Natura – Intelligente come un’ Orca

ultimo aggiornamento 28 Novembre 2023



Orca, il più imponente predatore del mare


 

Un’inconfondibile livrea, dimensioni impressionanti, intelligenza fuori dal comune e straordinarie abilità di caccia. Il ritratto dell’orca, il più maestoso degli odontoceti viventi, può essere riassunto così. Un animale dalle caratteristiche uniche che, con i suoi 8 metri di lunghezza e 6 tonnellate di peso massimo, è in grado di incutere timore e suscitare ammirazione allo stesso tempo e che risiede, meritatamente, al vertice della catena alimentare, occupando il posto di “top predator” che gli ha valso la fama della “balena assassina.



Balena o delfino?

In lingua anglosassone l’orca è detta “killer whale”, ossia balena assassina, e da qui in italiano è stato riportato il nome di “orca assassina”. L’appellativo inglese contiene, a nostro avviso, due errori su altrettante parole: l’orca non è una balena ma, nonostante le dimensioni così imponenti, è in effetti un delfino (famiglia Delphinidae); inoltre, nonostante sia un implacabile predatore, non sono praticamente noti attacchi in natura verso esseri umani, con cui invece si sono registrati incontri in mare dall’esito assolutamente amichevole. Ciononostante, come per tutti gli animali selvatici e specialmente per quelli così grandi, vale la regola di evitare se possibile di incorrere in incontri… troppo ravvicinati!


Intelligente come un’orca


I delfini, si sa, sono animali intelligenti. E le orche sono forse i più intelligenti tra tutti i delfini. La struttura e le relazioni sociali che questi animali sono in grado di sviluppare in natura sono decisamente al di sopra di quanto si è soliti ammirare nel regno animale. Concetti come consapevolezza e cultura, ritenuti un tempo assoluto appannaggio della specie umana, sono oggi riconosciuti come patrimonio comune a una piccola cerchia di animali dalle capacità straordinarie e tra essi l’orca occupa certamente un posto di rilievo.


Le orche vivono in gruppi familiari che possono arrivare a contare fino a 40 individui, in cui le relazioni sociali sono molto intense e la comunicazione assolutamente raffinata. Grazie alla ecolocalizzazione le orche riescono a percepire l’ambiente che li circonda a chilometri di distanza ed utilizzano questo raffinatissimo sistema di produzione e ascolto di onde sonore ad altissima intensità per comunicare tra loro e coordinarsi nella caccia. Le tecniche di caccia sono tramandate da madre in figlio e sono parte della cultura di ogni singolo gruppo, cosicché ogni famiglia adotta strategie e modalità d’azione differenti, con la riproduzione di comportamenti che talvolta sono davvero sorprendenti. Alcuni gruppi, ad esempio, si coordinano per cacciare le foche adagiate su lastre di ghiaccio, organizzandosi in due squadre d’azione: un primo gruppo nuota verso l’isolotto galleggiante, agendo in perfetta sincronia per creare un’onda che travolge il pinnipede facendolo scivolare in mare; e il secondo gruppo è pronto ad approfittarne.


Differenze culturali tra le orche in natura


È possibile dividere le popolazioni di orche in due categorie principali: le orche residenti, che occupano in maniera stanziale una determinata zona di mare e le orche migranti, che si spostano seguendo le proprie fonti di cibo principale durante le stagioni. La prima grande differenza riscontrabile tra i due gruppi è rilevabile nell’alimentazione. Le orche residenti, infatti, sono in genere cacciatrici di pesce, mentre le migranti si nutrono prevalentemente di altri mammiferi marini come pinnipedi e altri cetacei. Le differenze si fanno via via più raffinate man mano che si selezionano gruppi più affini: anche tra clan della medesima categoria, che quindi cacciano le stesse prede, le tecniche di caccia possono variare; ogni gruppo emette dei suoni, nella comunicazione intraspecifica, che identificano il clan di appartenenza come se fossero il “cognome” che contraddistingue la famiglia e pare che all’interno di ognuna di esse ciascun individuo si identifichi con uno specifico “fischio firma”, ossia un suono che chiude ogni vocalizzo e ne identifica l’autore. Il linguaggio adottato per comunicare, inoltre, pare essere differente tra membri di clan diverso. Insomma una serie di elementi appresi e non innati che rappresentano quello che comunemente definiremmo, parlando di noi stessi, come “cultura”.


