Spirito Libero – Malesia: I tatuaggi Dayak




L’antica tradizione di praticare il tatuaggio su diverse parti del corpo è espressione di una vera e propria forma d’arte ornamentale diffusa presso molte popolazioni indigene del Borneo.
Le figure e i motivi riprodotti erano molto numerosi e variavano notevolmente da un gruppo all’altro. I disegni erano e sono tuttora associati alle varie parti del corpo: quelle a forma circolare vengono riportati sulle spalle, sul torace e sul lato esterno dei polsi, mentre un disegno più elaborato come un cane, uno scorpione o un drago è riservato alle superfici interne ed esterne della coscia.
Altre figure rappresentavano uccelli, serpenti e motivi di piante. Gli scopi di questa usanza erano molteplici e misteriosi, in quanto un tatuaggio sulla mano di un uomo dava prova del suo coraggio in guerra o del fatto che avesse tagliato alcune teste ai nemici. Per le donne i tatuaggi sono simbolo di bellezza; anzi per molte, i disegni più elaborati denotavano un elevato stato sociale all’interno della comunità. La pratica del tatuaggio come forma d’arte tende a essere tramandata dai genitori ai figli, ma non ha carattere esclusivamente ereditario in quanto qualsiasi membro del villaggio mostri un certo interesse a praticarla è libero di osservare e assistere al procedimento, per intraprendere in futuro egli stesso tale attività.


 


La tecnica del tatuaggio è effettivamente complessa e richiede molta esperienza e anche in passato aveva più successo se praticata da un artista affermato. Il disegno è prima intagliato in un blocco di legno e quindi spalmato con dell’inchiostro o un composto di fuliggine. Esso viene successivamente premuto sulla zona da tatuare e il contorno del disegno viene perforato sulla pelle con una serie di aghi o spine intinti in un pigmento di colore bluastro, consistente in una miscela di succo di canna da zucchero, acqua e fuliggine di resina bruciacchiata. Per il tatuaggio vero e proprio si usa una specie di martelletto provvisto di due o tre minuscoli aghi fissati all’estremità e consistente in un cuscinetto di morbida stoffa per non ledere la pelle. Il martello viene appoggiato sulla pelle dopo aver immerso gli aghi nell’inchiostro.


 

Questi ultimi vengono quindi fatti penetrare nella cute colpendo il martelletto con un bastoncino. Allo scopo di evitare infezioni, la parte infiammata veniva spalmata con riso. Tale procedimento è molto doloroso e in molti casi il completamento del disegno richiede fino a quattro anni di tempo per la necessità di sospendere il lavoro a intervalli regolari. I Kenyak usano meno linee per i loro tatuaggi e all’apparenza questi si presentano più leggeri e armoniosi rispetto ai disegni tradizionali dei Kajan. Originariamente il tatuaggio era riservato soltanto alle classi sociali superiori, ma in seguito poteva farsi tatuare chiunque avesse la necessaria disponibilità economica. Anche tra coloro che avevano la possibilità di farsi tatuare vi erano discriminazioni di carattere sociale poiché soltanto le persone del più alto livello potevano avere cinque anelli nella parte inferiore delle gambe mentre a quelle dello strato sociale inferiore era consentito di farsi tatuare soltanto due anelli.



 
 

Nei loro disegni i Kenyah facevano più uso di figure rispetto ai Kajan, che lavoravano maggiormente con motivi lineari e geometrici; anche i Kenyah si tatuavano braccia e gambe. Ai tempi nostri, e soprattutto nel Kalimantan, dove il governo segue una politica di modernizzazione, l’arte del tatuaggio si sta purtroppo estinguendo e con essa scompariranno forse molti dei disegni più belli rimasti. Tuttavia non è raro imbattersi ancora in molti esponenti dei gruppi più antichi delle regioni interne, che mostrano con orgoglio i loro corpi tatuati.