I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele – Verso Bali, verso l’infinito ed oltre…


 

Gli speciali dei Viaggi del Cuore di Patrizie e Gabriele




Le Puntate




 

 

“Va dove ti porta il cuore” ed il nostro cuore quest’anno ci ha portato sull’isola indonesiana di Bali, l’Isola degli Dei. Questa isola, riconosciuta come una delle più belle del mondo, si trova tra le isole di Lombok e Giava, ha una superficie  di 5’600 kmq  e conta circa 4.300.000 abitanti.


Fa parte delle Piccole Isole della Sonda ed è bagnata dal Mar Cinese Meridionale a nord e dall’Oceano Indiano a sud.


Bali è un’isola molto spirituale ricca di storia, di cultura e di antiche tradizioni. È ricoperta da una vegetazione tropicale incredibile e di fiori meravigliosi. Il nostro viaggio è stato perfettamente organizzato secondo i nostri desideri dall’agenzia online “Auspicious Myanmar” della nostra amica birmana Moh Moh e, come facciamo abitualmente, abbiamo chiesto un tour privato con autista ed una guida parlante italiano. Come base per visitare l’isola abbiamo scelto un resort nella  cittadina di Ubud, il cuore pulsante di Bali, che si trova in posizione strategica.


Noi abbiamo scelto di soggiornare all’Hotel Ibah, un resort appartenente alla famiglia reale (vedi esclusiva intervista  al proprietario dell’hotel, discendente diretto della “Royal Family”e persona veramente  di squisita). Questo spettacolare resort è stato costruito all’interno di un antico tempio nella giungla e vi si respira un’aria mistica e spirituale.


guarda la video intervista di Tjokorda Raka Kerthyasa (Royal Family)


 

 

 


 

Lo scopo principale del nostro viaggio era di vedere le famose verdi risaie terrazzate, uno dei paesaggi più suggestivi che offre il territorio.


 

La risaia di Tegallalang, a circa mezz’ora di viaggio  da Ubud, è stata la prima visitata e consiste in una distesa di verdi terrazzamenti con un susegguirsi di avvallamenti e alture. Noi ci siamo fatti una bella passeggiata in mezzo alle coltivazioni, ammirando il panorama stupefacente. Le risaie sono alimentate da un sistema antico di irrigazione detto “subak”, introdotto nel IX secolo. L’irrigazione si basa su un insieme di canali connessi tra loro e gestiti da un sacerdote responsabile che a seconda della necessità chiude ed apre il passagio dell’acqua nelle varie risaie.



 

 

 

 


È un ingegnoso sistema che attinge l’acqua dai laghi vulcanici  e che passando dai vari templi induisti raggiunge le risaie. I diversi “subak” sono suddivisi in organizzazioni gerarchiche presiedute dalla casta sacerdotale e i sacerdoti organizzano ogni dettaglio del sistema. Per questo motivo l’acqua è considerata sacra e un dono della dea dell’acqua Dewi Danu.



La coltivazione del riso è una parte importante della cultura balinese e qui si può assistere a ciò che ruota attorno al riso, osservando i contadini al lavoro. Grazie alla nostra brava guida che ci fa da tramite, possiamo parlare con loro che si dimostrano molto disponibili  insegnandoci  le varie tecniche e divertendosi nel  vederci così maldestri. Molte splendide risaie si trovano anche lungo le strade che abbiamo  percorso ogni giorno per visitare i maggiori luoghi d’interesse e noi ci siamo fermati spesso  ad osservare i contadini al lavoro.



Durante il nostro tour abbiamo visitato anche molti interessanti templi induisti. Suggestivo il Tirta Empul, il tempio balinese  dalle acque sacre, fortunatamente poco conosciuto dai turisti. Qui i balinesi si recano periodicamente per purificarsi sotto le acque sacre delle piscine alimentate dalle sorgenti che sgorgano dal fianco della montagna. Questo tempio è fondamentale nel sistema di irrigazione balinese “subak”.



Non starò qui ad elencarvi gli  altri templi che abbiamo visitato ma mi limiterò a parlare di quelli che ci hanno più colpito come, ad esempio, il tempio di Taman Ayun, Patrimonio UNESCO dal 2012. Costruito nel 1634, il gioiello del Regno di Mengwi è l’ultima testimonianza di un antico impero. Il suo nome significa “tempio del giardino sull’acqua” ed è un luogo veramante speciale dove si trovano varie pagode dai tetti di cocco, bellissimi giardini ed un’esotica vegetazione.