Pattern di riproduzione di Orcinus orca


Le orche non sono animali molto prolifici: le femmine danno alla luce un solo cucciolo per volta e tra un parto ed il successivo trascorrono in genere dai 3 ai 10 anni, al termine di una gestazione che dura 17 mesi. L’allevamento della prole dura non meno di due anni ed è compito della madre che è aiutata talvolta da altre giovani femmine del clan. In alcune popolazioni i nuovi nati, una volta indipendenti, lasciano la famiglia per unirsi ad un nuovo clan, in altre invece possono rimanere per sempre nella famiglia dove sono nati.


Tassonomia e filogenesi


La comunità scientifica, ad oggi, riconosce tutte le popolazioni di orche come rappresentanti di un’unica specie, Orcinus orca, al cui genere non è ascritta nessuna altra specie. Ciononostante è aperto un dibattito in merito, all’interno del quale alcuni autori ritengono che vada presa in considerazione l’ipotesi di suddividere alcune popolazioni in specie distinte.
Sebbene possa apparire strano che la comunità scientifica non sia d’accordo sulla identificazione o meno di una specie come distinta da un’altra, vale la pena ricordare come il concetto di specie sia, oggi più che mai, una concetto molto sfumato, all’interno del quale esistono casi limite che possono dar luogo a interpretazioni contrastanti.
Ad ogni modo, il posizionamento delle orche all’interno della famiglia dei delfinidi non è in nessun modo messo in discussione e analisi filogenetiche suggeriscono che i membri della famiglia maggiormente affini alle orche sarebbero i delfini del genere Orcaella, da cui si sarebbero distaccati circa 5 milioni di anni fa.


Orche in cattività: un esperimento fallito


L’imponenza, il fascino e la grande intelligenza delle orche hanno spinto, da quando le tecnologie hanno consentito il mantenimento in cattività di diverse specie di mammiferi marini, ad allevare numerosi esemplari di questi meravigliosi giganti dell’oceano. Se da un lato la sorprendente intelligenza di cui sono dotate ha permesso di lavorare con loro raggiungendo elevatissimi gradi di comunicazione interspecifica, proprio la loro indole di animali intellettivamente e emotivamente dotati rappresenta, insieme alla stazza che li contraddistingue, un grosso limite al loro benessere in cattività. Ad oggi una pratica diffusa per ammirare le orche da vicino e in ambiente naturale, è il whale watching. Il più grande detentore di orche in cattività, la catena statunitense di delfinari Sea World, ha annunciato che non permetterà agli animali in suo possesso di riprodursi ancora e non intende approvvigionarsi di ulteriori esemplari, decretando di fatto la fine della propria esperienza con questi maestosi delfinidi.


Stato di conservazione delle orche


La IUCN non si è espressa in merito alla classificazione dello stato di conservazione dell’orca marina in natura. Non essendo chiaro se tutte le popolazioni debbano essere considerate come una unica specie o come specie separate, infatti, non è stato possibile effettuare una valutazione complessiva dello stock esistente.


 

 

 

 

 

I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele – Anima Gitana


 

“Anima Gitana” – I Viaggi del Cuore di Patrizia e Gabriele Maccarinelli

Camargue – Carcassonne e Rennes le Chateau.


Anima Gitana

Prima Parte – Camargue

 

Seconda Parte – Carcassonne e Rennes le Chateau.


 

 

Il nostro viaggio inizia ad Antibes, sulla Costa Azzurra, dove ci godiamo tre giorni di assoluto relax prima di andare alla scoperta della regione della Camargue. Dopo questa regione andremo a visitare Carcassonne, una cittadina medievale patrimonio UNESCO, situata nell’Occitania e non lontano dal confine spagnolo. Da Carcassonne ci sposteremo in seguito a Rennes-le-Château dove  tenteremo di carpire i segreti di questo paesino divenuto famoso dopo essere stato citato nel bestseller ”Il Codice Da Vinci“ di Dan Brown e in tante trasmissioni televisive.


