I Grandi della Fotografia – Annie Leibovitz.

I Grandi della Fotografia

Annie Leibovitz



Nel museo delle opere immortali c’è un famoso ritratto fotografico degli anni ’80, la figura esile e nuda di John abbraccia con trasporto quella vestita e distaccata di Yoko Ono. Ci abbassiamo a leggere l’autore della foto e scorgiamo un nome. Andiamo in un’altra stanza e una donna nuda, gravida, di profilo ci saluta, Demi Moore fu la prima a sdoganare quel genere di foto. Prima di allora le donne incinte nascondevano il loro corpo, intimorite dalla morale comune contraria a mostrarsi in quella fase. Leggiamo l’autore ed è di nuovo il nome di prima: Annie Leibovitz.

E ancora Whoopi Goldberg che ci sorride dalla sua vasca riempita di latte. Ancora lei.
Nel museo delle opere immortali ci sono tante fotografie passate alla storia ma è incredibile quante di esse portino il nome di Annie Leibovitz.
La fotografa è nata nel 1949 negli Stati Uniti, abituata fin da piccola a trasferirsi da un luogo all’altro del Paese per seguire gli spostamenti di suo padre, un ufficiale dell’Aeronautica Militare.
È proprio qui che affina il suo occhio, mentre l’auto macinava chilometri e lei aveva come unico rimedio alla noia quello di guardare il mondo dal finestrino, esso diventava il suo schermo, il display da cui guardare le anteprime, fu così che i primi paesaggi e i primi personaggi comparirono al suo sguardo indagatore per pochi secondi.
La piccola Annie Leibovitz non conosce alcuna regola della composizione ma sa che quella veduta era piatta prima che comparisse quell’anziano alla sua sinistra. Non conosce nemmeno le regole dei colori ma guarda ammirata le foglie rosse autunnali stagliarsi contro lo steccato verde di quella casa, creando un accostamente perfetto. La piccola Annie non sa tutto questo, non ancora.

A 18 anni è pronta per il San Francisco Art Institute, il corso di pittura la attrae come qualunque artista che inizia il suo percorso decidendo di imprimere le emozioni in istanti. Ma è breve il lasso di tempo in cui decide di appassionarsi alla fotografia, troppo forte è quel sottile legame creato anni prima con il finestrino dell’auto.
Appena un anno dopo comprerà in Giappone una Minolta SR-T 101, una fotocamera SLR 35mm, che la accompagnerà nella lunga scalata del monte Fuji con i suoi fratelli e sorelle.
In merito a quell’esperienza avrebbe detto che la fotocamera era pesantissima e sembrava sempre più pesante ad ogni passo verso la vetta. Una volta arrivata in cima si rese conto di avere solo un rullino, di cui ne aveva già consumato la gran parte, e scattò le ultime 3 foto all’alba levante. Quell’adolescente Annie Leibovitz non sapeva come giostrare i tempi e la gestione degli scatti, non ancora.
La fotografa comincia a frequentare un corso serale, nel 1970, per affinare la propria tecnica e si fa le ossa scattando le prime foto alle manifestazioni contro la guerra, l’anno successivo.

Proprio una di esse finirà su una copertina di Rolling Stones.
Questa rivista era agli albori, non era ancora l’esponente principale delle riviste musicali. Ma aveva fiuto e l’editore Jann Wenner captò da subito il talento di questa giovane fotografa. Dopo un colloquio e una rapida occhiata al portfolio di Annie, ne rimase talmente colpito da assumerla come fotografa dello staff. Nel giro di due anni, la Leibovitz divenne chief photographer ovvero fotografo capo. Un bel traguardo per una appena 23enne!
Ebbe questo incarico per 10 anni, periodo in cui seguì le più importanti rockstar nei loro tour, scattando foto on stage e dietro le quinte. Una delle foto più rappresentative di questo periodo fu quella di Mick Jagger in ascensore, durante il tour del 1975, ritraendolo in accappatoio e cuffietta. Una visione semplice e ordinaria per l’uomo più straordinario di tutti i tempi.

