
A una quindicina di chilometri a sud dell’altipiano di Giza, il sito di Sakkara è a mio avviso il più affascinante dell’Egitto e ancora largamente inesplorato.
Qui, si dimentica l’epoca moderna e si entra in un deserto molto particolare, popolato di dimore d’eternità e dominato dalla piramide a gradoni , il primo monumento gigantesco in pietra da taglio.
Siamo verso il 2670 a.C., ed ecco verificarsi un avvenimento raro: l’incontro di due geni.
L’uno è il faraone Djoser, l’altro un semplice artigiano, creatore di vasi di pietra, divenuto direttore dei lavori.
La sua carriera ci è nota grazie a una iscrizione in geroglifici sul basamento di una statua rinvenuta a Sakkara. Se Menes ha dato un impulso fondamentale unendo l’Alto e il Basso Egitto, Djoser, “pioniere della pietra”, è il primo re costruttore, tanto che, a giusto titolo, si può parlare di un “secolo di Djoser”. La sua statua è esposta al museo del Cairo; una copia si trova a Sakkara, all’interno di una cappella, sua collocazione originaria. L’autorità e il rigore del sovrano sono impressionanti e si capisce come un personaggio di tale levatura abbia creato l’Antico Regno, l’età d’oro della civiltà faraonica.
Assicurando pace e ricchezza, Djoser si consacrò alla sua grande opera, la piramide madre, nata dal pensiero di un essere eccezionale, Imhotep.
Gran sacerdote di Heliopolis, architetto, mago, medico, questi sintetizzava nella propria persona tutte le scienze del suo tempo. La sua fama fu tale che attraversò millenni e lo fece considerare come l’unico architetto dei tempi egizi, da Sakkara a Philae, l’ultimo santuario in attività. Prima di essere nominato direttore dei lavori in un cantiere enorme, Imhotep aveva assolto svariati compiti artigianali e amministrativi.
Rotto a mille difficoltà, dovette tuttavia dar prova delle sue qualità di Gran Veggente lavorando, su scala monumentale, un materiale difficile da maneggiare: la pietra.
Imhotep ebbe prima da spianare un vasto terreno circondato da un fossato, poi delimitarlo con una cinta dotata di quattordici porte chiuse. Esiste un solo accesso, all’angolo sud orientale di questa area sacra di 15 ettari. E questo ingresso è straordinario, formata da battenti di pietra, l’unica porta aperta del complesso funerario di Djoser lo rimane per l’eternità.
Questa sorprendente struttura ha una ragione essenziale: la destinazione stessa dei monumenti costruiti da Imhotep.
Essi non lo furono in onore di un re umano, ma per il ka di Djoser, la sua potenza immortale, la sua capacità creativa.
Alla fine di trent’anni di regno, questo ka doveva essere rigenerato ritualmente nel corso di una lunga festa, celebrata alla presenza di tutte le divinità. Complesso architettonico origianale rimasto unico, Sakkara, al di là del regno di Djoser, aveva la funzione di iscrivere per sempre nella pietra una festa permanente che assicurasse la rigenerazione del ka.
E’ invisibile a regnare in quei luoghi, una forza di origine divina che nutre l’istituzione faraonica.
Questa decorazione deriva dalle antiche residenze regali, sostenute da pilastri e chiuse da stuoie.
A nord del complesso si trova una piccola camera chiamata serdab (in arabo ripostiglio) che ospita una statua a grandezza naturale del sovrano, vestito con l’abito giubilare; essi poteva così osservare magicamente il cortile antistante per mezzo di due fessure nella parete.







