I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele Maccarinelli – India – Jaipur




Da Agra, dopo circa 4 ore di viaggio  giungiamo a Jaipur, nel Rajasthan, chiamata anche “la città rosa”per il colore dei suoi edifici. Fu fondata nel 1728 dal Maharaja Sawai Jai Singh II ed è stata la prima città costruita secondo criteri urbanistici moderni. Jaipur è molto affascinante, ricca di monumenti ed edifici  storici e le sue strade sono molto  affollate e chiassose, come d’altronde tutte le città indiane. I suoi edifici rosa rendono la città fiabesca ed è un piacere visitarla camminando in mezzo alla colorata folla. Il Palazzo di Città è la prima attrazione che visitiamo. In passato fu la sede del Maharaja di Jaipur ed ancora oggi ha la funzione di residenza reale, in parte aperta al pubblico. Noto come City Palace, comprende diversi edifici come i palazzi del Chandra Mahal e del Mubarak Mahal che sono dei veri capolavori architettonici. All’interno del Palazzo Reale si trova un museo con una grande collezione di armi, dipinti, preziosi tappeti e ricchi abiti.



L’attrazione che ci stupisce di più è però il il Jantar Mantar, il più grande e uno dei meglio conservati osservatori astronomici del mondo. L’artefice dell’opera fu il  Maharaja Jai Singh, uomo di grande cultura, che lo realizzò tra il 1727 ed il 1734. L’incredibile osservatorio  consiste in 13 diversi strumenti giganteschi di varie forme geometriche, molte delle quali ancora perfettemente funzionanti, che servono a calcolare l’ora del giorno, l’altezza dei corpi celesti, le posizioni delle costellazioni e la previsione delle eclissi.



 

A Jaipur si trova pure  il famoso Hawa Mahal, il Palazzo dei Venti, un vero gioiello in arenaria rosa e rossa costruito nel 1799. Edificato su cinque piani, ha ben 953 finestre finemente decorate con fitte grate e la sua forma assomiglia a quella di un favo d’api. Le grate sulle finestre fungevano da “aria condizionata” agevolando la circolazione dell’aria fresca all’interno del palazzo e inoltre servivano alle donne della famiglia reale per osservare, senza essere viste, la vita che si svolgeva al di fuori dalle mura. Il palazzo è una meraviglia architettonica da non lasciarsi assolutamente sfuggire.



 

In serata lasciamo momentaneamente la città per visitare il Galta Jil, il Tempio delle Scimmie, un luogo poco turistico ma molto suggestivo. Immerso nella natura colpisce per la sua bellezza architettonica, gli  specchi d’acqua e le numerose scimmie, vere e proprie divinità del luogo. Il tempio è costruito su  diversi livelli e davanti alle strutture sacre si trovano delle vasche contenenti acqua. L’acqua di queste piscine è considerata sacra come quella del Gange e vediamo numerosi fedeli che si immergono per purificarsi. È un luogo dove si respira pace e serenità e la nostra prima giornata a Jaipur non può concludersi meglio di così.



 

Il giorno seguente ci aspetta la visita al Forte Amber, la città fortezza che si trova su di una  collina che sovrasta la cittadina di Amer, a soli 11km da Jaipur. Durante il viaggio facciamo una sosta sulla riva del Lago Man Sagar per ammirare il Jai Mahal, conosciuto come Palazzo dell’Acqua, costruito nel XIII  secolo e situato proprio in mezzo al lago. Il palazzo è composto da cinque piani ma solo il piano superiore è visibile tutto l’anno. Purtroppo la nebbia mattutina ci impedisce di fotografarlo e filmarlo in tutta la sua misteriosa bellezza.


