Spirito Libero – Regni Nigeriani

ultimo aggiornamento 9 Febbraio 2024



“Quando il palazzo di un re brucia, quello che prenderà il suo posto sarà ancora più bello”.
(proverbio yoruba, Nigeria).



La foresta nigeriana ha visto il succedersi di diversi regni, fra loro connessi, che hanno lasciato importanti testimonianze artistiche.
Stretti sono i rimandi fra il regno di Ife (X-XV secolo), il regno di Benin (XIV-XIX secolo) e quello di Oyo (XVII-XIX secolo). Tutti trovano la loro origine mitico-religiosa in Ife: da lì passa l'”ombelico del mondo”, il punto in cui su incarico del dio del cielo Olorum è discesa la divinità Obatala ( o secondo altre versioni, il fratello minore, l’usurpatore Oduduwa, primo re di Ife e progenitore dell’umanità) per stabilire la terraferma sulla palude originaria. Di lì sono partiti i sedici figli di Oduduwa per fondare altrettante città yoruba. La città di Ife probabilmente doveva il suo potere alla mediazione commerciale fra le foreste meridionali, il Medio Niger e vie trans-sahariane. La sua graduale estromissione da questo circuito, a vantaggio dei regni di Benin e di Oyo, potrebbe spiegarne il declino.





Quello della città di Benin era invece un regno di popolazione deo ma retto da un re divinizzato ( oba ) la cui dinastia era di origine straniera; il primo re della linea regnante sarebbe infatti venuto da Ife, perché inviato a dirigere la città degli anziani stanchi del malgoverno della dinastia precedente.
La sua estraneità contribuisce ad accrescere la sacralità del suo potere. I poteri dell’oba includevano la sfera legislativa, esecutiva e giudiziaria. Poteva decretare le esecuzioni capitali, era proprietario di tutte le terre del regno e aveva il monopolio del commercio estero.





Statua di Oni, Ife (Nigeria), XIV-XV secolo. Museo Nazionale.


 

Questa statua che misura 47 cm, rappresenta il sovrano di Ife (Oni) nella tenuta per il cerimoniale dell’incoronazione. Le corone degli Oni di Ife sono di diversa forma ma presentano tutte un emblema a cresta sulla fronte. L’importanza del personaggio è sottolineata dalla profusione dei giri di perline: alle caviglie intorno al collo e sul petto. Nella mano sinistra stringe un corno di bufalo contenente sostanze magiche. Nella mano destra porta un’insegna di legno rivestita di tessuto ricoperto di perline.

 


 Testa coronata, Ife (Nigeria). XII-XV secolo. Museo Nazionale.


 
 
 
Nel volto si ritrova il naturalismo idealizzato dell’arte di Ife.
Le forme sono piene, i tratti del volto distesi, la bocca carnosa, gli occhi a mandorla, senza rappresentazione della pupilla. Caratteristiche che si sarebbero poi trasferite alla successiva scultura in bronzo. La corona di forma conica, si compone di diversi cerchi di perline cilindriche mentre i capelli sono raccolti in treccine che scendono sulla nuca. Sulla fronte appaiono le tracce dell’attaccatura di un ornamento centrale che è andato perso, probabilmente simile a quello che possiamo vedere su altre teste e figure in bronzo.



 

Testa commemorativa, regno di Benin (Nigeria), XV-XVI secolo, Lagos, Museo Nazionale.


 
 
Un elemento centrale della simbologia del potere, come già a Ife, era rappresentato dalle teste in bronzo poste sugli altari reali.
Si tratterebbe di rappresentazioni commemorative o trofei di guerra: a partire dalle teste dei nemici più pericolosi uccisi si sarebbero realizzate delle fusioni in ottone poi collocate sugli altari della guerra o inviate ai successori dei capi sconfitti pr dissuaderli dal ribellarsi.
 


 

Art Gallery – Andy Warhol

ultimo aggiornamento 8 Giugno 2024



Andrew Warhola.
6 agosto 1928: Pittsburgh, Pennsylvania. USA.  22 Febbraio 1987: New York, USA.
Re della Pop Art, stesure di colore acceso su immagini serigrafate; ritrae personaggi  celebri e prodotti di consumo di massa; regista sperimentale.


