Spirito Libero – Great Basin National Park





Verso la metà del 1800 l’esploratore John Fremont chiamò Great Basin una vasta regione che si estende oggi su una buona parte del territorio del Nevada e dell’Utah occidentale, costituita da vallate ricoperte di artemisie, tra strette catene montuose.
Il nome è dovuto a un sistema di drenaggio molto particolare. Al suo interno scorrono, tra ben novanta bacini o valli, fiumi e ruscelli che non trovano sbocco verso il mare, ma confluiscono verso i laghi salati poco profondi, paludi e pozze dove l’acqua evapora a causa dell’aria secca e della calda temperatura. Il panorama replica all’infinito questo singolo tema, facendo seguire una valle e una catena montuosa, poi un’altra valle e un’altra catena, il tutto a partire dalle Wasatch Mountains nell’Utah, fino a Sierra Nevada in California. Può sembrare monotono: all’infuori dei cespugli verdi di artemisie, non vi è nulla che dia una parvenza di vita immediata, come accade sulla superficie dell’oceano. Ma sopra questo mare verde le catene montuose formano una sorta di elevato arcipelago: sono come le isole percorse dall’aria fresca e da acque abbondanti, dove crescono tante piante e animali che non potrebbero vivere nel deserto sottostante. Un’ area di circa 312 kilometri quadrati nel Nevada, particolarmente suggestiva ed interessante sotto il profilo neutrale e geologico, è stata trasformata nel parco nazionale Great Basin, il 27 ottobre 1986.


 

 


Un parco molto giovane, visitato ogni anno da un numero sempre crescente di viaggiatori, grazie alle numerose e varie attrattive: vette aguzze forgiate da antichi ghiacciai, tra cui il Wheeler Peak, la seconda del Nevada, caverne in cui le rocce si trasformano in ricami e sculture fragili e delicate, morene glaciali, laghi alpini, alberi millenari e panorami da brivido.
La catena dello Snake Range, racchiusa nel parco, costituisce un buon esempio di biogeografia, ossia della relazione che intercorre tra esseri viventi e paesaggio. Con l’aumentare dell’altitudine, il clima cambia creando habitat per differenti specie di piante ed animali. Durante l’ultima era glaciale i picchi erano completamente ricoperte dai ghiacci, l’aria era decisamente più fredda e permetteva alle foreste di pini dei tipi Bristlecone e Limber di crescere anche sul fondo della valle e lungo le sponde di laghi sinuosi, il più grande era Lake Bonneville. Circa 15.000 anni orsono le sue onde lambivano una spiaggia distante più o meno 16 km dall’attuale confine del parco. Poi tutto cambiò: il clima divenne più caldo, i ghiacciai si sciolsero, i laghi si prosciugarono e la vegetazione caratteristica del deserto, l’unico rifugio possibile per gli animali abituati a un clima temperato.


Ma per molte specie il deserto costituì una barriera invalicabile. Isolate irrimediabilmente, esse si svilupparono per proprio conto, in modo diverso rispetto ai loro simili, divenendo uniche al mondo. Lungo le rive del Lake Bonneville, da 30 a 40 mila anni fa, vissero popolazioni umane in cui sono state rinvenute testimonianze archeologiche. Dall’ 800 a.C. al 400 d.C., uomini della Desert Culture abitarono la zona, seguiti da quelli della Fremont Culture, che durò sino al 1300 d.C. Allora, le genti si spostarono in piccoli villaggi vicini alle attuali cittadine di Baker e Garrison. Coltivavano grano e fagioli nella valle e cacciavano montagna. Dopo il 1300 gli indiani Shoshone ed i Paiute si stabilirono in quest’area.




Vivevano in piccoli gruppi vicino alle sorgenti o corsi d’acqua, raccoglievano piante e cacciavano animali, ma la loro dieta si basava principalmente sui pinoli del Pinyon Pine. La spedizione di John Fremont ebbe luogo nel 1840. Wheeler Peak prese il nome dal tenente George Wheeler, dell’esercito federale, che trascorse lì gli anni dal 1869 al 1879 disegnando mappe delì’area. La valle fu abitata dall’uomo bianco a partire dal 1878. Lehman Caves fu dichiarata monumento nazionale il 24 gennaio 1922 dal presidente Warren G. Harding, mentre l’area di Wheeler Peak fu dichiarata Scenic Areail 13 febbraio 1959.
Entrambe furono racchiuse nel Great Basin national Park il 27 ottobre 1986.