Il tempio indù di Tanah Lot, sulla costa sud-est dell’isola,  è forse il più famoso e suggestivo  perché è situato su di un isolotto a circa cento metri dalla costa. Costruito nel IX secolo è dedicato agli spiriti guardiani del mare e quando la marea è bassa è raggiungibile a piedi. A poca distanza si trova il tempio di Uluwatu dedicato a Rudra, il dio della tempesta. Sorge su di una scogliera alta 70 metri a picco sul mare. Camminando sul sentiero abbiamo dovuto prestare attenzione alle numerose scimmie piuttosto aggressive  che popolano la zona.  Da qui si gode di un meraviglioso tramonto sul mare. In serata abbiamo assistico allo spettacolo della “Danza del Fuoco”. Questa danza chiamata Kecak è una danza tradizionale ed è particolare perché è priva di musica e i suoni che si sentono sono prodotti dalla voce dei danzatori. È uno spettacolo molto interessante che fa parte della cultura balinese.


Durante il nostro tour siamo rimasti colpiti dal Palazzo dell’Acqua Tirtagangga, un vero gioiello, residenza estiva dell’ultimo re di Karangasem nel 1946. È un affascinante complesso dove si possono ammirare fontane, stagni popolati da enormi carpe e fiori di loto e ci si può divertire ad attraversare le piscine camminando sulle piastrelle a filo d’acqua. Anche il Palazzo Reale di Ubud merita senza dubbio una visita. La residenza ufficiale della famiglia reale di Ubud dalla fine del XIX secolo si trova adiacente ai due templi di Puri Saren Agung e Pura Marajan Agung, il tempio privato della famiglia. L’edificio, costruito tra il 1800 ed il 1823, passò di mano in mano agli eredi della dinastia fino a giungere ai nostri giorni, ed è un classico esempio di architettura balinese. È ben conservato e circondato da splendidi giardini. Nel suo cortile alla sera si svolgono spettacoli di musica e danza.


A Bali ci sono tantissime cascate nella giungla ma forse la più facile da raggiungere è la cascata Tukad Cepung a circa un’ora da Ubud. Per arrivarci bisogna scendere una infinita serie di gradini in pietra ma poi in seguito il sentiero si fa pianeggiante e, dopo avere camminato una ventina di metri nel basso fiume, si arriva alla meta. La cascata si trova all’interno di una gola di rocce molto stretta ed è  veramente spettacolare grazie anche ai giochi di luce creati dai raggi del sole. Poco distante troviamo un’altra cascata più  piccola ma molto scenografica, grazie alla vegetazione tropicale  che la circonda.


Durante il nostro tour abbiamo potuto ammirare anche il Monte Batur (1717 metri), un vulcano attivo situato al centro di due caldere concentriche a nord-ovest del Monte Agung, dove si trova l’omonimo lago. Gli amanti del trekking si recano di notte sulla sommità, percorrendo il ripido sentiero, per ammirare lo spettacolo dell’alba.


A Bali siamo rimasti affascinati dalla natura rigogliosa, dagli alberi giganteschi e dai fiori tropicali stupendi che crescono  spontaneamente dappertutto come ad esempio le orchidee, i profumati  alberi di  frangipane e gli  altissimi e secolari ficus benjamin, albero sacro dell’isola, che si trovano all’interno di molti templi.







 

A Bali non si va solo con lo scopo di fare  una vacanza balneare (anche se noi, alla fine del tour, ci siamo concessi una settimana di meritato relax a Nusa Dua) ma si va principalmente  per la sua cultura e la natura spettacolare. È un luogo dove si respira una grande spiritualità e  infatti sull’isola si trovano molte scuole di yoga e meditazione. Da Bali  si ritorna rigenerati nella mente e nello spirito.


Non è facile da spiegare a parole, ma Bali è un luogo che ti “rimane dentro” e che ricordi con nostalgia  e commozione grazie anche alla  gentilezza dei balinesi ed ai loro immancabili sorrisi. Personalmente in nessun alro viaggio non mi sono mai sentita così bene e in pace con me stessa. Andateci se desiderate staccare la spina e  ricaricarvi dallo stress quotidiano  e contemporaneamente arricchirvi  culturalmente in un luogo meraviglioso e abbiate rispetto  delle loro antiche tradizioni.