 
 
Andy Warhol è considerato uno degli artisti più influenti del ventesimo secolo grazie all’impatto universale che la sua tecnica e la sua concezione della pratica artistica ebbero sull’arte postmoderna.
Dopo essersi laureato in disegno pittorico presso la Carnegie Mellon University, Warhol lavorò inizialmente come grafico pubblicitario.
Nel corso degli anni Cinquanta diventò un illustratore di successo, ideando pubblicità per importanti aziende come la Miller Shoes; allo stesso tempo si occupò di scenografie e illustrazioni per i libri.
Nel 1956, le sue opere comparvero per la prima volta in una mostra collettiva al Museum of Modern Art di New York. Warhol iniziò le sue sperimentazioni con la pittura nei primi anni  Sessanta, usando come base i fumetti di Braccio di  Ferro e Superman.
Alla sua prima personale alla Ferus Gallery espose la serie ispirata alle trentadue varietà di zuppe Campbell in barattolo.

 
 
 I lavori realizzati in quegli anni avevano lo scopo di commentare la natura massificata e serializzata di ogni aspetto della cultura statunitense, attraverso la riproduzione degli omnipresenti prodotti commerciali e di icone celebri.
Per esempio, le immagini delle lattine di zuppa Campbell rappresentavano la desensibilizzazione crescente nei confronti dell’uniformazione dei beni di consumo, mentre l’immagine del volto di Marilyn Monroe è divenuta un’icona vistosa e “prefeconfezionata”.

L’ossessione di Warhol per il cinema si manifestava nelle serie ispirate a Elvis Presley, Marlon Brando ed Elizabeth Taylor, che dimostrano come la ripetizione compulsiva delle immagini si esprima per sempre nella nostra mente.

 



 


 
 
 
Le sue raffigurazioni di disastri, episodi di cronaca nera e scontri razziali, basate sulla rielaborazione di ritagli di giornale, si contrappongono nettamente a quelle degli idoli di culto e di prodotti banali. Le opere che raffigurano le sedie elettriche affrontano con impegno politico il tema della pena di morte; quelle su Jackie Kennedy, ritratta poco dopo il violento assassinio del marito, sono un promemoria della forte tensione del tempo. L’iconografia di Warhol negli anni Sessanta evidenzia l’aspetto effimero della fama e la realtà della morte. Le opere di spicco degli anni Settanta in poi includono ritratti del leader comunista Mao Zedong e dipinti commissionati da celebrità desiderose di essere immortalate nel classico stile Warhol.

Negli anni Ottanta, il noto autore collaborò con giovani artisti come Jean-Michel Basquiat e dipinse il simbolo del dollaro per condannare le speculazione oltraggiose in atto sul mercato dell’arte contemporanea.

 
 
 
 
 
L’opera di Warhol, derivata dall’arte di massa, prodotta in serie, pose le mani per la pop art e salda senza cuciture gli aspetti convenzionali dell’arte alla vita quotidiana. La pop art riflette una società saturata e dominata dalla mercificazione e dal consumismo. Warhol arrivò a dichiarare:”Osservando un oggetto abbastanza a lungo, esso perde qualsiasi significato”.
Ciononostante, Warhol abbracciò pienamente la cultura della produzione in serie per produrre le sue serigrafie “a ciclo continuo”; gli assistenti del suo studio contribuivano alla realizzazione delle sue opere, cosicchè la mano dell’artista scompare intenzionalmente dal prodotto finito.
Oltre all’eliminazione della paternità autoriale, la pop art si caratterizza stilisticamente per l’uso di colori decisi e vivaci: l’autore spesso manipola l’originale introducendo tinte elettrizzanti per sottolieare la facciata superficiale delle icone statunitensi.
Warhol seppe catapultare l’arte verso una nuova direzione; ma  era anche noto per la sua presenza teatrale e la vita lussuosa che ruotava attorno alla sua Factory, lo studio che fungeva anche da luogo di intrattenimento. Amava frequentare diversi gruppi sociali, dall’èlite di Hollywood agli eccentrici bohèmien, e diventò lui stesso personaggio di culto.

 
 
 
 
Unico ed incredibile è stato il suo incontro ad una festa con la voce dei Doors, Jim Morrison. Gli autoritratti che realizzò in diversi momenti della carriera enfatizzano il suo desiderio di raggiungere la celebrità. Produsse anche film d’avanguardia, tra cui “La mia marchetta” (1965) e “Le ragazze di Chelsea” (1966), che indagano la cultura gay e la sperimentazione sessuale. Firmò la celebre copertina dell’albun “The Velvet Underground and Nico” e nel 1969 fu cofondatore di “Interview”, una rivista di intrattenimento e cultura mediatica.
 