 

Proseguiamo il viaggio e da Amer saliamo al Forte Amber  in groppa ad un elefante e la lenta salita ci permette di godere del paesaggio circostante. Il Forte Amber fu la sede di tutte le dinastie Rajput che dominarono a partire dal XII secolo fino al 1728 ed è un affascinante miscela di architettura indù e musulmana. Anche se le mura esterne sono rovinate, l’interno è veramente bello e riccamente decorato. Lo Shish Mahal, il Palazzo del Piacere, è  il più ricco e raffinato nei decori ed è quasi interamente rivestito di specchi. Il palazzo era riservato al tempo libero del Maharaja e delle sue mogli. Il Forte domina il Lago Maota dove al centro si trova un’isola  ricoperta da lussureggianti giardini, tra cui un giardino dove si coltiva lo zafferano.


Jaipur è veramente è una città fiabesca e noi ne siamo rimasti letteralmente incantati!



 

I favolosi anni ’60 – Walter Bonatti




La grande vita di Walter Bonatti. Così grande che ne contenne diverse, sulle pareti delle Alpi e del Karakorum a spostare in avanti l’alpinismo e in giro per il mondo a raccontarlo, e che finì tredici anni fa.



C’è stato un tempo in cui le imprese sulle Alpi e sulle montagne più alte del mondo erano un argomento da prima pagina sui quotidiani nazionali, e in cui gli alpinisti che salivano quelle vette rischiando la vita erano degli eroi nazionali: tra gli anni Cinquanta e Sessanta in Italia nessuno fu più popolare, discusso, contestato e amato di Walter Bonatti, morto a 81 anni il 13 settembre 2011, dieci anni fa. Bonatti visse una vita che ne contenne diverse, quasi tutte ricche di gloria, alcune piene di dramma e rancore, segnate da momenti di solitudine e poi per decenni dalla compagnia dell’attrice Rossana Podestà, con la quale ebbe una relazione che aggiunse i rotocalchi ai posti in cui si parlava di lui.


Dalla controversa vicenda del K2 nel Karakorum pakistano alle grandi imprese sul Monte Bianco, dalle salite nelle Dolomiti al Cervino, Bonatti fu l’ultimo e probabilmente il più grande interprete italiano dell’alpinismo che viene spesso definito “classico”, quello che si concentrò sull’apertura di nuove vie di roccia e di ghiaccio sulle grandi pareti delle più importanti montagne alpine. Bonatti, come ricordò più volte Reinhold Messner, considerato in un certo senso il suo “erede”, diede dei punti di riferimento all’alpinismo in un ventennio in cui la disciplina continuava ad avere un aspetto di esplorazione, che l’aveva segnata all’inizio del Novecento, ma già conteneva la dimensione sportiva che avrebbe preso piede dalla fine degli anni Sessanta in poi.


Bonatti era nato a Bergamo nel 1930 e aveva cominciato a scalare con la società di ginnastica della quale faceva parte a Monza. Fu tra i molti giovani che nell’immediato dopoguerra si diedero alla montagna e alle pareti di roccia, tradizionalmente passatempi per le classi agiate, pur provenendo dalla classe proletaria. Bonatti lavorava alla Falck a Milano, e spesso scalava la domenica dopo aver fatto il turno di notte in fabbrica.


La sua carriera alpinistica cominciò ufficialmente nel 1951, quando al terzo tentativo riuscì a scalare per la prima volta la parete est del Grand Capucin, un obelisco di granito sotto al Monte Bianco piena di strapiombi e diedri liscissimi, in cui sembrava fino ad allora impossibile trovare una via per salire. La prima volta non ci era riuscito, e al ritorno aveva peraltro dovuto dormire in tenda fuori dal rifugio Torino perché non poteva permetterselo. Riprovò dopo alcune settimane insieme all’alpinista Luciano Ghigo, di nuovo senza successo per via del maltempo. I due tornarono l’estate successiva, e dopo due notti in parete e un’altra tempesta riuscirono ad arrivare in cima.


Il grande alpinista Gaston Rébuffat la definì «la più grande impresa su roccia realizzata fino ad oggi», e per molti versi anticipò con chiarezza l’importanza che avrebbe avuto Bonatti: fino ad allora scalare una parete simile non sembrava fattibile, e non era puramente una questione di difficoltà tecnica e fisica quanto di concetto.


