Spirito Libero – Amsterdam insolita

ultimo aggiornamento 23 Dicembre 2023


Spirito Libero – Lo zaino racconta – Amsterdam Insolita






 

La capitale dei Paesi Bassi è nota per i suoi saporitissimi formaggi, per gli accoglienti Bruine Cafés, per i capolavori di maestri dell’arte come Van Gogh e Rembrandt, per la fitta rete di canali, il quartiere a luci rosse e i numerosi coffeshop. Ma Amsterdam è molto di più e nasconde interessanti curiosità tutte da scoprire.


I segreti delle isole occidentali


Avete mai fatto due passi lungo i canali del Mokume Archipel? Il nome di questo piccolo arcipelago composto da tre isole, anche chiamate isole occidentali, prende il nome da Mokum, soprannome della città di Amsterdam che in lingua ebraica significa luogo o paradiso. Bikerseiland, Prinseneiland e Realeneiland sono le tre isole artificiali realizzate nel XVII secolo, oggi animate da numerosi atelier, laboratori di artigiani, studi di artisti e musicisti.


 

Regalatevi un paio d’ore e perdetevi tra le numerose viette, rilassatevi lungo i canali animati dalle numerose case battello. Attraversate quello che può essere considerato il ponte più stretto della città, l’Haringenbrug, ponte basculante largo poco più di un metro. Tenete gli occhi ben aperti, potreste ritrovarvi di fronte un sottomarino giallo; sì, avete capito bene, un vero e proprio yellow submarine: quello che fu un locale gay lungo le rive della Senna a Parigi oggi colora il quartiere, per la gioia dei residenti e dei turisti, colti spesso a intonare la famosa canzone dei Beatles ispirati dalla curiosa imbarcazione.


Zevenlandenhuizen: Sette case, sette nazioni

 

Volete fare un tour dell’architettura europea ma avete poco tempo a disposizione? Ad Amsterdam è possibile, in una manciata di metri. Passeggiando lungo Vondelstraat si incontra un curioso gruppo di sette edifici ispirati ad altrettanti stili architettonici provenienti da diverse nazioni europee. Il progetto, commissionato nel XIX secolo dal ricco banchiere Samuel van Eeghen, dà vita a un affascinante ed eclettico tour nell’architettura europea del 1800: dallo stile moresco dalla Spagna allo charm di un cottage inglese, dal romanticismo della valle della Loira allo stile Italiano, passando attraverso Russia, Germania e Paesi Bassi, ovviamente, tutto in pochi passi!


Chiesa del Pappagallo


Quante volte avete percorso Kalverstraat? Vi siete mai accorti che tra le luci delle vetrine si nasconde una facciata molto particolare? Nascosta tra i negozi nel cuore della frenetica via dello shopping Kalverstraat, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, meglio nota come Chiesa del Pappagallo, è riconoscibile per la statua dell’uccello sul frontone. Edificata nel 1700 come edificio del culto cattolico, molto probabilmente nel giardino di un commerciante di uccelli – da qui il nome, la chiesa fu usata segretamente come luogo di preghiera durante la Riforma. Oggi, la scritta sulla facciata Eenkwartiervoor God dà il benvenuto a tutti i fedeli, a dispetto di qualsiasi credo religioso e li invita a dedicare un quarto d’ora a Dio.


Flevopark: il polmone verde della zona est



Amsterdam è una città ricca di aree verdi e parchi. Flevopark è un polmone verde nella zona est della città, luogo perfetto per una giornata di relax, per un po’ di sano jogging o per un pic-nic in una giornata di sole. Si trova a soli venti minuti di pedalata dal centro ed è facilmente raggiungibile con il tram 14. Divertitevi a scoprire le numerose varietà di piante e animali, introvabili negli altri parchi della città, come Vondelpark o il vicino Oosterpark. 
Nei mesi estivi è in funzione una bellissima piscina esterna, con una vasca per nuotatori provetti e una poco profonda riservata ai piccoli nuotatori. E per concludere la giornata nel migliore dei modi godetevi il tramonto sulla terrazza del ‘t Nieuwe Diep una distilleria in cui degustare un ottimo jenever, tipico liquore olandese a base di ginepro.


