ultimo aggiornamento 28 Novembre 2023

Orca, il più imponente predatore del mare

Un’inconfondibile livrea, dimensioni impressionanti, intelligenza fuori dal comune e straordinarie abilità di caccia. Il ritratto dell’orca, il più maestoso degli odontoceti viventi, può essere riassunto così. Un animale dalle caratteristiche uniche che, con i suoi 8 metri di lunghezza e 6 tonnellate di peso massimo, è in grado di incutere timore e suscitare ammirazione allo stesso tempo e che risiede, meritatamente, al vertice della catena alimentare, occupando il posto di “top predator” che gli ha valso la fama della “balena assassina”.
Balena o delfino?
In lingua anglosassone l’orca è detta “killer whale”, ossia balena assassina, e da qui in italiano è stato riportato il nome di “orca assassina”. L’appellativo inglese contiene, a nostro avviso, due errori su altrettante parole: l’orca non è una balena ma, nonostante le dimensioni così imponenti, è in effetti un delfino (famiglia Delphinidae); inoltre, nonostante sia un implacabile predatore, non sono praticamente noti attacchi in natura verso esseri umani, con cui invece si sono registrati incontri in mare dall’esito assolutamente amichevole. Ciononostante, come per tutti gli animali selvatici e specialmente per quelli così grandi, vale la regola di evitare se possibile di incorrere in incontri… troppo ravvicinati!
Intelligente come un’orca
I delfini, si sa, sono animali intelligenti. E le orche sono forse i più intelligenti tra tutti i delfini. La struttura e le relazioni sociali che questi animali sono in grado di sviluppare in natura sono decisamente al di sopra di quanto si è soliti ammirare nel regno animale. Concetti come consapevolezza e cultura, ritenuti un tempo assoluto appannaggio della specie umana, sono oggi riconosciuti come patrimonio comune a una piccola cerchia di animali dalle capacità straordinarie e tra essi l’orca occupa certamente un posto di rilievo.
Le orche vivono in gruppi familiari che possono arrivare a contare fino a 40 individui, in cui le relazioni sociali sono molto intense e la comunicazione assolutamente raffinata. Grazie alla ecolocalizzazione le orche riescono a percepire l’ambiente che li circonda a chilometri di distanza ed utilizzano questo raffinatissimo sistema di produzione e ascolto di onde sonore ad altissima intensità per comunicare tra loro e coordinarsi nella caccia. Le tecniche di caccia sono tramandate da madre in figlio e sono parte della cultura di ogni singolo gruppo, cosicché ogni famiglia adotta strategie e modalità d’azione differenti, con la riproduzione di comportamenti che talvolta sono davvero sorprendenti. Alcuni gruppi, ad esempio, si coordinano per cacciare le foche adagiate su lastre di ghiaccio, organizzandosi in due squadre d’azione: un primo gruppo nuota verso l’isolotto galleggiante, agendo in perfetta sincronia per creare un’onda che travolge il pinnipede facendolo scivolare in mare; e il secondo gruppo è pronto ad approfittarne.
Differenze culturali tra le orche in natura
È possibile dividere le popolazioni di orche in due categorie principali: le orche residenti, che occupano in maniera stanziale una determinata zona di mare e le orche migranti, che si spostano seguendo le proprie fonti di cibo principale durante le stagioni. La prima grande differenza riscontrabile tra i due gruppi è rilevabile nell’alimentazione. Le orche residenti, infatti, sono in genere cacciatrici di pesce, mentre le migranti si nutrono prevalentemente di altri mammiferi marini come pinnipedi e altri cetacei. Le differenze si fanno via via più raffinate man mano che si selezionano gruppi più affini: anche tra clan della medesima categoria, che quindi cacciano le stesse prede, le tecniche di caccia possono variare; ogni gruppo emette dei suoni, nella comunicazione intraspecifica, che identificano il clan di appartenenza come se fossero il “cognome” che contraddistingue la famiglia e pare che all’interno di ognuna di esse ciascun individuo si identifichi con uno specifico “fischio firma”, ossia un suono che chiude ogni vocalizzo e ne identifica l’autore. Il linguaggio adottato per comunicare, inoltre, pare essere differente tra membri di clan diverso. Insomma una serie di elementi appresi e non innati che rappresentano quello che comunemente definiremmo, parlando di noi stessi, come “cultura”.
Pattern di riproduzione di Orcinus orca