Nei decenni precedenti si erano definite due grandi scuole d’arrampicata, una più purista che riteneva che le mani e i piedi dovessero essere gli unici strumenti per salire le pareti (a volte non era ammessa nemmeno la corda), un’altra che invece aveva adottato vari tipi di attrezzatura per aiutare la progressione su roccia spingendo più in là il limite di ciò che si poteva salire. A seconda delle filosofie gli ausili “artificiali” potevano essere più o meno invasivi – si andava da un numero limitato di chiodi di protezione a staffe e ganci – e permisero inizialmente grandi imprese sul calcare dolomitico, compiute per esempio da Emilio Comici e Riccardo Cassin.



Bonatti applicò l’arrampicata che sfruttava alcuni aiuti artificiali sul granito del Monte Bianco, che non si riteneva adatto perché più duro, liscio, ripido e privo di fessure, e quindi più ostico a chiodi e cunei a cui assicurarsi. Bonatti e Ghigo, con coraggio e soprattutto ostinazione, si convinsero che fosse comunque possibile superare quella parete, e con una serie di grandi intuizioni individuarono il percorso che permise loro di arrivare in cima superando uno dopo l’altro gli strapiombi. Pur contenendone il numero, alla fine usarono 170 chiodi: un numero enorme per i tempi, cosa che fu molto criticata dai puristi ma che di fatto aprì un nuovo e gigantesco capitolo nella storia delle pareti che si potevano scalare sulle Alpi.


Un ulteriore esempio dell’intuito e del coraggio di Bonatti fu un’altra sua grande impresa nel massiccio del Monte Bianco, quando nel 1955 passò sei giorni sul pilastro sud ovest del Petit Dru, un’aguzza guglia di roccia di 600 metri. Durante la salita arrivò sotto a una parete alta decine di metri troppo liscia per essere superata, e senza la possibilità di scendere o di salire. Era praticamente intrappolato, ma vide a circa 15 metri da lui alcuni spuntoni di roccia. Costruì una sorta di lazo con cordini e moschettoni, e dopo vari lanci riuscì ad arpionarne uno. A quel punto si dovette lanciare nel vuoto, e dopo un lungo pendolo fu in grado di risalire la corda ritrovandosi in un punto della parete più agevole, da cui riuscì a raggiungere la vetta. Quel tipo di impresa, da solo e in un posto dove nessun altro voleva salire, fu uno dei tratti distintivi della carriera di Bonatti. In mezzo, tra il Grand Capucin e il Petit Dru, aveva partecipato a una spedizione collettiva che avrebbe segnato irreparabilmente la sua storia e la sua vita. Nel 1954 fu incluso nella spedizione finanziata dallo stato e organizzata dal Club Alpino Italiano (CAI) per salire il K2, l’ottomila del Karakorum già allora considerata la montagna più pericolosa al mondo, e mai salita prima. Avrebbe dovuto portare la gloria all’Italia, un anno dopo che il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay avevano scalato l’Everest.


Il 24enne Bonatti di fatto aveva il ruolo del giovane galoppino. L’onore della vetta sarebbe dovuto andare ad Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, più vecchi e dal profilo più istituzionale. Ardito Desio, il geologo che guidò la spedizione, dimostrò da subito il suo piglio autoritario quando escluse Cassin, forse temendone il carisma. Dal campo base, Desio coordinò la salita dando ordini attraverso messaggi che venivano poi faticosamente portati agli alpinisti migliaia di metri più in alto. Dopo giorni di salita, in cui le coppie di alpinisti si alternavano tra salita e discesa per allestire i campi, portare l’attrezzatura e acclimatarsi, il 30 luglio Lacedelli e Compagnoni arrivarono all’ultimo campo, oltre gli 8.000 metri. Bonatti e il suo socio, l’hunza Amir Mahdi, erano evidentemente i più in forma della squadra, e arrivarono nel tardo pomeriggio con le bombole d’ossigeno per i compagni. Non li trovarono però nel luogo concordato. Li cercarono, e riuscirono a contattarli urlando, senza però ricevere informazioni precise. Passarono le ore, Bonatti e Mahdi salirono ancora, finché sentirono i due compagni gridare di lasciare lì le bombole e tornare giù. Ma Bonatti e Mahdi non potevano scendere, perché ormai era arrivato il buio. Dovettero bivaccare senza tenda e sacco a pelo a 8.100 metri, scavando un piccolo gradino nel ghiaccio, e aspettando l’alba con temperature che scesero fino a -50 °C. Mahdi quasi impazzì, e tornò che ancora era buio. Bonatti lo seguì qualche ora dopo. Lacedelli e Compagnoni, evitato il rischio di dover condividere la vetta, recuperarono le bombole e salirono in cima.


