Cristina SArtori & Bruno Riccardi – Les Routes – Senegal nel cuore


 


 


Consapevoli che per raggiungere il Senegal ci sono moltissimi chilometri di spostamento verso sud su un percorso a noi arcinoto attraverso Marocco, West Sahara e Mauritania, decidemmo per non annoiarci troppo, di percorrere la distanza nel tempo minore possibile, dandoci il cambio alla guida. Così la seconda notte la passammo a Tiznit, all’Hotel de Paris, abbastanza popolare ma a noi noto e molto caro, dove aleggia un’aura da “Tè nel deserto”.




Entrammo dunque nel West Sahara con qualche sosta per vedere alcune delle meravigliose scogliere sull’Atlantico con sosta serale a Boujdour, dove scoprimmo, nostro malgrado, che i ristoranti tradizionali non esistono quasi più ma pullulano localini abbastanza sporchi, dove ti danno hamburger e Coca Cola. Brutta cosa. 


 

Prima di entrare in Mauritania, sostammo in una sorta di motel che da alcuni anni esiste a Bir Gandouz, posto decente e con cibo discreto. Qui preparammo il corpo, la mente e lo spirito, per quella che, sicuramente, sarebbe stata la tribolazione del giorno dopo da patire alla frontiera marocchina per  uscire dal Paese.



 


Il giorno seguente giunti alla frontiera marocchina a mattina presto, la trovammo già ingorgata di auto e camion. Spaventoso fu l’arrivo in fila di una cinquantina di 4×4 olandesi, che da Amsterdam andavano a Dakar, tra l’altro abbastanza casinisti e non tutti troppo simpatici, diciamo che tra loro c’era anche qualche eccitato spacconcello in più del dovuto. Costoro furono privilegiati poiché fatti passare davanti a tutti con le relative proteste di molti in coda.


Qui con la solita esasperante lentezza perdemmo sette ore! Fogli da compilare, documenti da presentare e ripresentare, scaricare i bagagli, e per due volte lasciare entrare in auto i cani antidroga, passaggio di tutte le auto e camion sotto uno scanner con tempi biblici, spiegazioni rare o nulle, ecc…ecc.. un incubo. La cosa bella è che facemmo amicizia con alcuni camionisti che ci offrirono del tè. Parlammo anche a lungo con un ragazzo ucraino che era arrivato in aereo a Casablanca dove aveva affittato un’auto con l’intento di andare nella parte marocchina della penisola di Nouadibou, notoriamente chiusa poiché zona militare e, anche parlando con un poliziotto che gli spiegò il divieto, lo convincemmo a desistere. Disse di abitare in Svizzera ma essendo in piena età per fare il militare, avemmo l’impressione che fosse un fuoriuscito dall’Ucraina per non andare a combattere. Come non capirlo. La frontiera mauritana la trovammo invasa completamente dagli olandesi, che però riuscimmo a fregare passando davanti a loro e, in poco più di un’ora ce la cavammo. Alla fine, persa completamente la giornata, non ci restò che dormire a Nouadibou, nel bello e nuovissimo Hotel Nakhil dove, un’ora dopo di noi, giunse anche tutta la ciurma olandese incontrata in frontiera! Persecuzione.



 


Il giorno successivo partimmo molto presto, superammo Nouakchott la capitale mauritana bruttina, fermandoci molto più a sud nel villaggione di Tiguent. Qui dormimmo in un alberghetto molto naif il cui proprietario aveva l’aria di essere il boss del paese. Di fronte, una sorta di ristorante alla buona, ci servi l’unica cosa disponibile, un ottimo piatto di riso condito con pezzi di pollo arrosto. Il ristoratore era un simpatico giovane in costume mauritano, con tutta evidenza agli ordini del padrone dell’alberghetto.


