchitz e Picasso. Ma anche i poeti Pierre Reverdy e Max Jacob e lo scrittore Paul Morand, che per lei scriverà un libro, L’allure de Chanel, e alla coppia che forma con Boy Capel s’ispirerà per il suo romanzo Lewis e Irene. Jean Cocteau andrà fino a dichiarare: “In una specie di miracolo, si è mossa nel mondo della moda seguendo regole che sembravano valere solo per pittori, musicisti e poeti. Imponeva l’invisibile, imponeva alla mondanità la nobiltà di un silenzio”. Gabrielle, un’artista tra gli artisti. * Paul Morand, L’Allure de Chanel © 1976, Hermann, www.editions-hermann.fr **Si ringrazia il Comité Jean Cocteau.


Lettrice


“I libri sono stati i miei migliori amici”*, confida un giorno Gabrielle a Paul Morand. E l’hanno sempre accompagnata, fin dalla sua infanzia, quando leggeva i salmi presso l’abbazia di Aubazine. Nei suoi appartamenti di rue Cambon, i libri piegano gli scaffali. Uno di essi è rimasto aperto accanto a un paio di occhiali… Stesa sul suo divano in daino beige, tra i cuscini trapuntati, Gabrielle legge di tutto. Passa da Sofocle, Omero, Plutarco e Virgilio a Rabelais, Dante, Shakespeare e Montaigne. O ancora da La Bruyère, Molière e Cervantes a Rousseau, Voltaire e Pascal. Senza dimenticare Proust, Brontë, Stein, Dostoïevski e Tolstoï. E poi i poeti: Rilke, Baudelaire, Apollinaire, Verlaine, Cocteau, Max Jacob e Reverdy. 


Pigmalione


 

Gabrielle aiuta i nuovi talenti ad emergere. Lo fa mettendo in contatto i suoi amici, inventando la nozione di “network” ben prima che si diffondesse. Così, nel 1936, presenta il giovane Luchino Visconti al regista Jean Renoir che, fiutando immediatamente il potenziale del giovane aristocratico italiano appassionato di cinema, lo assume come assistente alla regia.


Qualche anno dopo, Visconti manderà Franco Zeffirelli a Parigi chiedendo a Chanel di introdurlo nel mondo del cinema francese. Presentandogli Brigitte Bardot e Roger Vadim, Chanel lancerà la carriera del regista italiano.


Innamorata dell’arte


 

Imparare, scoprire, nutrirsi e nutrire la propria creatività attraverso l’arte: una missione che Gabrielle Chanel non si stancherà mai di perseguire. Appassionata di pittura, di scultura, di architettura e di storia, con il granduca Dimitri Pavlovitch Gabrielle si innamora della cultura e del fascino slavo. Una passione che si riflette nelle bluse alla russa, nelle mantelle, nei cabochon multicolore e nelle croci bizantine che iniziano a impreziosire le sue collezioni.


Con José Maria Sert, marito della sua amica Misia, scopre Roma e Venezia ed è conquistata dalla bellezza delle chiese, dalla magnificenza dello stile barocco. L’antichità e l’amore per l’oro entrano naturalmente nel suo vocabolario stilistico. Nei suoi appartamenti, Gabrielle si circonda di paraventi cinesi in lacca di Coromandel – ne possiede ben una trentina, una rarità – e da essi trae ispirazione. Il “bivacco di lusso” che realizza nelle sue case e nei suoi appartamenti senza preoccuparsi di abbinare alla perfezione stili ed epoche è una fonte creativa infinita: le sfere in cristallo di rocca, le nappine dei lampadari, gli opulenti specchi, i colori silenziosi, i bronzi, l’incontro tra Oriente e Occidente… Tutte influenze presenti nello stile CHANEL.


Avanguardista


 

Rompere i codici, abolire le frontiere tra i generi per scrivere un futuro classico della moda unendo maschile e femminile… Gabrielle Chanel osa tutto. Sottrae il tweed all’uomo, rende l’umile jersey un materiale desiderabile, immagina pigiama da spiaggia, abiti che celano il punto vita.


