Il nuovo singolo è un omaggio alla giovane sciatrice Matilde Lorenzi.
Francesco Baccini torna con l’inedito Matilde Lorenzi (Edizioni Azzurra Music). Il brano anticipa il nuovo album in uscita nel 2026 per Azzurra Music.

Francesco Baccini è riuscito a trasformare una tragedia in un canto di gioia e forza senza alcun tono tristemente commemorativo, Matilde Lorenzi è un brano che celebra la gioia di vivere, la passione e la determinazione di chi affronta la vita con coraggio.
“E sono libera / Sposa della gravità / Gli occhi brillano / La mia vita è tutta qua”
Baccini che ha composto e scritto la canzone ha dichiarato:
“Ero rimasto molto colpito dalla notizia dell’incidente di Matilde Lorenzi in allenamento, c’è qualcosa di inconcepibile nel perdere la vita a 19 anni, è inaccettabile. Non ero neanche sicuro che ne avrei scritto un pezzo, ma quando mi sono messo al piano gli accordi e le parole sgorgavano naturalmente. Ero scosso, ma non volevo che fosse un pezzo triste o commemorativo.
Questa campionessa era una ragazza che stava vivendo al cento per cento la sua passione, volevo che questo brano celebrasse la gioia e la libertà della sua esistenza, la bellezza della vita. Non c’è un messaggio, ma mi piacerebbe che la mia canzone e il ricordo di Matilde spingessero soprattutto i più giovani a cercare quale passione li fa vibrare davvero nel profondo, perché peggio di morire c’è solo non aver vissuto pienamente”



Il meraviglioso



All’arrivo a Nairobi troviamo ad
Sfidando coccodrilli e predatori in un’epica lotta per la sopravvivenza. 



Oltre alla straordinaria fauna ed ai paesaggi mozzafiato, un safari in questi territori offre anche l’opportunità di incontrare la comunità Masai.
Il loro mondo ruota attorno al bestiame, soprattutto mucche e capre. Si spostano alla ricerca di pascoli verdi ed acqua e vivono in piccoli villaggi circolari fatti di capanne di fango, sterco e rami intrecciati che ci hanno fatto visitare. 

Dopo quattro giorni di safari in Kenya, riprendiamo l’aereo a Nairobi per recarci in Tanzania. 


Situato nel cuore della Tanzania settentrionale, l’Area di Conservazione del Ngorongoro è una delle meraviglie naturali più spettacolari del pianeta. 


L’ultima tappa del nostro avventuroso viaggio è il Parco Nazionale del Serengeti, anche questo un luogo spettacolare. 




Un viaggio tra Masai Mara, Tarangire, Ngorongoro e Serengeti è un susseguirsi di emozioni uniche come l’ammirare da vicino un branco di elefanti, osservare le zebre abbeverarsi nei fiumi, vedere
Eccomi qui, è questo il mio posto”.



Consapevoli che per raggiungere il Senegal ci sono moltissimi chilometri di spostamento verso sud su un percorso a noi arcinoto attraverso Marocco, West Sahara e Mauritania, decidemmo per non annoiarci troppo, di percorrere la distanza nel tempo minore possibile, dandoci il cambio alla guida. Così la seconda notte la passammo a Tiznit, all’Hotel de Paris, abbastanza popolare ma a noi noto e molto caro, dove aleggia un’aura da “Tè nel deserto”.
Entrammo dunque nel West Sahara con qualche sosta per vedere alcune delle meravigliose scogliere sull’Atlantico con sosta serale a Boujdour, dove scoprimmo, nostro malgrado, che i ristoranti tradizionali non esistono quasi più ma pullulano localini abbastanza sporchi, dove ti danno hamburger e Coca Cola. Brutta cosa.
Prima di entrare in Mauritania, sostammo in una sorta di motel che da alcuni anni esiste a Bir Gandouz, posto decente e con cibo discreto. Qui preparammo il corpo, la mente e lo spirito, per quella che, sicuramente, sarebbe stata la tribolazione del giorno dopo da patire alla frontiera marocchina per