Dell’esperienza rock, Annie non riesce a ricordare bene le sue impressioni a causa della dipendenza dalla droga, in pieno spirito sex, drugs & rock n’roll.
Non è un caso se, lavorando con i Rolling Stones, la fotografa sia entrata nella spirale della dipendenza. C’entra il suo approccio alla fotografia, entrare dentro la scena e provare empatia per i personaggi da ritrarre. La vita spericolata della band però era troppo per la giovane Annie, che in seguito dirà di averci messo 8 anni per uscire fuori da quel periodo e di aver imparato un importante lezione: prestare attenzione a dove si mettono i piedi per evitare di perdere se stessi.
Molte furono le copertine firmate dalla fotografa per il Rolling Stones, da Meryl Streep travestita da mimo, a Mick Jagger e Keith Richards fino alla famosissima coppia John e Yoko, quest’ultima scattata il mattino prima della morte di Lennon.
Annie Leibovitz scattò la foto simbolo dell’amore con il rappresentante massimo dell’era del peace and love il giorno prima che tutto finisse; solo poche ore prima che l’amore soccombesse alle pallottole di uno squilibrato. Ma nel momento in cui John si denudò e si mise a letto con Yoko, Annie non lo sapeva.

Una curiosità sulla foto vede una Annie con un’idea originale diversa rispetto allo scatto finale, avrebbero infatti dovuto essere entrambi nudi ma Yoko non voleva assolutamente togliersi i pantaloni. La fotografa decise allora di rispettare la sua decisione e far spogliare solo Lennon. Incredibile come uno degli scatti che hanno scritto la storia sia il frutto di una coincidenza!
L’esperienza con il Rolling Stones affinò la sua tecnica, caratterizzandola con pose divertenti e colori vivaci, coerentemente con la rivista e il genere musicale ma la fotografa non era pienamente consapevole di quanto il suo stile sarebbe stato importante per le generazioni future. Molto spesso racconta di quanto si sentisse inesperta nel dirigere gli artisti e di farli muovere solo per non tenerli fermi sulla scena. È il 1983 quando decide di lasciare la rivista per entrare a far parte della famiglia Vanity Fair. Questa nuova sfida permette alla fotografa di cimentarsi con diversi ritratti e, ovviamente, diversi protagonisti. Niente più rockstar controverse o cantanti in voga. Vanity Fair toccava una varietà di argomenti infinita e di conseguenza i ritratti richiesti erano infiniti; davanti all’obiettivo posavano presidenti, attori impegnati, adolescenti rubacuori, giovani promesse letterarie, ecc. Se il Rolling Stones fu la palestra di Annie Leibovitz, Vanity Fair fu la consacrazione del suo talento. Capace di impostare la scena e le luci a seconda della persona che gli compariva dinanzi, aggiungendo particolari o elementi capaci di racchiudere la personalità del ritratto. Ma nulla è preparato in anticipo, non c’è premeditazione o finzione nelle sue foto, se glielo chiedete vi risponderà:”simply goes for it“, semplicemente va…
Ma non c’è solo Vanity Fair nella sua vita e durante gli anni ’80 cominciò a lavorare su una serie di campagne pubblicitarie di alto profilo come American Expressche le permise di avere pieno controllo sulla campagna, di lavorare al fianco di personaggi quali Luciano Pavarotti e Tom Selleck e di venire premiata con il Clio Award nel 1987.
Gli anni ’90 si aprirono con diversi progetti interessanti per la Leibovitz, tra questi ricordiamo “Dancing Series“, una serie di ritratti di ballerini (tra cui il grande Baryshnikov). Una curiosità su questo progetto è che la fotografa voleva scattare solo qualche foto ma le ore diventarono giorni e i giorni diventarono tre settimane. Sua madre era infatti una ballerina e immergersi in quell’ambiente fatto di punte e posizioni le provocò un ritorno all’infanzia talmente piacevole da restare accanto ai ballerini più del dovuto. In queste foto si nota una certa maturità e occhio alla composizione, simbolo della crescita personale di Annie.
Appena un anno dopo la National Portrait Gallery le dedica un’intera mostra con oltre 200 ritratti, fu un grandissimo onore dato che era la prima volta per una donna.

