
Jaisalmer, la città d’oro.


Da Bikaner proseguiamo il nostro viaggio alla scoperta del Rajasthan e dopo circa 6 ore di viaggio arriviamo a Jaisalmer, non lontana dal confine con il Pakistan. Jaisalmer è chiamata anche la città d’oro per le sue costruzioni in arenaria gialla. Fu fondata nel 1156 in posizione strategica ai margini del deserto, ed al centro dell’antica via carovaniera verso Delhi. Dal XVII secolo divenne un importante crocevia lungo le piste commerciali tra l’Afghanistan e la Persia e servì da rifugio e stazione di sosta per carovanieri e viaggiatori.
Una delle principali attrazioni di Jaisalmer è sicuramente il Forte risalente al XII secolo e le splendide “haveli”, le case dei mercanti che non badarono a spese per costruire dei veri e propri gioielli. Il Forte è circondato da mura e bastioni e si trova su di una altura che sovrasta la città nuova. Visitiamo la città vecchia al mattino ed è un piacere perdersi tra le sue stradine all’interno della cittadella, dove si trovano una miriade di negozi che vendono colorate e preziose pashmine, souvenirs di ogni genere, profumi orientali dall’intensa fragranza e bellissimi gioielli in argento, rigorosamente fatti a mano, ed è impossibile non fermarsi ad acquistare qualcosa. Visitiamo anche un paio di templi jainisti che sono le attrazioni religiose più importanti di Jaisalmer.


Questi templi, in arenaria gialla, sono famosi per i loro dipinti in stile Dilwara e per l’architettura d’era medievale. Quello che ci colpisce maggiormente della città sono però le splendide “haveli”, con le facciate ricoperte da un intricato lavoro di intagli. Tra le più belle ci sono quella di Salim Singh, con le balconate scolpite con le raffigurazioni di pavoni, e la Patwon-ki-haveli, la casa dei mercanti di broccato che è la più maestosa e la più raffinata della città. Il primo ”haveli” fu commissionato nel 1815 da Salim Singh, Primo Ministro del regno, ed ha un architettura particolare infatti il tetto fu costruito a forma di pavone. La casa ha ben 38 balconi e tutti hanno disegni diversi mentre che la facciata assomiglia ad una nave vista da poppa.

Il Ptwon-ki-haveli invece, fu costruito tra il 1800 ed il 1860 da cinque fratelli della religione jainista ed è famosa per gli specchi che decorano le pareti ed i soffitti. La casa comprende cinque unità di cui una è stata trasformata in museo, ed essendo una meraviglia architettonica richiama turisti da tutto il mondo.


Dopo la visita alla città, nel tardo pomeriggio andiamo nel deserto di Sam ad ammirare il tramonto. Il luogo è molto turistico ed il posto brulica di cammellieri pronti farci fare una cavalcata tra le dune sabbiose. Il cielo è nuvoloso ed il tramonto non è granchè ma noi ce lo gustiamo ugualmente, sorseggiando un ottimo bicchiere di vino locale, accompagnati dalle note dei suonatori di flauto.

Il giorno seguente prima di lasciare Jaisalmer per recarci a Jodhpur, facciamo una sosta all’incantevole Lago Gadisar, un lago artificiale costruito nel 1156 con dei piccoli templi e santuari molto suggestivi, costruiti intorno ad esso. Nel Medioevo serviva da serbatoio in mancanza di sistemi di irrigazione. È un luogo molto rilassante dove famiglie locali amano passeggiare e fare pic-nic sulle sue sponde. Noi lasciamo a malincuore Jaisalmer sapendo però che, fra qualche ora, scopriremo un’altra perla del Rajasthan…





A 336 km. da Jaipur si trova la città di Bikaner chiamata anche la città rossa per il colore delle case in arenaria. 


Camminiamo tra la folla scansando tuk-tuk,motorini e mucche e nonostante il casino è un piacere essere qui in una realtà così diversa dalla nostra.

Il Forte Junagarth, inaccessibile ai tempi in cui fu edificato, è circondato da un fossato, da alte mura ed all’interno si trovano diverse sale ed edifici.