Non ha paura di affermare le sue idee: “Basta con tutti questi colori. Vestirò le donne di nero.” Trasgressiva nello stile, nella moda e nella personalità. Porta i capelli corti, si abbronza al sole, osa ammettere di trarre ispirazione dalle giacche degli stallieri delle corse ippiche per la trapuntatura delle sue iconiche borse. Si lancia con entusiasmo sulle piste da sci, pesca, gioca a golf, va al galoppo per ore. Non ha mai cercato di balzare agli onori della cronaca, né di scandalizzare con le sue relazioni amorose, la sua indipendenza e il suo spirito libero. Ancor meno di lavorare strenuamente e battersi per essere l’unica a decidere del suo destino e l’unica a dirigere la sua azienda. Nel giugno 1931, nell’articolo “We nominate for the Hall of Fame”, Vanity Fair scrive: “Gabrielle Chanel è la prima ad applicare i principi della modernità alla Moda perché gli uomini più influenti di Francia sono suoi amici, perché combina uno spiccato senso degli affari con un’enorme generosità e con un entusiasmo straordinario e tangibile per l’arte”.


Fortuna


 

Quando crea il suo primo profumo, CHANEL N°5, Gabrielle Chanel sceglie tra diversi campioni e opta per il quinto che le viene presentato. Alla domanda: “Come chiamarlo?”, risponde: “Presento la mia collezione di abiti il 5 maggio e maggio è il quinto mese dell’anno. Lasceremo quindi a questo profumo il numero che gli è stato attribuito, il numero 5, e gli porterà fortuna”*. Il tema della fortuna si ritrova anche in un bigliettino che Jean Cocteau le scrive un giorno… E sono sempre la fortuna e la sorte favorevole che invoca guardando la spiga di grano colata nel bronzo dall’orafo Robert Goossens nelle gambe di un tavolo basso del suo appartamento in rue Cambon, o quella disegnata per lei da Salvador Dali.


Gabrielle Chanel, superstiziosa? Per quanto unica artefice del proprio destino, la stilista resta comunque sempre attenta a segni e simboli. È così che il suo compleanno, il 19 agosto, diventa un’altra mitica fragranza: N°19. Ed è così che il suo segno astrologico, il leone, si ritrova su numerosi oggetti da cui non si separa mai, e trova posto nel suo appartamento al 31 rue Cambon. Quanto alla stella, incastonata nelle mattonelle di Aubazine, la accompagna per tutta la vita e si trasforma in astro scintillante di diamanti nella collezione di gioielleria “Bijoux de Diamants”, presentata nel 1932. * Ernest BEAUX, Souvenirs d’un parfumeur, Industrie de la Parfumerie, volume 1, N°7, ottobre 1946, pp. 228 a 231



 

La ritroviamo nel 1930, in pantalone e marinière, con i capelli corti al vento. Ma è da tempo che Gabrielle Chanel non fa nulla come gli altri. Da tempo ha scoperto il piacere di prendere il sole, come fa nel 1920 sulle spiagge del Lido di Venezia in compagnia di Misia Sert. Una vita vissuta all’aperto, il cui ritmo è scandito dalla scoperta dello sport e degli svaghi che riempiono il suo tempo libero: golf, sci, yachting, pesca… E naturalmente l’equitazione, una passione nata nel 1906, condivisa prima con Étienne Balsan poi con l’ex giocatore di polo Boy Capel e con il duca di Westminster.


Queste attività sono la fonte d’ispirazione di uno stile che, pur non chiamandosi ancora “sportswear”, ne anticipa la tendenza. “Ho inventato l’abbigliamento sportivo per me stessa; non perché altre donne facessero sport, ma perché io ne facevo. Non ho fatto vita mondana perché sentivo l’esigenza di determinare la moda; ho determinato la moda perché facevo vita mondana, perché io per prima ho vissuto al ritmo del secolo.


 

Quando Peter Gabriel disse addio ai Genesis

Rock Legend

Quando Peter Gabriel disse addio ai Genesis

 

Peter Brian Gabriel (Chobham, 13 febbraio 1950) è un cantante, compositore e produttore discografico britannico.

Dopo aver raggiunto il successo nel celebre gruppo rock progressivo Genesis come cantante, flautista e percussionista, ha intrapreso una carriera solista di successo sperimentando numerosi linguaggi musicali. A partire dalla seconda metà degli anni ottanta è stato impegnato nella promozione della world music attraverso la sua etichetta Real World, nella ricerca di moderne tecniche di incisione e nello studio di nuovi metodi di distribuzione della musica online. È anche noto per il suo costante impegno umanitario.