Più tardi, sempre quell’anno, venne edito un libro Photographs: Annie Leibovitz, 1970-1990 per accompagnare la mostra. In totale, nella vita della fotografa, ce ne sono stati 5: “Photographs“, “American Olympians“, “Women” e “American Music“.
“American Olympians” raccoglie una serie di fotografie in bianco e nero degli atleti americani durante le Olimpiadi di Atlanta, manifestazione in cui la Leibovitz era fotografa ufficiale. Ma è Women del 1999 a lasciare il segno, considerato uno dei suoi miglior lavori. Il libro raccoglie vari ritratti femminili, dai giudici della Corte Suprema alle ballerine di Las Vegas, fino alle operaie e le contadine. Annie volle rappresentare la diversità della bellezza femminile e quanto essa cambi a seconda del ruolo sociale della donna. Un lungo viaggio suggeritole da Susan Sontag, scrittrice incontrata nel 1988 e diventata la sua compagna di vita.
Proprio lei scrisse un dolce e romantico saggio d’accompagnamento al libro. Susan rimarrà il suo grande amore fino alla sua scomparsa, nel 2004. “Women” recentemente è diventato una mostra itinerante facendo il suo debutto a Londra nel gennaio 2016 e dal 9 settembre al 2 ottobre ha toccato anche Milano con il progetto “Women: New Project” con l’obiettivo di rappresentare la mutazione delle donne nel corso di questi decenni. Un lavoro di prospettiva che non è altro che la continuazione del viaggio della piccola Annie…


Il lavoro della fotografa negli anni 2000 si tesse di progetti particolarmente diversi, come a voler raggiungere traguardi nuovi capaci di rinnovare il suo amore per la fotocamera.
Ed è così che diventa la fotografa del cast de “I sopranos” riprendendoli come una sorta di “Ultima Cena” di Leonardo Da Vinci, foto che la premierà con l’Alfred Eisenstaedt.
O ancora il progetto Alice nel paese delle meraviglie ideato e realizzato con i maggiori stilisti dal calibro di John Galliano, Natalia Vodianova e Tom Ford che non solo disegnano i surrealistici costumi di scena ma ne interpretano anche i personaggi.

Loro che disegnano sogni e rimangono dietro le quinte, diventano i protagonisti della favola, la favola di Annie. Ma il rifacimento al mondo delle fiabe non finisce qui e nel 2005 e 2006, la fotografa partecipa ad altri due shooting a tema “Mago di Oz” e “Maria Antonietta”, rispettivamente con Keira Knightley e Kirsten Durst. Esaminando questo percorso con un occhio critico, Annie Leibovitz riesce a divertirsi e proporre scatti che ai tempi di Rolling Stones non avrebbe mai potuto fare, limitata dalle linee guida e dalla necessità di rappresentare e porre massima attenzione verso il soggetto. Con il progredire della sua carriera ha acquistato la piena autonomia, convincendo e vincendo grazie alle sue idee originali e innovative. Nell’ultimo decennio ha siglato diversi Calendari Pirelli, di cui l’ultimo nel 2016, e il famoso servizio fotografico alla Casa Reale Britannica. Ma se le chiedete quale sia la sua foto preferita non sa rispondervi, tituba e pensa un po’, per poi dirvi che una delle sue foto più significative è quella della madre di Marilyn Monroe. Perché la guarda come sei lei non ci fosse ed effettivamente il ritratto ha qualcosa di ipnotico. La donna non è agghindata, non è truccata, si presenta con una camicia aperta indifferentemente sul petto, con i capelli ricci che le incorniciano il volto e un’espressione intensa che oltrepassa lo schermo e sembra graffiare chi la guarda.
Questa foto è poco conosciuta, ma rappresenta in pieno lo stile di Annie Leibovitz: diretta, priva di fronzoli, profonda e che ti scava l’animo. Lei entra nei suoi soggetti, crea un feeling con loro e ne studia il carattere, riuscendo così a rendere il personaggio protagonista della fotografia e non il contrario.
La piccola Annie è cresciuta e adesso sa tante cose.