La verità su quello che successe quella notte non fu chiarita pubblicamente per decenni, e questo segnò profondamente Bonatti per il resto della sua vita. Nella relazione ufficiale pubblicata dal CAI fu inclusa la versione di Lacedelli e Compagnoni, che sostennero – con varie incongruenze – di aver allestito il campo più in basso, e di aver provato seriamente a comunicare con Bonatti e Mahdi, senza riuscirci. Molto deluso, una decina di anni dopo Bonatti raccontò la sua versione nel suo libro Le mie montagne, ma quella ricostruzione fu messa in dubbio sulla stampa, in una serie di articoli che accusarono Bonatti di aver tentato di sabotare la spedizione per ambizione personale. Bonatti vinse una causa per diffamazione, ma per altri trent’anni la verità storica sul K2 rimase quella iniziale di Desio, Lacedelli e Compagnoni, difesi strenuamente dal CAI che non voleva mettere in discussione l’impresa. Fu soltanto negli anni Novanta che il CAI pubblicò una prima revisione dei fatti della spedizione, che iniziò a confermare quanto riportato da Bonatti, come fece anche più avanti lo stesso Lacedelli. Nel 2004, in parte perché era sopraggiunta la morte di Desio – che visse 104 anni – il CAI commissionò e pubblicò una definitiva relazione sulla spedizione, accreditando infine la versione di Bonatti.


Quei decenni passati a sostenere una verità che non gli veniva riconosciuta però amareggiarono Bonatti, che ebbe un rapporto sempre più complicato con il CAI, con l’ambiente dell’alpinismo istituzionale che lo ostracizzò e con la stampa, che dedicò al caso del K2 moltissime attenzioni e costruì attorno a Bonatti una fama di individualista, incosciente e spregiudicato, disposto a tutto per soddisfare la sua enorme ambizione. Non aiutò il fatto che, dopo il K2, altre imprese di Bonatti furono caratterizzate da grandi drammi. Nel 1956 sul versante della Brenva del Monte Bianco, Bonatti fu colto da una tempesta insieme al suo compagno di cordata e a due giovani alpinisti belgi che aveva incontrato lungo il percorso. Bonatti e il suo compagno si salvarono percorrendo un lunghissimo tragitto passando per la vetta del Monte Bianco, gli altri due morirono dopo aver scelto una strada più breve ma più ostica. Nel 1961, poi, tentando di salire il Pilone Centrale del Freney sempre sul Monte Bianco, Bonatti rimase per cinque giorni in mezzo alla bufera a 50 metri dall’uscita della via, insieme ai suoi due compagni di cordata e a una cordata di quattro francesi. Il loro ritorno, attraverso il colle dell’Innominata e in direzione di un bivacco, fu estenuante: un membro del gruppo francese fu colpito da un fulmine che danneggiò l’apparecchio acustico che indossava e che insieme al freddo lo fece uscire di testa. A un certo punto aggredì un altro alpinista, temendo stesse estraendo una pistola per ucciderlo. In quattro, tra cui l’amico Andrea Oggioni, morirono di stenti sul ghiacciaio.