 

 



Nel South Snake Range 13 vette superano i 3350 metri. Qui l’inverno in pratica non finisce mai e la neve può cadere in ogni momento, anche a luglio. Per sopravvivere le piante devono adattarsi ad una breve stagione di crescita, ad un suolo povero, all’aria sottile e all’intensa radiazione solare. Forti venti soffiano sui picchi punendo qualsiasi cosa cerchi di superare la linea dell’orizzonte, inclusi gli escursionisti. Tutto ciò che cresce deve essere e rimanere basso. I licheni si attaccano alle rocce come se fossero vernice. Anche i cespugli assomigliano ai bonsai.


 


Gli alberi che si trovano alle più alte elevazioni sono i pini Limber e Bristlecone, che appaiono tra i 2900 e i 3300 metri.
Nel parco vi sono circa 100 chilometri di sentieri. Abbondano le opportunità di fare gite di più di un giorno, ma pochi sono i tracciati ben mantenuti. Gli itinerari seguono in genere le creste dei monti o il fondo delle valli. Attraversare la folta vegetazione di cespugli di mogano può essere molto arduo o a volte addirittura impossibile. Pianificate quindi bene la vostra gita e registratevi prima della partenza presso il Visitor’s center o scrivete il vostro nome in un registro posto all’inizio dei sentieri.
Molti di essi raggiungono altitudini superiori ai 3000 metri. Preparatevi a improvvisi mutamenti di tempo e portatevi sempre un indumento caldo e un impermeabile o k-way. Evitate di stare su creste sporgenze rocciose e aree esposte durante temporali.
Se avete un solo giorno di tempo a disposizione e volete avere un’impressione complessiva del parco, imboccate la Scenic Drive e percorrete i sentieri che si snodano al di sotto di Wheeler Peak: quello che porta ad osservare i famosi pini Bristlecone, la vera peculiarità del parco e prima che tramonti il sole fate il giro dei laghi alpini. Quasi certamente incontrerete tranquille famigliole di cervi muli ( mule deers) che pascolano nei prati vicino agli specchi d’acqua.


Se volete dedicare al parco un secondo giorno potete seguire la visita guidata alle Lehman Caves e quindi salire sul Weeler Peak, visitare il ghiacciaio o percorrere alcuni tra i sentieri della parte sud, molti dei quali raggiungibili da strade non asfaltate e pochissimo frequentate. Informatevi quindi sulle loro condizioni al Visitor’s Center prima della partenza.
Benvenuti in un luogo unico, benvenuti al Great Basin National Park.


 

I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele Maccarinelli – Speciale California – Orme a Nicasio





 

 

Nicasio, specialmente per Gabriele, è un posto particolare in quanto oltre al ranch della famiglia Lafranchi, è il luogo dove il nonno materno ha vissuto e lavorato per una quindicina di anni prima ritornare definitivamente a Maggia nel Canton Ticino.


É un villaggio situato nella Contea di Marin, dove il tempo si è fermato ad un paio di secoli fa grazie alla lungimiranza dei primi pionieri che hanno voluto tutelare questa magnifica regione dalla speculazione edilizia e commerciale. È rimasto praticamente intatto e attorno alla piazza ci sono poche case, l’ufficio postale, un piccolo negozietto ed un ristorante con saloon ancora in stile Far West.






Ancora oggi è abitato da poco più di 300 persone, quasi tutte legate ai numerosi ranch che lo circondano. Uno di questi è legato alla famiglia Lafranchi dove un fratello della nonna di Gabriele è emigrato nel 1910. Si estende su 4,5 milioni di metri quadrati pari a circa 700 campi da calcio, 450 mucche 50 vitelli e una produzione di 13’000 litri di latte al giorno. Dal 2010 hanno iniziato a produrre formaggio utilizzando delle ricette della Vallemaggia.




Una parte del ranch è utilizzata in autunno per la vendita della zucche per Halloween, festa molto sentita negli Stati Uniti. A partire dal mese di ottobre, nei fine settimana questo immenso terreno viene preso d’assalto dalle famiglie per acquistare le zucche. È una vera festa con musica, giochi e divertimenti per i bambini e grigliate con piatti gustosissimi. Vedasi filmato con degustazione speciale da parte di Gabriele!