Amsterdamse Bos: una foresta in città


Avete mai sentito parlare della foresta di Amsterdam? Situato ai margini della città, nella zona sud, il Bos è molto più che il più grande parco di Amsterdam, è una vera e propria foresta, un’area suggestiva dove rilassarsi tra gli alberi rigogliosi e i prati erbosi. Chi ama passeggiare o scoprire la natura in bicicletta troverà molti sentieri ben segnalati. All’interno del parco si trovano un piccolo zoo di animali domestici, una fattoria di caprette che vende gelato e formaggio artigianali, un teatro all’aperto, un giardino botanico e un lungo canale noto come Bosbaan in cui si tengono gare di canottaggio. Per i più sportivi è possibile affittare biciclette, canoe, kayak e pedalò.


Il Ponte dei 15 Ponti


Amsterdam è un pittoresco dedalo di stradine, corsi d’acqua e numerosi ponti, circa 1300. C’è un luogo in città reso speciale dalla presenza di questi tre aspetti: il Ponte dei 15 Ponti, all’incrocio tra Reguliersgracht e Herengracht, il più interno dei canali della cerchia. Posizionati sul lato dei numeri dispari, guardati attorno e inizia a contare: i ponti che ti circondano sono ben 14, e se aggiungi quello sotto ai tuoi piedi, i ponti diventano ben 15! Al calar del sole, quando i ponti si illuminano, questa location diventa molto suggestiva, meta perfetta per una passeggiata romantica.


Una città al di sotto del livello del mare


Avete sicuramente sentito dire che Amsterdam è piatta come un pancake. Ma la capitale non è solamente piatta, è addirittura, per gran parte, al di sotto del livello del mare. Se avete raggiunto la città in aereo, siete atterrati in un aeroporto molto particolare: l’area di Schiphol si trova infatti a -4 metri s.l.m.. Al di sotto del livello del mare: facile da dire ma non altrettanto semplice da visualizzare concretamente.

 


Ma non preoccupatevi, fare un salto al NAP Visitor Center all’interno del municipio (NAP sta per Normaal Amsterdams Peil, letteralmente – Livello normale di Amsterdam – antica unità di misura stabilità ad Amsterdam nel XVII secolo e basata sul livello medio del mare) può aiutarvi in questa ardua impresa. Qui tre imponenti contenitori vitrei pieni d’acqua segnalano il livello del mare in tre diversi parti della regione; in uno di essi il livello dell’acqua si trova oltre i 5 metri sopra il pavimento su cui poggiate i vostri piedi. Impressionante vero? NAP Visitor Center: Amstel 1, 1011 PN Amsterdam / Lun-Ven: 9-18


Torensluis: un ponte molto particolare


Vi sarete sicuramente accorti che c’è un ponte in città che vi fa faticare più degli altri. Ebbene sì, il Torensluis, costruito nella metà del XVII secolo lungo il canale Singel, è il punto più alto della città. Ma non solo, il ponte ha anche un altro record: con i suoi 40 metri di larghezza si distingue dagli altri per essere il ponte più ampio della città. L’ampiezza e il nome, letteralmente torre delle chiuse, sono dovuti alla torre che originariamente si ergeva sul luogo, poi demolita nella metà del XIX secolo, di cui oggi sono visibili le tracce sulla pavimentazione del ponte. Sporgetevi verso il canale e date un’occhiata alla base del ponte: la porta che vedete era in origine l’entrata della prigione che si nascondeva al di sotto del ponte, ora museo e luogo di esibizione ed eventi.


Elisabetta Caracciolo

ultimo aggiornamento 1 Marzo 2024

Altheo People – Elisabetta Caracciolo



guarda il Format di Elisabetta Caracciolo “Tasche piene di Sabbia”


Che cos’è Tasche piene di sabbia?

Si potrebbe facilmente rispondere un libro, ma in realtà, come tutti i libri, è molto di più. Soprattutto per chi l’ha scritto, appassionata di viaggi, di avventure, di rally e amante di polvere, sabbia, disagi, a volte sofferenza. Perchè partecipare negli anni Novanta a rally raid lunghi come la Dakar, o la Parigi Mosca Pechino, o la Parigi Città del Capo, o anche il Faraoni, non era una passeggiata di salute.