Bonatti realizzò altre grandissime imprese, sulle Grandes Jorasses e sulle Dolomiti, ma anche in Asia scalando nel 1958 per la prima volta, e senza bombole d’ossigeno, il Gasherbrum IV, una montagna che non è uno dei 14 ottomila solo per poche decine di metri. Pochi mesi prima aveva tentato di scalare il Cerro Torre, una delle guglie più complesse al mondo, in Patagonia: in quell’occasione, peraltro, la spedizione di Bonatti intraprese una sfida in contemporanea con una squadra di cui faceva parte Cesare Maestri. La spedizione di Bonatti fallì di fatto per impicci logistici, e nemmeno quella di Maestri riuscì a salire in cima. Fu per il K2, per le varie spedizioni finite in tragedia e le relative polemiche e strumentalizzazioni della stampa che lo logorarono senza che lui avesse in realtà colpe, che nel 1965, a soli 35 anni, Bonatti decise di ritirarsi dall’alpinismo ai massimi livelli con un’ultima formidabile impresa. A 100 anni dalla prima salita del Cervino decise di riassumere in un’unica salita le più grandi e storiche difficoltà dell’alpinismo classico, tentando di scalare da solo e d’inverno la gelida, ripida e pericolosa parete Nord, lungo una via diretta e fino ad allora mai percorsa. Nel suo libro I giorni grandi del 1971 scrisse:

Da una parte mi attende un mondo vasto e avventuroso che finora ho appena intravisto, ma che so di amare; dall’altra c’è un alpinismo stanco ed ormai esaurito per la mediocrità, l’invidia e l’incomprensione. Vivo da anni in un ambiente spossante, che sfiora i limiti della sopportazione. Intorno a me non c’è un’atmosfera amica che generi serenità. L’autodifesa snervante a cui sono costretto mi logora e mi abbatte. Detesto il vittimismo, ma questa è la verità. Molti spiano in me soltanto il più piccolo fallo, il più piccolo peccato, la più sottile fessura in cui far leva, per rendermi la vita amara. Forse agiscono così soltanto per provare a se stessi che sono un essere umano. E lo sono, infatti, seppure nel mio modo di vivere da solo, e spesso non capito. Non è la montagna, tuttavia, che mi delude, ma l’opacità di certa gente.

Ho deciso. Scenderò dai monti, ma non certo per restare a valle: di lassù ho visto e capito altri orizzonti, e un grande giornale che crede in me, mi dà la possibilità di raggiungerli.

La Nord del Cervino era già stata salita nel 1931, ripetuta da allora pochissime volte e solo una in inverno, per una via meno diretta e quindi meno “logica” e spettacolare, per gli standard alpinistici. All’inizio Bonatti non voleva salire da solo, ma poi non riuscì a mettersi d’accordo coi compagni e decise che era meglio così. Voleva dire di fatto percorrere la parete due volte in salita e una in discesa, per ancorarsi alla parete in modo da proteggere una eventuale caduta e recuperare man mano l’attrezzatura. La tecnica della “piolet-traction”, il sistema di scalata su ghiaccio in cui ci si tira su con due piccozze e il volto rivolto verso la parete, non era ancora diffusa e Bonatti salì con una sola piccozza, scavando nel ghiaccio dei gradini che percorreva col fianco rivolto verso la parete. Quando dopo quattro notti in parete raggiunse la vetta, attorno al Cervino volarono gli aerei di chi aveva saputo della sua impresa e volevano vedere Bonatti ancora una volta in cima a una montagna.

Rimango quasi abbagliato. Penso alle aureole dei santi. Gli aerei che finora mi hanno assordato col loro rombo sembrano intuire la solennità del momento. Forse per discrezione, si allontanano un po’ e mi lasciano percorrere gli ultimi metri in silenzio, completamente solo. Come ipnotizzato, stendo le braccia verso la croce, fino a stringere al petto il suo scheletro metallico: le ginocchia mi si piegano e piango.