L’anno scorso l’avevamo vista calcare il palco dell’Ariston in qualità di ospite di Rosa Chemical, durante la serata delle cover con l’interpretazione di America di Gianna Nannini. Rose Villain – all’anagrafe Rosa Luini – cresciuta tra Milano, New York e la California, deve il suo nome d’arte alla band americana con cui suonava, The Villains, in cui ogni componente del gruppo aveva un cognome inventato, ispirato ovviamente al nome della band. Con quasi 500.000 follower su Instagram e 2 milioni e mezzo di stream mensili su Spotify, dopo il successo estivo di Fragole con Achille Lauro, quest’anno Rose Villain è pronta a infiammare il palco del Festival di Sanremo con il suo brano dal titolo Click boom! scritto con Davide “Tropico” Petrella e Andrea Ferrara, producer e parolieri di grande fama.
La canzone è nata pochi mesi fa, ispirata a un sogno di un flirt estivo che Rose Villain ha raccontato a Davide Petrella, co-autore del pezzo. In questo brano, emergono le due anime che contraddistinguono il carattere di Rose: il suo lato più fragile e romantico e quello più forte e ambizioso, in cui prevale l’orgoglio e la voglia di non ricadere nella trappola di un amore di “un’estate fa” che diventa ossessione. Il titolo, ripreso anche nel ritornello della canzone, è fortemente onomatopeico e richiama immediatamente la canzone Comic Strip di Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot, ma anche Bam Bam Twist del suo collega e amico Achille Lauro. Click boom! sembra proprio un colpo di pistola, perché “Per me l’amore è come un proiettile”, canta Rose Villain, e il suo cuore fa “boom boom”, così come il suono dell’automobile che la ricongiunge al suo amato, mentre fa “vroom vroom”.
La storia di Click boom! riguarda un po’ tutti, perché descrive a chiare lettere la gioia e allo stesso tempo la paura di aprirsi e lasciarsi andare, per vivere il sogno di un nuovo amore. Un amore che viene raffigurato come un assassino che mira al cuore e che provoca dolore, ma anche come un pensiero di felicità che non riesce più a dare pace, come una pallottola incastrata nel petto. Come in un romanzo noir, il testo della canzone ci fa calare in un gioco continuo di avvicinamenti, come in una lotta all’ultimo sangue, in cui è impossibile distinguere tra vittima e carnefice, mentre sullo sfondo scorrono le immagini di una relazione che ormai è diventata un ricordo, o per meglio dire un “suono” che rimbomba ancora nelle nostre orecchie e che stordisce il nostro cuore. Tutti ambiscono a un amore perfetto, ma quasi sempre è imperfetto. L’incontro di due persone è soprattutto la somma delle proprie differenze a confronto con l’altro. Soprattutto, ognuno di noi porta con sé l’esperienza di tutti gli amori vissuti in precedenza, dolori annessi, e a volte risulta difficile dire addio alle proprie insicurezze per abbattere la corazza caratteriale che ci costruiamo sul corpo per diventare impenetrabili e non soffrire più. Eppure potrebbe valerne la pena.
In questo passaggio particolarmente significativo, l’innamoramento diventa un’ossessione, una catena che lega e imprigiona anziché liberare. È l’amore che si trasforma in dipendenza, rendendo vulnerabili le nostre anime alle ferite più profonde. Le aspettative, la gelosia ossessiva e la paura dell’abbandono sono solo alcune delle spine che possono trasformare il paradiso dell’amore in un inferno emotivo. In questa condanna, ci ritroviamo intrappolati in un ciclo tossico di dolore e tormento, incapaci di rompere le catene che ci tengono legati. È un pensiero fisso che ritorna, prepotentemente, nei momenti di tutti i giorni, quando ascoltiamo una canzone o in autostrada, come canta Rose Villain, percorrendo un viaggio nei ricordi che continuano a tornare in superficie, veloci e pungenti.
Quando permettiamo a qualcuno di entrare nel nostro disordine amoroso, apriamo le porte del cuore alla vulnerabilità più profonda. È come fornire la chiave che conduce nei corridoi labirintici delle nostre emozioni, dove i confini tra gioia e tristezza si mescolano in un turbinio di sentimenti contrastanti. Un sentiero abitato dalle rovine dei nostri amori passati e dei nostri sogni infranti, ma che ci fa conoscere per come siamo veramente. Il rischio di perdere il controllo c’è, ma non possiamo fare a meno di sperare che ci sia qualcuno, là fuori, capace di trasformare il nostro caos in armonia.