 


Finalmente il giorno dopo imboccammo la pista di Diama che in una novantina di chilometri raggiunge un passaggio di frontiera secondario tra la Mauritania e il Senegal. La pista, molto mal ridotta, in terra durissima per la siccità e piena zeppa di buche e solchi profondi, non presenta particolare difficoltà per una 4×4. Tuttavia dati i numerosi sobbalzi, venne battezzata da Bruno “pista del mal di schiena”, essendo partito da casa con la schiena già dolorante, qui  messa a dura prova. La pista comunque attraversa un territorio molto bello e selvaggio e in parte fiancheggiando il fiume Senegal che fa da frontiera naturale tra i due paesi. Si incontrano molti facoceri che saltano fuori da ogni parte, molti uccelli di varie specie, coccodrilli e qua e la baracche di pescatori poverissimi che pescano nella laguna/palude a ovest della pista, immergendosi nell’acqua fino alle spalle.



 



Alle ore 9,30 giungemmo alla frontiera mauritana che trovammo inaspettatamente chiusa!! Era di domenica e ci dissero che era stata chiusa dai senegalesi poiché in quel paese erano in corso le elezioni. Però ci dissero anche di avere notizie che alle ore 17 l’avrebbero aperta. Gasp! Conoscendo bene l’Africa, capimmo che il rischio di passare la notte li era elevatissimo……Presso il cancello di frontiera c’erano un camion senegalese, le solite poverissime donne cariche di bambini che tentarono in tutti i modi di venderci un po’ di cianfrusaglia ovviamente comprata da Cristina. 


Passarono così le ore e a noi si aggiunsero due francesi in auto e altri quattro in moto sempre francesi, diretti in Senegal o Guinea Bissau, coi quali incominciammo a chiacchierare. Alle ore 17 la frontiera non aprì, alle 18 neppure e alle 19 neanche. Si fece buio pesto e alle 20,30 ci comunicarono ufficialmente che la frontiera avrebbe aperto la mattina dopo alle ore 8,30! Ciapa lì, come si dice dalle nostre parti…Passammo una parte della notte chiacchierando e mangiando pane e tonno che offrimmo anche ai francesi privi di viveri, biscotti e simili. L’altra parte, dormendo noi in macchina abbastanza comodamente ma con valanghe di zanzare e i motociclisti con delle tendine individuali. Una notte da esperienza “forte” potremmo dire.


La mattina dopo la frontiera aprì abbastanza puntualmente e in un’ora e mezza passammo entrambi i lati. I senegalesi, dopo aver precisato che siamo simpatici, ci diedero un passavant della durata di ben sette giorni e non di due come avrebbero potuto fare, bontà loro, entro i quali avremmo dovuto recarci alle dogane centrali del porto di Dakar dove ci avrebbero timbrato in entrata il “Carnet de passage en douane” della macchina. E’ una cosa abbastanza assurda, è come se uno straniero entrasse in Italia dal Brennero o dal Frejus, con l’obbligo però di recarsi a Roma per farsi timbrare un documento dell’auto! Ma lo sappiamo bene: C’est l’Afrique, come dicono loro.


Partimmo pertanto per Dakar dove arrivammo nel pomeriggio in pieno centro. Cercammo un hotel con difficoltà poiché molti pieni. Trovammo infine un albergo molto particolare, in un palazzo coloniale gestito da cinesi, pulito e non caro (La proprietaria è una cinese bellissima). L’impressione era di trovarci a Pechino, pieno di mobili in stile cinese, suppellettili,draghi e altro; ci siamo stati due notti.


rto per 10 euro. Partimmo con la sua sgangherata vecchia Toyota gialla e nera giungendo all’indirizzo abbastanza complicato da trovare. Li nella confusione più totale, in mezzo a camionisti e marinai, nessuno sapeva nulla, finché un agente finalmente, ci disse che l’ufficio per timbrare i carnet era stato spostato da poco in altra sede. Il taxista che ci seguiva come un ombra, capì dove era questo luogo (sono molto rare le vie fuori dal centro con il nome) e dopo una ventina di minuti ci arrivammo. La pratica della timbratura fu veloce e Pap ci chiese altri 10 euro per il supplemento; contrattammo e ci accordammo per altri 5. Tutto felice per quello che probabilmente fu per lui un incasso record, ci scrisse il suo numero di cellulare su un pezzo di carta dicendoci di chiamarlo al bisogno e lui ci avrebbe portato in ogni dove….Te credo.