Zucchero e Miles Davis

Zucchero ce l’ ha fatta. Ha realizzato quello che forse molti musicisti italiani ha sempre desiderato; avere Miles Davis, il leggendario suono della sua tromba, come ospite speciale in una canzone. E la cosa è tanto più importante perchè Davis non è solito concedere partecipazioni del genere, neanche per le più famose rockstar internazionali. Unica eccezione; Prince, e comunque realizzata col massimo della discrezione, quasi in clandestinità. Il suo incontro con Zucchero è avvenuto allo studio Hit Factory di New York dove Davis ha suonato un assolo sulle basi già esistenti del pezzo Dune mosse. 

Ma perchè Davis, il più scorbutico e “difficile” dei grandi Jazzman, ha accettato di collaborare proprio con Zucchero? La storia risale a un paio di mesi fa, l’ ultima venuta in Italia di Davis per due concerti a Viareggio e a Venezia. Il trombettista era particolarmente di buonumore, amava l’ Italia, l’ ambiente, le persone che incontrava. Allora l’ organizzatore del tour, Mimmo D’ Alessandro, ebbe l’ idea di fargli ascoltare, in automobile il pezzo Dune mosse e Davis ne rimase particolarmente dolpito. Disse che volentieri avrebbe suonato un pezzo così bello (e su queste pagine lo riferimmo all’ epoca del concerto di Davis a Viareggio). 

Pochi però credevano che la cosa potesse diventare realmente possibile. Invece, successivamente, quando gli è stato chiesto di entrare in studio per incidere, Davis ha mantenuto l’ impegno promesso. Che la cosa sia piuttosto sensazionale è testimoniata dal fatto che immediatamente in sala sono arrivati i fotografi e giornalisti americani, incuriositi dal fatto che Miles accettasse di suonare un disco di un cantante italiano. E’ il primo atto, anche se forse rimarrà il più prestigioso, di un progetto discografico più ampio: Zucchero ha deciso di pubblicare un disco con i suoi pezzi migliori, ma invece di presentare la solita antologia, ha pensato di riprendere tutti i master delle canzoni, e usare piste ancora libere per includere in ogni pezzo un diverso ospite di riguardo, tra i quali dovrebbe esserci anche Joe Cocker, col quale da tempo si parlava di una collaborazione discografica

Rolling Stones – Ride Em On Down


 

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Rolling Stones – Ride Em On Down


 

Tratto dall’album con tanto di lingua blu in copertina l’ultimo album dei Rolling Stones : “Blue & Lonesome”. Il blu è il colore della nobiltà, ma il disco colora di nero, nero pece, nero afroamericano. Contrattualmente avrebbero dovuto registrare un album di inediti, ma i  Rolling Stones sono una multinazionale e beati loro, possono fare quello che vogliono. Ad esempio suonare blues nell’epoca dell’onnipotenza pop 2.0. “Blue & Lonesome”  è un album di cover blues. Una sorta di “ritorno al futuro” per i Rolling.  Si dice che nella terza età sia inevitabile tornare indietro nel tempo, rivivere lo spirito giovanile sepolto da anni, da miliardi, droghe, eccessi, figli, matrimoni seriali e quant’altro. Del resto i Rolling sono un brand, una scuola, un suono. Mai in quest’epoca, avrebbero potuto incidere un album contemporaneo, fatto con loop e suoni scaricati dal web e con tanto di citazioni hip hop. Il loro viaggio a ritroso nel tempo, comprende anche il sistema di registrazione del disco: tutti disposti a cerchio davanti ai microfoni e in presa diretta. Tre ore di registrazione live e tre giorni per mixarlo. Comprende anche la guest star: il vecchio Eric Clapton che suona in due brani. Più ritorno al futuro di così si muore.