 

La Camargue è una zona umida e paludosa che si trova a sud della cittadina di Arles ed è situata tra due importanti fiumi: il Grande Rodano ed il Piccolo Rodano. È un immenso parco di natura incontaminata e selvaggia dove si respira un senso di grande libertà. Nelle sue vaste pianure è possibile  ammirare cavalli bianchi che vivono allo stato brado, tori che pascolano indisturbati e meravigliosi fenicotteri rosa  che camminano nell’acqua prima di alzarsi in volo formando un’immensa  nuvola rosa. Sia i tori che i cavalli sono sorvegliati dai  cosidetti “Guardiens”, paragonabili ai Butteri della Maremma Toscana.

In questa regione ci sono molti vigneti particolari perché le  viti vengono coltivate non nel terreno ma  nella sabbia,  infatti il vino si chiama “vin sable de Camargue”. In questa  zona paludosa  ci sono pure molte risaie dove si coltiva un pregiato riso e molte scenografiche saline di  un bel colore rosa carico. Meravigliosi sono gi immensi  campi di girasoli che troviamo in piena fioritura.


La  bellissima città  medievale di Arles  è considerata “la porta” della Camargue e sorge sul fiume Rodano. È conosciuta per le sue numerose vestigia romane tra cui l’Anfiteatro dove tutt’ora si svolgono concerti, spettacoli teatrali e corride.

Ad Arles il celebre pittore Vincent Van Gogh visse alcuni anni della sua vita ed ispirato dalla luce e dai colori della Provenza dipinse numerosi capolavori tra cui “I girasoli”, ”La notte stellata” e “Il Cafè, la nuit” ristorante tutt’ora esistente e, inutile dirlo, meta di turisti di tutto il mondo. A pochi chilometri da Arles sorge  Aigues Mortes, un piccolo gioiello  medievale circondato da alte mura. Da qui nel 1248 partirono le flotte francesi per la settima crociata in Terra Santa. All’interno delle mura si trovano numerosi ristoranti e negozi. Poco lontano dalla città si trova  la più grande salina del Mediterraneo.

Dopo Arles ed Aigues Mortes visitiamo Les Saintes Marie de la Mer, la capitale della Camargue. 


     

Il paese, situato sul mare alla foce del Rodano, è un reticolo di case bianche con il tetto rosso e una bella chiesa meta ogni anno dello spettacolare e famoso  Pellegrinaggio dei Gitani. Noi saliamo sul tetto e ci godiamo lo splendido panorama. Passeggiando per il villaggio abbiamo l’impressione di trovarci in Spagna infatti tutti i ristoranti propogono la paella con la sangria, donne gitane insistono per leggerci la mano,  ci sono spettacoli di flamenco ovunque e corride. Lasciamo a malincuore la Camargue e  continuiamo il nostro interessante viaggio con meta Carcassonne, una cittadina situata nella regione della Linguadoca,  non lontana dalla Spagna. È una delle città più turistiche della Francia avendo due siti iscritti nel patrimonio UNESCO: la città medievale (La Citè) e le Canal du Midi. La Citè ci incanta al primo sguardo. I suoi bastioni medievali, i 3 chilometri  di  cinte murarie e le con 52 torri, ci danno l’impressione di essere ritornati ai tempi di Re Artù.


Al tramonto, quando le mura assumono un colore dorato, diventa  ancora più  magica ed è un piacere passeggiare pigramente tra le sue viuzze e poi sorseggiare  un buon aperitivo in uno dei numerosi bar della  suggestiva cittadella.

Lasciamo Carcassonne curiosi di visitare Rennes-le Château, un piccolo paese situato nel dipartimento dell’Aude con tanti misteri irrisolti e citato pure nel libro “Il Codice da Vinci” di Dan Brown. Noi amanti dei misteri e degli enigmi non ci facciamo  mancare l’occasione di conoscere  questo paesino  situato a poco più di un’ora di auto da Carcassonne e dove si arriva percorrendo la famosa  “Route du Vin”.