 
 

 


Ho sparato a Andy Warhol


 
 
Nel 1968 la scrittrice femminista Valerie Solanas sparò a Warhol.
La Solanas, che viveva di prostituzione, era nota per aver scritto il manifesto Scum (Society fot Cutting Up Men), che analizza le potenzialità di una società popolata solo da donne. Dopo aver conosciuto Warhol a New York, la donna gli chiese di produrre il suo dramma teatrale “Up your ass” (1966). L’artista non solo rifiutò, ma non le retituì nemmeno il copione. In seguito Warhol cedette all’insistenza e alle molestie della donna, dandole una parte nel film “Io,un uomo”: (1968).
 Non contenta la donna aspettò l’artista alla Factory e gli sparò, colpendo anche il suo manager Fred Hughes e il critico d’arte Mario Anaya.
Warhol sopravvisse, ma non guarì del tutto dalle ferite.
Valerie Solanas si consegnò alla polizia, dichiarando di aver sparato all’artista perchè “aveva troppo potere su di lei”.
Venne condannata a una pena di tre anni, sebbene Warhol non avesse sporto denuncia.
Dall’episodio nel 1996 è stato tratto il film: “Ho sparato a Andy Warhol”.

 


 
 
 

Altre due sparatorie si susseguirono alla Factory: durante la prima uno sconosciuto sparò colpi in aria; la seconda ebbe come protagonista l’attrice Dorothy Ponder, che prese di mira quattro immagini di Marilyn Monroe, durante una sorta di strampalato happening artistico. I dipinti colpiti aumentarono di valore dopo l’accaduto.


 
 
 

Spirito Libero – Tunisia: Alla scoperta delle location scelte da George Lucas per Guerre Stellari

ultimo aggiornamento 21 maggio 2024


Tunisia: Alla scoperta delle location scelte da George Lucas per Guerre Stellari





 


Pochi film hanno un pubblico tanto fedele quanto quello di Guerre Stellari, e la Tunisia ha fornito gli esterni per il film originale del 1977, e per il primo e secondo episodio che costituiscono l’antefatto ( anche se sono stati girati successivamente): La minaccia fantasma (1998) e l’Episodio due. In ognuno dei film la Tunisia svolge il ruolo del pianeta deserto Tatooine, che prende il nome della città di Tataouine, patria di Luke Skywalker. Di conseguenza, il paese ha iniziato ad attirare un numero piuttosto considerevole di fan di Guerre Stellari desiderosi di ritrovarsi essi stessi “…molto tempo fa, in una galassia lontana lontana”. Alcune locations possono essere visitate tramite un tour organizzato, ma se avete un vostro mezzo di trasporto, il mio consiglio è di visitarle per i fatti vostri.


 
 
 
 
Onk Jemal, 30 km a nord di Tozeur (non ci sono mezzi pubblici). E’ il luogo in cui Qui Gon Jinn e Darth Maul si battono in duello in La minaccia fantasma, ed è l’ambientazione per la corsa dei sgusci nello stesso film. E’ una sosta in voga tra le comitive di viaggio che arrivano in jeep.




Il set è ancora lì, ufficialmente off limits, ma è stato costretto ad aprire e a concedere libero accesso per l’ultimazione delle riprese dell’Episodio due. Lo stesso luogo è stato usato per Il paziente Inglese: la pista per raggiungere il set fu addirittura costruita appositamente per la troupe del film. Il nome Onk Jemal significa “testa di dromedario” e si deve a una formazione rocciosa che ricorda la testa e la gobba di un dromedario. Gola di Shubiel, presso il marabut di Sibi Bou Helal, vicino a Kriz (non ci sono mezzi pubblici). E’ stata la scena di due Guerre Stellari in cui avviene un imboscata. quella a C1-P8 da parte dei Javas che lo rapiscono, e quella a Luke Skywalker e ai suoi amici robot da parte dei Sabbipodi. La troupe l’ha battezzata “Star Wars Canyon”, ed è stata anche usata come location in altri tre film: I predatori dell’arca perduta, il Paziente inglese e La minaccia fantasma.

 
 



Chott e dune a ovest di Nefta, circa 10 chilometri a ovest di Nefta ( non ci sono mezzi pubblici).


 


Una pista che attraversa la strada principale conduce a sud dello Chott, fino a un sito usato per gli esterni della casa di Luke Skywalker, anche se adesso resta ben poco del set. Verso nord la stessa strada porta alle dune dove C1-P8 e D3-B0 atterrano in un guscio di salvataggio all’inizio di Guerre Stellari.


Nessuno dei posti è facile da trovare ma noi non abbiamo nessun dubbio sulle capacità dei nostri lettori.