 

 

Nella varie track ballano in paradiso, pardòn all’inferno nell’ode della musica del diavolo, i fantasmi di Willie Dixon, Jimmy Reed, Eddie Taylor, Walter Jacobs, Little Walter e il cattivissimo Howlin’ Wolf immortalato a perfezione dall’attore Eamonn Walker nel bellissimo film “Cadillac Records” di Darmell Martin. “Blue & Lonesome” è tradizione, blues classico da antologia ma proprio per questo appare oggi un disco rivoluzionario, epico, coraggioso, in barba al dominio del pop digitale. Probabilmente non venderà come gli altri album, ma poco importa. I Rolling hanno forse il problema di spendere, non tanto di guadagnare. Ma intanto, a pochi giorni dell’uscita dell’album, sono già al 1mo posto in 40 Paesi. Mick Jagger la fa da padrone, canta e suona l’armonica con il fiato e la passione del suo esordio, come se i suoi otto figli li avesse concepiti qualcun altro. Keith Richards, Ronnie Wood e Charlie Watts sempre più simili a vecchi saggi Apache, lo sostengono con il loro motore, senza eccedere in virtuosismi. Persino Eric Clapton, guest star eccellente in “Everyboody knows about mi good thing” e “I can’t quit you baby” suona in sottofondo, senza mai sovrapporsi agli altri. Ciò che sorprende nei Rolling Stones è il rigore in cui scelgono di mettersi al servizio del Blues, omaggiandolo e rispettandolo. Non pretendono di stravolgerlo né di interpretarlo “facendolo proprio”, come da frase classica da tutor degli odierni talent show.


I Rolling si comportano come attori che si mettono a servizio di una storia, rendendola realistica, autentica, quasi agissero in un documentario piuttosto che in una fiction. “Blue & Lonesome” è una testimonianza, un tributo, un gran pezzo di vita di questi quattro anziani più giovani dei loro figli e delle loro mogli. Sembrano usciti dalla piscina del film “Cocoon”. E questo è quello che sorprende di più di questi fantastici highlander del rock-blues. Chi li ha visti  lo scorso ottobre al Colorado Desert Festival, il  Desert Trip, è rimasto incredulo. Con loro c’erano The Who, Neil Young, Bob Dylan e Paul McCartney. L’età media del cast era di 72 anni.


I Rolling Stones hanno dato prova di una vitalità incredibile, stupefacente nel caso di Mick Jagger che più di una rock star, è ormai un individuo da portare in giro nel mondo ad ogni congresso scientifico. La sua vitalità è un tale mistero che nemmeno “Quark” su Rai Uno potrebbe spiegare. I tempi della cocaina e delle sniffate di ossigeno puro prima di salire sul palco sono finiti. Jagger è andato oltre. Si è infilato in un buco nero e viaggia nell’universo parallelo a velocità di anni luce. Tornando al disco, la cosa più brutta è la copertina. Ha il merito di farsi notare in vetrina, ma in quanto a fantasia lascia davvero a desiderare. E’ l’elemento meno vintage dell’album.


La lingua blu ha una grafica basica, essenziale, come il blues del resto. Ha tratti persino infantili, sembra una faccina emozionale da facebook , e così se ci vengono in mente copertine come “Beetween the Buttons” o “ Sticky Fingers”, c’è da storcere il naso.Per fortuna le dodici tracce del disco ci riportano all’ epoca in cui la musica contava davvero, fungendo da elemento catalizzatore e aggregante di intere generazioni. Epoca e spirito estinti da tempo, più o meno come i nativi americani, reincarnati nella facce rugose delle pietre rotolanti.


Kristen Stewart si scatena su una Mustang nel video dei Rolling Stones


Dopo il primo video di Hate To See You Go, i Rolling Stones lanciano il novo video di Ride ‘Em On Down per supportare l’uscita del nuovo album in studio, dopo 11 anni. Blue & Lonesome è nei negozi e disponibile su tutti i servizi di streaming da oggi, 2 dicembre. L’album di 12 canzoni contiene cover di pezzi storici di Jimmy Reed, Willie Dixon, Eddie Taylor e Howlin ‘Wolf. 


Kristen Stewart si scatena su un’auto d’epoca, probabilmente una Mustang, nel nuovo video dei Rolling Stones realizzato per la cover del pezzo del ’55 di Eddie Taylor. L’attrice della saga di Twilight e del recente Café Society di Woody Allen sfreccia tra le strade di Los Angeles, fermandosi giusto per farsi importunare da un poliziotto in borghese e per far attraversare la strada a una zebra. Qui sopra è possibile guardare il video del secondo singolo estratto dal nuovo disco degli Stones, in uscita il 2 dicembre.