Video Live (“Heroes” – “Red Rain”)

 

Alla fine di un lunghissimo tour mondiale di quasi un anno, da ottobre 1974 a maggio 1975, Peter Gabriel ad agosto lascia i Genesis. L’atto finale è una lettera aperta in cui, tra l’altro, spiega: “lo strumento (la band) che abbiamo costruito come una cooperativa al servizio della nostra vena di compositori è diventato il nostro leader e ci ha intrappolato nel successo che avevamo voluto. Ha condizionato l’atteggiamento e lo spirito della band. 

La musica non ha perso valore e ho rispetto per gli altri musicisti, ma i nostri ruoli sono diventati troppo rigidi”. L’addio di Peter Gabriel ai Genesis è uno dei traumi della storia del Progressive e del rock, ha lasciato, com’è inevitabile che sia, orfani inconsolabili dei bei tempi che furono, ma dal punto di vista della band e di Gabriel, come ha avuto modo di dire Tony Banks, che pure cercò di convincerelo a rimanere, “da un certo punto di vista era assolutamente la cosa giusta … Pete stava diventando troppo grande per il gruppo, veniva descritto come ‘the man’ e le cose non erano così. Era una situazione davvero difficile da sistemare. Per questo è stato un sollievo”. Già. A parte i fan rimasti per sempre legati a “Trespass”, “Nursery Cryme”, “Foxtrot”, “Selling England By The Pound” e “The Lamb Lies Down On Broadway” (senza dunque tener conto del ripudiato album di debutto “From Genesis To Revelation”), alla fine ci hanno guadagnato tutti. Peter Gabriel che ha intrapreso una straordinaria carriera solista lontano dai suoni del Progressive e i suoi vecchi compagni che, dopo la sua partenza, con i Genesis e Phil Collins cantante solista hanno raggiunto un clamoroso successo commerciale nemmeno sfiorato prima, avvicinandosi sempre di più al pop. Probabilmente quello che ci ha rimesso di più nel cambiamento è stato Steve Hackett che ha lasciato il gruppo nel 1977 e che, alla fine, è quello che ha ottenuto i risultati più di nicchia. Phil Collins è diventato una star, Mike Rutherford ha avuto “Mike and The Mechanics”, Tony Banks, che da solista ha avuto risultati deludenti, si è ampiamente rifatto con i Genesis. La verità alla base della separazione sta nell’espressione usata da Gabriel: cooperativa di compositori. Banks e Rutherford avevano un ruolo determinante nella stesura dei brani e la svolta post Gabriel non fu condivisa da Hackett che reclamava più spazio e più fedeltà alla complessità degli album precedenti. 




Già il fatto che fin dai tempi di “Foxtrot”, con la celebre testa di volpe, Peter Gabriel avesse cominciato a fare uso di costumi di scena assumendo un ruolo sempre più centrale era guardato con un certo sospetto. Tutto è saltato con “The Lamb Lies Down On Broadway”: Gabriel non andava alle prove perché la moglie, in attesa del primo figlio, stava vivendo una gravidanza difficile. Scriveva i testi per conto suo e di fatto ha imposto una direzione all’album, davvero impegnativo, e al tour, tecnologicamente avanzatissimo per l’epoca ma tutto incentrato sull’album e sulla sua presenza carismatica. Di reunion del nucleo storico, quello introdotto nella Hall of Fame nel 2010 (ma Gabriel non ha partecipato alla cerimonia) si è parlato per 40 anni ma nessuno dei protagonisti ci ha mai creduto veramente. Oggi poi Phil Collins, per problemi ai tendini, non può più suonare la batteria e dalle sue più recenti dichiarazioni sembra sempre più lontano dai grandi eventi live. Quanto a Gabriel, che è sempre rimasto freddo di fronte all’ipotesi, visto che le figlie gli facevano domande sulla sua carriera con Collins, Banks, Ruthefrod e Hackett, le ha portate a vedere “The Musical Box”, il gruppo canadese che è la più celebre cover band dei Genesis e che usa i costumi originali degli anni ’70. Lui (ha raccontato) con quella musica e soprattutto con “tutte quelle parole” non avrebbe fatto di meglio.