E in questo libro tutto ciò è spiegato. Nei minimi particolari.  La sua autrice, e cioè la sottoscritta, ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel mondo del giornalismo nel 1984: radio private, televisioni e infine quotidiani, specializzandosi negli anni nel settore sportivo, in particolare Motorsport. Corriere Motori, La Gazzetta dello Sport, Autosprint, Motosprint, TuttoMoto, In Moto, Auto Fuoristrada in quegli anni in cui internet ancora non esisteva e l’unico modo per seguire le avventure al di là del Mediterraneo erano i giornali cartacei e pochi canali televisivi. Nel 1991 la mia vita è cambiata, per un mucchio di ragioni.  Ma è soprattutto in quell’anno che ho seguito la mia prima Dakar, la prima di ben 28 edizioni, di cui due vissute come concorrente in camion. Tasche piene di sabbia parla di tante gare, comprese le Bajas che una volta erano davvero toste, fra Spagna e Portogallo, e parla di personaggi, tanti, con le loro storie più intime, alcune divertenti, alcune malinconiche e drammatiche. Si ride e si piange ‘viaggiando’ fra i 35 capitoli scanditi dalle lettere dell’alfabeto che raccontano più il passato che l’attualità.  Un dietro le quinte divertente tracciato viaggiando in auto ma anche in camion e addirittura in scooter, per esempio sulle piste del Marocco con l’Atlas Rally alla fine degli anni Novanta. L’amicizia con Clay Regazzoni, Renè Metge, Stephane Peterhansel, Fabrizio Meoni, Jutta Kleinschmidt, Heinz Kinigadner, Giacomo Vismara, Ciro De Petri: i loro racconti e ritagli di gare passate fra road book, partenze all’alba, tortellini e nottate trascorse lavorando in cucina aspettando i ‘sopravvissuti’ delle speciali più difficili, quelli che spesso arrivano a bordo del popolare camion balai alle prime luci dell’alba.


Una storia che inizia dalla macchina da scrivere quando i computer e internet ancora non esistevano e gli articoli si dettavano al telefono, mentre i rullini attraversavano il mondo nello zainetto di qualcuno per arrivare, forse, sui tavoli delle redazioni. Copilota per passione sono stata risucchiata dal mondo delle competizioni alla fine degli anni Ottanta, quando donne a fare questo mestiere ce n’erano davvero pochissime e ho dovuto scegliere se correre o scrivere: scelsi la seconda. Per oltre 20 anni alla Dakar per Gazzetta e Autosprint, per altri cinque, gli ultimi, per Motorsport.com con la fortuna di lavorare in un ambiente che mi appassiona e al quale ho dedicato tutta la mia vita. Tanti anni fa ho scritto ‘Dakar Borderline’, pubblicato nel 2002,  raccontando la storia del pilota ‘Ciro’ De Petri attraverso le foto di un carissimo amico, spesso al mio fianco in gara, Gigi Soldano a cui, giustamente, ho dedicato anche un capitolo di Tasche piene di sabbia. Nel 2012 ho aperto un blog dedicato alla specialità sportiva – www.worldrallyraid.com – per condividere un archivio, cartaceo, enorme, che vale la pena scoprire e conoscere. Soprattutto per chi come è ama questo mondo.


Giornalista, speaker, organizzatrice e mente diabolica di tante iniziative, ho costantemente idee che finiscono per coinvolgere amici e piloti: senza di me, mi ripetono spesso, in Italia, negli ultimi trent’anni non si sarebbe parlato forse, così tanto, di rally raid.


Tasche di Sabbia – Dakar e altri rally, racconti straordinari e semiseri.

Perchè si sente il bisogno di scrivere un libro?

Una vera e propria domandona…In realtà io non ci avevo mai pensato seriamente prima di farlo ma è stato un caro amico e collega, un mentore per me, di nome Beppe Donazzan, che oggi purtroppo non c’è più. Lui fra i tanti suoi libri aveva scritto anche Dakar. L’inferno nel Sahara e decise, all’epoca, di darlo a me da correggere. Mi elesse suo correttore di bozze e anche revisore, chiedendomi anche la prefazione. Inutile dire che fu per me un piacere e un onore e alla fine Beppe mi disse…”Ma scusa, ho scritto io un libro sulla Dakar che ne ho fatte solo tre e non lo scrivi tu che ne hai fatte ventotto?”.