“Il giorno dopo contrattammo con un taxista di nome Pap che bazzicava davanti all’albergo, per portarci andata e ritorno, alle dogane centrali del porto per 10 euro.”


 


Dakar a molti non piace. Noi girammo a piedi il centro in lungo e in largo, specie la zona di Place de l’Independance e l’abbiamo trovata molto vivace e degna di visita, cosa che abbiamo in mente di fare più tranquillamente in futuro. Accanto al centro si sviluppa una medina ma subito dopo, i palazzi coloniali, storici o moderni, lasciano spazio a case povere e anche poverissime. Di architettura particolare è la stazione centrale dei treni, la sede municipale e alcune sedi ministeriali. Restammo colpiti da una sorta di pub-ristorante, un mix tra Africa e Scozia, “L’Imperial” gestito da un gruppo di ragazze nere belle e simpatiche, dove con modica spesa si mangia benissimo e si beve altrettanto. La sera del secondo giorno, incontrammo casualmente Pap il taxista che ci aveva trasportati e dicendo che ha famiglia, simpaticamente ci chiese se potevamo aiutarlo con 5 euro. Che fare? Glieli demmo, cioè vinse lui sul prezzo del servizio che ci  fece il giorno prima..




Lasciata Dakar e passando da Kaolak, raggiungemmo la frontiera con il Gambia a Keur Ayip e attraversato rapidamente questo strettissimo paese rientrammo in Senegal, cioè nella regione della Casamance, nostra meta. Nella seconda frontiera, una poliziotta gambiana grande e grossa, molto allegra, continuava ad abbracciarci e a chiederci dell’Italia, chissà. Comunque ci aiutò a sbrigare le pratiche molto rapidamente. Verso sera arrivammo a Ziguinchor e dormimmo in un alberghetto più che dignitoso. La mattina seguente la dedicammo alle trattative lunghe e laboriose di Cristina con alcuni venditori di maschere di legno e, dopo averne acquistate qualcuna, ci dirigemmo verso la costa nella località di Oussouye dove avevamo deciso di stanziarci per visitare la zona. La Casamance occidentale si presenta subito molto bella e pittoresca, fiumi e fiumiciattoli, risaie con le palme piantate in mezzo al riso,  qualche baobab, altri strani alberi grandi e molto alti, mai visti prima, che ci spiegarono in seguito chiamarsi “fromagé”, aventi legno durissimo col quale si costruiscono le piroghe. Insomma, un paesaggio assai  insolito.



 

 

 

 

 

 


Alloggiammo a circa tre chilometri da Oussouye in un “campement” gestito da locali. Questa è una struttura in architettura africana, in cui affittano dei bungalow con letti, bagno e doccia, dove cucinano e lavano la biancheria e solitamente, si mangia assieme su uno o più tavoli di legno massiccio sotto una tettoia all’aperto. La struttura è lontana dal paese e circondata da risaie e vegetazione lussureggiante con un’aura molto africana. Ci siamo stati tre giorni benissimo, assieme ad un gruppetto di francesi simpatici.



La visita che facemmo subito alla famosa località di Cap Skiring sull’oceano a circa 40 km, ci ha lasciato abbastanza delusi. La località della quale abbiamo sentito decantare meraviglie da molti, in realtà altro non è che la solita cittadina africana dall’apparenza molto povera, con qualche banca e qualche distributore di carburante in più della norma e vari negozietti di stoffe e cianfrusaglie, uno gestito da un’italiana di Torino che, da anni, ha deciso di vivere li. Un paio di alberghi visti da fuori, non sembrano essere di chissà quale livello, anzi. Per raggiungere


l’oceano, occorre prendere degli sterrati che ti portano sulle spiagge. Ne facemmo uno e arrivammo su una spiaggia lunga e deserta, perfetta per passeggiare sul bagnasciuga dove, tra l’altro, albergavano molti avvoltoi che beccavano i pesciolini imprigionati dall’abbassamento della marea. Qui trovammo un resort costruito all’europea, in parte un po’ decadente, con delle palme attorno, dove stanziavano 5 o 6 anziani francesi bevendo Ricard e facendo il bagno nella piscina. Insomma, certamente un luogo molto diverso dalle cose che a noi piace incontrare nei viaggi.