 

 

 

 


 

I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele – Singapore “la città giardino”


I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele Maccarinelli



Video: Singapore “la città giardino”


I Vi


 

Singapore è una città-Stato  che confina a nord con la Malesia ed a sud con le Isole Riau dell’Indonesia e si estende su un arcipelago di 60 isole. È un centro finanziario globale con una popolazione multietnica ed ha un clima equatoriale.

Solitamente la si visita quando il viaggio programmato prevede uno scalo in questa città, proprio come è successo a noi che quest’anno abbiamo deciso di andare alla scoperta di  Bali, l’isola Indonesiana “degli Dei”.


 


 

 

 

 


Singapore è una città  molto affascinante che  merita di essere visitata con calma, assaporandone ogni angolo. È pulita, ordinata con grattacieli futuristici che sorgono su terreni sottratti al mare che si alternano ad edifici coloniali lasciati in eredità dall’imperialismo britannico ed ha una vegetazione  subtropicale lussureggiante ed incredibile. I luoghi turistici più visitati sono principalmente due: “Marina Bay “ e “The Garden By Te Sea”.


 

L’area di Marina Bay si trova nella parte orientale della città nel quartiere di “Downtown Core”, centro storico ed economico della città. Il simbolo è senza dubbio  il “Merlion”, la statua-fontana  metà pesce e metà leone alta quasi nove metri. Di fronte si trova la Esplanade-Theatres on the Bay, sede dell’architettura futuristica.

 


 


 

Ma il fiore all’occhielo del quartiere è il “Marina Bay Sands Resort”, un grattacielo dal design unico dove sulla sommità sorge la scenografica  “Infinity Pool” dove si può fare il bagno godendo di  un panorama mozzafiato. L’altra attrazione della città è il complesso di giardini costruito sulla Marina della città ossia i “Garden By The Sea”. Nel parco ci sono due enormi serre bioclimatiche ed una foresta di alberi artificiali, ”Supertrees Grove”, ricoperti di piante e fiori e spettacolari di notte.


I giardini botanici si estendono su di una superficie di 101 ettari, di cui 17.000 metri quadrati risultano coperti dalle due serre. Un altro luogo interessante da visitare è il quartiere di Padang con i suoi bianchi edifici coloniali. La zona si trova a pochi passi dal Financial District e si sviluppa attorno allo storico Singapore Cricket Club (1852). Qui si trova il Victoria Theatre, la City Hall, la vecchia sede del Parlamento, la Corte Suprema, la St.Andrews Cathedral e l’Empress Place Building ora sede dell’Asian Civilisations Museum. Orchard Road, invece, è riservata agli amanti del lusso e dello shopping.


 

 

 

 


Lunga ben 2,2km per la numerosa presenza di boutique esclusive viene paragonata alla Rodeo Drive di Beverly Hills a Los Angels. In questa zona di si trovano gli hotel più esclusivi, ristoranti e caffetterie di fama internazionale. Singapore a noi è piaciuta molto perché  nonostante sia una città molto grande ha molte zone verdi con una vegetazione rigogliosa e fiori meravigliosi e alcuni  grattacieli ricordano il famoso “Giardino Verticale “di Boeri a Milano. È una città in continua trasformazione che si proietta nel futuro senza dimenticare il passato.


 

 


Se siete di passaggio non perdete l’occasione di vistare questo luogo speciale.


 

Cristina Sartori – Bruno Riccardi – Les Routes – Caucaso

ultimo aggiornamento 20 Novembre 2023



Da tempo desideravamo visitare il mondo caucasico, nella fattispecie gli stati di Georgia, Armenia ed Azerbaigian, ed eravamo incerti se andarci in aereo e affittare un’auto, oppure andarci con la nostra macchina. Appurato da racconti pubblicati da altri viaggiatori che le zone montagnose della Georgia è opportuno percorrerle in fuoristrada, decidiamo di partire con la nostra Toyota Land Cruiser a fine maggio 2023, purtroppo rinunciando a visitare l’Azerbaigian poiché, come ci è stato detto dalla loro ambasciata di Roma, l’accesso al paese via terra è al momento vietato agli stranieri. Mistero.