Blue & Lonesome è stato registrato in soli tre giorni ai British Grove Studios a Londra, costruiti da Mark Knopfler come “monumento al passato e al futuro della tecnologia”, con il produttore Don Was ed Eric Clapton, che stava registrando I Still Do nella sala a fianco. 45 minuti di purismo blues.


 


I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele – Myanmar, il paese del sorriso dove il tempo sembra essersi fermato

ultimo aggiornamento 17/8/2023


 



 

Quando gli amici ci chiedono qual’è il nostro « viaggio  del cuore » senza indugio  rispondiamo: il Myanmar!   E questo  perché il Myanmar « ti entra dentro » e non ti lascia piu’…  Ancora adesso, a distanza di due anni, ci risulta impossibile  ripensare  a questo incredibile  paese senza commuoverci .


Il viaggio inizia a Yangon dove la nostra guida ci attende sorridente all’aeroporto. Moh Moh, questo è il suo nome, è una ragazza birmana di 37 anni  molto simpatica e molto colta che parla perfettamente l’italiano. Di solito mio marito ed io amiamo il viaggio  « on the road  self-drive » ma, questa volta, abbiamo dovuto optare per un viaggio con una  guida privata ed un  auto con autista, in quanto gli stranieri  qui non hanno il permesso di guidare. E per fortuna!  Infatti  le auto hanno  il volante a sinistra (come le nostre) ma si viaggia  pure a sinistra della carreggiata e quindi la guida, ma  soprattutto i sorpassi, risultano molto pericolosi.



La nostra prima tappa sarà Bagan e visto che è nostro desiderio conoscere il Myanmar più autentico e meno turistico, invece di spostarci con l’aereo effettueremo  la trasferta in automobile. Il viaggio avrà la durata di  due giorni, con sosta di una notte a Pyay. La nostra  scelta risulterà pienamente azzeccata.  Durante il viaggio  infatti incontriamo  diverse risaie,  grandi terreni dove i contadini arano i campi con aratri trascinati dai buoi; vediamo donne che lavano i panni nel fiume e diversi coloratissimi e chiassosi mercati locali.  Durante il percorso  scendiamo  più volte dall’auto   per  parlare con i contadini, grazie a Moh Moh che ci fa da interprete. Sia gli uomini che le donne indossano il « longyi » (una specie di « sarong »), il tipico indumento birmano. Le donne hanno il viso e le braccia cosparse di « thanaka », una crema cosmetica di colore giallo-bianco, ottenuta dalla corteccia di alcuni alberi. Principale scopo del « thanaka » è di rinfrescare,

profumare, purificare la pelle e proteggerla dai raggi del sole. Gli abitanti di questa regione non sono  abituati  ai turisti e ci guardano con curiosità. Si dimostrano  comunque felici di vederci e di potere dialogare  con noi. Molti vogliono addirittura  fotografarci,  non perché siamo speciali ma perché per loro, che non hanno mai viaggiato, siamo noi « gli esotici ».




Arriviamo a Bagan, città sacra e spirituale situata sulle sponde del fiume Ayeyarwady, al tramonto. La città ospita la più vasta e densa concentrazione di straordinari templi buddhisti, pagode e stupa, molte datate tra l’ XI e il XII secolo. E’ una delle tappe più suggestive di tutto il Myanmar, un luogo magico, indescrivibile e una manna per gli appassionati, come noi, di siti archeologici. Di Bagan, lo scrittore Tiziano Terzani scrisse:  « E’ uno di quei luoghi che ti rende fiero di appartenere alla razza umana ».


Il giorno seguente sveglia all’alba per un emozionante giro in mongolfiera. Sorvolare questa straordinaria valle dei templi   al sorgere del sole fluttuando nell’aria è un’esperienza indimenticabile.


In giornata visitiamo il «Nyaung U Market », il caratteristico e affollato mercato locale di frutta, verdura , fiori , stoffe e merce varia: un tripudio di colori e profumi.