Non lontano da Oussouye ci sono dei villaggi dell’etnia Dyola e particolarmente, è possibile  incontrare uno dei “re”di questi villaggi, ma solo accompagnati da una guida. Decidemmo così di ingaggiare un ragazzo che parla molto bene francese segnalatoci dai gestori del campement. Raggiungemmo il luogo e dopo beve camminata in una foresta fittissima, giungemmo ad un larga radura tra gli alberi, dove protetto da un alto muro c’è un villaggio non accessibile ai bianchi. La guida entrò nel villaggio da una porta nel muro e dopo una decina di minuti minuti uscì con il re e un altro ragazzo che si sedettero di fronte a noi. Il re completamente vestito con un camicione rosso, portava uno strano cappello a tronco di cono. Ci spiegarono che era il sovrano di ben 17 villaggi che governa con saggezza, che il vestito indossato poteva essere di qualsiasi colore ma il cappello no, solo quello poteva essere perché rappresenta il simbolo del potere. Il re confabulò qualcosa anche in francese ma quasi incomprensibile a noi, mentre il ragazzo locale ci spiegò che vivono di agricoltura e pesca e sono in pace con le tribù vicine di altre etnie. Lasciammo il luogo offrendo un cadeau di 10 euro per il villaggio. Successivamente ci spiegarono che lo stato del Senegal riconosce questi “re” come dei rappresentanti ufficiali delle varie tribù, cosa che favorisce l’ordine pubblico e il controllo dello stato su etnie diverse che si sono combattute più volte in passato.


 

 

Il giorno successivo, sempre con la stessa guida, andammo a visitare l’isola di Elubadì, dove esiste un villaggio totalmente ancestrale ma accessibile anche ai bianchi accompagnati, cioè si stanno aprendo al turismo. Quest’isola è una delle infinite nel dedalo paludoso del grande delta del fiume Casamance, raggiungibile solamente in barca. Salimmo così su una lunga piroga di legno con motore, con la quale il barcaiolo ci condusse con un viaggio di oltre un’ora all’isola. Il percorso passò da tratti di fiume molto larghi a canali minori infilati tra lussureggianti mangrovie che, chiudendosi a galleria, quasi ostruiscono il passaggio. Attaccati alle mangrovie un’infinità di ostriche particolari che a detta della guida, vengono raccolte e mangiate ma non in questa stagione. Numerosi gli uccelli di varie specie, molti comorani. La guida ci disse che in quest’area non ci sono ippopotami e i coccodrilli una volta numerosi, sono quasi totalmente spariti per la caccia.



Attraccammo all’isola ed effettivamente ci sembrò di essere arrivati in un altro mondo. Ci apparve un villaggio interamente fatto da tucul, dove le uniche case in muratura erano la scuola, l’asilo e un piccolo centro sanitario. Il villaggio è un po’ sparso su tutta l’isola, abitato da 6oo persone molte delle quali bambini, che vivono di pesca praticata dagli uomini e coltivazione di riso, praticata soprattutto dalle donne. Gran parte dell’isola è occupata da risaie. Una tettoia col tetto di paglia fa da accoglienza ai turisti che da qualche tempo vengono sull’isola, e un ragazzo locale in ottimo francese, accompagna i visitatori al tour. Nel frattempo da un barcone, sbarcarono quattro turisti italiani di Roma, persone già avanti con gli anni, coi quali ovviamente attaccammo bottone. Il giro dell’isola iniziò con la spiegazione di come vive la gente, tutti sono animisti; ci mostrarono il luogo dove si radunano per invocare la pioggia, dove le donne che non riescono a rimanere incinte vanno a pregare, un luogo di preghiera con ossa di animali appesi, come avevamo già visto in altre parti d’Africa. Dentro ad un tucul ci spiegarono come si svolge la vita familiare e l’importanza di come devono essere fatti i tetti per la raccolta delle acque durante le piogge. Vero problema dell’isola è l’acqua dolce, praticamente inesistente, e quella che la circonda è completamente salata, non bevibile ed inadatta a coltivare il riso. Ci mostrarono poi un enorme cisterna di cemento fatta costruire dallo stato per la raccolta dell’acqua piovana indispensabile, anche per l’agricoltura.