 

Il suo addio all’alpinismo estremo era stato una sorta di tributo alla storia dell’alpinismo, celebrata tra gli altri da Buzzati e riconosciuta da Giuseppe Saragat con la Medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica. I limiti e le possibilità dell’alpinismo che tante volte aveva spostato in avanti si erano ormai spostati in Himalaya, e Bonatti preferì dedicarsi ad altro: il compito di portare avanti l’alpinismo sarebbe stato raccolto pochi anni dopo da Messner.


Bonatti nei successivi decenni mise all’opera un’altra sua grandissima qualità, quella di narratore, divulgatore e fotoreporter. Scese in canoa lo Yukon in Alaska, salì il Kilimangiaro e il Ruwenzori in Africa, attraversò da solo le foreste dell’Uganda, percorse tanti tratti del Rio delle Amazzoni cercandone le origini in Perù, visitò le popolazioni indigene della giungla indonesiana, scalò l’Aconcagua nelle Ande ed esplorò la Patagonia e l’Antartide, raccontando tutto nei libri e nei reportage, molti dei quali furono pubblicati sulla rivista Epoca.



 

 

 


Dal 1980 fu compagno di Rossana Podestà, ragazza-copertina degli anni Sessanta e star hollywoodiana nel kolossal Elena di Troia. In un’intervista Podestà disse che, dovendo scegliere con chi naufragare su un’isola deserta, avrebbe preferito Bonatti. Lui le scrisse proponendole un appuntamento a Roma. Invece di andare davanti all’Ara Coeli, però, la aspettò qualche decina di metri più lontano, davanti all’Altare della Patria. Quando dopo ore si incontrarono, Podestà lo prese in giro chiedendogli che esploratore fosse, se si perdeva nel centro di Roma. Vissero insieme per trent’anni, anche dopo che Bonatti si ammalò di tumore al pancreas. Podestà però non glielo rivelò, per timore che si uccidesse. Bonatti morì a 81 anni il 13 settembre 2011 e le sue ceneri furono tumulate a Portovenere, nella tomba dove dal 2013 è sepolta anche Podestà.


 

Spirito Libero – Atiu, un sogno nell’Oceano


 


 


Henry Kan è un giovane pescatore e fin da bambino ha l’abitudine di camminare scalzo.
“Ecco le mie scarpe” dice ridendo e mostra i suoi grandi piedi nudi.


Sono arrivato da poco qui ad Atiu, piccola e sperduta isola polinesiana delle Cook meridionali. Il pomeriggio è sereno ed Henry ci propone, tanto per farci entrare subito nell’atmosfera più autentica dell’isola un’escursione alla “Anatakiki cave”, una delle maggiori attrattive locali.
Per arrivare c’è da fare un bel tratto di giungla lungo un sentiero che attraversa il “maketea”, la grande distesa di corallo fossilizzato. Strano fenomeno geologico questo, tipico di poche isole polinesiane di origine vulcanica dove, all’incirca 100.000 anni fa, la barriera corallina ha subito un rialzamento rispetto al livello del mare, invadendo una vasta fascia dell’interno, sulla quale è poi cresciuta la vegetazione.
Questo frastagliamento, selvaggio ambiente naturale è squarciato a volte da anfratti e caverne (“cave”) di straordinaria bellezza.



 

 
 
 
 
 

Quella di Anatakiki è la più famosa per il suo scenario incantato di stalattiti e stalagmite che scendono dal soffitto insieme alle lunghe liane nate spontaneamente dalla roccia. In questo luogo, reso ancora più misterioso dal forte effetto di eco-vivere nidifica uno degli uccelli più rari dei Mari del Sud, il kopeka, caratteristico per il suo canto secco e ritmato molto simile al battito di una bacchetta. Al ritorno della grotta è ormai quasi buio. Ai margini della foresta ci accoglie una capanna appena illuminata dove alcuni uomini, seduti in circolo, sono impegnati in un antico e curioso rito, il “tumunu”. Il proprietario della casa è al centro del gruppo e porge a turno, ad ognuno dei convenuti, un piccolo bicchiere di noce di cocco contenente “bush beer” una bevanda prodotta artigianalmente dal sapore a metà strada tra il vino e la birra.