World Music – Sona Jobarteh – Gambia




Sona Jobarteh, nata nel 1983, è una polistrumentista, cantante e compositrice gambiana. Appartiene a una delle cinque principali famiglie di griot che suonano la kora nell’Africa occidentale ed è la prima donna suonatrice di kora professionista a provenire da una famiglia di griot. È cugina del celebre suonatore di kora Toumani Diabate ed è la sorella del suonatore di kora della diaspora Tunde Jegede.



Nata a Londra, Maya Sona Jobarteh è un membro di una delle cinque principali famiglie di suonatori di kora (griot) dell’Africa occidentale, e il primo membro femminile di tale famiglia a diventare famoso con questo strumento. Il modo di suonare questo strumento simile ad un’arpa a 21 corde è stato tramandato esclusivamente di padre in figlio. Lo strumento è un elemento importante dei popoli Mandingo dell’Africa occidentale e il loro modo di suonare è riservato solo ad alcune famiglie chiamate griot.  È la nipote del griot della sua stirpe, Amadu Bansang Jobarteh, il cui padre emigrò dal Mali al Gambia. Suo cugino è il noto e celebre suonatore di kora Toumani Diabaté . Sua madre Galina Chester è inglese. Ha un figlio, Sidiki Jobarteh-Codjoe, nato nel 2010.



Ha studiato la kora dall’età di tre anni, inizialmente insegnata da suo fratello Tunde Jegede , che ha 11 anni più grande, con il quale da bambina viaggiava più volte all’anno in Gambia, e poi da suo padre, Sanjally Jobarteh. Ha frequentato il Royal College of Music , dove ha studiato violoncello, pianoforte e clavicembalo, e subito dopo è andata alla Purcell School of Music per studiare composizione. Ha inoltre conseguito una laurea presso la SOAS, Università di Londra . Parla correntemente mandinka e inglese. Ha dato la sua prima esibizione al Jazz Café di Londra all’età di quattro anni, e si è esibita più volte ai festival durante la sua prima infanzia. Quando era ancora studentessa di musica, lavorò a diversi progetti orchestrali, tra cui “River of Sound” con l’ Irish Chamber Orchestra , con Evelyn Glennie , e altri lavori in collaborazione, tra cui esibizioni con la Royal Philharmonic Orchestra , Britten Sinfonia , Milton Keynes City Orchestra e la Viva Orchestra da Camera.


Nel 2002 si è esibita a Vienna con il famoso cantante jazz Cleveland Watkiss , facendo anche parte del suo gruppo di supporto per Cassandra Wilson al Barbican di Londra. Ha anche partecipato al Mali Music Project di Damon Albarn , che è stato successivamente eseguito per Jools Holland. Ha collaborato sul palco con Oumou Sangaré , Toumani Diabaté, Kasse Made Diabaté e la BBC Symphony Orchestra. Jobarteh è un membro regolare dell’ensemble di musica classica africana di suo fratello Tunde Jegede, che ha girato l’Inghilterra, l’Irlanda, l’Africa e parti dei Caraibi. Ha contribuito ai suoi album Malian Royal Court Music e Lamentations , per i quali ha composto due pezzi, uno dei quali è presente anche nell’album Trance Planet Vol. 5 (pubblicato su Triloka Records, Virgin negli Stati Uniti). Lavora anche con l’illustre artista di parole HKB FiNN come strumentista, co-autrice, cantante e produttrice. Per il suo lavoro da solista, come la sua esibizione al Festival Internacional Cervantino 2014, in Messico , ha una band con i membri Kari Bannermann alla chitarra elettrica, Kyazi Lugangira alla chitarra acustica, Mamadou Sarr alle percussioni africane (come zucca o djembe ), Alexander Boateng alla batteria e Andi McLean al basso. 