Facemmo poi un lungo giro tra le risaie dell’isola dove il cereale cresce rigoglioso vedendo altresì una donna che usando solamente le mani, lo sgranava. Di trattori, mietitrebbie e carri, ovviamente non c’è traccia sull’isola. Ci mostrarono poi dei tam-tam a loro dire dal suono molto potente, tutt’ora utilizzati per avvisare gli abitanti delle isole vicine, delle nascite, delle morti o, anticamente, quando veniva avvistato un nemico in arrivo. Visitammo infine l’asilo infantile, dove i bambini molto vivaci e allegri, giocavano tra loro e con noi, o cantavano assieme ad una giovane maestra. Lasciammo l’isola verso il tardo pomeriggio non prima che Cristina comprasse alcune statuette di legno, sotto al tucul che vende come souvenir alcuni prodotti dell’artigianato locale. Lasciammo un’offerta di 20 euro al ragazzo locale che è incaricato di accompagnare i turisti, il quale ci precisò che i soldi non erano per lui, ma per l’organizzazione che sta lavorando per il turismo sull’isola. Bellissima esperienza.



 



Proseguendo col nostro programma, il giorno successivo imboccammo la strada che va ad est all’interno per visitare la Casamance alta, cioè quella che termina presso i monti del Futa Djalon. Il percorso è meno caratteristico della Casamance dell’ovest. Per lunghi tratti è del tutto simile al Mali confinante o  altri paesi dell’area, pertanto decidemmo di tirare dritto fino a Tambacounda dove dormimmo in un hotel per poi partire il giorno dopo, tagliare in mezzo al Senegal e giungere verso sera a Saint Louis, città che conosciamo ma che ha sempre un grande fascino e vale assolutamente la pena fermarsi..


 


A Saint Louis che fu l’antica capitale dell’Africa Occidentale Francese, alloggiammo per tre notti al bell’hotel “La Residance” a noi già ben noto. La parte vecchia della città in stile coloniale è sempre molto caratteristica, ora diventata “Patrimonio dell’Umanità”. Ovviamente ci perdemmo nei vicoli, andando a visitare anche il poverissimo quartiere che sta proprio sull’oceano e se possibile, lo trovammo peggiorato a confronto con le visite precedenti. Sempre spettacolari le barche variopinte dei pescatori, ma la lunghissima spiaggia è piena di rifiuti di ogni genere, dalla plastica alle carogne di animali in putrefazione. Abbiamo fatto poche foto in questo quartiere poiché ci sembrò irrispettoso per la loro miseria. Anche a Saint Louis, acquisti di maschere e simili.






In fine puntammo verso nord per arrivare a Tangeri nel più breve tempo possibile. Ripercorrendo la pista di Diama al contrario, ci capitò di aiutare dei disperati senegalesi che con un vecchio pik up stracarico e con anche delle pecore sopra, avevano stallonato uno pneumatico rimanendo bloccati poiché privi perfino della ruota di scorta. La vicenda si concluse in un’oretta dove, rimontata la gomma sul cerchione, la gonfiammo col nostro compressore, attrezzo ovviamente a loro mancante, e dopo avere scavato una fossa nella terra durissima sotto il loro mezzo, per consentire alla gomma rigonfiata di avere lo spazio per essere rimontata; operazione non semplicissima..Non sapevano come ringraziarci e noi fummo molto felici di averli aiutati.