 


Ajim, Jerba è’ facilmente accessibile con i mezzi pubblici anche se alcuni posti particolari devono essere scovati.
In città su Avenue Abou el kacem Chabbi, anche se a malapena riconoscibile, c’è l’entrata al bar del Porto Spaziale di Mos Eisley dove Luke e Obiwan incontrano Han Solo nel film originale Guerre Stellari. La casa di Obiwan nel film è una vecchia moschea che si trova a 3 chilometri lungo la strada della costa occidentale verso Borj Jillij, sul lato del mare; l’entrata a Mos Eisley è costituita da un’altra vecchia moschea e marabut sormontato da una cupola, 11 km più a nord, sempre sul lato della strada verso il mare.


 


 
 



 


Matmata, facilmente accessibile con i mezzi pubblici. L’Hotel Sidi Driss è stato il set per gli interni della casa di Luke Skywalker all’inizio di

guerre Stellari. Potete sedervi e mangiare nel punto esatto in cui Luke cena con sua zia e suo zio.
La corte principale è stata usata anche nel secondo antefatto, e la maggior parte del set si trova ancora lì.
Ksar Haddada, vicino a Ghoumrassen è stato usato per le riprese dei quartieri di schiavi di Mos Espa in La minaccia fantasma. Ksar Ouled Soltane, 30 km a sud di Tataouine è stato usato per le ripetizioni di una sola parte dell’inquadratura dei quartieri di schiavi di Mos Espa. Lo jedi è stato qui. E “qui”, è la Tunisia.


Spirito Libero – Popoli: Fulbe (Peul).

ultimo aggiornamento 29 Gennaio 2024

“Se la Terra gira, tu gira con lei”. (proverbio peul, Mali).




I Fulbe, che i francofoni chiamano Peul e gli anglofoni Fulani, sono una popolazione di pastori (circa sei milioni di persone), in parte nomadi e in parte sedentarizzati, sparsi in tutta l’Africa occidentale, dal Senegal al Cameroun.
Gli europei, guardando ai loro tratti fisici e alla loro lingua misteriosa hanno a lungo speculato sulle loro origini collocandole di volta in volta in India, Malesia, Polinesia, antico Egitto ed Etiopia o vedendovi degli indoeuropei di origine zigana.
I Fulbe che hanno continuato a praticare la transumanza rimanendo legati ai modi di vita tradizionali si sono diffusi pacificamente convivendo con le diverse popolazioni incontrate alle quali forniscono prodotti caseari in cambio di prodotti agricoli e oggetti artigianali.
Molto apprezzate sono le coperte di lana (khasa) che sono tessuti dalla casa dei Mubute.
I Fulbe che si sono urbanizzati e convertiti all’islam hanno invece edificato, con politiche di conquista, stati centralizzati basati sulla legge coranica come quelli di  del Fouta Jallon (Guinea), di Macina (Mali), di Sokoto nella Nigeria settentrionale, dove prendono anche il nome di Bororo, edell’Adamawa (cameroun).
In Nigeria, in particolare, il loro potere si impose sulla città-stato degli Hausa, nate dal riallineamento verso est delle piste carovaniere trans-shariane in seguito all’invasione nel 1591 dell’impero shongay a opera dei marocchini.


La vita nomade non consente la produzione e il possesso di molti beni materiali, perché sono un fardello che limita la libertà di spostamento, le arti sono soprattutto quelle della parola (la poesia) e della cura dell’aspetto della propria persona.
Acconciature, gioielli e abbigliamento sono l’oggetto di una cura costante.
Aristocratici refrattari al lavoro manuale, i Fulbe realizzano i loro desideri estetici servendosi degli artigiani di altre etnie.


Anelli, bracciali e cavigliere (in oro, rame o argento) denotano l’età e la condizione sociale della donna: a ogni nuova nata la madre leva una parte degli anelli dandoli alle figlie per poi togliersi definitivamente quando la più grande raggiunge l’età di dieci-dodici anni.


 

L’attenzione alla bellezza del corpo da parte dei Fulbe (Bororo) raggiunge il suo momento culminante in occasione dei festival (gerewol) che si tengono durante la stagione delle piogge quando i pastori di diverse clan si riuniscono e i giovani si sfidano danzando in concorsi di bellezza per conquistare le ragazze.
Si indossa un copricapo decorato con una striscia di cauri e una piuma di struzzo.
Gli occhi, altro fattore chiave della bellezza, vengono continuamente sgranati.
Il volto è dipinto e reso brillante spalmandovi del burro.
Le labbra vengono annerite e alle estremità vengono dipinti motivi lineari, o triangoli e punteggiati; questo aumenta il contrasto con la bianchezza dei denti, che sono gli elementi chiave della bellezza maschile, e che vengono costantemente messi in mostra con un sorriso ostentato.