E così, attraversate Slovenia, Croazia, Serbia, Bulgaria e tutta la Turchia sulla sponda del Mar Nero,  entriamo in Georgia e subito attraversiamo la città di Batumi. Se il Mar Nero si presenta carino, a tratti suggestivo, Batumi è una città a nostro modo di vedere deludente. Enormi brutti palazzi in stile sovietico si mischiano ad esteticamente orribili palazzi moderni, evidente segno di una speculazione selvaggia che ha trasformato quella città in un luogo turistico dalle lunghe spiagge, copiando il peggior modello di sviluppo turistico riscontrabile in molte località sul Mediterraneo. Ricordiamo che tutta l’area della Georgia occidentale era chiamata dagli antichi, soprattutto greci, Colchide.


Passate le località di Poti e Zugadidi, imbocchiamo la strada che in 280 km va verso la regione della Svanezia nel Caucaso Superiore al confine con la Russia, lungo la stretta e angusta valle del fiume Patara Enguri (nomi tremendi, specie se scritti nell’incomprensibile alfabeto georgiano). Il primo tratto si presenta come una campagna bucolica con molte mucche e maiali che pascolano allegramente lungo la strada obbligando ad una guida molto attenta. Poi lambita la regione dell’Abkazia, dove è vietato entrare poiché ha dichiarato l’indipendenza dalla Georgia e la volontà di unirsi alla Russia, la strada si fa stretta e tortuosa, in un territorio selvaggio con piccolissimi villaggi abbarbicati. Lo spettacolo è notevole però… inizia a piovere copiosamente! Salendo di quota, passiamo tra le nuvole che formano una fitta nebbia e, con una strada bruttissima nell’ultimo tratto con molte buche, arriviamo a Mestia, cittadina capoluogo della Svanezia, dove prendiamo alloggio in un alberghetto nuovissimo gestito da una simpatica e carina ragazza che parla inglese.


Mestia a 1500 mt. di altitudine e con circa 2000 abitanti è bella, ci sono alcuni alberghi e ristoranti, perfino una piccola banca e il distributore di benzina. Molte case sono ristrutturate e si capisce che la zona ha intenzione di diventare un polo turistico… ma devono migliorare la strada di accesso! La battezziamo”Bardonecchia del Caucaso”. Intorno alla cittadina svettano quattro cime superiori ai 5000 mt. di altitudine ma causa pioggia e nubi sono poco visibili. Solita sfiga.





Nei giorni seguenti visitiamo i selvaggi dintorni di Mestia ma in particolare, andiamo nel villaggio di Usghuli a 45 km di distanza, abbarbicato a 2200 mt. di altitudine in una conca dove si coglie tutta l’essenza del Caucaso. Il villaggio è abitato tutto l’anno da popolazione di etnia “svaneti” una minoranza georgiana dedita alla pastorizia, ma è raggiungibile solo per sei mesi all’anno allo scioglimento delle nevi. Scopriamo che da Mestia, delle guide locali con fuoristrada accompagnano qualche turista a Usghuli e decidiamo di andarci pure noi con la nostra 4×4. Così intraprendiamo un percorso per alcuni chilometri asfaltato, ma che si trasforma presto in una pista di montagna molto ardita, ripida, strettissima, con a sinistra la classica parete rocciosa verticale e a destra un dirupo spaventoso e senza alcuna protezione. La cosa più impegnativa è data dalla pioggia battente che inizia a scendere, trasformando la pista in una fangaia scivolosissima che ci vede costretti anche ad attraversare piccoli guadi formati dalle acque di cascate copiose che scendono con notevole violenza dalla parete rocciosa, causa la forte pioggia. Percorso estremamente impegnativo.



Arrivati al villaggio finalmente smette di piovere e visitiamo lo stesso stupiti da ciò che vediamo. Tutte le case di origine medievale, hanno una torre che aveva lo scopo di avvistare i nemici, ma aveva anche lo scopo di tenere d’occhio i vicini, per le numerose liti tra le famiglie della comunità. Il luogo è in posizione geografica magnifica e con le costruzioni che si scorgono, si capisce il motivo per cui è stato dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Pecore, capre, mucche e splendidi cavalli, girano indisturbati tra le case del borgo e qualcuno si è industriato a costruire una sorta di rifugio di legno per chi ha il coraggio di giungere fin qui, dove ti danno pure da mangiare e da dormire. Facciamo conoscenza con una anziana donna locale, ma neanche a gesti riusciamo a capirci.