Le orche non sono animali molto prolifici: le femmine danno alla luce un solo cucciolo per volta e tra un parto ed il successivo trascorrono in genere dai 3 ai 10 anni, al termine di una gestazione che dura 17 mesi. L’allevamento della prole dura non meno di due anni ed è compito della madre che è aiutata talvolta da altre giovani femmine del clan. In alcune popolazioni i nuovi nati, una volta indipendenti, lasciano la famiglia per unirsi ad un nuovo clan, in altre invece possono rimanere per sempre nella famiglia dove sono nati.
Tassonomia e filogenesi
La comunità scientifica, ad oggi, riconosce tutte le popolazioni di orche come rappresentanti di un’unica specie, Orcinus orca, al cui genere non è ascritta nessuna altra specie. Ciononostante è aperto un dibattito in merito, all’interno del quale alcuni autori ritengono che vada presa in considerazione l’ipotesi di suddividere alcune popolazioni in specie distinte.
Sebbene possa apparire strano che la comunità scientifica non sia d’accordo sulla identificazione o meno di una specie come distinta da un’altra, vale la pena ricordare come il concetto di specie sia, oggi più che mai, una concetto molto sfumato, all’interno del quale esistono casi limite che possono dar luogo a interpretazioni contrastanti.
Ad ogni modo, il posizionamento delle orche all’interno della famiglia dei delfinidi non è in nessun modo messo in discussione e analisi filogenetiche suggeriscono che i membri della famiglia maggiormente affini alle orche sarebbero i delfini del genere Orcaella, da cui si sarebbero distaccati circa 5 milioni di anni fa.
Orche in cattività: un esperimento fallito
L’imponenza, il fascino e la grande intelligenza delle orche hanno spinto, da quando le tecnologie hanno consentito il mantenimento in cattività di diverse specie di mammiferi marini, ad allevare numerosi esemplari di questi meravigliosi giganti dell’oceano. Se da un lato la sorprendente intelligenza di cui sono dotate ha permesso di lavorare con loro raggiungendo elevatissimi gradi di comunicazione interspecifica, proprio la loro indole di animali intellettivamente e emotivamente dotati rappresenta, insieme alla stazza che li contraddistingue, un grosso limite al loro benessere in cattività. Ad oggi una pratica diffusa per ammirare le orche da vicino e in ambiente naturale, è il whale watching. Il più grande detentore di orche in cattività, la catena statunitense di delfinari Sea World, ha annunciato che non permetterà agli animali in suo possesso di riprodursi ancora e non intende approvvigionarsi di ulteriori esemplari, decretando di fatto la fine della propria esperienza con questi maestosi delfinidi.
Stato di conservazione delle orche
La IUCN non si è espressa in merito alla classificazione dello stato di conservazione dell’orca marina in natura. Non essendo chiaro se tutte le popolazioni debbano essere considerate come una unica specie o come specie separate, infatti, non è stato possibile effettuare una valutazione complessiva dello stock esistente.






Ad Arles il celebre pittore Vincent Van Gogh visse alcuni anni della sua vita ed ispirato dalla luce e dai colori della Provenza dipinse numerosi capolavori tra cui “I girasoli”, ”La notte stellata” e “Il Cafè, la nuit” ristorante tutt’ora esistente e, inutile dirlo, meta di turisti di tutto il mondo. 
La storia di Rennes-le Château ruota attorno alla vita di Bérenger Saunière, un sacerdote di campagna