 


 

Di tanto in tanto il “giro” si interrompe per un’orazione o per dar modo ai nuovi arrivati di presentarsi. L’atmosfera di questo luogo è intensa e lascia dentro un ricordo molto forte. La serata qui non offre grandi svaghi. L’Atiu Hotel è l’unico resort dell’isola, posto al centro di un parco curatissimo e silenzioso proprio ai confini della foresta, nel quale sono immersi i quattro chalets che compongono la struttura. Roger e Kura Malcon, i proprietari, accolgono i pochi ospiti con garbo e cortesia facendo trovare loro, nella stanza, un gran cesto di frutta fresca dell’isola quale segno di benvenuto. La cena, a base di pesce, vegetali e frutta, viene servita in una bellissima “are”, la grande capanna in legno tipica della tradizione di queste isole, con le pareti decorate in fibre vegetali ed il tetto ricoperto di foglie di palma.


 

La quiete è assoluta, il luogo rilassante, l’ideale per una notte di riposo. Ma l’aspetto più coinvolgente di Atiu si scopre con il giorno.
Quando con l’aria frizzante ed il cielo limpido, è bello prendere uno scooter o una bicicletta e perdersi lungo le stradine in terra battuta che tagliano l’interno dell’isola o la percorrono tutto in torno. E lasciarsi andare ai profumi intensi delle piante e dei fiori che spuntano ovunque: frangipani, bouganville, tiarè, vaniglia, sandalo, passione…
La sensazione è quella di essere capitati per caso nel giardino dell’Eden, un luogo remoto ed intatto dove esiste solo la natura e niente altro. All’interno palmeti fruscianti ed altissimi alberi di cocco, le piantagioni di ananas, caffè e taro (un tubero che cresce a queste latitudini ed ha un sapore simile a quello delle nostre patate). Lungo la costa, estremamente varia e frastagliata, innumerevoli sono le spiagge di sabbia bianca, da cercare con pazienza. La più bella (per me) è forse quella di Onoroa dove si trovano spesso bellissime conchiglie e sassi colorati. Ma assolutamente da non perdere sono anche Tongaroro e Orovaru, dove sbarcò James Cook.


 


Gli arenili sono sempre incastonati tra il verde della vegetazione lussureggiante e la barriera corallina, vicinissima alla riva.Per un rapporto più intenso con il mare c’è anche la possibilità di partecipare ad una battuta di pesca, fuori dal “reef”, in oceano aperto.Teina è la persona più adatta alla quale affidarsi per una simile esperienza che consente anche, partendo dall’unico porticciolo di Taunganui Harbour, di circumnavigare l’isola scoprendone caratteristiche e tratti insoliti dal mare. Atiu conta appena un migliaio di abitanti che vivono in pochi villaggi sparsi sulle alture. Gente semplice, cordiale, che saluta sempre sorridendo.
Amano molto la musica e, passando accanto alle loro casette basse di colori pastello, è facile sentire il suono dell’ukalele, antico strumento a doppie corde originario delle isole Hawai, che ricorda il banjo e qui si impara a suonare da bambini.


 


 

Accanto alle case è frequente che ci siano delle tombe, tenute sempre in ordine e piene di fiori. E’ l’usanza di queste isole perché in qualche modo i defunti possono restare sempre vicini. E’ difficile lasciare un posto come Atiu, così piccolo ma così ricco di angoli da scoprire, così lontano dalla nostra realtà quotidiana eppure tanto vicino alle cose che sogniamo. Alla partenza, nel minuscolo aeroporto, appena una striscia di terra tra il mare e la foresta, si raccoglie sempre una piccola moltitudine per un saluto a chi viene e a chi va. C’è un rito che si ripete, semplice e toccante ogni volta: il dono di una ghirlanda di fiori profumati da conservare intorno al collo ed un breve canto”Kia Ora”, siate sempre i benvenuti…


 

 

100 lire nel Jukebox – Avril Lavigne & Yungblud – I’m A Mess




La nuova ballata parla di un amore a distanza e verrà inserita nella versione deluxe dell’ultimo album della cantante Love Sux. Il brano vede la collaborazione del giovane artista inglese, certificando una volta di più l’eredità che Avril Lavigne ha lasciato a tutta una nuova generazione.