La discesa da Usghuli a Mestia con la nostra Toyota è sempre di un certo impegno, specie per l’eventuale incrocio con altri mezzi, dove in due non si passa proprio, ma per fortuna ha almeno smesso di piovere.



Lasciata la Svanezia, ci dirigiamo verso sud-est per fare tappa nella città di Gori, luogo natio di tal Josif Vissarionovic Dzugasvili, assai più noto con lo pseudonimo di “Stalin”, l’uomo d’acciaio, il georgiano più famoso di sempre, dittatore per molti anni dell’Unione Sovietica. E’ curioso constatare che attualmente la Georgia è in pessimi rapporti con la Russia per la questione dell’Abkazia e dell’Ossezia del sud, ma il mito di Stalin non così diffuso in Russia, in Georgia permane, tant’è che il museo dedicato al dittatore nella città di Gori è notevole, ben organizzato, frequentatissimo da frotte di turisti giapponesi, europei e russi, ed è trainante per l’economia locale. Prendiamo alloggio in un bell’albergo vicino al museo nella Stalin Avenue (sic!) e, constatiamo che l’ingresso al museo è sito nella Stalin Square! Fate voi.


Per chi si interessa di storia, come chi scrive, il museo è interessantissimo e non comprende solo effetti personali del dittatore, ma sequenze fotografiche in bianco e nero molto importanti che ne ripercorrono la storia sua personale, dell’Unione Sovietica dei suoi tempi, della Seconda guerra mondiale. Nell’area museale è compresa l’umile casa dove nacque Stalin e la carrozza ferroviaria con la quale lo stesso si recava ai convegni internazionali come quelli di Yalta e Teheran con Roosevelt e Churcill, sulla quale ci consentono di salire.






Dopo Gori, decidiamo di trasferirci ad est, verso l’Azerbaigian, nella zona nota come la “Regione dei vini”. Tappa, iniziale è il graziosissimo centro di Sighnaghi, sulle colline vinicole zeppe di viti, dove constatiamo un centro perfettamente ristrutturato con le case in stile georgiano con le famose balconate di legno. La località è ormai un centro turistico conosciuto, zeppo di localini in stile tradizionale molto raffinati dove, con prezzi europei, è obbligatorio procedere all’assaggio di calici di ottimi vini locali. Ovviamente lo facciamo pure noi… constatando a fine giornata una certa “allegria”, e predisposizione al ridere sulle amarezze della vita; insomma, eravamo un po’ brilli, specie Bruno.


 

 

Successivamente facciamo tappa nella bella città di Telavi, la più importante e capitale della Regione dei vini georgiana che per noi ha un buffo nome, infatti si chiama Cakezia. E’ proprio in questa regione che venne prodotto per la prima volta il vino, all’incirca 4000 anni a.c. che poi si diffuse nel Mar Nero e nel bacino del Mediterraneo.




A questo punto mettiamo la barra decisamente a sud per entrare in Armenia nella zona del lago Sevan, dove ci sono molte cose da vedere. Scopriamo nostro malgrado, che le pratiche per entrare in Armenia sono lente, lunghe e assai barbose. Facciamo conoscenza in quel contesto di un giovane iraniano di nome Mahdi che sta rientrando nel suo paese. Costui si occupa di organizzare viaggi in Iran e pertanto ci scambiamo i contatti poiché quel paese potrebbe essere la meta di un nostro prossimi viaggio.

Partiti dalla frontiera si aprono le cateratte del cielo e inizia una pioggia copiosissima ed il buio. Arriviamo molto stanchi sulle sponde del lago Sevan dove alloggiamo in un resort (si fa per dire) in stile sovietico, dove per prezzi da zona turistica italiana ci danno un letto e un pasto.


Il giorno successivo non piove più e ci rechiamo sulla penisola del lago dove sorge la chiesa armena di Sevanavank; decidiamo di non visitarla tanto è presa d’assalto da centinaia, forse migliaia di turisti, in un contesto a nostro avviso assai triste di venditori di souvenir, bar, pizzerie, caos, sporcizia in ogni dove. Pessimo spettacolo.