Il suo album di debutto è stato Afro-Acoustic Soul , contenente canzoni sull’amore agrodolce e temi sociali. Le influenze di questo album sono mescolate con alcune che potrebbero essere riprodotte su formati radiofonici europei più convenzionali. Il secondo è stato Fasiya (2011). Fa un’apparizione come ospite nell’album del 2021 Djourou di Ballake Sissoko. Jobarteh insegna anche la kora a Londra. Ha lavorato con suo padre, Sanjally Jobarteh, nella creazione di una scuola di musica formale in Gambia, dal nome del suo famoso nonno. La colonna sonora era un’esplorazione innovativa nella rappresentazione cinematografica di un mondo sonoro africano classico. Sebbene gran parte della colonna sonora di Jobarteh si ispirasse principalmente alla tradizione griot dell’Africa occidentale, ha dovuto anche reinventarla per soddisfare le esigenze del regno visivo. Per creare questa colonna sonora, Sona ha esplorato gli strumenti in modi diversi rispetto alla loro ambientazione tradizionale. Ha usato la kora come strumento basso e l’ha accordata su una scala “araba”. Ha usato la chitarra per emulare il suono di un liuto africano, oltre ad essere influenzata dallo stile di suonare griot dell’Africa occidentale.


Ha inventato un nuovo strumento chiamato Nkoni da utilizzare in molte composizioni per catturare un suono unico. Questo strumento è un incrocio tra la kora e il Donso Ngoni , espandendo la tonalità e l’atmosfera del suono musicale africano. Lo stile vocale di Jobarteh si ispira allo stile griot dell’Africa occidentale, sebbene ci siano aspetti che tendono anche alle influenze dell’Africa orientale. Nella creazione di un’estetica africana unica è stato preso in considerazione il fatto che Jobarteh ha evitato due paradigmi cruciali; in primo luogo, la dipendenza dalla familiarità cinematografica degli strumenti a corda occidentali, e in secondo luogo la predominanza stereotipata della batteria come caratteristica della rappresentazione musicale africana.


 

I favolosi anni ’60 – viaggi e scoperte – Jacques Yves Cousteau, il signore degli abissi





Il suo è un profilo che colpisce: il naso aquilino risalta sugli zigomi scavati, incorniciati da folte sopracciglia nere e da un sorriso aperto. Aggiungiamo la sua caratteristica, essenziale muta nera, e otteniamo la figura di quello che è forse l’esploratore più famoso al mondo, Jacques-Yves Cousteau.



Avvertito il richiamo del mare sin da piccolo, Cousteau divenne ufficiale, pluridecorato, della Marina francese e genero di ammiraglio. “Quando avevo quattro o cinque anni”, diceva, “già amavo il contatto con l’acqua, fisico, sensuale”. Nel 1936, durante il periodo di convalescenza dopo un incidente stradale, indossò la sua prima maschera da subacqueo e si tuffò nelle acque del Mediterraneo. L’impatto fu decisivo: “A volte siamo così fortunati da accorgerci che la nostra vita sta cambiando, cosicché possiamo liberarci della vecchia esistenza per abbracciare quella nuova, seguendone il corso. E’ esattamente quello che è successo a me in quel giorno d’estate, a Le Mourillon, quando i miei occhi si aprirono sul mare”. Ossessionato dalle immersioni al punto da sognarle la notte, Cousteau voleva nuotare libero come un pesce, non costretto nell’ingombrante bardatura dei palombari, in scafandro e casco.


 

Per realizzare il suo sogno ricorse a quell’inventiva che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera. Il risultato fu l’Acqua-Lung, una bombola portatile autosufficiente che poteva fornire al sommozzatore aria pressurizzata tramite una valvola che si apriva ispirando.
Ma come realizzare una simile valvola?. Nel 1942 l’ingegnere Emile Gagnan mostrò a Cousteau l’oggetto giusto: una valvola diffusa nella Francia del periodo bellico, grazie alla quale il gas da cucina poteva essere sfruttato dalle automobili in caso di penuria di benzina.
Dopo una serie di eperimenti condotti su prototipi, Cousteau sottopose l’Acqua-Lung a test molto meticolosi nelle acque del Mediterraneo.
“Ho sperimentato tutte le manovre possibili, giravolte, capriole e avvitamenti. Mi misi a testa in giù su un dito solo e scoppiai a ridere, una risata stridula e distorta. Niente di quello che facevo riusciva ad alterare il ritmo automatico con cui l’aria fluiva. Liberato dalla gravità e sostenuto dalla spinta idrostatica, era come se volassi nello spazio”. In autunno i tre avevano già compiuto almeno 500 immersioni a Dumas aveva raggiunto i 64 metri in ottobre.
A trenta metri, ricorda “(avvertii) come uno strano senso di beatitudine. Mi sentivo ubriaco e spensierato”. Il suo stato confusionale aumentava con la profondità.