Che le voci di Avril Lavigne e Yungblud si amalgamassero bene insieme lo avevamo capito già qualche tempo fa, quando i due artisti avevano duettato sulle note di un classico del repertorio di lei durante un live di beneficenza. Quel feeling artistico che aveva fatto impazzire l’internet non si è però esaurito con quella sporadica collaborazione e anzi, a poco più di dodici mesi di distanza, ha partorito un brano inedito: I’m a Mess, di cui ora abbiamo anche un videoclip.



Un brano che si intitola “sono un casino” e che sarà inserito nella versione deluxe di un album intitolato “l’amore fa schifo” non sembrerebbe avere i presupposti per essere una tenera ballata sul sentimento più cantato della storia. Contro ogni pronostico, la collaborazione tra Avril Lavigne e YUNGBLUD è invece una canzone su un amore a distanza difficile da sopportare ma che dà a entrambi gli innamorati il conforto di non essere soli nel mondo. Yungblud aveva presentato il pezzo sui social, giurando che facesse venire voglia di “sporgerti fuori dal finestrino dell’auto dei tuoi genitori fingendo di essere in un video musicale” ed effettivamente, nonostante il testo sia molto romantico, ad I’m a Mess non manca l’energia caratteristica dei pezzi di entrambi i cantanti. Sicuramente poi, a dare un surplus di carica punk rock al pezzo, ha contribuito anche il coinvolgimento tra gli autori del batterista dei Blink-182 Travis Barker.


Travis Barker e Avril Lavigne sono tra i riferimenti di tutta una scena pop-punk che sta di recente esplodendo e che li considera veri e propri esempi da seguire. Da Kennyhoopla a Willow Smith, tanti hanno detto di essersi ispirati ai loro lavori di inizio anni Duemila e YUNGBLUD non fa certo eccezione. Quando l’anno scorso aveva potuto ospitare Avril durante un suo concerto di beneficienza in streaming la sua emozione era palpabile. La presentò con un: “Non posso credere che la stia davvero annunciando”, prima di lanciarsi con la collega canadese in una sentita cover acustica del classico I’m with You, tratto dall’album d’esordio della allora giovanissima Lavigne Let It Go. Nel tweet seguito a quell’esibizione, il cantante inglese aveva poi rincarato la dose definendo senza mesi termini quella serata “la migliore della sua vita”. Per YUNGBLUD lavorare a un singolo inedito con la regina del pop-punk deve essere stato insomma un vero e proprio sogno anche se, probabilmente, nemmeno lui si immaginava che sarebbe finito addirittura a tagliare gli iconici capelli del suo idolo.


L’uscita di I’m a Mess era stata anticipata da una breve clip in cui YUNGBLUD (vestito quasi come un novello Edward Mani di Forbice) accorciava la chioma di Avril Lavigne, seduta su un water durante l’intera operazione. La sforbiciata del novello parrucchiere è stata corposa, tanto da far abbandonare alla cantante il taglio che l’accompagnava dagli esordi di Sk8er Boi in favore di un inedito bob dai riflessi arancio.  Un cambio di look che si ritrova anche sulla copertina del singolo e che certifica la voglia di un nuovo inizio per Avril dopo i tanti problemi che l’avevano allontanata dalle scene prima di Love Sux. Con quel disco, uscito a febbraio, Lavigne si è rimessa però in carreggiata e ora non vede l’ora di continuare a fare di testa sua come sempre. I tempi di quando imponeva la propria attitude pop punk nel patinato panorama musicale di inizio millennio non sembrano più così lontani.