La storia di Rennes-le Château ruota attorno alla vita di Bérenger Saunière, un sacerdote di campagna  arricchitosi improvvisamente.  La leggenda narra di un tesoro trovato sotto l’altare  della chiesa di Santa Maria Maddalena, chiesa ricca di simboli ed enigmi simile ad un’altra chiesa, la Rosslyn Chapel, situata in Inghilterra e pure citata nel bestseller di Brown.  Sopra il portone d’entrata della chiesa si trova la scritta in latino “Terribilis est locus iste” che significa letteralmente “Questo è un luogo terribile”: ma perché queste parole?  E perché  all’interno, le iniziali dei nomi delle statue dei Santi formano la parola Graal? Non vogliamo dilungarci troppo  su questa vicenda  ma se abbiamo stuzzicato, come  ci auguriamo, la vostra curiosità, sappiate che ci sono diversi libri che trattano questo argomento e anche  in rete si  trovano  molte informazioni e video.


E dopo il mistero di Rennes-le Chateau ritorniamo ad Arles dove trascorriamo ancora una notte prima di ritornare sulla mondana Costa Azzurra. Un viaggio molto interessante che consigliamo veramente a tutti!

 

 

 


 

I Grandi della Fotografia – Giovanni Gastel


 

I Grandi della Fotografia – Giovanni Gastel


Chi l’ha conosciuto, lo porta nel cuore. Era impossibile non amare Giovanni Gastel, per la sua bravura come fotografo senz’altro, ma anche per le sue gentilezze, il suo calore, la sua galanteria d’altri tempi. Mancato il 13 marzo 2021 in seguito a complicazioni dovute al Covid ha lasciato nella sua Milano un grande vuoto e ora Triennale Milano gli rende omaggio, con non una, bensì due mostre, allestite, non a caso, fino al 13 marzo 2022, giorno del primo anniversario senza di lui: The people I like, in collaborazione con il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, e I gioielli della fantasia, in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea.

«Giovanni Gastel è stato un sofisticato ritrattista del mondo», racconta Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano: «Non solo visi, ma corpi, mode, gioielli, tessuti, ambienti. Con un sorriso, faceva sembrare facile il gesto infallibile e preciso di un grande fotografo. Il suo lavoro si è intrecciato più e più volte con i percorsi di Triennale, cui aveva regalato idee, progetti e ispirazioni. Con queste due mostre la nostra istituzione rende il primo doveroso omaggio a questo genio generoso e scanzonato che Milano e l’arte hanno perso, troppo presto».

 

 

La sua carriera decolla tra gli anni ’80 e i ’90 ed esplode parallelamente al boom del “Made in Italy”. In quegli anni, Gastel sviluppa campagne pubblicitarie per le più prestigiose case di moda italiane come Versace, Missoni, Tod’s, Trussardi, Krizia, Ferragamo e molte altre. Vola a Parigi dove negli anni ’90 lavora per Dior, Nina Ricci, Guerlain. Sebbene la sua carriera inizia nel mondo della moda, Gastel, fotografo e poeta, sente un particolare richiamo per progetti prettamente artistici. Nel 1997, la Triennale di Milano gli dedica una personale curata dal grande critico d’arte, Germano Celant. La mostra lancia Gastel ai vertici dell’élite fotografica mondiale e il suo nome compare su riviste specializzate insieme a quelli di altri grandi della fotografia Italiana come Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna e di maestri internazionali come Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino e Jürgen Teller. Alla fine degli anni 2000 Giovanni Gastel esplora l’arte del ritratto, tra i volti quello di Barack Obama, Ettore Sottsass, Roberto Bolle e Marco Pannella. Una selezione di 200 ritratti è andata in mostra al Museo Maxxi di Roma nel 2020, protagonisti personaggi del mondo della cultura, del design, dell’arte, della moda, della musica, dello spettacolo e della politica che lo stesso Gastel ha incontrato durante i suoi 40 anni di carriera.

The people I like, a cura di Uberto Frigerio con allestimento di Lissoni Associati, presenta oltre 200 ritratti che sono la testimonianza dell’immensa varietà d’incontri che ha caratterizzato la lunga carriera di Gastel. Un labirinto di volti, pose, sogni di personaggi del mondo della cultura, del design, dell’arte, della moda, della musica, dello spettacolo, della politica. Un ritratto collettivo di anime, incontrate nel corso di una carriera quarantennale. Tra i personaggi ritratti: Barack Obama, Marco Pannella, Forattini, Ettore Sottsass, Germano Celant, Mimmo Jodice, Fiorello, Zucchero, Tiziano Ferro, Vasco Rossi, Roberto Bolle, Bebe Vio, Bianca Balti, Luciana Littizzetto, Franca Sozzani, Miriam Leone, Monica Bellucci, Mara Venier, Carolina Crescentini.