Il viaggio verso il nord del Marocco prosegui con le tappe già fatte all’andata senza problemi, a parte le solite allucinanti operazioni alla frontiera marocchina. La cosa curiosa ci capitò a Bir Gandouz dove ci fermammo a dormire e al mattino presto, trovammo due pavoni appollaiati su Lara che dovemmo far sgombrare per poter partire!


Non avendo programmato la data di ritorno e pertanto privi di biglietto di ritorno della nave, decidemmo di attraversare lo stretto di Gibilterra da Ceuta ad Algesiras con un battello spagnolo. Risalendo la Penisola Iberica e la Francia meridionale, siamo quindi tornati a casa dopo un mese di viaggio, non prima di vedere Cristina innamorarsi per la bellezza notevole, del cinquecentesco centro storico della cittadina di Girona, a nord di Barcellona dove facemmo una tappa.


                                                                                            

                                                                                

                                                                  

Bruno Riccardi – Dal Purgatorio al Gran Paradiso

Yeti in cammino e non solo…


 


E’ noto che il Parco Nazionale del Gran Paradiso è probabilmente uno dei parchi montani più belli d’Europa, forse il più bello. In Italia è particolarmente famosa la parte valdostana, bellissima e molto più turistica, ma la selvaggissima e impervia parte piemontese comprendente la Valle dell’Orco e la Valle Soana oltre a vallette laterali, è qualcosa di unico anche per bellezza, ma risalirla a piedi verso rifugi, bivacchi, colli e cime è sempre molto duro e con percorsi lunghi, specie se si è interessati a raggiungere luoghi particolari e incontaminati. E’ in questi luoghi che si è formato il gruppetto degli Yeti, diversamente giovani frequentatori della montagna e delle colline del Monferrato che tra risate, prese per il culo reciproche, mezze sfide, magnate nei rifugi, ecc… ecc… tira a campare nel tentativo di mantenersi in forma. Il motto potrebbe essere “Camminare e ridere è fondamentale”.


Così, il 18 luglio 2023, con la Citroen di Cristina gentilmente concessa, Yeti 1 accompagnato dal grande sassofonista Yeti 2, sono partiti per il Colle del Nivolet nell’alta Valle dell’Orco, luogo sempre meraviglioso, decisi a conquistare il Colle Rosset, impervio passaggio a quota 3025 mt tra la Valle dell’Orco e la valdostana valle di Rhemes. Colà giunti, constatata la presenza di vento freddino, gabolano sul copricapo più idoneo da indossare per proteggere i preziosi crani e consentire ai cervelli la necessaria lucidità per l’ardito percorso da intraprendere. Yeti 1 opta per un pesante cappello a tinte mimetiche tipo elmetto indossato dalle truppe tedesche della seconda guerra mondiale, per ragionare ha bisogno della testa al caldo. Yeti 2 opta invece per un cappellino di paglia tipico dei ricchi contadini risicoltori del Vercellese, egli infatti ha bisogno di avere il cranio sempre areato per ragionare.


Partiti decisi e alla garibaldina, chiacchierando su argomenti che qui è opportuno non citare per decenza, si trovano nel primo tratto erboso, l’unico frequentato dai turisti, oggi quasi nessuno, in un groviglio di sentieri e con molti pittoreschi laghetti dove….perdono la traccia del percorso migliore da seguire! Poco male perché la direzione è evidente ma pagano un giro più lungo e faticoso per recuperare il percorso. Lo spettacolo che si ammira è grandioso, essendo per giunta la giornata limpidissima. Monti, cime innevate, laghi, torrentelli, cascate.


 

Recuperato il percorso, gli Yeti pensano all’invidia che proveranno Yeti 3 e Yeti 4 assenti, specie se riusciranno a raggiungere la meta, cosa non certissima,  essendo entrambi in condizioni non proprio perfette. Yeti 1 ha una ferita superficiale ma non piccola ormai con crosta sulla gamba sinistra, provocata qualche giorno prima scivolando su una roccia bagnata per la forte pioggia scendendo dalla punta Quinseina, mentre Yeti 2 ha ancora abbastanza male al ginocchio destro per caduta occorsa alla salita al Colle della Terra una dozzina di giorni prima.