 


 

Era un caso di narcosi d’azoto, conosciuta anche come “estasi degli abissi”. Infatti l’eccesso d’azoto e di biossido di carbonio nell’organismo, spinti nel flusso sanguigno dalla forte pressione subacquea, produce una sorte di ebrezza. Secondo la descrizione che ne fece Cousteau, “una leggera esaltazione si trasforma in estasi; le reazioni al pericolo svaniscono. Il subacqueo rischia di perdere i sensi, il boccaglio e la vita”. Anche l’embolia gassosa, altro rischio fisiologico delle immersioni, è connesso all’accumulo dell’azoto nell’organismo. Quando si risale in superficie troppo in fretta, la rapida riduzione della pressione dell’acqua può infatti causare la formazione di bolle di azoto nel sistema circolatorio, con possibili conseguenze letali. I subacquei hanno ben presto imparato a evitare le embolie effettuando le risalite in più fasi, in modo da consentire al corpo di adeguarsi gradualmente ai differenti livelli di pressione. Con il passare del tempo sono state sviluppate le camere di decompressione, che ottengono lo stesso effetto artificialmente. L’Acqua-Lung, oggi meglio conosciuto come Scuba, acronimo di Self Countained Underwater Breathing Apparatus (apparato autonomo per la respirazione subacquea), rese Cousteau e i suoi compagni simili ai mitici “uomini pesce” come furono chiamati in diversi articoli di National Geographic.
Al termine della seconda guerra mondiale Cousteau si dedicò a tempo pieno all’esplorazione subacquea e alla realizzazione di documentari, ma per concretizzare i suoi progetti aveva bisogno di una nave che lo portasse verso mete che di volta in volta sceglieva.


 


Il comandante, come sarebbe stato soprannominato per tutta la vita, adattò allora un vecchio dragamine di costruzione americana, dotandolo di un laboratorio e di una camera di compensazione, e lo battezzò Calypso, come la ninfa marina che aveva tenuto prigioniero Ulisse per sette anni: la Calypso di Cousteau avrebbe tenuto in cattività volontaria il suo equipaggio, compresi Taillez, Dumas e il “maestro” sommozzatore Albert Falco, per molti più anni. La nave salpò da Tolone nel novembre del 1951 e di lì a poco prese il via una collaborazione tra Cousteau e la National Geographic Society destinata a durare 45 anni. Durante tutto questo periodo, fotografi e membri dello staff della Society affiancarono il Comandante in spedizioni rese possibili in buona parte dai finanziamenti offerti dall’istituzione, finanziamenti che ammontarono a quasi mezzo milione di dollari in totale. Uno dei membri dell’équipe era Luis Marden, poliglotta e uomo di mondo che aveva cominciato la carriera a National Geographic come scrittore e fotografo nel 1934. Si deve a lui la rivoluzione della rivista per quanto riguarda la fotografia, con l’introduzione di apparecchi da 35mm e del sistema Kodachrome, una volta considerato un giocattolo per dilettanti. Nel 1955 Marden, appassionato subacqueo, si unì alla spedizione della Caplypso verso il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Cousteau intendeva girare un lungometraggio e Marden voleva cimentarsi nella fotografia subacquea a colori.
Egli fu subito entusiasta della vita di bordo. “Presto mi accorsi che la Calypso era una nave molto ben organizzata. Trasportava due tonnellate di vino rosso in serbatoi di acciaio inossidabile e venti tonnellate d’acqua dolce: con irrefutabile logica gallica, veniva razionata l’acqua, ma non il vino”. Ammirava molto anche la moglie del Comandante, Simone, quai una mamma per l’equipaggio, perfettamente in grado di rimettere al suo posto uno qualsiasi degli uomini “con termini che avrebbero fatto arrossire il lupo di mare più incallito”. A quell’epoca ogni viaggio della Calypso permetteva di scoprire nuovi territori sottomarini inesplorati.