Il giorno successivo partimmo molto presto, superammo Nouakchott la capitale mauritana bruttina, fermandoci molto più a sud nel villaggione di Tiguent. Qui dormimmo in un alberghetto molto naif il cui proprietario aveva l’aria di essere il boss del paese. Di fronte, una sorta di ristorante alla buona, ci servi l’unica cosa disponibile, un ottimo piatto di riso condito con pezzi di pollo arrosto. Il ristoratore era un simpatico giovane in costume mauritano, con tutta evidenza agli ordini del padrone dell’alberghetto.
Finalmente il giorno dopo imboccammo la pista di Diama che in una novantina di chilometri raggiunge un passaggio di frontiera secondario tra la Mauritania e il Senegal. La pista, molto mal ridotta, in terra durissima per la siccità e piena zeppa di buche e solchi profondi, non presenta particolare difficoltà per una 4×4. Tuttavia dati i numerosi sobbalzi, venne battezzata da Bruno “pista del mal di schiena”, essendo partito da casa con la schiena già dolorante, qui
Passarono così le ore e a noi si aggiunsero due francesi in auto e altri quattro in moto sempre francesi, diretti in Senegal o Guinea Bissau, coi quali incominciammo a chiacchierare. Alle ore 17 la frontiera non aprì, alle 18 neppure e alle 19 neanche. Si fece buio pesto e alle 20,30 ci comunicarono ufficialmente che la frontiera avrebbe aperto la mattina dopo alle ore 8,30! Ciapa lì, come si dice dalle nostre parti…Passammo una parte della notte chiacchierando e mangiando pane e tonno che offrimmo anche ai francesi privi di viveri, biscotti e simili. L’altra parte, dormendo noi in macchina abbastanza comodamente ma con valanghe di zanzare e i motociclisti con delle tendine individuali. Una notte da esperienza “forte” potremmo dire.


Dakar a molti non piace. Noi girammo a piedi il centro in lungo e in largo, specie la zona di Place de l’Independance e l’abbiamo trovata molto vivace e degna di visita, cosa che abbiamo in mente di fare più tranquillamente in futuro. Accanto al centro si sviluppa una medina ma subito dopo, i palazzi coloniali, storici o moderni, lasciano spazio a case povere e anche poverissime. Di architettura particolare è la stazione centrale dei treni, la sede municipale e alcune sedi ministeriali. Restammo colpiti da una sorta di pub-ristorante, un mix tra Africa e Scozia, “L’Imperial” gestito da un gruppo di ragazze nere belle e simpatiche, dove con modica spesa si mangia benissimo e si beve altrettanto. La sera del secondo giorno, incontrammo casualmente Pap il taxista che ci aveva trasportati e dicendo che ha famiglia, simpaticamente ci chiese se potevamo aiutarlo con 5 euro. Che fare? Glieli demmo, cioè vinse lui sul prezzo del servizio che ci

Lasciata Dakar e passando da Kaolak, raggiungemmo la frontiera con il Gambia a Keur Ayip e attraversato rapidamente questo strettissimo paese rientrammo in Senegal, cioè nella regione della Casamance, nostra meta. Nella seconda frontiera, una poliziotta gambiana grande e grossa, molto allegra, continuava ad abbracciarci e a chiederci dell’Italia, chissà. Comunque ci aiutò a sbrigare le pratiche molto rapidamente. Verso sera arrivammo a Ziguinchor e dormimmo in un alberghetto più che dignitoso. La mattina seguente la dedicammo alle trattative lunghe e laboriose di Cristina con alcuni venditori di maschere di legno e, dopo averne acquistate qualcuna, ci dirigemmo verso la costa nella località di Oussouye dove avevamo deciso di stanziarci per visitare la zona. La Casamance occidentale si presenta subito molto bella e pittoresca, fiumi e fiumiciattoli, risaie con le palme piantate in mezzo al riso,


La visita che facemmo subito alla famosa località di Cap Skiring sull’oceano a circa 40 km, ci ha lasciato abbastanza delusi. La località della quale abbiamo sentito decantare meraviglie da molti, in realtà altro non è che la solita cittadina africana dall’apparenza molto povera, con qualche banca e qualche distributore di carburante in più della norma e vari negozietti di stoffe e cianfrusaglie, uno gestito da un’italiana di Torino che, da anni, ha deciso di vivere li. Un paio di alberghi visti da fuori, non sembrano essere di chissà quale livello, anzi.
Per raggiungere