Cominciò tutto da lì…

Beppe aveva ragione, ma soprattutto a spingermi fu anche quella mole immensa di materiale cartaceo, che ancora oggi giace nei miei archivi. Classifiche, cartelle stampa, fogli, foglietti e articoli, contenitori di diapositive, stampe in bianco e nero: un mare vero e proprio nel quale qualsiasi appassionato amerebbe naufragare…avrebbe da leggere per intere settimane. Tutto messo via, collezionato e catalogato (per modo di dire) dal 1986 a oggi. Iniziò così, e mi resi conto subito che scrivere un libro richiede tempo, e anche isolamento e pace: tre cose che io non avevo. Però l’ho fatto e il risultato è piaciuto, agli altri, e anche a me stessa. Beppe aveva bocciato l’idea dei capitoli legati alle lettere dell’alfabeto, l’editore invece si è innamorato subito del progetto. E così è nato Tasche piene di sabbia. In sette mesi ho scritto, cancellato, corretto, riletto, riscritto e poi riletto ancora. Alcuni capitoli sono nati di getto, da soli, e non ci ho più rimesso le mani; altri invece li ho limati, sistemati, riscritti. Impaginato insieme al grafico, selezionato le diapositive, fatto scansioni, frugato ovunque in casa per ritrovare cose che, puntualmente, ho ritrovato solo dopo essere andata in stampa.


Ho riletto la bozza finale 13 volte prima di dare l’ok, con gli occhi che si incrociavano, ma ho capito che a un certo punto, come si fa con i figli, bisogna lasciarlo andare. Un libro è un pezzo di te, ti appartiene e staresti costantemente a correggerlo, a riscriverlo, a raccontare quel dettaglio in modo diverso. Ma a un certo punto devi smetterla: devi fermarti e devi lasciarlo andare, altrimenti non lo finirai mai. Per questo nell’ultima pagina del mio libro ho scritto di mio pugno una frase, che promette a breve il secondo. Che è in gestazione, in effetti, e che addirittura mi ha dato l’idea per un terzo. Spero entro l’anno, di finirne almeno uno dei due, ma le cose da mettere a posto sono tante, a cominciare da un editore diverso, nuovo. Sto scrivendo e continuo a scrivere. Perchè per me, me ne rendo conto ogni giorno, scrivere è un bisogno fisico, una necessità concreta. Ho bisogno di raccontare, di scrivere, di mettere sulla carta – per modo di dire – le parole che mi nascono dal cuore prima di tutto, poi dall’anima e dalla mente. Amo scrivere – ancor più di leggere – e amo poter raccontare, condividere, trasmettere.

A pensarci bene non scrivere un libro, per me, era impensabile… Avrebbe snaturato il mio essere, la mia natura. 

I Format di Elisabetta Caracciolo

tasche piene di Sabbia


Spirito Libero – Patagonia: Uomini e Puma

ultimo aggiornamento: 1 novembre 2023




 

 

La storia della difficile convivenza tra i colonizzatori di questa terra estrema e il felino simbolo della Patagonia.
Per recinti e fucili rischiano l’estinzione anche “pudù” e “Huemules”, mentre le balene della penisola di Valdes sono ormai “monumenti naturali” intoccabili.



A destra c’è solo l’erba e vento, a sinistra pure; davanti e dietro è lo stesso, a perdita d’occhio. Poi d’improvviso ecco una casa di legno niente male in arnese, con un’insegna: “La Leona”. E’ un caffè sperduto nel sud est della provincia di Santa Cruz: insomma nella pampa profonda, dove telefoni ed elettricità non sono mai arrivati.
L’estancia più vicina (la Silesia) è 16 kilometri più a nord, il villaggio meno lontano ( Charles Fuhr) 84 in direzione sud. Quel caffè isolato dal mondo è gestito da una trentenne che vive laggiù tutta sola : si chiama Irma Westerlung ed è finlandese. Ora non pensate che “La Leona” sia riferito a Irma, donna coraggiosa e solitaria come i leones, cioè i puma che vivono sulle Ande. Se il caffè si chiama così è in onore di un puma vero: una femmina che nel lontano 1916 s’imbattè da quelle parti in un esploratore dal nome leggendario, Perito Moreno, e lo aggredì. Nel confronto l’animale perse la vita ma guadagnò fama eterna: prima che al caffè, quel nome fu dato a un vicino fiume, che taglia pigramente la steppa e va a gettarsi nel  Lago Argentino, proprio come un celebre ghiacciaio che ( ironia della sorte) si chiama Perito Moreno.