 

 




Seguiamo la costa del lago a tratti molto bella, per giungere al villaggio poverissimo di Noraduz dove visitiamo accompagnati da una guida locale, il cimitero medievale con tombe che vanno dal IX° al XVI° secolo più famoso dell’Armenia. Le tombe che sono circa 800, sono sormontate da alti steli in pietra del monte Ararat, dette “khachkar”. Queste steli sono tutte scolpite e raccontano la storia della famiglia dell’individuo. Tutto molto interessante.




 

Spostatici verso sud, oltre un passo a 2550 mt di altitudine, visitiamo il caravanserraglio di Selim fatto costruire nel 1332 dal principe Orbeylan, sulla Via della seta. La struttura che presenta scritte in armeno e persiano, è molto più “ruspante” di altri caravanserragli da noi visitati in passato ma, visitandone l’interno, par di vedere ancora uomini e cammelli conviverci, al fine di scaldarsi nei rigidissimi inverni su queste montagne.



Procedendo ancora più a sud verso il Monte Ararat che qui compare di una bellezza particolare, visitiamo la chiesa-abbazia di Khor Virap, sita in un luogo molto panoramico, famosa poiché è il posto dove nacque la Chiesa Armena, la Chiesa Cristiana più antica. Constatiamo la notevole presenza di russi con macchine molto costose, come già in parte avevamo notato in Georgia. Non tutti hanno l’aria di essere turisti. Saranno scappati dalla Russia per non andare a combattere in Ucraina? Chissà.



Altro sito estremamente interessante in Armenia è quello del villaggio di Garni, dove tra l’altro dormiamo in un alberghetto molto carino in posizione assai panoramica. Nel pressi del villaggio sorge il tempio pre-cristiano risalente al I° secolo a.c., dedicato al dio Mihr, Mitra. Questo tempio è posizionato su un’altura che lo rende visibile da molto lontano. Attualmente è luogo di riferimento della setta degli “hetaneisti”, dei neopagani armeni che hanno fatte proprie molte idee del nazismo. Il fondatore della setta fu tal Garegin Njdeh, un generale armeno che durante la seconda guerra mondiale comandò la Legione Armena delle Waffen SS contro i sovietici i quali, dopo il conflitto gli fecero un culo a parapioggia; morì in carcere nel 1955. (si vede che Bruno è appassionato di storia, o no?). Ora, dopo il crollo dell’URSS i suoi seguaci, indubbiamente fuori come dei balconi, adorano Mitra, Aramdz, Anahit, Astghik, Vaghan, Tir, Nane e altri dei ancora. Bruno, colpito dalla dea dell’amore Astghik quasi si convince alla conversione. Fate voi…



Lasciata l’Armenia rientriamo in Georgia per visitarne la caotica ma molto bella capitale Tbilisi. Questa città ha un centro storico grande e assolutamente di pregio. Perfino i sovietici vi costruirono palazzi di architettura avveniristica molto pregevole. I quartieri della riva destra del fiume Kura sono davvero belli, con vaste isole pedonali, una famosa sede di terme di acque sulfuree, chiese ortodosse, una bellissima moschea, la sinagoga ebraica, il tempio zoroastriano più settentrionale del pianeta, purtroppo chiuso per lavori, ecc. e tanti ristorantini dove abbiamo mangiato di tutto, compresa una cena con cucina uzbeca. E’ una città che consigliamo a tutti di visitare, e ci risulta sia collegata con l’Italia via aerea; da non perdere.



Intraprendiamo poi il viaggio di ritorno senza nulla da segnalare tranne che nella capitale della Bulgaria, Sofia, abbiamo dormito in un albergo in puro stile “socialismo reale” dove non prendevano il pagamento con la carta di credito e sembrava di essere tornati negli anni ’60 del secolo scorso. Però in quel luogo abbiamo cenato ottimamente in compagnia di una simpatica coppia di italiani, Patrizia di Milano e Carlo di Bologna, che il giorno dopo rientravano in Italia in aereo.




E’ stato un bel giro in un’area multiculturale e multireligiosa, un viaggio che ti invoglia ad andare ancora più ad est, in Iran, Uzbekistan, Tagikistan. Speriamo di potere ripartire presto.