Dopo la visita al mercato  la nostra guida ci propone di  visitare la  scuola del villaggio di Yaung Pey Sue, a circa un’ora di auto da Bagan. I bambini, che stanno seguendo diligentemente gli insegnamenti di un monaco, ci accolgono con calore e noi regaliamo loro quaderni e matite colorate. Parliamo con i maestri e con il preside della scuola e siamo commossi dall’affetto e dal calore che ci dimostrano. Questa sarà una giornata che resterà per sempre nel nostro cuore.


Lasciamo Bagan per recarci a Mandalay. Raggiungiamo la città  dopo due giorni di rilassante crociera  sul fiume Ayeyarwady, durante la quale  facciamo un paio  di soste per  visitare alcuni  villaggi interessanti.


Mandalay è sede di industrie tessili, alimentari e del legno ed è resa immortale nell’opera di Kipling « La strada per Mandalay ». E’ una città ricca di pagode (ce ne sono più di 700) e chiese coloniali. Interessante da visitare è il palazzo reale. L’attrazione principale rimane però l’ «U-bein», il ponte  pedonale di teak più lungo al mondo ( 1 km e 200 metri) che raggiunge la sua massima bellezza al tramonto.  Dopo tre giorni trascorsi a Mandalay   ci spostiamo in aereo nello Stato di Shan, il più orientale del paese, che confina a nord con la Cina, ad est con il Laos  e  a sud con la Thailandia.


Atterriamo all’aeroporto di  Heho e ci rechiamo  a Pindaya dove visitiamo la spettacolare e suggestiva grotta con  più di 1000 Buddha. Il giorno seguente  ci spostiamo a Kakku, un luogo incredibile, una  meraviglia  « nascosta » del Myanmar ancora poco conosciuta. E’ un piccolo gioiello di architettura religiosa dove si allineano ben 2478 stupa, i tradizionali monumenti buddhisti.


Essendo poco turistica risulta un luogo di pace e tranquillità.

Lasciamo Kakku e, attraversando affascinanti paesaggi rurali, raggiungiamo il Lago Inle, situato tra le  montagne  a 920m s/m. La bellezza del lago ci lascia senza fiato. I suoi  abitanti vivono su palafitte costruite lungo le sue sponde e si spostano su canoe piatte. L’attrazione maggiore sono gli orti galleggianti dove i contadini coltivano verdure su tappeti di alghe e terra, ancorati al fondo del lago con lunghe canne di bambù. (foto) Interessante è pure osservare i pescatori  « Intha » che pescano con reti coniche e  remano appoggiando un remo sulla gamba e tenendosi in equilibrio sull’altra. (foto) Anche qui ci sono monasteri, mercati da visitare e abili artigiani da vedere all’opera. Il lago è ricco di fiori di loto; il filo interno del gambo è utilizzato per ricavare con antichi telai, tessuti ancora più preziosi della seta. Le donne birmane sono delle abilissime tessitrici.


Dopo quattro fantastici giorni trascorsi al lago ci attende una settimana di  meritato riposo  sulle esotiche spiagge di Ngapali Beach, dove arriviamo dopo circa un’ora e mezza di volo da Heho.

Dopo  una settimana è  ora di ritornare  a Yangon. Al tramonto  visitiamo la Pagoda Shwedagon in cima alla collina di Singuttara che, con il suo stupa dorato alto quasi 100 metri, domina il profilo della città. E’ l’edificio buddhista più importante di tutto il Myanmar ed  è una sorta di mini città costituita da decine di mini pagode, templi e statue di Buddha: sicuramente un luogo da visitare.


Purtroppo il nostro viaggio è giunto al termine e noi, a malincuore, lasciamo questo incredibile paese. Un paese  che ci ha stupito, commosso e divertito; che ci ha accolto ovunque con calore, tanti sorrisi ed estrema gentilezza. Un paese che ci ha regalato profumi, colori, odori, sapori e che ci ha arricchito con la sua semplicità e autenticità.


Consigliamo a tutti un viaggio in Myanmar da fare però al più presto, prima che il turismo di massa ed il progresso prendano il sopravvento.


Patrizia Maccarinelli-Molina


I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele ringraziano il Corriere del Ticino per la pubblicazione di questo reportage.