Ogni tanto qualche puma passa ancora nei pressi del caffè di Irma: “Io non ne ho mai visti, ma un allevatore ha trovato delle orme non lontano da qui”, racconta lei.
Incontri simili sono comunque rari, perchè i leones non sono stupidi: hanno imparato in fretta che dall’uomo è meglio stare alla larga; così preferiscono cacciare nei fitti boschi andini, rifugio degli huemules, i tipici cervi patagonici, o nelle steppe più remote, che pullulano di guanachi, cugini selvatici dei lama.
Cervi e guanachi sono prede più facili dei bovini, dunque non vale la pena di rischiare la vita avvicinandosi alle estancias.
Ma questo vale solo d’estate, d’inverno, quando cade la neve e la caccia diventa difficile, i leones attaccano anche le mandrie, dice Tonci Kusanovic, allevatore di ascendenza croata che dirige La Angostura, un’estancia sul Rio Chico, 180 kilometri a nord del Rio Leona. Tonci apre una vecchia stalla e indica una trave da cui prende una pelle di puma.
Ma il Leon non è una specie protetta?, “si, però se un esemplare uccide 40 capi di bestiame può essere eliminato”, si autoassolve.



Chissà se il puma della trave era veramente un serial killer o se ha pagato le imprese di una intera tribù di congeneri…
Le storie di uomini e puma che la provincia di Santa Cruz può narrare sono molte.
E tutte dicono la stessa verità: far convivere la fauna selvatica con l’uomo bianco è difficile.
Due secoli fa il problema non esisteva, perchè in Patagonia vivevano solo popolazioni indigene che con la natura locale avevano un rapporto diverso rispetto a quelli dei coloni arrivati dal Nord.
Certo: anche loro cacciavano, ma con armi meno micidiali dei fucili; e soprattutto non avevano mandrie da difendere, nè usavano tagliare la steppa con reti di filo spinato per ricavarne terre private, vietate a puma, volpi e guanachi.
Se la fauna in Patagonia abbia sofferto  più per i fucili, i recinti di confine o la concorrenza alimentare del bestiame domestico, è tutto da vedere; certamente è colpa delle armi da fuoco se gli huemules, un tempo numerosi, oggi sono a rischio di estinzione.


Idem dicasi dei pudù, cervi nani che sopravvivono solo in qualche area protetta.
Intendiamoci, di sicuro i guanachi non sono nelle condizioni drammatiche dei pudu e degli huemules: viaggiando in auto in Patagonia se ne vedono a centinaia, dalle valli cilene alle coste dell’Atlantico.
Ma è indubbio che le grandi ganaderìas ( allevamenti allo stato brado ) abbiano fatalmente sottratto spazio ai “lama selvatici”.
E ciò  ha avuto effetti a catena, compreso il fatto che i puma attacchino il bestiame.
Infatti il filo spinato può fermare i grandi erbivori ma non i leones, che una volta entrati nei latifondi cacciano ciò che trovano.
E in mancanza di guanachi, ripiegano sulle mucche.
Finora questa rivoluzione ambientale ha fatto poche vittime: ufficialmente l’elenco degli animali estinti negli ultimi 200 anni comprende solo un coleottero acquatico in Cile e una lucertola in Argentina.
Molte di più sono però le specie che potrebbero finire male nel prossimo futuro: l’Iucn, l’Istituto scentifico che sta alle spalle del Wwf, ritiene a rischio più o meno grave 311 tra animali e vegetali in Cile e 407 in Argentina.
E c’è chi è ancora più pessimista: la Foundacion Vida Silvestre, un club protezionista di Buenos Aires, afferma che le specie in pericolo in Argentina non sono 407 ma 779.