 


Marden ricorda “Quelli erano momenti felici, quando il mondo sottomarino era ignoto e giaceva sotto di noi, pronto a essere scoperto. Ogni giorno era come visitare un pianeta diverso: il panorama, la flora, la fauna, perfino l’atmosfera, tutto era alieno. Spesso, quando arrivavano su isole disabitate, eravamo i primi a violare la superficie dell’acqua e da ogni immersione poteva nascere qualcosa di nuovo”. In totale durante la spedizione Marden scattò 1200 fotografie con una Leica dotata di grandangolo e con una Rolleiflex standard chiusa in una custodia a tenuta d’acqua. Poiché a bordo non era disponibile un laboratorio fotografico, non si potevano sviluppare né le fotografie, né i filmati fino al ritorno in Francia. Le 39 pagine dell’articolo di Marden apparso sul National Geographic del febbraio 1956 contenevano le immagini sbalorditive di quella spedizione, compresa una fotografia di Ulisse, una cernia di 27 chili che ricordava Churchill e che aveva seguito Marden come un cucciolo mentre questi era intento nel suo lavoro. Negli ultimi tempi, Ulisse era diventata così invadente che avevano dovuto rinchiuderla in una gabbia per squali per due giorni, per dare a Marden la possibilità di portare a termine il suo compito. Alla fine degli anni cinquanta, Cousteau aveva capito che l’Acqua-Lung non avrebbe potuto portare i suoi “uomini pesce” più giù di tanto. Era venuto il momento di escogitare un veicolo che aumentasse la capacità dell’uomo di spingere sempre più in profondità le proprie esplorazioni. Una serie di prove eseguite da altrettanti errori alla fine produsse una sorta di sfera appiattita, azionata dall’acqua forzata a passare attraverso alcuni ugelli posti sui lati dello scafo. Questo “disco volante” subacqueo fu provato per la prima volta da Cousteau al largo di Porto Rico.


 


Falco, scelto per il primo test, risalì dalla prima immersione ed esclamò: “Ca c’est de la bagnole”, approssimativamente : “E’ una bagnarola”. Alla fine, il disco avrebbe portato Cousteau e gli altri alla profondità di 100 metri. Nel 1966 il produttore televisivo della National Geographic Society, David Wolper, creò Il mondo di Cousteau, un programma della durata di un ora, che illustrava il progetto Conshelf Three, ossia il tentativo di alloggiare sei uomini accuratamente selezionati in una struttura di 140 tonnellate ancorata a 100 metri sotto la superficie del Mediterraneo. Questi uomini vissero e lavorarono sott’acqua per tre settimane, dimostrando l’estrema praticità delle stazioni sottomarine per lo sfruttamento e l’estrazione del petrolio. Il programma televisivo ebbe un enorme successo, facendo appassionare i marinai d’acqua dolce di tutto il mondo alle avventure a bordo della Calypso. In aggiunta agli special prodotti regolarmente dalla Society, Cousteau più tardi stipulò un accordo con la rete ABC, che produsse Il Mondo Sottomarino di Jacques Cousteau, seguito da milioni di persone nel corso di nove anni di programmazione. Grazie alle sue ricerche, Cousteau iniziò a capire quanto l’oceano, nonostante la sua vastità, fosse un ambiente estremamente minacciato, un mondo meraviglioso il cui equilibrio rischiava di essere irrimediabilmente compromesso; il Mediterraneo, in particolare, era il serio pericolo. Egli decise allora di sfruttare il proprio nome, diventato famosissimo, e nel 1973 fondò la Cousteau Society in difesa del mare e mandò la Calypso a solcare i mari e i fiumi di tutto il mondo, per documentare il degrado. Il Comandante rimase sempre in piena attività e quando nel 1997 morì, all’età di 87 anni, ricevette una delle onorificenze più alte del suo Pese, generalmente riservate ai capi di Stato: un funerale celebrato in forma pubblica nella cattedrale di Notre-Dame, a Parigi. L’anno successivo, il suo collega e amico Luis Marden ne redasse l’elogio funebre sul numero di febbraio di National Geographic, facendo riferimento alla dedica che aveva scritto nel 1961, quando Cousteau aveva ricevuto la Specila Gold Medal della National Geographic Society dalle mani del presidente John F. kennedy: “Agli uomini della terra diede la chiave del mondo del silenzio”.