Passato il bellissimo lago Rosset che è il più vasto della zona, risalgono la montagna sul lato destro orografico dello stesso lago, raggiungendo una zona ondulata dove ci sono dei laghi minori. Qui incontrano un gruppetto di persone alle quali chiedono se sono di ritorno dal Colle Rosset; risposta: “No, per carità, ci mancherebbe, siamo solo arrivati fino a qui per fotografare questi laghi…”.Ah, ecco…




 

E così, cammina cammina, giungono ad un laghetto con neve attorno, sotto una erta impressionante di rocce di colore chiaro che, vista da sotto, sembra quasi verticale, per giunta con totale esposizione al sole. Alla cima si nota una selletta che con ogni evidenza è il Colle Rosset. Un attimo di panico e riflessione. Ma come si può salire una simile pendenza? Ad un tratto scorgono quattro persone che stanno scendendo seguendo a zig-zag la parete come se ci fossero tracce di un sentiero. Giunti alla base, gli Yeti scoprono che si tratta di due uomini e due donne giovani, molto allenati con tutta evidenza. Yeti 1 si avvicina ad una bella moretta, la più carina del gruppo, chiedendole se è pericoloso salire. Risposta. “E’ molto più impressionante vederla dal basso di quanto sia difficile in realtà. Bisogna solo stare attenti”.


I due Yeti decidono di affrontare la salita che è davvero terribile. Yeti 2 la affronta con spirito da Tigre dell’Himalaya, balza a salti spavaldi. Yeti 1 tace ma ha la sensazione del “chi cazzo ce lo fa fare?” e sale come un gorilla dell’alto Congo ferito perché inseguito dai bracconieri. E’ durissima, alcuni passaggi sono francamente da paura perché molto esposti; la vera preoccupazione è pensare di doverla poi fare in discesa. La roccia è in larga misura sgretolata, cosa che obbliga alla massima attenzione nel mettere i piedi in sicurezza. Poco prima della cima, il solito crampo che si manifesta di tanto in tanto sulla coscia sinistra di Yeti 1 entra in scena e lo stesso deve fermarsi seduto su una roccia a massaggiare per circa 10 minuti poi passa. E infine si giunge in cima al colle.


 





 

Ci si ferma a pasteggiare e a bere ammirando uno spettacolo straordinario sia verso il Piemonte  come verso la Valle d’Aosta, circondati da numerose cime tutte superiori ai 3500 mt di altitudine. Ad un certo punto arriva una coppia di quarantacinquenni coi quali scambiano alcune parole. Anche loro hanno trovato dura la salita al colle e, come come gli Yeti, sono preoccupati per la discesa.




 

Dopo le foto iniziano a scendere con molta prudenza. Ponendo la massima attenzione procedono in sufficiente sicurezza, perfino nel tratto più scabroso dove Yeti 2 collauda una tecnica di discesa innovativa e sperimentale che qui non può essere spiegata poiché intende coprirla di brevetto. L’unica cosa che può rivelarsi, è che che prevede anche il periodico utilizzo delle chiappe a miglior presa sulla roccia. La discesa è accompagnata da una gara di imprecazioni uscite da due bocche senza alcun controllo. Poi arrivano finalmente al laghetto sottostante come certamente hanno voluto gli Dei, pur di non udire più imprecazioni.



 

 

Il percorso del ritorno verso il Nivolet scelgono di farlo in maniera alternativa alla salita e lo scoprono ancor più bello. Sono circondati da numerose cime a 360 ° e incontrano pure una bellissima cascata. Roba da rimanere incantati tant’è che Yeti 2, tramortito da quel luogo di sovrumana bellezza….piange senza freni.





 

 

 




Ritornano a valle dopo sosta al solito bar a Ceresole Reale, dove la solita ragazza argentina serve loro due buonissime  e fresche birre.