Consola poco sapere che questi dati non si riferiscono alla sola Patagonia ma all’intero territorio dei due Paesi.
Eppure nonostante questo quadro preoccupante, la Patagonia resta ( in tandem con la Terra del Fuoco ) una delle più grandi riserve faunistiche della Terra. E’ logico: qui, l’invasione umana è arrivata tardi, quindi la natura è rimasta integra più a lungo; inoltre l’estrema varietà di habitat ha spinto la fauna a evolversi per mille strade diverse.
Morale: in Patagonia vivono nutrie, colibrì e armadilli come in tutto il Sudamerica, ma anche marsupiali come in Australia ( l’opossum cileno è il  monito de monte, lontani parenti dei canguri ma piccoli come ghiri ) e un’armata di canidi selvatici variegata come in Africa. Questa biodiversità raggiunge punte estreme tra gli uccelli.
In ogni habitat la Patagonia conta, oltre a rappresentanti generici, anche autentici primatisti: qui vivono per esempio l’uccello nuotatore, il rapace e il volatore d’alto mare più grandi del mondo, cioè il pinguino imperatore, il condor e l’albatro reale, signori di ambienti diversissimi fra di loro, come le terre sub polari, le Ande e gli oceani.



Punto Tombo ricorda quanto sia vicina L’Antartide, che dei pinguini è la patria d’eccellenza: fra la Terra del Fuoco e la Penisola di Palmer, avamposto del continente di ghiaccio, corrono solo mille kilometri.
Per questo motivo, quando l’inverno antartico rende inabitabili le latitudini estreme, gli animali si spostano verso nord.
Attenzione particolare meritano le balene, che nelle acque argentine hanno il loro “palazzo d’inverno” preferito: dei 7000 esemplari che la franca australe conta nel mondo, 2500 incrociano stagionalmente al largo della Penisola di Valdes, dove si riproducono e sono diventate da tempo una redditizia attrazione turistica.
Tutti protetti, tutti monumenti anche se si tratta di ben strani monumenti, che si spostano di continuo.



Il puma invece non è ( ancora ) incluso tra i “monumenti”: gli allevatori lo odiano, i montanari andini lo temono: quindi la tutela assoluta del predatore riuscirebbe impopolare.
“Eppure da noi il leon non attacca mai l’uomo: i rarissimi incontri si risolvono sempre con la fuga dell’animale” giura Adrian Falcone, guardia del Parco Los Glaciares, una delle poche aree-rifugio dove il felino può tuttora cacciare in pace.
Chissà, forse un giorno uomini e puma  riusciranno a convivere: come del resto fanno già le acque del Rio Leona e del ghiacciaio Perito Moreno, che si mescolano nello stesso lago.


Giuliano Badaracco

Altheo people – Giuliano Badaracco




 

Ci sono state le guerre, ci sono state poche certezze, poi quando è nato nel 70 tutto sembrava andare bene, poi…ancora guerre, ancora incertezze, disagio. E come poteva Lui anima rispettare le forme, colori, il rigore matematico. Eppure dentro, in fondo in fondo, nell’angolo più buio, sentiva forte l’esigenza di liberare se stesso, prese in mano un grosso pennello e spezzo’ le sue catene. Sul supporto sempre la materia prendeva il sopravvento sulla forma, strati e strati di colore, pennellate e gesti liberi, intrecci caotici. Nei gesti la liberazione di energia interiore e finalmente sulla tela la sua testimonianza dell’agire e dell’essere. Le sue opere negano fortemente una coscienza razionale della realtà, nel gesto non vi sono momenti coscienti, non vi è alcuna spiegazione di ciò che avviene, la realtà è che esplode la sua energia e si libera nella sua opera. Sulla ferrovia dell’informale ha preso il treno ad una stazione a metà strada e vi dirò non vedo dove Lui possa scendere. Badaracco ha esposto nelle principali città italiane e si pone ai vertici dell’espressionismo astratto il suo ciclo di opere ” città invisibili” continua a tutt’oggi ponendo l’osservatore su di un orizzonte sospeso tra il materico e l’intuizione della forma. Giuliano Badaracco, per il quale la pittura e’ un modo di esistere, vive ed opera a Igea Marina.



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