Il titolo della mostra è una dichiarazione d’intenti: il fotografo si svela nella sua più intima autenticità e consacra il «ritratto» opera artistica per eccellenza. Presentando oltre 200 ritratti, la mostra documenta una parte importante del suo lavoro. Modelle, attrici, artisti, operatori del settore, vip, cantanti, musicisti, politici, giornalisti, designer, chef fanno parte del caleidoscopio di fotografie esposte senza un ordine preciso né un’appartenenza a un determinato settore o categoria.
I ritratti non sono percepiti come semplici rappresentazioni della fisionomia umana, ma lasciano trasparire un significato interiore più vero: lo scopo è quello di indagare ciò che va aldilà dell’esteriorità, cogliendo la complessità del soggetto. Al centro sempre l’anima che traspare dalla posa, dall’espressione del volto e dalla sua teatralità. I ritratti assumono un ruolo centrale che non si ferma all’analisi fisica, ma scava nella sfera psicologica del personaggio. Tutti i ritratti sono in grande formato, la maggior parte in bianco e nero, mentre nella parte finale del percorso espositivo trovano spazio 80 immagini della serie dei colli neri, dei ritratti ai margini della spiritualità dell’anima. In parallelo, la piccola mostra I gioielli della fantasia, realizzata in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea, presenta come un prezioso castone, per usare un termine desunto dall’oreficeria, uno dei primi lavori che ha dato a Giovanni Gastel la notorietà internazionale. Sono esposte 20 immagini di un più ampio progetto commissionato all’autore da Daniel Swarowsky Corporation nel 1991 per l’omonimo libro, tradotto in quattro lingue, e la mostra di gioielli del XX secolo, entrambi curati da Deanna Farneti Cera. Dopo la prima presentazione al Museo Teatrale alla Scala, la mostra ha circolato per sei anni in alcuni dei più importanti musei europei di arte applicata (Museum Bellerive di Zurigo, Victoria and Albert Museum di Londra, Museum für Angewandte Kunst di Colonia, Kunstgewerbemuseum di Berlino) per raggiungere poi anche gli Stati Uniti.

Giovanni Gastel dà così vita a una reinterpretazione fantastica e immaginaria dei gioielli da cui emerge tutta la sua straordinaria vena creativa. Ritroviamo qui l’eleganza stilistica e i temi centrali della sua ricerca artistica, il dialogo sincretico tra il mondo degli oggetti e quello della figura umana, l’ironia, il corpo e la maschera, il travestimento e la metamorfosi: un filo rosso che accompagnerà per tutta la vita il suo itinerario creativo. Le fotografie in mostra sono state donate da Lanfranco Colombo a Regione Lombardia e sono conservate presso il Museo di Fotografia Contemporanea.

 

 

 

 

Aveva 65 anni, Giovanni Gastel si è spento a Milano nel pomeriggio del 13 marzo, a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute dopo aver contratto il covid. Era il nipote di Luchino Visconti e un grande autore di immagini che hanno segnato il mondo della moda. Il suo occhio attento alla realtà aveva un senso estetico spiccato che trasformava ogni soggetto che ritraeva. 

Natura – Omaggio a Yellowstone

ultimo aggiornamento 25 Novembre 2023



Omaggio al decano dei Parchi nazionali, che compie 150 anni.

 

Il 1 marzo 2022 è il 150° anniversario della creazione dello Yellowstone National Park. Ufficialmente il primo Parco nazionale del mondo, quello di Yellowstone, venne istituito l’1 marzo 1872 con la firma del presidente Ulysses Grant “per preservare e proteggere scenari, tradizioni culturali, fauna selvatica, sistemi geologici e ecologici e processi nella loro condizione naturale a beneficio e godimento delle generazioni presenti e future”. Il Parco di Yellowstone funge da nucleo dell’ecosistema di Yellowstone, uno dei più grandi ecosistemi naturali quasi intatti rimasti sul pianeta. Per oltre 10.000 anni prima che Yellowstone diventasse un Parco nazionale, era un luogo dove i nativi americani cacciavano, pescavano, raccoglievano piante, estraevano ossidiana e utilizzavano acque termali per scopi religiosi e medicinali. Situato alla convergenza delle Grandi Pianure, del Great Basin e del Columbia Plateau, il Parco ha le collezioni più attive, diverse e intatte di elementi geotermici combinati, con oltre 10.000 siti idrotermali e metà dei geyser attivi al mondo.