Non lontano da Oussouye ci sono dei villaggi dell’etnia Dyola e particolarmente, è possibile
Il giorno successivo, sempre con la stessa guida, andammo a visitare l’isola di Elubadì, dove esiste un villaggio totalmente ancestrale ma accessibile anche ai bianchi accompagnati, cioè si stanno aprendo al turismo. Quest’isola è una delle infinite nel dedalo paludoso del grande delta del fiume Casamance, raggiungibile solamente in barca. Salimmo così su una lunga piroga di legno con motore, con la quale il barcaiolo ci condusse con un viaggio di oltre un’ora all’isola. Il percorso passò da tratti di fiume molto larghi a canali minori infilati tra lussureggianti mangrovie che, chiudendosi a galleria, quasi ostruiscono il passaggio. Attaccati alle mangrovie un’infinità di ostriche particolari che a detta della guida, vengono raccolte e mangiate ma non in questa stagione. Numerosi gli uccelli di varie specie, molti comorani. La guida ci disse che in quest’area non ci sono ippopotami e i coccodrilli una volta numerosi, sono quasi totalmente spariti per la caccia.
Attraccammo all’isola ed effettivamente ci sembrò di essere arrivati in un altro mondo. Ci apparve un villaggio interamente fatto da tucul, dove le uniche case in muratura erano la scuola, l’asilo e un piccolo centro sanitario. Il villaggio è un po’ sparso su tutta l’isola, abitato da 6oo persone molte delle quali bambini, che vivono di pesca praticata dagli uomini e coltivazione di riso, praticata soprattutto dalle donne. Gran parte dell’isola è occupata da risaie. Una tettoia col tetto di paglia fa da accoglienza ai turisti che da qualche tempo vengono sull’isola, e un ragazzo locale in ottimo francese, accompagna i visitatori al tour. Nel frattempo da un barcone, sbarcarono quattro turisti italiani di Roma, persone già avanti con gli anni, coi quali ovviamente attaccammo bottone. Il giro dell’isola iniziò con la spiegazione di come vive la gente, tutti sono animisti; ci mostrarono il luogo dove si radunano per invocare la pioggia, dove le donne che non riescono a rimanere incinte vanno a pregare, un luogo di preghiera con ossa di animali appesi, come avevamo già visto in altre parti d’Africa. Dentro ad un tucul ci spiegarono come si svolge la vita familiare e l’importanza di come devono essere fatti i tetti per la raccolta delle acque durante le piogge. Vero problema dell’isola è l’acqua dolce, praticamente inesistente, e quella che la circonda è completamente salata, non bevibile ed inadatta a coltivare il riso. Ci mostrarono poi un enorme cisterna di cemento fatta costruire dallo stato per la raccolta dell’acqua piovana indispensabile, anche per l’agricoltura.
In fine puntammo verso nord per arrivare a Tangeri nel più breve tempo possibile. Ripercorrendo la pista di Diama al contrario, ci capitò di aiutare dei disperati senegalesi che con un vecchio pik up stracarico e con anche delle pecore sopra, avevano stallonato uno pneumatico rimanendo bloccati poiché privi perfino della ruota di scorta. La vicenda si concluse in un’oretta dove, rimontata la gomma sul cerchione, la gonfiammo col nostro compressore, attrezzo ovviamente a loro mancante, e dopo avere scavato una fossa nella terra durissima sotto il loro mezzo, per consentire alla gomma rigonfiata di avere lo spazio per essere rimontata; operazione non semplicissima..Non sapevano come ringraziarci e noi fummo molto felici di averli aiutati.



Non avendo programmato la data di ritorno e pertanto privi di biglietto di ritorno della nave, decidemmo di attraversare lo stretto di Gibilterra da Ceuta ad Algesiras con un battello spagnolo. Risalendo la Penisola Iberica e la Francia meridionale, siamo quindi tornati a casa dopo un mese di viaggio, non prima di vedere Cristina innamorarsi per la bellezza notevole, del cinquecentesco centro storico della cittadina di Girona, a nord di Barcellona dove facemmo una tappa.