La sua carriera decolla tra gli anni ’80 e i ’90 ed esplode parallelamente al boom del “Made in Italy”. In quegli anni, Gastel sviluppa campagne pubblicitarie per le più prestigiose case di moda italiane come Versace, Missoni, Tod’s, Trussardi, Krizia, Ferragamo e molte altre. Vola a Parigi dove negli anni ’90 lavora per Dior, Nina Ricci, Guerlain. Sebbene la sua carriera inizia nel mondo della moda, Gastel, fotografo e poeta, sente un particolare richiamo per progetti prettamente artistici. Nel 1997, la Triennale di Milano gli dedica una personale curata dal grande critico d’arte, Germano Celant. La mostra lancia Gastel ai vertici dell’élite fotografica mondiale e il suo nome compare su riviste specializzate insieme a quelli di altri grandi della fotografia Italiana come Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna e di maestri internazionali come Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino e Jürgen Teller. Alla fine degli anni 2000 Giovanni Gastel esplora l’arte del ritratto, tra i volti quello di Barack Obama, Ettore Sottsass, Roberto Bolle e Marco Pannella. Una selezione di 200 ritratti è andata in mostra al Museo Maxxi di Roma nel 2020, protagonisti personaggi del mondo della cultura, del design, dell’arte, della moda, della musica, dello spettacolo e della politica che lo stesso Gastel ha incontrato durante i suoi 40 anni di carriera.
The people I like, a cura di Uberto Frigerio con allestimento di Lissoni Associati, presenta oltre 200 ritratti che sono la testimonianza dell’immensa varietà d’incontri che ha caratterizzato la lunga carriera di Gastel. Un labirinto di volti, pose, sogni di personaggi del mondo della cultura, del design, dell’arte, della moda, della musica, dello spettacolo, della politica. Un ritratto collettivo di anime, incontrate nel corso di una carriera quarantennale. Tra i personaggi ritratti: Barack Obama, Marco Pannella, Forattini, Ettore Sottsass, Germano Celant, Mimmo Jodice, Fiorello, Zucchero, Tiziano Ferro, Vasco Rossi, Roberto Bolle, Bebe Vio, Bianca Balti, Luciana Littizzetto, Franca Sozzani, Miriam Leone, Monica Bellucci, Mara Venier, Carolina Crescentini.
nella parte finale del percorso espositivo trovano spazio 80 immagini della serie dei colli neri, dei ritratti ai margini della spiritualità dell’anima. In parallelo, la piccola mostra I gioielli della fantasia, realizzata in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea, presenta come un prezioso castone, per usare un termine desunto dall’oreficeria, uno dei primi lavori che ha dato a Giovanni Gastel la notorietà internazionale. Sono esposte 20 immagini di un più ampio progetto commissionato all’autore da Daniel Swarowsky Corporation nel 1991 per l’omonimo libro, tradotto in quattro lingue, e la mostra di gioielli del XX secolo, entrambi curati da Deanna Farneti Cera. Dopo la prima presentazione al Museo Teatrale alla Scala, la mostra ha circolato per sei anni in alcuni dei più importanti musei europei di arte applicata (Museum Bellerive di Zurigo, Victoria and Albert Museum di Londra, Museum für Angewandte Kunst di Colonia, Kunstgewerbemuseum di Berlino) per raggiungere poi anche gli Stati Uniti.
umana, l’ironia, il corpo e la maschera, il travestimento e la metamorfosi: un filo rosso che accompagnerà per tutta la vita il suo itinerario creativo. Le fotografie in mostra sono state donate da Lanfranco Colombo a Regione Lombardia e sono conservate presso il Museo di Fotografia Contemporanea.




oltre 900.000 ettari, è tra le più grandi del pianeta e contiene il maggior numero di sorgenti geotermali della terra (più della metà), tra cui oltre 300 geyser. Il Parco, inoltre, dà ospitalità a un’incredibile varietà di specie animali tra cui l’orso grizzly, l’orso nero, il cervo wapiti, il bisonte, la lince, il coyote e il lupo. Proprio la reintroduzione del lupo nel Parco rappresenta una storia a lieto fine: a lungo perseguitato, il predatore era definitivamente scomparso dall’area protetta intorno agli anni Venti.
Tuttavia, l’aumento della popolazione di cervi wapiti conseguente alla scomparsa del loro predatore principale portò tali squilibri ambientali che nel giro di qualche decina d’anni il movimento a favore della reintroduzione del lupo guadagnò rapidamente consensi e, nel 1966, venne approvata dal Congresso la sua immissione controllata nel parco che, però, avvenne materialmente solo nel 1995. Da allora la popolazione di lupi si è stabilizzata riportando l’equilibrio in un ecosistema precedentemente compromesso dalla innaturale assenza di un predatore così importante».
a il governo dovrà riservarla sempre, ad esclusivo giovamento del popolo”. Il “giovamento del popolo”, ecco il fine ultimo della tutela della Natura che dovrebbe porre fine a ogni conflitto e difficoltà sulla destinazione dei territori ad area naturale tutelata. Il fine ultimo apporta benefici a tutta l’umanità.