L’orso, il bisonte e il lupo nella terra dei geyser.

 

La relazione tra il Parco e gli animali che lo abitano è stata raccontata in un articolo su La Rivista della Natura da Simone Sbaraglia: «Yellowstone è il Parco di primati. Innanzitutto è il più antico Parco nazionale del mondo, istituito nel 1872 sull’onda dell’emozione suscitata dallo sterminio di oltre 60 milioni di bisonti americani in pochi decenni. Sterminio che affonda le sue radici nell’odio nei confronti delle popolazioni indigene e nel tentativo di privarle di una delle loro più importanti fonti di sostentamento.



La nascita del Parco costituì una pietra miliare nella storia della conservazione in America e nel mondo, dimostrando che solo la messa in atto di un insieme di vincoli poteva garantire la tutela del patrimonio naturale. L’area protetta di Yellowstone, con oltre 900.000 ettari, è tra le più grandi del pianeta e contiene il maggior numero di sorgenti geotermali della terra (più della metà), tra cui oltre 300 geyser. Il Parco, inoltre, dà ospitalità a un’incredibile varietà di specie animali tra cui l’orso grizzly, l’orso nero, il cervo wapiti, il bisonte, la lince, il coyote e il lupo. Proprio la reintroduzione del lupo nel Parco rappresenta una storia a lieto fine: a lungo perseguitato, il predatore era definitivamente scomparso dall’area protetta intorno agli anni Venti.


Tuttavia, l’aumento della popolazione di cervi wapiti conseguente alla scomparsa del loro predatore principale portò tali squilibri ambientali che nel giro di qualche decina d’anni il movimento a favore della reintroduzione del lupo guadagnò rapidamente consensi e, nel 1966, venne approvata dal Congresso la sua immissione controllata nel parco che, però, avvenne materialmente solo nel 1995. Da allora la popolazione di lupi si è stabilizzata riportando l’equilibrio in un ecosistema precedentemente compromesso dalla innaturale assenza di un predatore così importante».


Come nasce il concetto di Parco

Un principio che non va dimenticato è enunciato nella dichiarazione di istituzione del Parco di Yellowstone. La tutela della Natura non è fine a se stessa: “Questa zona non deve diventare proprietà privata, ma il governo dovrà riservarla sempre, ad esclusivo giovamento del popolo”. Il “giovamento del popolo”, ecco il fine ultimo della tutela della Natura che dovrebbe porre fine a ogni conflitto e difficoltà sulla destinazione dei territori ad area naturale tutelata. Il fine ultimo apporta benefici a tutta l’umanità.

Da dove nasce questa idea, l’humus culturale da cui prende vita, è raccontato da Giovanni Piva.



«… l’evoluzione ideologica e realizzatrice del concetto di Parco nazionale. Anche avanti questa, c’è il preludio teorico, c’è il pensiero del poeta e pittore paesista Giorgio Catlin, che propose fin dal 1831 la costituzione di un parco nazionale per salvaguardare le bellezze naturali della regione montana dello Yellowstone. È ben probabile che il suo celebre libro Costumi, abitudini e condizioni degli indiani dell’America Settentrionale sia stato letto da qualche influente agricoltore dell’Arkansas, perché la prima pietra di quella vastissima realizzazione, che sono i Parchi nazionali sparsi nel mondo, è stata praticamente posta da quel piccolo ma saggio governo di agricoltori dell’Arkansas, quasi centro degli stati Uniti d’America, il 20 marzo 1832. […] Quest’idea mirabile si tramutò in un seme che fu poi propagato pacificamente in tutte le nazioni». Giovanni Piva, I Parchi nel Terzo Millennio, Alberto Perdisa Editore)

Quel giorno non nacque un Parco, ma solo una Riserva nazionale, però il movimento conservazionista era partito.